Capitolo 1 - Mia cugina è l'amore di tutti
Ma il vero amore di Lisa è l'alcool
18 ore fa
Il riflesso dei lampioncini attorno alla terrazza del ristorante scivola sulle bottiglie di birra artigianale che Giuseppe ci sta portando; le appoggia sulle spesse assi di legno del tavolino. «Questa, care mie, è la Birra Cesen che produce un mio amico.» Da una tasca estrae un apribottiglie consunto e fa saltare via i tappi, uno dopo l’altro.
Appoggia una bottiglia di fronte a mia cugina Lisa, accanto alla birra Vecchio Malto che aveva portato dieci minuti fa, ormai vuota, e le sorride. «Vedrai, questa ti piacerà ancora di più.»
«L’altra non era il massimo, in effetti.» Lisa afferra la bottiglia e la porta alle labbra. La gola si ingrossa al ritmo dei sorsi e ne trangugia un buon terzo. Stacca dalla bocca il collo di vetro ed espira. «Buona, hai ragione,» le guance di Lisa si gonfiano a palloncino per un rutto silenzioso, «bravo.»
Giuseppe mette la seconda bottiglia davanti alla ragazza alla mia destra. «Ecco, Gina. Sono certo che piacerà anche a te.»
L’ultima la abbandona accanto alla Vecchio Malto da cui ho bevuto solo un paio di dita prima di lasciarla da una parte. Resto a guardare il dono svogliato del ragazzo. Non mi va di bere ancora alcool. Mi obbligo a prenderla e trangugiarne un sorso: amara e troppo forte. Questa mania per le birre artigianali non la capisco affatto. Appoggio la bottiglia, nascondendo una smorfia di disgusto: resterà mezza piena anche questa. Piccoli insetti galleggiano nell’altra, e presto anche la Cesen sarà il cimitero liquido e alcolico di formiche alate.
Grossi sassi grigi coprono i muri del ristorante, una grande baita rimodernata che verrà riaperta alla clientela tra una settimana, così da sfamare escursionisti e amanti della montagna. Dietro i lampioncini posti a intervalli regolari su un parapetto di legno, si stendono pascoli oltre i quali brillano le luci di Caregan sul fondovalle, in una ragnatela di luci pubbliche lungo le strade.
Uno spicchio di luna sta sorgendo oltre le cime delle montagne. Dev’essere domenica da un momento, ormai.
Parecchi ragazzi e ragazze sono nella terrazza della baita, intenti a discutere tra loro o attaccati ai propri telefoni. Chissà quanti di loro sono davvero immersi nella festa per la fine delle superiori e quanti, invece, stanno pensando agli esami di maturità imminenti.
Avrei fatto meglio a restare a casa e studiare, ma Lisa ha insistito che dovevamo partecipare alla festa indetta da Antonio nel ristorante nelle piste da sci dell’Alpe Ronzal, - «mica vorrai fare l’amorfa, Manu?» - e dove va mia cugina si fa pieno di ragazzi. Magari è la volta buona che uno dei simp che le girano attorno e che si prende un due di picche in faccia decida di accontentarsi di me, almeno per una notte…O anche per una sveltina.
«Torno dopo,» Giuseppe prende le bottiglie vuote e la mia mezza piena di Vecchio Malto, «e vi porto qualcosa di davvero ottimo. Lo adorerai, Lisa.» Fa l’occhiolino alla ragazza e si volta, tornando nel bar, i vetri delle birre che tintinnano nelle sue mani.
Gina fissa il ragazzo da sopra la bottiglia. Espira, il fiato è un’alitata aspra. «Ha un bel culo.» Sorride a Lisa. «Gli piaci, dovresti approfittarne…»
Mia cugina manda giù un altro sorso di birra. Gli occhi castani quanto i lunghi capelli luccicano un po’ troppo. «Giuseppe è un mio caro amico, ma solo un amico.»
Il mio sorriso si spalma solo su mezza bocca. Giuseppe è sempre accanto a Lisa, a farle favori e accontentare ogni suo capriccio, ma se io gli dico qualcosa mi guarda come se lo stessi offendendo.
Mario compare nel lato di tavolo occupato fino ad un attimo fa da Giuseppe. Indossa una camicia Armani che a stento riesce a non esplodere per i muscoli delle spalle, un profumo di legno si solleva dalla sua pelle e cerca di coprire quello dozzinale delle birre. Mi scopro a mordermi un labbro e a stringere le gambe per sopprimere un prurito.
Il ragazzo fa un cenno a Gina e un sorriso a Lisa. «Questa sera sei bellissima, ragazza. Che ne dici se andiamo a divertirci un po’, noi due?» Abbassa lo sguardo nello scollo generoso della camicetta di mia cugina, gli angoli della bocca si sollevano di un mezzo pollice. Ben di più deve sollevarsi qualcos’altro.
Lisa si porta una mano davanti alla bocca e ride, le grosse tette traballano. «Sono qui con le mie amiche, Mario. Vuoi che le abbandoni?»
Lo stronzo mi lancia un’occhiata con una smorfia. Sospira e torna a contemplare le bocce di Lisa. Si chiederà come mai Lisa si è presa i geni buoni mentre io solo quelli di scarto della famiglia. «Se proprio non vuoi…»
Gina si alza in piedi, la sedia vacilla ma non cade. «Io ho voglia di ballare.»
Mario fa appena spallucce. La nuova ragazza non è perfetta quanto il suo sogno erotico - il sogno erotico di chiunque – ma sempre meglio che menarselo sulle foto con like a tre cifre nell’Instagram di Lisa. «Volentieri, ehm…»
«Gina.» Lei fa il giro del tavolo e si mette sottobraccio a Mario. La stronza mi lancia un’occhiata soddisfatta.
Stringo i denti e sospiro. Lei è riuscita ad approfittare di un rifiuto di Lisa, ma se ci provassi io mi riderebbero in faccia, pure se avessero già il cazzo fuori dai pantaloni e fossero prossimi a venire…
Qualcuno gira la sedia lasciata libera e si siede a gambe aperte e con le braccia sullo schienale. Achille! Il cuore mi manca un colpo.
L’orecchino con diamante lancia lampi di luce, si passa una mano sul ciuffo ossigenato. La mascella è scolpita come quella della statua di un dio greco, i muscoli delle braccia sono gonfi ancora più di quelli di Mario. Prende la mezza birra di Gina e la porta ad un pollice da quelle labbra... «Eh, hai fatto bene a non andare con quel coglione, Lisa.» Si mette in bocca la bottiglia e getta la testa all’indietro. La birra all’interno scompare in un attimo.
Batte la bottiglia sul tavolo e pianta un rutto rumoroso e umido. Una smorfia gli increspa le labbra. «Che è ‘sta merda? La pisciata che faccio al mattino puzza di meno.»
Mia cugina sposta i capelli sul lato sinistro del capo dietro la spalla, l’orecchio e il collo sono ben visibili a favore del ragazzo. «Potresti sederti un po’ meglio, Achille.» Una sua mano sfiora quella di lui che stringe la bottiglia. Un brivido corre tra le mie cosce.
Achille si alza in piedi e si afferra l’inguine con entrambe le mani e lo scuote. «Con una nerchia grossa come la mia, non ti puoi sedere a gambe strette.» Stringe gli occhi e la fissa. «Ma su qui, a gambe stette, ti ci puoi sedere tu.»
Il cuore mi batte nelle tempie, non riesco a staccare lo sguardo dal cavallo gonfio di Achille. Le mie cosce si serrano, un umido inizia a formarsi tra le piccole labbra, un’ondata di calore mi sale al volto.
«Achille,» Lisa sospira, «potresti essere più… romantico con una ragazza come me.»
Lui ride. «Ma che cazzo stai dicendo? Sei una zoccola come tutte le altre. Di certo ti metti le dita nella fregna quando vedi le foto che ti mando del mio manganello e te la meni fino a quando sei distrutta.» Le fissa le tette. «Ti farei a pezzi, io, altroché stronzate.»
Lisa distoglie lo sguardo dal pacco verso i pascoli illuminati dalla luna. Sospira «Sai, Achille, non penso di aver ancora voglia di parlarti…»
«Figa se te la tiri, neanche ce l’avessi d’oro…»
«Potresti essere un po’ più…» la ragazza fa una smorfia come se ci stesse pensando, «…gentile ed educato.»
Lui appoggia le mani sul tavolo e si sporge su Lisa, sovrastandola. «Sei solo una zoccola come tutte le altre, ma ti comporti come se fossi una cazzo di principessa della Disney.» Si solleva. «Adesso vado a trovarne una che fa meno la rompicoglioni e si fa fottere, ma questa notte, quando non ci vede nessuno, se ti incontro, ti spalmo contro un muro e ti scopo fino a lasciarti a terra svenuta.» Si afferra di nuovo il pacco e lo sbatte su e giù. Un forte odore di eccitazione si solleva nell’aria.
Mi passo una mano sui capelli, la mia voce è un pigolio. Il buco del culo mi si serra come se stessi per farmela addosso. «Beh, se vuoi scopare qual—»
Achille si volta e si allontana verso un gruppo di ragazze dall’altra parte della terrazza. «Ehi, Claudia, bella fregna! Lo vuoi vedere un palo della luce?»
Le quattro ragazze si girano verso di lui e sghignazzano, portandosi le mani alle bocche. Forse una di quelle non è disposta a corrergli dietro in una stanza da letto. O anche in un gabinetto per farsi scopare da lui.
Lisa lo osserva fino a quando non ha messo un braccio sulle spalle di una delle ragazze e non si è diretto verso la porta del ristorante. Mia cugina si volta verso di me e manda giù un altro sorso di birra. Non sembra dispiaciuta di farsi sfuggire Achille.
«Scu… scusa, Lisa, ma non ti piace…» e indico il ragazzo con un cenno del capo.
Lei appoggia la bottiglia sul tavolo, producendo un suono sordo. Si passa una mano sulla bocca. «Oh, certo che mi piace.» La lingua le compare per un lampo tra le labbra. «Mi fa bagnare tutte le volte che lo vedo, ma voglio fargliela sudare, la mia figa, non come fa Claudia.»
Mi sporgo in avanti sulla sedia. «Beh, ma se lui viene a chiederti di…»
Lei si appoggia allo schienale. «Non devi darla via così, come se niente fosse, Manu. Devi capire questa cosa.» Stringe le braccia sotto il grosso seno. I geni migliori sono nel suo ramo della famiglia… «I ragazzi non devono vederti come una facile, ma devi apparire ai loro occhi come una che vuole essere trattata come una persona che merita rispetto. Non devono considerarti una che la dà via come se niente fosse.»
La metti facile, tu: hai la fila…
Mi mordo le labbra. «Ma allora, non hai intenzione di scoparti Achille?»
Lei ride. «Certo che voglio portarmelo a letto, e prima di domani mattina.» Sorride, gli occhi le brillano, e questa volta non solo per l’alcool. «Entro l’alba lo voglio dentro di me che mi riempie di sborra. Ah!» Prende dalla tasca il telefono e ci traffica un attimo. Me lo tende. «Hai presente le foto che diceva?»
Prendo il Galaxy di mia cugina, sullo schermo compare una serie di album di Google Foto: “A”, “Ch”, “E.N.”, “F1”, “F2”, ognuno con la miniatura bianca.
Lisa si appoggia con un gomito sul tavolo e mette la mano davanti alla bocca. La voce si abbassa. «Apri la prima, quella che si chiama “A”.»
Lo faccio. Lo schermo del telefono si riempie di miniature di un cazzo in erezione. È quello di Achille! Sono le foto che manda a Lisa… e che lei salva per masturbarsi contemplandole. L’immagine di mia cugina, nuda - i grossi seni e la pancia piatta, il culo sodo e le gambe aperte, due dita che strimpellano il clitoride, lei che chiude gli occhi e stringe i denti per l’orgasmo – che tiene in mano il telefono con la foto di Achille mi riempie la mente. Il fiato mi si fa veloce e breve.
Apro un’immagine: è un grosso e lungo cazzo dritto, visto dall’alto, con una voluminosa cappella rosa. La mano che lo stringe non ne tiene nemmeno la metà… Deglutisco, il fiato mi si mozza, un forte prurito scaturisce dalle mie cosce. Fermo il pollice a pochi millimetri dall’icona “condividi” per spedirne una copia sul mio telefono…
Lisa allunga la mano per riprendere il Galaxy. Io fisso l’immagine per stamparmela nella memoria. Cosa darei per una nerchia simile che mi scopa fino a farmi perdere la voce…
Restituisco – controvoglia – il telefono. Un pensiero mi attraversa la mente. «Gli altri album… anche quelli sono foto di…»
Mia cugina annuisce. «Tu non salvi le foto dei cazzi che ti mandano? Almeno i più belli, intendo.»
Trattengo una smorfia di dolore: i miei album sono pieni di cagnolini glitterati dei buongiornissimi che mi manda la zia Erminia. «Potresti avere chiunque, qui attorno…»
Lisa solleva le spalle. «Non mi interessano, non sono al mio livello.» Lascia vagare lo sguardo sulla piccola folla attorno a noi, diciottenni e qualche ripetente che deve fare gli esami di maturità tra nove giorni. «Sono tutti delle mezzeseghe, nessuno che valga la pena.» Indica con un cenno del capo Mario che sta parlando con Gina, la quale gli sorride come se avesse di fronte Chris Hemsworth. «Quello è solo un montato, che si crede chissà chi… Antonio, che ci prova tutta la sera a farsi vedere perché è il figlio dei proprietari del bar, è un altro coglione che non vale il tempo di salutarlo.»
Giuseppe esce dalla porta con una nuova bottiglia piena di liquido trasparente in una mano e dei bicchieri nell’altra.
«Ma ecco il mio vero amico.» Lisa si mette seduta meglio, sorridendo al ragazzo. Mette bene in vista il seno, che Giuseppe contempla per tutto il tragitto fino al tavolo e appoggia la bottiglia e la pila di bicchieri sul tavolo.
«Questo ti piacerà, Lisa. Grappa Vecchia Cantina di Caregan.» Il ragazzo svita il tappo e prende un bicchiere dalla pila. Ne versa una dose tale da riempirlo per metà. «Gusto di pere.»
La ragazza ride e solleva le tette con le mani. «L’hai scelto in onore di queste, eh?»
Giuseppe sogghigna e le pone il bicchiere davanti. «Dai, assaggia.»
Lisa prende il bicchiere e lo svuota in un sorso. Strizza gli occhi e prende una boccata d’aria. «Cazzo, è forte!»
Lui legge l’etichetta su cui compare il disegno di un ramo con delle pere e dietro un alambicco su una carta seppiata come se fosse stato stampato con una macchina a pressa invece di una stampante laser industriale. «49.5% vol. Sì, non è male.»
Mia cugina riempie per metà il bicchiere. «Però è davvero buono…»
Faccio una smorfia. «Forse è meglio se ci vai un po’ calma…»
Lisa si ferma con il bicchiere a qualche centimetro dalle labbra. Mi fulmina con lo sguardo. «Ho già due genitori che mi rompono i coglioni, Manu: non ne ho bisogno di un terzo.»
Giuseppe mi scaglia un’occhiataccia. «Ben detto.»
Lisa inclina la testa all’indietro e manda giù.
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