Capitolo 1 - Una insolita richiesta.
Certe richieste lasciano stupiti.
4 ore fa
Sentirsi fare questa richiesta, mi ha lasciato un attimino perplesso, ma... proseguiamo con ordine.
Otto anni fa, lasciai la mia natia terra del sud, per lavorare nel ricco nord, in qualità di impiegato in un gruppo bancario. Non fu subito facile per me ambientarmi; gli altri, una ventina di persone, lavoravano insieme da anni ed io mi trovai al posto di un tipo carismatico, ma per loro ero sempre e solo un “terrone.” Con la mia pazienza, disponibilità, una buona dose di allegria e spiccato senso dell’umorismo, riuscii a inserirmi abbastanza bene. Passarono otto anni, senza che mi pesassero e stavo già accarezzando l’idea di un riavvicinamento, quando la mia azienda si fuse con un altro gruppo. Mi propongono un nuovo trasferimento, non a casa, ma a metà strada.
Accetto per il semplice motivo che, oltre ad esser più vicino a casa, nella nuova destinazione avrei avuto il mare, l'elemento che mi era mancato di più in questi anni, a solo trenta chilometri, diversamente da qui. Mi trasferisco e scopro che, nella nuova filiale, siamo in quattro: Carlo, il più anziano, quaranta sette anni, sposato, alto, un metro e ottanta, spalle larghe, bel fisico, capelli appena brizzolati, è il direttore: aveva già ricoperto la carica di vice per circa dieci anni ed ora questa nomina lo ripagava per tutta la professionalità profusa nel tempo; Io, Luca, di quasi trent'anni, capelli ed occhi neri, alto un metro e settantacinque, fisico massiccio, ma non grasso e, grazie al tanto nuoto praticato, dai pettorali in bella evidenza, con otto anni di esperienza; Cinzia, ventenne, fidanzata, una bella ragazza bionda, occhi chiari, una bella faccia da porcellina, molto appariscente, due tette, per vero, un po’ piccole, ma molto spiritosa, con esperienza nel settore quasi zero. Flavia, ventiseienne, single, mora, occhi scuri, alta, bel culo, tette quarta abbondante, ha l’aria di una a cui piace divertirsi senza troppe complicazioni; è da un anno nel settore. Con questa situazione, è chiaro, fin da subito, che il capo può contare solo sulla mia esperienza. Ci dividiamo i compiti: le ragazze allo sportello ed a noi tutte le altre beghe. Passa un mese e siamo già diventati una squadra affiatata. Il lavoro gira bene e vi regna una bella armonia. Le ragazze si rendono subito conto che noi ne sappiamo più di loro e, per ogni cosa, pendono dalle nostre labbra, anche se io, le loro labbra, le userei diversamente, né io né il capo offriamo il fianco a far pensare di voler storie in ufficio, eppure, dopo i primi giorni, le gonne sono diventate più corte, le camicette più aperte e gli sguardi più ammiccanti. Dopo una breve ricerca, mi sono trovato un bell’appartamentino, poco distante dal posto di lavoro. Sessanta metri quadri, una camera con bagno e cabina spogliatoio, oltre ad un salotto con angolo cottura, si rivelano una vera reggia per me. Scopro anche che, a poca distanza, una fermata del bus mi permette di raggiungere comodamente l’ufficio, senza nemmeno usare l’auto. Un giovedì ero in attesa del bus, quando una macchina si ferma davanti a me.
«Che stai aspettando? Sali ti do un passaggio.»
Riconosco Carlo al volante. Parliamo e lui mi dice che abita poco più avanti e che percorre tutti i giorni questa strada, per cui si offre a ripetere la cosa giorno per giorno. Da quel giorno, la nostra amicizia è rafforzata: non siamo più capo e subalterno, ma due persone che si rispettano e che lavorano bene insieme. Il venerdì, mentre si torna, mi chiede se mi piacerebbe fare due tiri a tennis, la domenica mattina. Accetto volentieri perché mi piace fare sport; di solito pratico il nuoto, ma anche il tennis mi rilassa e, soprattutto, mi tiene in forma. La domenica successiva, quindi, passa da me e, insieme, raggiungiamo un complesso sportivo, composto da campi da tennis e calcetto. Vi è poca gente e, anche se al coperto, fa un po' freddo, del resto siamo quasi a Natale. Carlo si rivela un energico avversario, leale, ma fortissimo e, alla fine delle due ore, siamo pari; lui si complimenta con me e andiamo a far la doccia. Mi spoglio e mi ci infilo sotto; le docce non sono separate, quindi ciascuno può vedere l'altro. Appena lì, mi insapono e prendo a lavarmi. Lui arriva subito dopo: era andato a pisciare e, quando apre l’acqua, io mi giro e vedo che, stupito, sta fissando il mio cazzo in posizione di riposo. Non penso di poter esser annoverato tra i super dotati: ho, sì, un cazzo di circa venti centimetri, ma è abbastanza grosso, quindi, mi definirei, appena sopra la norma. Per un momento lui mi fissa, io fingo di lavare i capelli e chiudo gli occhi: per un attimo avverto un certo disagio. Ho fatto tante volte la doccia insieme ad altri uomini, ma non mi son mai sentito così imbarazzato. Chiudo l’acqua ed esco. Poco dopo mi raggiunge, non dice nulla, si asciuga e poi si mette sotto il fon da parete per asciugare i capelli; quando alza le braccia per passare le mani sui capelli, l’asciugamani, che ha annodato ai fianchi, cade e rivela un cazzetto di minuscole dimensioni. Se io non mi reputo super, lui è decisamente piccolo, ma proprio tanto piccolo. In posizione di riposo, sarà come il dito di un adulto. Credo che, eretto, non superi i dieci centimetri e, poi, è sottile; ora comprendo il suo stupore quando aveva visto il mio. La settimana successiva, non si verificano cose di rilievo: il lavoro va avanti bene e l’atmosfera si fa sempre più goliardica. Per la domenica successiva, mi rinnova l’invito a giocare ed accetto, anche perché non ho ancora trovato una piscina dove riprendere a nuotare; quindi, per non arrugginirmi, il tennis va bene; vengo però avvertito che, stavolta, dovremo andare un po' più tardi, perché la mattina presto i campi sono già prenotati; per me non ci son problemi. Alle nove arriva con la macchina, salgo dietro, perché alla guida c'è sua moglie:
«Piacere, sono Matilde, oggi è il primo giorno di apertura festiva dei negozi nel periodo natalizio; vi accompagno e, mentre voi giocate, vado a dare un’occhiata a due negozi nei pressi.»
Seduto dietro, ho modo di osservarla per bene. È decisamente una bella donna, mora, capelli lunghi fino alle spalle, veste sobriamente: dei pantaloni ed un maglioncino, coperto da un giacchetto di pelle, le donano una certa eleganza, senza eccessi. Un filo di trucco colora le sue labbra, senza renderle volgari, ma, al contrario, sono molto fini. Non posso non notare anche una perfetta complicità, intesa ed amore, che regna fra loro. Parlando, mi dicono che hanno una figlia di nome Luisa, ma che si trova all’estero; tornerà per le feste, è un medico chirurgo e si sta specializzando in oncologia. Ci lascia al complesso sportivo e se ne va. Giochiamo, ma questa volta Carlo è un po’ più distratto; mi appare pensieroso e, alla fine delle due ore, ho vinto io. Andiamo a far la doccia, ma c’è un grande marasma. Nello spogliatoio ci sono due squadre di calcetto ed altri atleti: chi si fa la doccia, chi si cambia, una vera baraonda. Lui prende il cellulare, parla un momento e mi suggerisce di andarcene.
«Faremo la doccia a casa mia: qui c’è troppa confusione.»
Prima che possa obiettare qualcosa, lui mi trascina via. Appena fuori, c’è lei che ci aspetta. Andiamo a casa sua e m’invita a pranzo; cerco di opporre un qualche rifiuto ritenendo che non fosse il caso, così, senza preavviso, ma lei è molto decisa e insiste perché accetti. Appena arrivati, lui mi porta nella loro camera da letto e mi mostra il bagno annesso; mi spoglio perché sarò il primo a far la doccia. Ne esco dopo pochissimi minuti, lui entra ed io mi sto rivestendo, quando la porta della camera si apre di colpo:
«Carlo, credi che possa piacer… Oddio, scusa! Credevo vi fosse Carlo!»
Nell'attimo in cui lei entra, io mi giro e non posso far a meno di notare il suo sguardo incollato al mio basso ventre: il mio cazzo è in bella mostra. Esita un momento, indugia ancora un attimino e poi esce.
«Scusa, volevo solo sapere se ti piace la pasta con le melanzane.»
Mi chiede da dietro la porta chiusa. Rispondo che va benissimo e, nello stesso momento, Carlo esce dal bagno: sorride, quasi divertito. Mi rivesto, gli racconto l’accaduto e lui non si mostra infastidito. Vado in cucina, mentre lui finisce di vestirsi; lei mi guarda per un momento negli occhi e si scusa ancora; mi offro di aiutarla ad apparecchiare, accetta, sembra più rilassata: l’imbarazzo deve esser svaporato. Il pranzo è ottimo e, mentre stiamo mangiando, scoppia un temporale tremendo; tuoni, fulmini, una vera bomba d'acqua. Finito il pranzo, sta ancora piovendo moltissimo per cui mi invitano a restare; l'atmosfera di casa mi piace ed accetto volentieri. La loro casa è una villetta in cui, nel seminterrato, vicino al garage, è stata ricavata una tavernetta veramente bella: un grande caminetto troneggia al centro della parete. L’arredamento è composto da due poltrone ed un divano di vimini, con dei cuscini, un mobile bar e una vetrina che contiene tanti album di foto, dvd, apparecchiature fotografiche e videocamera. In un angolo, un televisore da quarantasei pollici, appeso alla parete, completa il tutto. Ci trasferiamo lì sotto, accendiamo il camino e lui mi versa del limoncello. Anche lei ne beve un po'. Parliamo di vacanze, della mia terra e mi mostrano delle foto di sé stessi in vacanza: devo riconoscere che, vedere mamma e figlia, anche se molto giovane e in costume, mi fa un certo effetto. Matilde ha un corpo decisamente bello, sento il sesso crescere dentro i pantaloni e credo che lui se ne sia reso conto, ma fa finta di nulla. I discorsi proseguono e parliamo d’altro: dell’imminente ritorno della figlia, ad esempio e, nell’insieme, si crea una bellissima atmosfera, mentre fuori continua a piovere a dirotto. Parlando, si ride e mille aneddoti ci vengono alla mente, sia sul lavoro che su vacanze, ed altro. Mi parlano della figlia, di come si è laureata ed ora, appena finita la specializzazione, fra tre mesi, tornerà a casa, dove lo zio, primario di una clinica privata, le ha già riservato un posto di lavoro. Senza rendercene conto, siamo giunti a sera. Carlo propone di fare una grigliata sulla brace del focolare, mentre io cerco di negarmi per recare il meno disturbo possibile; ma lei, appoggiata al caminetto, di spalle, riempie l'ambiente di fantasie non proprio pudiche: il suo culo tondo ed alto, mi sta eccitando.
Poi si gira, mi sorride ed esordisce:
«Non dai nessun disturbo, anzi, oggi hai reso molto sfiziosa una domenica che, altrimenti, sarebbe stata noiosa e ti assicuro che non accadeva da tempo. Generalmente lui passa il tempo a guardare lo sport in tv ed io a leggere. Era proprio da tempo che non mi divertivo così.»
Mi dice con un malcelato, senso di tristezza. A fine cena, lei mi chiede quando partirò per le vacanze natalizie, cui rispondo che è previsto per il sabato successivo, poi lui mi riaccompagna a casa. Nei giorni a seguire il lavoro ci sommerge, poi, il giovedì, lui m’invita a cena a casa sua per la sera dopo.
Declino l’invito, ho mille cose da fare, gli ultimi regali e la valigia, poi, sabato dovrò esser in aeroporto alle sette di mattina. Lui mi ascolta, prende il cellulare, chiama Matilde e me la passa.
«Non vorrai andar via, senza salutarmi? O consideri l'incontro di domenica un futile momento da archiviare? Dammi la possibilità di dimostrarti che brava cuoca sono.»
Il suo tono supplichevole e deliziosamente malizioso, non mi lascia alternativa; la sua voce è di un erotismo tale che devo girarmi per non dar a vedere che mi sto eccitando. Il venerdì, usciti dall’ufficio, mi chiede se possiamo fare una piccola deviazione.
«Devo passar a prendere due regalini; se mi accompagni, mi fa piacere, anche perché, per uno, non ho le idee ben chiare.»
Lo seguo, ci fermiamo davanti a una gioielleria, dove acquista un bellissimo bracciale d’oro per la figlia, poi, dopo, è la volta di un negozio di intimo. Entriamo, lui consente che la giovane commessa esegua una distesa, sul bancone, di modelli diversi di completi intimi; uno rosso, bellissimo per la figlia, poi esita, non sa quale prendere per la moglie. La scelta è fra uno di color rosso scuro, con una mutandina sottile, un mini string quasi invisibile che, al solo pensiero di saper lei con quell’intimo, mi si drizza, e l’altro, nero, bellissimo che, oltre ad un tanga, ha un reggicalze e la commessa non omette di mostrare delle calze che richiamano il pizzo del tanga; insomma roba da lasciare un maschio senza parole. Lui mi chiede un parere ed io propendo per il nero; lo prende e ce ne andiamo.
"Passiamo a casa mia, vorrei farmi una doccia."
Suggerisco, ma lui mi dice di farla casa sua, poiché anche lui ha l'abitudine di farla prima di cena, però mi esorta a portar la valigia:
«Potrai dormire da noi, tanto il letto di Luisa è vuoto e l'indomani potrai partire direttamente per l'aeroporto.»
Poco dopo siamo casa sua, lei ci accoglie elegantissima. Indossa dei pantaloni scuri, quasi attillati, scarpe alte, una camicia color salmone chiaro, che fa risaltare al massimo la sua splendida capigliatura scura; trucco ed unghie laccate di rosso come le labbra, completano la mise. Mi abbraccia e sento uno strano brivido corrermi lungo la schiena; ne sono sedotto ed il suo profumo mi eccita.
«Avete cinque minuti, poi è pronto in tavola; vi aspetto in taverna.»
Si gira e sparisce di sotto. Deposito la mia roba in camera della figlia, poi entro nella loro: lui si è già spogliato e si sta lavando. Poco dopo mi chiama, si sta asciugando i capelli, mi indica la doccia: è nudo, io entro e mi lavo, quando esco, lui mi guarda e mi esorta:
«Per piacere, scopa mia moglie!»
Lo guardo stupito, ma lui mi si avvicina ed aggiunge:
«Non sono matto. Lei è la persona che più amo al mondo, ma, dopo aver visto te, mi rendo conto che, forse, con me non deve mai essersi divertita tanto; io ho solo un cazzetto, mentre tu hai un bel cazzo, quello che lei non ha mai avuto dentro di sé. Sono alcuni giorni che ci sto pensando. A lei farebbe sicuramente piacere; ho sondato il terreno e posso affermare, con la massima sicurezza, che le piacerebbe, ma teme che tu possa trovarla vecchia e poco desiderabile. Tu sei giovane, lei ha la mia stessa età. Credi che sia vecchia? Se non ti piace dimmelo, altrimenti ti prego: aiutami a farla godere.»
Dopo un momento di iniziale sbigottimento, mi rendo conto che non sta scherzando e, devo riconoscere che quella proposta mi sta provocando un'eccitazione incredibile al solo pensiero di poterla scopare.
«Vecchia? Ma sei matto! È una vera bellezza, anzi, oserei dire, una gran fica! E se questo è quello che vuoi, non vi son problemi.»
Il suo viso si illumina, si rilassa e mi rivolge uno sguardo di totale gratitudine.
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