Il riflesso dei lampioncini attorno alla terrazza del ristorante scivola sulle bottiglie di birra artigianale che Giuseppe ci sta portando; le appoggia sulle spesse assi di legno del tavolino. «Questa, care mie, è la Birra Cesen che produce un mio amico.» Da una tasca estrae un apribottiglie consunto e fa saltare via i tappi, uno dopo l’altro.
Appoggia una bottiglia di fronte a mia cugina Lisa, accanto alla birra Vecchio Malto che aveva portato dieci minuti fa, ormai vuota, e le sorride. «Vedrai, questa ti piacerà ancora di più.»
«L’altra non era il massimo, in effetti.» Lisa afferra la bottiglia e la porta alle labbra. La gola si ingrossa al ritmo dei sorsi e ne trangugia un buon terzo. Stacca dalla bocca il collo di vetro ed espira. «Buona, hai ragione,» le guance di Lisa si gonfiano a palloncino per un rutto silenzioso, «bravo.»
Giuseppe mette la seconda bottiglia davanti alla ragazza alla mia destra. «Ecco, Gina. Sono certo che piacerà anche a te.»
L’ultima la abbandona accanto alla Vecchio Malto da cui ho bevuto solo un paio di dita prima di lasciarla da una parte. Resto a guardare il dono svogliato del ragazzo. Non mi va di bere ancora alcool. Mi obbligo a prenderla e trangugiarne un sorso: amara e troppo forte. Questa mania per le birre artigianali non la capisco affatto. Appoggio la bottiglia, nascondendo una smorfia di disgusto: resterà mezza piena anche questa. Piccoli insetti galleggiano nell’altra, e presto anche la Cesen sarà il cimitero liquido e alcolico di formiche alate.
Grossi sassi grigi coprono i muri del ristorante, una grande baita rimodernata che verrà riaperta alla clientela tra una settimana, così da sfamare escursionisti e amanti della montagna. Dietro i lampioncini posti a intervalli regolari su un parapetto di legno, si stendono pascoli oltre i quali brillano le luci di Caregan sul fondovalle, in una ragnatela di luci pubbliche lungo le strade.
Uno spicchio di luna sta sorgendo oltre le cime delle montagne. Dev’essere domenica da un momento, ormai.
Parecchi ragazzi e ragazze sono nella terrazza della baita, intenti a discutere tra loro o attaccati ai propri telefoni. Chissà quanti di loro sono davvero immersi nella festa per la fine delle superiori e quanti, invece, stanno pensando agli esami di maturità imminenti.
Avrei fatto meglio a restare a casa e studiare, ma Lisa ha insistito che dovevamo partecipare alla festa indetta da Antonio nel ristorante nelle piste da sci dell’Alpe Ronzal, - «mica vorrai fare l’amorfa, Manu?» - e dove va mia cugina si fa pieno di ragazzi. Magari è la volta buona che uno dei simp che le girano attorno e che si prende un due di picche in faccia decida di accontentarsi di me, almeno per una notte…O anche per una sveltina.
«Torno dopo,» Giuseppe prende le bottiglie vuote e la mia mezza piena di Vecchio Malto, «e vi porto qualcosa di davvero ottimo. Lo adorerai, Lisa.» Fa l’occhiolino alla ragazza e si volta, tornando nel bar, i vetri delle birre che tintinnano nelle sue mani.
Gina fissa il ragazzo da sopra la bottiglia. Espira, il fiato è un’alitata aspra. «Ha un bel culo.» Sorride a Lisa. «Gli piaci, dovresti approfittarne…»
Mia cugina manda giù un altro sorso di birra. Gli occhi castani quanto i lunghi capelli luccicano un po’ troppo. «Giuseppe è un mio caro amico, ma solo un amico.»
Il mio sorriso si spalma solo su mezza bocca. Giuseppe è sempre accanto a Lisa, a farle favori e accontentare ogni suo capriccio, ma se io gli dico qualcosa mi guarda come se lo stessi offendendo.
Mario compare nel lato di tavolo occupato fino ad un attimo fa da Giuseppe. Indossa una camicia Armani che a stento riesce a non esplodere per i muscoli delle spalle, un profumo di legno si solleva dalla sua pelle e cerca di coprire quello dozzinale delle birre. Mi scopro a mordermi un labbro e a stringere le gambe per sopprimere un prurito.
Il ragazzo fa un cenno a Gina e un sorriso a Lisa. «Questa sera sei bellissima, ragazza. Che ne dici se andiamo a divertirci un po’, noi due?» Abbassa lo sguardo nello scollo generoso della camicetta di mia cugina, gli angoli della bocca si sollevano di un mezzo pollice. Ben di più deve sollevarsi qualcos’altro.
Lisa si porta una mano davanti alla bocca e ride, le grosse tette traballano. «Sono qui con le mie amiche, Mario. Vuoi che le abbandoni?»
Lo stronzo mi lancia un’occhiata con una smorfia. Sospira e torna a contemplare le bocce di Lisa. Si chiederà come mai Lisa si è presa i geni buoni mentre io solo quelli di scarto della famiglia. «Se proprio non vuoi…»
Gina si alza in piedi, la sedia vacilla ma non cade. «Io ho voglia di ballare.»
Mario fa appena spallucce. La nuova ragazza non è perfetta quanto il suo sogno erotico - il sogno erotico di chiunque – ma sempre meglio che menarselo sulle foto con like a tre cifre nell’Instagram di Lisa. «Volentieri, ehm…»
«Gina.» Lei fa il giro del tavolo e si mette sottobraccio a Mario. La stronza mi lancia un’occhiata soddisfatta.
Stringo i denti e sospiro. Lei è riuscita ad approfittare di un rifiuto di Lisa, ma se ci provassi io mi riderebbero in faccia, pure se avessero già il cazzo fuori dai pantaloni e fossero prossimi a venire…
Qualcuno gira la sedia lasciata libera e si siede a gambe aperte e con le braccia sullo schienale. Achille! Il cuore mi manca un colpo.
L’orecchino con diamante lancia lampi di luce, si passa una mano sul ciuffo ossigenato. La mascella è scolpita come quella della statua di un dio greco, i muscoli delle braccia sono gonfi ancora più di quelli di Mario. Prende la mezza birra di Gina e la porta ad un pollice da quelle labbra... «Eh, hai fatto bene a non andare con quel coglione, Lisa.» Si mette in bocca la bottiglia e getta la testa all’indietro. La birra all’interno scompare in un attimo.
Batte la bottiglia sul tavolo e pianta un rutto rumoroso e umido. Una smorfia gli increspa le labbra. «Che è ‘sta merda? La pisciata che faccio al mattino puzza di meno.»
Mia cugina sposta i capelli sul lato sinistro del capo dietro la spalla, l’orecchio e il collo sono ben visibili a favore del ragazzo. «Potresti sederti un po’ meglio, Achille.» Una sua mano sfiora quella di lui che stringe la bottiglia. Un brivido corre tra le mie cosce.
Achille si alza in piedi e si afferra l’inguine con entrambe le mani e lo scuote. «Con una nerchia grossa come la mia, non ti puoi sedere a gambe strette.» Stringe gli occhi e la fissa. «Ma su qui, a gambe stette, ti ci puoi sedere tu.»
Il cuore mi batte nelle tempie, non riesco a staccare lo sguardo dal cavallo gonfio di Achille. Le mie cosce si serrano, un umido inizia a formarsi tra le piccole labbra, un’ondata di calore mi sale al volto.
«Achille,» Lisa sospira, «potresti essere più… romantico con una ragazza come me.»
Lui ride. «Ma che cazzo stai dicendo? Sei una zoccola come tutte le altre. Di certo ti metti le dita nella fregna quando vedi le foto che ti mando del mio manganello e te la meni fino a quando sei distrutta.» Le fissa le tette. «Ti farei a pezzi, io, altroché stronzate.»
Lisa distoglie lo sguardo dal pacco verso i pascoli illuminati dalla luna. Sospira «Sai, Achille, non penso di aver ancora voglia di parlarti…»
