Camminare lungo la riva con Elena non aveva nulla dell'avventura. Era un orrore sospeso, un'attesa costante del peggio. Il mare aveva vomitato di tutto sulla sabbia chiara. Evitavamo valigie aperte a metà, vestiti sparsi e aggrovigliati come alghe, una scarpa singola da ginnastica, un salvagente anulare bucato e pezzi di legno scheggiati. Non c'erano corpi, ma la paura opprimente era che ogni sagoma mezza sepolta potesse esserlo.
A un certo punto mi bloccai di scatto, il cuore in gola, fissando un ammasso scuro incastrato tra due rocce. Era solo una grossa valigia di tela, ma ci avevo messo tre secondi di troppo per capirlo. Elena se ne accorse. Non si fermò, ma mi lanciò un'occhiata da sopra la spalla. «Non guardare troppo a lungo.» «Che consiglio sarebbe?» le chiesi, la voce tesa per lo spavento appena preso. «L’unico che ho.» Non voleva essere rassicurante. Era cruda, pragmatica fino a fare male.
Ripresi a camminare, irritato dal suo atteggiamento. «Sei sempre così?» «Così come?» «Come se tutti intorno a te fossero lenti e stupidi.» Lei non cambiò passo. «No. Solo quando lo sono.» Stavo per risponderle a tono, quando lo sentimmo. Non fu un urlo chiaro. Fu un suono strozzato, un gemito spezzato da un colpo di tosse. Era il verso di qualcuno che stava cercando di chiamare aiuto ma non aveva più fiato per farlo.
Elena si piantò sul posto, i muscoli della schiena tesi. «L’hai sentita?» Annuii, già in movimento verso gli scogli.
La trovammo incastrata in un'insenatura tra scogli bassi e taglienti, schiacciata contro un pezzo di paratia metallica del traghetto. Giulia era in una situazione orribile. Era impigliata in un intrico di corde e un lembo di un telo telato, con una gamba bloccata sotto il metallo e la metà inferiore del corpo sommersa dall'acqua, in balìa di ogni onda che si infrangeva.
In quel disastro, la sua esposizione fisica era violenta, cruda. Indossava un vestitino chiaro e leggerissimo che l'acqua e gli scogli avevano ridotto a brandelli. Il tessuto fradicio, ormai completamente trasparente, le si incollava addosso come una seconda pelle gelata, evidenziando ogni dettaglio del suo corpo rannicchiato. Il freddo e il terrore le avevano indurito i capezzoli, che sporgevano scuri e definiti contro la stoffa sottile, mentre il petto si alzava e si abbassava in respiri corti e disperati. La gonna era strappata fin sopra l'anca, lasciando completamente scoperte le cosce piene di lividi e la curva morbida dei glutei, che affioravano dall'acqua schiumosa in modo involontariamente osceno, vulnerabile. Aveva le mani spellate e sanguinanti per i tentativi disperati di liberarsi. Era una donna adulta, formosa, ma in quel momento, tremante e mezza nuda tra le rocce, sembrava piccolissima.
Quando ci vide, non ci fu sollievo nei suoi occhi dilatati dal terrore. Andò in panico. «No! Non tiratemi!» strillò, tirandosi indietro e facendosi ancora più male contro gli scogli. Elena si mosse rapidamente, la voce che tagliava l'aria. «Non ti tiriamo.» «Mi fa male!» «Lo so. Guardami.» Giulia scosse la testa, piangendo, l'acqua che le sbatteva sui fianchi scoperti. «Non voglio morire qui.»
Elena perse un attimo la sua maschera di pietra, ma non divenne dolce; divenne urgente, quasi feroce. «Allora smetti di muoverti.» Mi feci avanti, ignorando l'acqua gelida che mi entrava nelle scarpe, e mi inginocchiai accanto a lei. Giulia arretrò istintivamente con le spalle, ritraendosi come se le mie mani fossero un'altra minaccia. Capii subito. Mi bloccai a mezz'aria, a pochi centimetri dalla sua pelle nuda e bagnata. «Non ti tocco se non mi dici tu,» le dissi, abbassando il tono di voce. Elena mi guardò per mezzo secondo netto. Fu la prima volta da quando era apparsa sulla spiaggia che nei suoi occhi vidi l'ombra di un'approvazione. Giulia mi fissò, tremando incontrollabilmente, e annuì appena.
Il salvataggio fu un disastro. Nessuna manovra perfetta, niente eroismo pulito. Solo caos, freddo e disperazione. Elena afferrò la corda che bloccava la gamba di Giulia, tirando con tutta la forza del suo corpo asciutto e muscoloso. Ma il nodo era intriso d'acqua e stretto a morte. Io cercavo di tenere Giulia sollevata per il busto, sentendo la grana della sua pelle fredda e scivolosa sotto le mie mani, cercando disperatamente di non aggrapparmi ai suoi seni o alla carne nuda per non farle male.
Poi arrivò un'onda anomala, più forte delle altre. Ci colpì in pieno. L'acqua ci travolse. Giulia cacciò un urlo straziante mentre la corrente le strattonava la gamba incastrata. Elena tirò una bestemmia a pieni polmoni, scivolando sulle rocce. Io persi la presa per un secondo, sentendomi il peggiore degli incapaci, mentre il corpo di Giulia mi scivolava tra le mani.
«Tienila alta!» mi urlò addosso Elena, sputando acqua salata. «Ci sto provando!» «Prova meglio, cazzo!» Sbottai, esasperato e col fiato corto. «Se mi urli addosso non divento più forte!» In mezzo a noi, Giulia scoppiò a piangere, un pianto rotto, animale. «Vi prego, basta…»
Quella frase ci gelò. Ci fermammo entrambi, l'acqua che ci turbinava intorno ai polpacci. Per un secondo lungo e terribile capimmo che stavamo riversando la nostra fottuta paura su di lei, schiacciandola ancora di più. Feci un respiro profondo, stringendo delicatamente i fianchi di Giulia per sostenerla. «Giulia, giusto? Come ti chiami?» chiesi, con la voce più ferma che potei. «Giulia…» singhiozzò lei. «Okay. Giulia. Io sono Ale. Lei è Elena. Siamo due disastri, ma ti tiriamo fuori da qui.» Elena si passò l'avambraccio sul viso, togliendosi i capelli bagnati dagli occhi. «Parla meno e tienila forte,» mi disse. Ma la sua voce era scesa, meno dura, meno accusatoria.
Elena mollò la presa a mani nude e afferrò un pezzo di metallo contorto incastrato lì vicino. Lo usò come leva per fare forza sotto la corda. Quando l'onda successiva si abbatté su di noi, feci da scudo con la schiena, prendendomi la botta in pieno per evitare che colpisse Giulia. Non fu eroismo, fu puro istinto animale. Il metallo fece cedere la corda. Giulia venne liberata di scatto e crollò in avanti. Atterrò sulla sabbia bagnata e si aggrappò disperatamente al mio braccio, affondando le unghie nella mia carne mentre tossiva e piangeva.
Eravamo fuori dall'acqua, ma eravamo lontani dall'essere una squadra. Giulia era rannicchiata su se stessa, scossa da tremiti violenti, aggrappata ai brandelli del suo vestito. Respirava male e non ne voleva sapere di alzarsi. Elena si passò le mani sui fianchi, scrutando la linea della costa oltre gli scogli. Voleva andare avanti. Io volevo solo riportare Giulia al campo base.
La lite scoppiò in un istante. «Potrebbero essercene altri,» decretò Elena, facendo per rimettersi in marcia. «Lei non sta in piedi,» ribattei, indicando Giulia raggomitolata sulla sabbia. «E se più avanti c’è qualcuno messo peggio?» Mi alzai, piazzandomi davanti a lei. Ero stanco, fradicio fino alle ossa e con un principio di rabbia che mi bruciava in gola. «E se lei sviene o le viene un collasso mentre noi andiamo a fare gli eroi?»
Elena mi guardò malissimo. I suoi occhi chiari sembravano pezzi di vetro. «Non sei tu a decidere.» La fissai in faccia, senza cedere di un millimetro. «Infatti nessuno sta decidendo, Elena. Stiamo solo andando a caso più forte degli altri.»
Fu come tirare un sasso contro una lastra di ghiaccio. Elena serrò la mascella. Restò zitta. Non perché avessi vinto o perché fossi diventato il maschio alfa della situazione. Restò zitta perché sapeva perfettamente che avevo ragione. Non avevamo un piano. Eravamo solo terrorizzati.
Senza dire un'altra parola, Elena si voltò e fece un cenno verso la direzione da cui eravamo venuti. Era furiosa. Io ero furioso. Giulia era un fascio di nervi e terrore che dovevamo quasi trascinare di peso. Decidemmo di tornare da Marta e Rebecca in un silenzio tombale. Non c'era nessuna squadra. Solo un gruppo di sopravvissuti tenuti insieme dalla paura.
