L'inculata del Novizio

Capitolo 5 - Diventai la puttana dei novizi

Di giorno dovevo svolgere i lavori più umilianti, di notte tutti i miei confratelli infilavano i loro cazzi in me, riempiendomi del loro sperma sia la bocca che il culo...

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Giovanna Esse

2 giorni fa

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«Ehi, Lorenzo, come stai?»

Appoggiai i due secchi d’acqua che avevo riempito al ruscello e mi voltai verso quella voce familiare.

«Tommaso? C-che ci fai qui?»

Con il volto sorridente il mio confratello di noviziato si portò al mio fianco.

«Il priore mi ha pregato di venire a trovarvi per sapere come stesse procedendo il vostro eremitaggio.»

«È bello vederti, fratello» dissi, riprendendo a camminare. «Il ritiro di padre Anselmo procede con serenità.»

«Tu, però, sembri piuttosto provato. Lascia che ti aiuti a portare un secchio.»

«No, non ti preoccupare. Sono ormai abituato. Qui c’è molto lavoro da fare. Sia di giorno, sia di notte.»

«Di notte?»

«Eeeh, sì, io… io assisto padre Anselmo nelle sue preghiere notturne.»

«Sei stato il solito fortunato. Chissà quanto hai già imparato da un maestro spirituale come lui.»

«Non sono degno degli insegnamenti del maestro. Padre Anselmo mi ha aiutato a scoprire la mia anima peccatrice. Il mio corpo è solo un umile strumento per la sua realizzazione.»

Tommaso mi lanciò un’occhiata stranita.

«Ecco, il maestro» esclamai, indicando di fronte a noi il rustico.

«Padre Anselmo, è un onore potervi incontrare. Mi manda il priore per assicurarsi che il suo soggiorno nei boschi proceda nei migliori dei modi.»

«È premuroso da parte di fratello Matteo. Rassicuralo che è tutto in ordine. Anche nei boschi il demonio tenta di indurci in tentazione, ma il novizio che mi è stato affidato si impegna a darmi sollievo.»

«Porto l’acqua dentro, maestro» esclamai all’improvviso imbarazzato da quelle parole e li lasciai conversare da soli tra gli alberi.

Fui contento di vedere, infine, Tommaso andarsene. Al monastero avevano tutti una grande stima di me e tante aspettative.

Avevo accettato la mia natura di peccatore. Ma una cosa era accettarla intimamente, un’altra era ammetterla di fronte al mondo.

Fortunatamente nessuno dei miei confratelli venne più a trovarci dal monastero e io trascorsi il resto del ritiro tra i lavori domestici e il letto di padre Anselmo.

«Hai preso tutto?» mi chiese il maestro, quando mi vide uscire dal rustico.

«Sì, maestro.»

«Anche il rosario e il Breviario?»

«Sì, maestro.»

Padre Anselmo annuì e si voltò verso il sentiero. Io mi girai un’ultima volta a fissare il rustico. Quel luogo era stata la mia casa per così tanti mesi. Faceva strano abbandonarla e tornare alla quotidianità.

Inspirai profondamente e mi voltai, affrettandomi a raggiungere padre Anselmo che si era già allontanato. Scendemmo a valle in silenzio. Camminai diversi passi dietro al maestro, tenendo la testa bassa.

Non potei fare a meno di ricordare che quando avevamo risalito quella stessa strada insieme ero un ragazzo totalmente diverso. Camminavo davanti al maestro ed ero pieno di entusiasmo.

Adesso ero pieno di ben altro. Il maestro aveva voluto concludere il ritiro punendomi un’ultima volta.

«Le nostre strade si dividono qui» disse all’improvviso padre Anselmo.

Mi resi conto solo in quel momento che, a testa bassa, avevo raggiunto l’ingresso del monastero. I miei occhi risalirono rapidi il solido portone di legno che ci sovrastava, prima di posarsi su padre Anselmo.

Il maestro afferrò il battente e bussò con forza.

«Sono lieto di essere stato il tuo confessore» disse, forse intuendo i timori che mi riempivano la mente. «Quello che mi hai rivelato sarà conservato come se espresso in un confessionale.»

«Vi ringrazio per il… supporto, maestro» mormorai, abbassando umilmente gli occhi.

«Vorrei poterti garantire l’assoluzione, perché riconosco che hai fatto grandi… sacrifici» proseguì. «Purtroppo le tue penitenze richiamavano nuovi peccati.»

«Lo so, maestro. Mi dispiace.»

«Forse non posso assolverti, ma sento che quello che ti ho ripetutamente trasmesso nel profondo ha un valore. Quella che porti dentro di te è un’intima benedizione.»

Mi parve che quelle parole facessero fremere i suoi umori celati dentro di me.

«Tuttavia, ricorda che il corpo può anche essere pulito, ma certe macchie sono destinate a restare per sempre, non importa quanto le strofiniamo per cancellarle.»

Il portone si aprì ed entrammo. Fummo accolti con gioia. Mentre padre Anselmo veniva condotto dall’abate Gregorio, io mi recai nel dormitorio dei novizi.

«Allora avevo sentito giusto che eravate tornati» esclamò Tommaso, apparendo nel dormitorio. «Sono tutti in fibrillazione. È proprio vero che la vita in monastero è troppo noiosa, se il ritorno degli eremiti viene celebrato con tanto entusiasmo.»

«Sì, quasi un po’ già mi manca la tranquillità dei boschi» dissi, mettendo in ordine il mio bagaglio.

«Davvero? Quando ci siamo visti l’ultima volta, non sembravi così soddisfatto del tuo ritiro.»

«È stato… impegnativo, ma non posso negare di sentirmi un po’ vuoto adesso che è tutto finito. Padre Anselmo aveva donato un senso alla mia esistenza.»

«Troverai nuovi sensi con cui riempire la tua vita» replicò Tommaso.

«Sicuramente sono contento di tornare a dormire su qualcosa di più soffice del pavimento. Al piccolo eremo non avevo molte occasioni di usare il letto… cioè, volevo dire nessuna occasione.»

«Anche qui i letti possono risultare duri» disse Tommaso, toccando il legno del letto.

«Speriamo non più della terra» osservai. «Ora, scusami, ma sento davvero di dovermi dare una lavata.»

Prima di andare ai bagni, però, feci una deviazione alle latrine. L’impulso di liberarmi era ormai troppo forte. Quando ebbi finito, ebbi come la sensazione che un odore di seme maschile riempisse quel piccolo locale.

Arrossii e corsi a lavarmi.

Fortunatamente quel pomeriggio il priore mi esentò dai lavori e mi fu concesso di andare a dormire prima dei confratelli. Non appena appoggiai la testa sul cuscino morbido mi addormentai come se fossi cullato da una nuvola.

Sobbalzai. Qualcuno si era seduto sul mio materasso. Non so quanto avevo dormito, ma quando aprii gli occhi era notte fonda.

«Chi c’è?» bisbigliai.

«Sono solo io» disse piano la voce di un ragazzo.

«T-Tommaso?» Lentamente i miei occhi si stavano abituando all’oscurità.

«Oggi mi sei sembrato piuttosto afflitto e mi sono impensierito.»

«S-sto bene.» Ero toccato dalla sua premura, ma quella situazione mi metteva a disagio.

«Sei sicuro? La partenza di padre Anselmo ha chiaramente lasciato un vuoto in te.»

Tommaso si sporse verso di me. Sussultai al tocco della sua mano sulla mia gamba.

«C-che cosa fai? Fermo» sibilai.

«Hai fatto le stesse resistenze la prima volta con padre Anselmo?»

Il mio cuore perse un battito, ma subito mi ricomposi. «Non so proprio di cosa tu stia parlando.»

«Oh, invece, lo sai benissimo.»

Tommaso fece scivolare le sue dita lungo la mia gamba. Poi all’improvviso si strinsero attorno al mio polso. Tirò la mia mano verso di sé.

Appena le mie dita toccarono la sua mascolinità tra le sue gambe, mi irrigidii. Era completamente in tiro.

Come l’aveva capito? Il maestro l’aveva detto che era una macchia indelebile, ma non pensavo che il peccato sarebbe filtrato sul mio volto. Ero forse diventando un richiamo?

No, non era possibile.

«Lasciami andare» sussurrai, cercando di suonare alterato e provando a strattonare via il mio braccio.

«Forza, dai sollievo anche a me» mi intimò, alzando la voce.

«Parla piano. Ci sentiranno» mormorai.

Proprio in quell’istante la tenda di una finestra venne tirata. La luce fioca della luna illuminò il dormitorio, dando forma alle ombre.

Sobbalzai alla vista dei miei compagni radunati in piedi attorno al mio letto. Non mi ero accorto della loro presenza.

«I tuoi confratelli ti stavano aspettando con impazienza fin da quando ho avuto il piacere di farvi visita» commentò Tommaso.

Mi gettai indietro contro la testa del letto, mentre il mio sguardo si agitava da un volto all’altro dei miei fratelli novizi.

Nonostante le ultime parole che mi aveva rivolto padre Anselmo, ero convinto di essermi lasciato alle spalle quell’esperienza. Sembrava, invece, che il mio peccato fosse inciso su tutto il mio corpo, una macchia che non potevo nascondere.

«Credevi mi fossero sfuggite le allusioni del tuo… maestro?» Tommaso diede particolare enfasi a quell’ultima parola.

«N-non è vero.» Mi rendevo conto che quello era un tentativo patetico di negare, ma mi sentivo ormai un topo schiacciato in un angolo.

«Ci sarebbe bastato vedere come oggi sei arrivato dietro a quel prete con fare sottomesso per capire che ti sei fatto mettere sotto.» L’ombra di Davide prese vita con la sua voce profonda.

«Fratelli, vi prego…» iniziai la mia supplica.

«Non chiamarci così» ringhiò quasi Giacomo. «Tu non sei nostro fratello. Tu non sei neppure più un uomo. Hai lasciato che la tua virilità ti fosse strappata via. Non c’è più virtù nella tua anima.»

«Sta’ calmo, Giacomo» intervenne Tommaso. «Il nostro amico può ancora accogliere la virtù.»

«Ehi, lasciatemi. Lasciatemi stare» presi a urlare, mentre i confratelli mi afferravano per le braccia e le gambe, facendomi capovolgere.

Mi strapparono le mutande e, schiacciato contro il materasso, mi ritrovai nudo sotto gli occhi degli altri novizi.

«Il nostro cantore al monastero lo ripete spesso in latino» mormorò Tommaso, portandosi alle mie spalle sul letto. «La vir-tus è la più grande qualità di un vir, l’uomo.»

Tommaso lasciò che la sua virilità apparisse fuori dalle sue mutande e la puntò tra le mie gambe aperte.

«No, fermo, noooooo.»

Tommaso conficcò il suo membro con un unico affondo dentro la mia carne.

«Oh, se l’estasi può essere raggiunta, queste devono essere le sensazioni che si provano» mormorò Tommaso, affondando le sue dita nelle mie chiappe.

Avevo già subito quel trattamento da parte del maestro. Era la stessa cosa, ma non era la stessa cosa.

«Fatelo stare zitto. Finiranno per sentirci» sbottò Giacomo.

«Ci penso io» esclamò Simone. Balzò sul letto e si piazzò di fronte a me.

Nella penombra quasi non vedevo la sua asta eretta, ma ne riconoscevo l’intenso odore di maschio che mi solleticava il naso.

Simone spinse la sua cappella contro le mie labbra, ma mi rifiutai di aprire la bocca.

Tommaso ritirò il suo arnese. Quindi, lo spinse nuovamente dentro di me con la stessa forza. Lanciai un altro grido e Simone ne approfittò per far scivolare la sua asta nella mia bocca.

Mi afferrò la testa fra le mani e prese a muovere il bacino.

Erano novizi come me. Non riuscivo a comprendere dove avessero appreso quella sicurezza nei gesti. Era come se fossero guidati da un istinto a lungo soppresso e che solo in quel momento fuoriusciva.

«Giravi nei corridoi con tanta superbia, convinto di essere il migliore di noi» disse Simone. «E ora guardati: costretto al silenzio dalla mia mazza.»

«Padre Anselmo deve aver deformato il suo corpo, perché sembra che le sue carni abbiano la forma della mia virilità» mormorò Tommaso.

«Forza, muoviti. Anche noi vogliamo il nostro turno» esclamò qualcuno.

Tommaso non si fece attendere oltre. Le sue botte erano sempre più veloci. Più veloci. Veloci.

«Oh, sìììì, ooooh.» Tommaso esplose in un lungo gemito di goduria. Riconobbi il vibrare di un’asta nel mio corpo. Il seme di un altro uomo mi invadeva le interiora.

Forse stimolato da quei suoni eccitati, anche il membro di Simone fremette sulla mia lingua. Le sue dita affondarono nei miei capelli, mentre uno schizzo dopo l’altro mi colmava la bocca.

Il calore e la densità non lasciavano dubbi sul fatto che erano umori maschili, ma il sapore era diverso rispetto a quello a cui mi aveva abituato padre Anselmo.

Mentre Simone sfilava il suo membro esausto, mi resi conto con sollievo di essere nuovamente libero. Ma fu un breve istante. Un nuovo confratello si portò alle mie spalle e un altro di fronte a me.

«L’abate ha sempre avuto una particolare considerazione di te. Diceva sempre che con la tua testa avresti reso grande il nostro monastero» mormorò Davide, facendo scivolare la sua asta dentro e fuori dalla mia bocca. «Adesso che vedo la tua testa al lavoro, capisco cosa intendeva.»

Mentre il suo membro mi riduceva nuovamente al silenzio, sentivo che anche i miei sogni venivano ridotti a brandelli.

Non potei fare a meno di pensare alla mia famiglia e alle aspettative che avevano posto in me. Ormai non potevo nutrire nessuna aspirazione.

Uno dopo l’altro quelli che avevo chiamato amici si svuotavano il loro seme dentro di me, si sfogavano nel mio corpo.

Quando, infine, fui nuovamente solo nel mio letto, mi rannicchiai di lato, portando braccia e ginocchia al petto. Attorno a me i miei confratelli erano piombati in un sonno profondo.

Era la prima volta che mi sentivo così solo, circondato da così tante persone.

Avevo il culo in fiamme e la gola che mi faceva male. Il loro seme strabordava e colava lungo la mia coscia, macchiando le mie lenzuola.

Avrei voluto alzarmi e andare a lavare, ma sentivo ancora le parole di padre Anselmo che mi fischiavano nelle orecchie.

È peccato spargere il seme.

Così rimasi a letto e alla fine il sonno mi prese senza che me ne rendessi conto.

Vorrei poter scrivere che quella fu l’unica volta. Invece, dopo quella notte i miei confratelli non mi diedero tregua.

Mentre di giorno mi ritrovai a dover svolgere i lavori più umilianti, nella notte subivo il più umiliante dei trattamenti da parte loro.

Non potei fare a meno di rivivere quei mesi trascorsi nei boschi con padre Anselmo. Mentre i miei confratelli infilavano la loro erezione uno dopo l’altro dentro di me, mi resi conto che non c’era nessuna differenza rispetto a quello che avevo sperimentato con il mio maestro.

Tuttavia, nella mia disperazione mi sembrava che ormai il mio destino fosse davvero segnato, ma l’Inferno non mi attendeva dopo la morte. Stavo già vivendo all’inferno.

Ma è difficile che una decina di ragazzi arrapati passi inosservata, se scopano ogni sera in un monastero.

Alla fine il priore scoprì cosa stava avvenendo. L’abate andò su tutte le furie. I miei confratelli furono spediti in monasteri in ogni angolo del mondo, il più lontano possibile gli uni dagli altri.

Io fui destinato a un monastero in Slovacchia, ma ormai la mia fede era stata distrutta. Colsi l’occasione per abbandonare il mio percorso.

Non ho mai raccontato a nessuno il perché non riconfermai i miei voti. Era un segreto che mi ero promesso avrei portato nella tomba con me.

Tuttavia, ora che ho superato gli 80 anni, sentivo che dovevo confidarmi con qualcuno. Ora l’ho potuto fare con voi.

Commenti (1)

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MO
Moniq
9 ore fa

Bellissimo :-)