«Ehi, Lorenzo, come stai?»
Appoggiai i due secchi d’acqua che avevo riempito al ruscello e mi voltai verso quella voce familiare.
«Tommaso? C-che ci fai qui?»
Con il volto sorridente il mio confratello di noviziato si portò al mio fianco.
«Il priore mi ha pregato di venire a trovarvi per sapere come stesse procedendo il vostro eremitaggio.»
«È bello vederti, fratello» dissi, riprendendo a camminare. «Il ritiro di padre Anselmo procede con serenità.»
«Tu, però, sembri piuttosto provato. Lascia che ti aiuti a portare un secchio.»
«No, non ti preoccupare. Sono ormai abituato. Qui c’è molto lavoro da fare. Sia di giorno, sia di notte.»
«Di notte?»
«Eeeh, sì, io… io assisto padre Anselmo nelle sue preghiere notturne.»
«Sei stato il solito fortunato. Chissà quanto hai già imparato da un maestro spirituale come lui.»
«Non sono degno degli insegnamenti del maestro. Padre Anselmo mi ha aiutato a scoprire la mia anima peccatrice. Il mio corpo è solo un umile strumento per la sua realizzazione.»
Tommaso mi lanciò un’occhiata stranita.
«Ecco, il maestro» esclamai, indicando di fronte a noi il rustico.
«Padre Anselmo, è un onore potervi incontrare. Mi manda il priore per assicurarsi che il suo soggiorno nei boschi proceda nei migliori dei modi.»
«È premuroso da parte di fratello Matteo. Rassicuralo che è tutto in ordine. Anche nei boschi il demonio tenta di indurci in tentazione, ma il novizio che mi è stato affidato si impegna a darmi sollievo.»
«Porto l’acqua dentro, maestro» esclamai all’improvviso imbarazzato da quelle parole e li lasciai conversare da soli tra gli alberi.
Fui contento di vedere, infine, Tommaso andarsene. Al monastero avevano tutti una grande stima di me e tante aspettative.
Avevo accettato la mia natura di peccatore. Ma una cosa era accettarla intimamente, un’altra era ammetterla di fronte al mondo.
Fortunatamente nessuno dei miei confratelli venne più a trovarci dal monastero e io trascorsi il resto del ritiro tra i lavori domestici e il letto di padre Anselmo.
«Hai preso tutto?» mi chiese il maestro, quando mi vide uscire dal rustico.
«Sì, maestro.»
«Anche il rosario e il Breviario?»
«Sì, maestro.»
Padre Anselmo annuì e si voltò verso il sentiero. Io mi girai un’ultima volta a fissare il rustico. Quel luogo era stata la mia casa per così tanti mesi. Faceva strano abbandonarla e tornare alla quotidianità.
Inspirai profondamente e mi voltai, affrettandomi a raggiungere padre Anselmo che si era già allontanato. Scendemmo a valle in silenzio. Camminai diversi passi dietro al maestro, tenendo la testa bassa.
Non potei fare a meno di ricordare che quando avevamo risalito quella stessa strada insieme ero un ragazzo totalmente diverso. Camminavo davanti al maestro ed ero pieno di entusiasmo.
Adesso ero pieno di ben altro. Il maestro aveva voluto concludere il ritiro punendomi un’ultima volta.
«Le nostre strade si dividono qui» disse all’improvviso padre Anselmo.
Mi resi conto solo in quel momento che, a testa bassa, avevo raggiunto l’ingresso del monastero. I miei occhi risalirono rapidi il solido portone di legno che ci sovrastava, prima di posarsi su padre Anselmo.
Il maestro afferrò il battente e bussò con forza.
«Sono lieto di essere stato il tuo confessore» disse, forse intuendo i timori che mi riempivano la mente. «Quello che mi hai rivelato sarà conservato come se espresso in un confessionale.»
«Vi ringrazio per il… supporto, maestro» mormorai, abbassando umilmente gli occhi.
«Vorrei poterti garantire l’assoluzione, perché riconosco che hai fatto grandi… sacrifici» proseguì. «Purtroppo le tue penitenze richiamavano nuovi peccati.»
«Lo so, maestro. Mi dispiace.»
«Forse non posso assolverti, ma sento che quello che ti ho ripetutamente trasmesso nel profondo ha un valore. Quella che porti dentro di te è un’intima benedizione.»
Mi parve che quelle parole facessero fremere i suoi umori celati dentro di me.
«Tuttavia, ricorda che il corpo può anche essere pulito, ma certe macchie sono destinate a restare per sempre, non importa quanto le strofiniamo per cancellarle.»
Il portone si aprì ed entrammo. Fummo accolti con gioia. Mentre padre Anselmo veniva condotto dall’abate Gregorio, io mi recai nel dormitorio dei novizi.
«Allora avevo sentito giusto che eravate tornati» esclamò Tommaso, apparendo nel dormitorio. «Sono tutti in fibrillazione. È proprio vero che la vita in monastero è troppo noiosa, se il ritorno degli eremiti viene celebrato con tanto entusiasmo.»
«Sì, quasi un po’ già mi manca la tranquillità dei boschi» dissi, mettendo in ordine il mio bagaglio.
«Davvero? Quando ci siamo visti l’ultima volta, non sembravi così soddisfatto del tuo ritiro.»
«È stato… impegnativo, ma non posso negare di sentirmi un po’ vuoto adesso che è tutto finito. Padre Anselmo aveva donato un senso alla mia esistenza.»
«Troverai nuovi sensi con cui riempire la tua vita» replicò Tommaso.
«Sicuramente sono contento di tornare a dormire su qualcosa di più soffice del pavimento. Al piccolo eremo non avevo molte occasioni di usare il letto… cioè, volevo dire nessuna occasione.»
«Anche qui i letti possono risultare duri» disse Tommaso, toccando il legno del letto.
«Speriamo non più della terra» osservai. «Ora, scusami, ma sento davvero di dovermi dare una lavata.»
Prima di andare ai bagni, però, feci una deviazione alle latrine. L’impulso di liberarmi era ormai troppo forte. Quando ebbi finito, ebbi come la sensazione che un odore di seme maschile riempisse quel piccolo locale.
Arrossii e corsi a lavarmi.
Fortunatamente quel pomeriggio il priore mi esentò dai lavori e mi fu concesso di andare a dormire prima dei confratelli. Non appena appoggiai la testa sul cuscino morbido mi addormentai come se fossi cullato da una nuvola.
Sobbalzai. Qualcuno si era seduto sul mio materasso. Non so quanto avevo dormito, ma quando aprii gli occhi era notte fonda.
«Chi c’è?» bisbigliai.
«Sono solo io» disse piano la voce di un ragazzo.
«T-Tommaso?» Lentamente i miei occhi si stavano abituando all’oscurità.
«Oggi mi sei sembrato piuttosto afflitto e mi sono impensierito.»
«S-sto bene.» Ero toccato dalla sua premura, ma quella situazione mi metteva a disagio.
«Sei sicuro? La partenza di padre Anselmo ha chiaramente lasciato un vuoto in te.»
Tommaso si sporse verso di me. Sussultai al tocco della sua mano sulla mia gamba.
«C-che cosa fai? Fermo» sibilai.
«Hai fatto le stesse resistenze la prima volta con padre Anselmo?»
Il mio cuore perse un battito, ma subito mi ricomposi. «Non so proprio di cosa tu stia parlando.»
«Oh, invece, lo sai benissimo.»
Tommaso fece scivolare le sue dita lungo la mia gamba. Poi all’improvviso si strinsero attorno al mio polso. Tirò la mia mano verso di sé.
Appena le mie dita toccarono la sua mascolinità tra le sue gambe, mi irrigidii. Era completamente in tiro.
Come l’aveva capito? Il maestro l’aveva detto che era una macchia indelebile, ma non pensavo che il peccato sarebbe filtrato sul mio volto. Ero forse diventando un richiamo?
No, non era possibile.
«Lasciami andare» sussurrai, cercando di suonare alterato e provando a strattonare via il mio braccio.
«Forza, dai sollievo anche a me» mi intimò, alzando la voce.
«Parla piano. Ci sentiranno» mormorai.
Proprio in quell’istante la tenda di una finestra venne tirata. La luce fioca della luna illuminò il dormitorio, dando forma alle ombre.
