I nostri baci diventano umidi, disperati. La sua mano si muove più veloce, per poi fermarsi e guidarmi dolcemente verso la sua intimità. Entro in lei con una spinta lenta. La sua figa non ha la morsa stretta, quasi dolorosa, di quella di sua sorella. È morbida, incredibilmente bagnata, un velluto caldo che mi accoglie e mi stringe con una familiarità che mi fa impazzire. Mi muovo dentro di lei dettando un ritmo costante, guidato dall'amore prima ancora che dalla lussuria. La stanza si riempie del rumore umido dei nostri corpi che sbattono, del profumo dolciastro del nostro sudore mescolato, dei suoi gemiti acuti che soffoco con baci profondi. Sento le sue pareti contrarsi attorno a me. «Franci... amore...» ansima. Il piacere mi investe come un'onda anomala. Quando sento che lei sta per venire, stringendomi con forza, mi sfilo all'ultimo secondo. Mi masturbo per tre colpi veloci e vengo, svuotandomi in densi getti caldi sul suo ventre piatto e lucido di sudore.
Crolliamo l'uno accanto all'altra, le gambe intrecciate, il respiro che torna lentamente alla normalità. Rimaniamo abbracciati a lungo, in un silenzio perfetto, fino a quando Erika non si appoggia al mio petto. «Secondo te mamma ha qualcosa?» mi chiede all'improvviso, tracciando cerchi immaginari sul mio torace. Ci penso su. «Secondo me è solo stanca. Ha avuto una reazione un po' esagerata prima, ma capita.» Erika sospira, stringendosi di più a me. «Dovrebbe pensare un po' più a se stessa.»
Siamo ancora abbracciati nel letto quando sentiamo due leggeri colpetti alla porta. «Erika? Francesco?» La voce di Carmela è sommessa, quasi timorosa. Erika sbuffa e si alza sui gomiti. «Sì, mamma. Dimmi.» «Scusate il disturbo...Francesco, prima di andare via, potresti dare un'occhiata a quel maledetto bagagliaio? Ho paura che domani mattina rimanga incastrato aperto.» «Mamma, ma non può farlo domani?» si lamenta Erika. Mi alzo a sedere, infilandomi i pantaloni. «Tranquilla, amore. Ci metto cinque minuti. Vado io.» Sento Carmela mormorare un «grazie» da dietro la porta, accompagnato dal rumore dei suoi passi che si allontanano.
Poco dopo, io e Carmela stiamo scendendo le scale che portano al garage. Ripercorrere lo stesso identico tragitto fatto ore prima con Giulia mi fa uno strano effetto, ma la mia faccia di bronzo non cede di un millimetro. Appena mettiamo piede nel garage, la maledetta plafoniera al neon si spegne, lasciandoci nel buio totale. Esattamente come prima. Agito il braccio in alto, sbuffando. «Maledetto sensore.» Sento Carmela ridere debolmente accanto a me. Un suono breve, un po' teso. Mi giro verso di lei, anche se vedo a stento i suoi contorni. «Che c'è?» «Niente... scusami,» sussurra. La luce scatta di colpo. Carmela ha lo sguardo abbassato e si stringe nel golfino che ha messo sopra la camicia.
Mi avvicino all'auto e le chiedo di farmi luce con la torcia del telefono mentre ispeziono la serratura del bagagliaio. Si posiziona accanto a me. Sento il suo profumo mescolarsi all'odore di polvere e benzina del garage. «Ho bisogno di un cacciavite piccolo,» le dico. Mi volto verso il vecchio banco da lavoro di metallo per cercarlo. Con la coda dell'occhio noto che Carmela distoglie immediatamente lo sguardo dalla zona dei vecchi scaffali, proprio dove io e Giulia abbiamo consumato il nostro rapido incontro. Fissa ostinatamente il pavimento.
Mentre armeggio con il meccanismo della serratura, lei fa un passo verso di me. «Non ti pesa venire sempre qui a darci una mano?» mi chiede, con una voce strana, carica di un'incertezza che non le appartiene. Sorrido, senza distogliere lo sguardo dal cacciavite. «Ma no, Carmela. Ormai sono di famiglia.» Lei rimane in silenzio per un paio di secondi. La torcia trema leggermente nella sua mano. «Già,» ripete, con un tono che sembra all'improvviso svuotato, velato di una malinconia inspiegabile. «Di famiglia.»
Ho bisogno di una pinza. Gliela indico sul bordo del bagagliaio e lei me la passa. Nel farlo, le nostre dita si sfiorano. La sua pelle è bollente. Carmela ritrae la mano come se avesse toccato un ferro rovente. «Scusa,» dice subito, con il fiato corto. Rido, divertito dalla sua reazione esagerata. «Carmela, guarda che non mi hai fatto niente.» Lei si morde il labbro.«Lo so, scusami.» «Ecco, appunto.» Ridiamo entrambi, e per un attimo l'imbarazzo si scioglie in una tenerezza goffa e materna.
Il problema era una stupida guarnizione fuori sede. La sistemo, sbatto il portellone e questo si chiude alla perfezione.«Fatto,» annuncio, pulendomi le mani. «Grazie davvero, Francesco,» dice lei, spegnendo la torcia. Sembra che voglia aggiungere qualcosa. Si tormenta una ciocca di capelli. «Se domani hai tempo...» Si interrompe di colpo,scuotendo la testa. «Dimmi,» la incoraggio. «C'è anche quel pensile in cucina che si muove... ma lascia stare, hai già fatto troppo.» «Dai, passo verso le sei e te lo sistemo prima che arrivi Erika,» propongo. Il viso di Carmela si illumina in un sorriso timido, quasi giovanile. «Solo se non ti disturbo.»
È quasi mezzanotte quando mi metto il giubbotto nell'ingresso. Erika mi dà l'ultimo bacio della serata, lungo e dolce.Proprio in quel momento, Giulia fa capolino dalle scale, con addosso un pigiama oversize che non nasconde nulla delle sue gambe. «Te ne vai di già, cognatino?» mi provoca, appoggiandosi alla ringhiera con un sorrisetto obliquo.«Potevi fermarti a dormire.» Sto per risponderle a tono, quando Carmela compare dal corridoio della cucina. «Giulia,ricordati che domani mattina devi svegliarti presto per la scuola,» le ricorda semplicemente, senza asprezza. Giulia sbuffa,incrociando le braccia. «Mamma, posso salutarlo o è vietato?» Carmela non insiste. Le rivolge uno sguardo stanco e si passa una mano sui pantaloni. «Non fare la sciocca,» mormora, cercando di mantenere l'equilibrio dopo una serata difficile.
Mi scappa da ridere mentre cerco le chiavi nella tasca del giubbotto. «Oh, fate pace prima di domani, almeno», scherzo, attirandomi un'occhiataccia da Giulia. Mentre apro la porta di casa, Carmela si avvicina tenendo in mano un contenitore di plastica perfettamente chiuso. «Tieni, Francesco.Per domani a pranzo.» Sorrido, prendendo il contenitore che mi porge. «Carmela, mi vuoi viziare proprio. Poi mi abituo male.» Lei fa una piccola risata, abbassando gli occhi scuri sulle punte delle sue scarpe. «Non esagerare. Buonanotte.»
Quando chiudo la porta del mio appartamento, l'adrenalina della giornata comincia finalmente a calare. Mi butto sul divano e tiro fuori il telefono. Il mio primo pensiero va a Giulia. Sto già calcolando mentalmente i turni di Erika per capire quando potremo incrociarci di nuovo, magari in università, o nel mio letto. Il telefono vibra. Una notifica di WhatsApp. Non è Giulia. È Carmela.
«Francesco, grazie ancora per il bagagliaio. Sei sempre tanto disponibile con noi.» Sorrido, scuotendo la testa davanti a tanta premura. Digito velocemente:«Ma figurati, Carmela. Buonanotte!» Poggio il telefono sul tavolino, ma vibra di nuovo quasi subito.
«Buonanotte. E grazie anche per quello che mi hai detto prima.» Rimango a fissare lo schermo, leggermente confuso.Cosa le avevo detto prima? Poi mi ricordo. In cucina. La fotografia. Il complimento sul fatto che fosse ancora una bellissima donna. Rispondo d'istinto, con la leggerezza di chi non dà alcun peso alle parole.«Era la verità.»
Vedo le due spunte blu accendersi immediatamente. Carmela ha visualizzato. Aspetto qualche secondo, ma non compare la scritta sta scrivendo. Non risponde. Sorrido tra me e me, immaginandola in pigiama a fissare il telefono senza sapere cosa aggiungere. Poso il cellulare, apro la chat di Giulia e inizio a scriverle.
Non ci penso più. Carmela è sempre stata una donna timida, e quella sera mi è sembrata soltanto un po' più nervosa del solito. Se qualcuno mi chiedesse chi sia la persona più innocua di quella casa, farei il suo nome senza pensarci due volte.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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