La signora guardò il kit. Poi guardò me. Poi guardò Sofia, che sorrideva imperturbabile. Infine, spostò lo sguardo su Anna, che osservava la spesa con un'espressione a metà tra il confuso e il vagamente imbarazzato. La cassiera non disse una parola. Il che è, storicamente, il modo più assordante e rumoroso che ha una signora di provincia per darti del porco depravato.
Pagai in contanti, con le mani che mi sudavano. Anna mi aiutò a infilare la roba nelle buste. Non fece domande, ma mentre camminavamo verso l'uscita, la vidi scambiare un'occhiata pensierosa prima con me, poi con Sofia. Non aveva capito l'entità del disastro, ma aveva percepito, forte e chiara, l'esistenza di un linguaggio segreto e vizioso tra me e la sua migliore amica. Ed era un linguaggio che non prometteva niente di buono.
Uscimmo dal minimarket carichi di buste, con il sole a picco che ci martellava il cranio. Invece di rifare la salita verso la villa, Sofia deviò verso una stradina laterale acciottolata che scendeva ripida.
«Da qui si taglia,» decretò, senza voltarsi. «Sei sicura?» chiesi, asciugandomi la fronte con il dorso della mano. «No. Ma mi diverte moltissimo l’idea di perderti.»
La strada si apriva come un imbuto naturale, rivelando alla fine una piccola caletta incorniciata dagli scogli. L'acqua era di un azzurro così trasparente da sembrare irreale, immobile sotto la canicola estiva. Anna si bloccò in mezzo alla strada. Guardò l’acqua come se qualcuno le avesse improvvisamente aperto una finestra dentro la gabbia. I suoi occhi si illuminarono di un desiderio infantile e purissimo. Ma lei non disse subito "facciamo il bagno". Era ancora troppo abituata a chiedere il permesso per esistere.
Lo disse Sofia, sfilandosi gli occhiali da sole. «Io entrerei.» «Non abbiamo i costumi,» feci notare. Anna abbassò lo sguardo, timida, quasi colpevole. «Infatti…»
Sofia indicò con il mento una vetrina mezza oscurata da una tenda da sole a righe, dieci metri più avanti. «Allora li compriamo,» sentenziò Sof. «Abbiamo appena preso un kit da rapimento sentimentale e due chili di mozzarelle, penso che possiamo permetterci anche tre costumi.»
Il negozio si chiamava “Mare Amore”, e già questo avrebbe dovuto metterci in allarme. Era un posto assurdo, il classico buco da località balneare che sembrava rimasto intrappolato negli anni Novanta: fuori c'erano parei appesi che sbattevano al vento caldo, ciabatte di gomma di ogni colore possibile, cappelli di paglia sfondati e un espositore girevole pieno di occhiali finti Ray-Ban. Dentro, la situazione era anche peggio. C'erano abbastanza costumi fluorescenti da accecare un satellite. Al banco c'era una commessa con un'abbronzatura così estrema da sembrare di cuoio, l'aria da zia giovane e un rossetto fucsia. Sul cartellino appuntato al petto c'era scritto Loredana. L'aria era mossa a fatica da un ventilatore a pale rumorosissimo. I camerini erano loculi stretti chiusi da tendine sbiadite che non scorrevano bene.
Sofia prese subito il controllo della situazione, mollandomi le buste della spesa. «Giò, oggi fai lo stylist.» «Io non ho qualifiche,» protestai, appoggiandomi a uno specchio a figura intera. «Hai occhi, colpe e pessimo gusto,» ribatté lei. «È abbastanza.»
Anna scoppiò a ridere. Era una risata sciolta, genuina, che mi fece sorridere a mia volta. E quel mio sorriso involontario compì il miracolo di piacere a me e di ferire mortalmente Sofia.
Iniziò la sfilata. Anna fu la prima. Si provò costumi semplici: un intero verde smeraldo, un bikini celeste, un due pezzi con dei fiocchetti laterali. Quando uscì dal camerino con il costume azzurro, aveva l’aria di una che stava chiedendo scusa al mondo intero per il semplice fatto di avere un corpo. Teneva le mani incrociate sul ventre, cercando di coprirsi più per abitudine che per reale necessità. Aveva le spalle tese, i capelli biondi raccolti male in una pinza, la pelle chiara già leggermente arrossata dal caldo e le gambe un po’ rigide. La sua era una bellezza fragile, non esibita, e lo sguardo che mi rivolse cercava un'approvazione disperata. Voleva disperatamente sentirsi bella senza sentirsi in colpa per Marco.
«Fa troppo?» chiese, mordendosi il labbro. Deglutii, sentendo la gola secca. Il costume azzurro abbracciava le sue curve morbide in modo divino. «Fa… mare.» Sofia si voltò lentamente verso di me, inarcando un sopracciglio. «Fa mare?» «Sì.» «Che commento tecnico. Sei il Coco Chanel del disagio.»
Anna rise di nuovo. A lei quel commento impacciato piaceva, perché non la faceva sentire sporca o oggettificata. Mi schiarii la voce e mi corressi: «Ti sta molto bene, Anna. Sembri… più libera.» Anna abbassò lo sguardo, ma sorrise, un sorriso vero che le illuminò il viso. Sofia, invece, assorbì quella parola. Libera. La sentii entrarle sotto pelle come una scheggia di vetro.
Il turno di Sofia fu diametralmente opposto. Lei non sceglieva: pretendeva. Prese un costume intero rosso sgambato e un paio di bikini scuri con tagli decisamente audaci. Quando uscì dal camerino con il due pezzi nero, la sua postura era una dichiarazione di guerra. Schiena dritta, mento alto, lo sguardo scuro che sfidava direttamente il mio. I capelli le ricadevano mossi sulle spalle. Il suo corpo era prepotente, consapevole. Lei sapeva di essere guardata, sapeva l'effetto che mi faceva, e usava quella consapevolezza come un'arma di distruzione di massa.
Si piazzò davanti allo specchio, poi mi guardò attraverso il riflesso. «E questo?» mi sfidò. Provai a non guardare troppo la linea del seno o la curva dei fianchi. «Ti sta bene.» «Che entusiasmo.» «Sof…» «No, tranquillo,» mi interruppe, gelida. «Magari con me puoi anche evitare il romanticismo balneare. So già a cosa servo.»
Anna, che stava curiosando tra i parei, non capì il sottotesto, ma percepì il gelo improvviso nella stanza. Sofia non mollò la presa. Si girò verso di me, incrociando le braccia. «Allora, Giovy. Scelta finale. Lei azzurro o bianco? Io nero o rosso?»
Ero in trappola. Un campo minato. Se avessi scelto Anna, Sofia mi avrebbe odiato. Se avessi scelto Sofia, Anna si sarebbe chiusa di nuovo a riccio. Se avessi fatto il diplomatico, sarei sembrato un idiota. Cercai la soluzione più onesta e suicida possibile. «Anna azzurro. Sof nero.» «Perché?» chiese Anna, incuriosita. «Perché l’azzurro ti fa sembrare meno pronta a scappare,» le dissi con dolcezza. Sofia sorrise, ma senza un grammo di allegria. «E il nero?» La guardai negli occhi, sostenendo lo sguardo. «Perché a te non serve fingere di essere innocente.»
Per mezzo secondo netto, Sofia smise di sorridere. Fu una risposta forte. Le avevo appena dimostrato che le vedevo entrambe, fin troppo bene. E che nessuna delle due poteva nascondersi.
Anna, soddisfatta della scelta, tornò verso il suo camerino, ma Loredana la intercettò: «Bella mia, mi sa che il pezzo sotto stringe un po', vieni di qua che ti cerco una taglia in più nel retro.» Le due sparirono dietro un espositore.
Io rimasi fuori, appoggiato al muro scrostato. Sofia mi guardò dal suo loculo, la tendina a fiori mezza aperta. «Aiutami con l’etichetta,» ordinò. «Sof, no.» «È un’etichetta, Giò. Non un sacramento. Muoviti.»
Mi afferrò per un polso e mi tirò dentro. Lo spazio era minuscolo, poco più di un metro quadrato, un forno saturo dell'odore di tessuto nuovo, plastica e della sua crema solare alla vaniglia. Alle mie spalle c'era la busta della spesa con il kit erotico; davanti a me c'era Sofia, con addosso solo quel maledetto bikini nero. Eravamo costretti a sfiorarci per respirare. Chiuse la tenda con uno strappo secco.
