La sua testa si dondola all'indietro, a causa della mia presa sui suoi capelli. Mi scosto dal suo viso. Inizio a baciare il suo collo, il suo mento, la sua mandibola.
E poi, la sirena. Una voce che spacca il cristallo della mia estasi.
«ANDREA!»
È Federica. Non è un urlo, è un proiettile. Un dardo di ghiaccio che mi trafigge la schiena e mi pianta i piedi per terra.
Mi stacco da lei come se mi avessero fulminato con una scossa elettrica. Per un istante, il mondo torna a essere un bagno del supermercato, con le piastrelle fredde e il ronzio del neon. Nicole rimane lì, poggiata di nuovo a terra, il seno nudo e i capezzoli duri, le labbra gonfie e umide del mio bacio. È un quadro così assurdo, così porno e così terrificante che mi viene quasi da ridere.
Chiudo gli occhi, stringendo le palpebre fino a farmi male. "Non ci credo. Non ci credo." La frase mi rimbomba nella testa, un mantra di disperazione. È come se l'universo si fosse messo di punto in bianco a prendermi per il culo.
«ANDREA! SEI QUI?»
La voce è più vicina. Sta venendo verso il bagno.
Panico. Panico bianco, freddo, liquido. Il mio cervello, che un attimo prima era un fiume in piena di ormoni e desiderio, ora è un calcolatore che esegue programmi di sopravvivenza. 1: Vestirla. 2: Uscire. 3: Mentire. Tutto in meno di dieci secondi.
Afferro la polo dal pavimento, le mie dita tremano così tanto che fatico a tenerla. Devo vestirla. Adesso. Ma come? È come vestire un sacco di patate pesante e molle.
Le sollevo Il primo braccio, la sua mano è pesante e flaccida, la faccio passare attraverso la manica della polo. È una lotta contro la gravità e contro il tempo. Poi l'altra. Ci riesco, ma mi sento come un chirurgo che opera con i guanti da boxeur.
Ora la parte difficile. La polo è attillata. Devo infilarla sopra la sua testa. Cerco di sollevarla leggermente per infilarle la polo. I suoi capelli si impigliano nel colletto, la sua testa cade in avanti e mi colpisce la mascella, facendomi male. Il suo seno nudo schizza contro il mio petto per un istante, un contatto che mi manda una scossa elettrica di desiderio e di colpevolezza. È una tortura.
Finalmente, ce la faccio. La polo è addosso. È storta, annodata sul fianco, ma la copre. Non perfettamente, ma copre.
«Andrea!»
«Fede, giuro che adesso arrivo.» La mia voce è un sussurro roco, mi fa male alla gola.
«È da prima che ti chiamo!» La voce di Federica arriva dal corridoio, ormai vicinissima.
Mi immobilizzo.
«Andrea, ma sei in bagno?»
«Sì, Fede! Arrivo subito!»
«E allora muoviti, che stiamo aprendo!»
Sento i suoi passi allontanarsi.
Rimango fermo ancora qualche secondo, aspettando che il silenzio torni nel corridoio.
Torno nell'area vendita giusto mentre la luce del mattino invade le corsie e i primi due clienti del quartiere varcano la soglia.
Cerco di darmi un contegno, afferrando un taglierino e fingendo di aprire uno scatolone di pasta sulla prima corsia. Alla cassa, Sara ha già preso posto: seduta sullo sgabello, con la schiena dritta che accentua la curva generosa dei fianchi e il seno pieno stretto nella divisa, passa i primi prodotti sul lettore ottico mentre i riccioli neri le incorniciano il viso dolce dietro gli occhiali grandi. Federica, invece, è in piedi vicino all'ingresso, le braccia conserte e lo sguardo che passa in rassegna il locale come un radar.
Dopo neanche un minuto, la direttrice abbassa gli occhi sull'orologio da polso e aggrotta la fronte.
«Ma Nicole dov'è?» chiede, voltandosi verso la cassa.
Sara alza le spalle morbide senza smettere di battere i prezzi. «Non lo so.»
«Doveva essere qui alle otto.»
«Mi pare che fosse già arrivata» osserva Sara, cercando con lo sguardo verso il fondo del negozio. «Ho visto la sua borsa di là prima.»
«E allora dov'è finita?»
Mi chino ancora di più sullo scatolone, pregando che Federica mi ignori, ma sento il ticchettio dei suoi passi puntare dritto nella mia direzione. Si ferma a un metro da me.
«Andrea.»
«Eh» rispondo senza alzare la testa, fingendo una concentrazione assoluta sui pacchi di fusilli.
«Hai visto Nicole?»
«Prima sì.»
«E adesso?»
Alzo finalmente lo sguardo, cercando di assumere l'espressione più neutra e innocente possibile. «Adesso no.»
Federica chiude gli occhi per un istante, inspirando profondamente dal naso come per trattenere un insulto. «Grazie al cazzo, Andrea. Nemmeno io la vedo.»
Dalla cassa arriva un verso strozzato: Sara si morde il labbro inferiore per trattenere una risata, le spalle che le sussultano sotto la maglietta. Io stringo il taglierino nella mano sudata, con una voglia matta di prendere lo scatolone che ho davanti e scagliarlo contro il muro.
Federica, però, non ha alcuna intenzione di lasciar correre. Inizia a camminare avanti e indietro davanti alla cassa due, ancora chiusa, scuotendo la testa con aria esasperata. «Ogni mattina la stessa storia. O è in ritardo o deve finire di truccarsi. Io non ce la faccio più.»
«Magari è in bagno» butta lì Sara, cercando di difenderla.
«E allora perché non si è ancora fatta vedere?» sbotta la direttrice.
«Magari non si sente bene» mi scappa detto.
La frase esce dalle mie labbra prima ancora che il mio cervello possa bloccarla. Nella corsia cala un silenzio improvviso, rotto solo dal ronzio dei banchi frigo. Sia Federica che Sara si girano lentamente verso di me.
Sara inclina la testa, i grandi occhi scuri improvvisamente perplessi dietro le lenti. «Ma che ne sai?»
Sento il collo bruciare. «Era un'ipotesi» borbotto, abbassando subito gli occhi sulle confezioni da impilare.
Ho parlato troppo, come un idiota. E il risultato è il peggiore possibile: mentre Federica continua a bollire di rabbia convinta che Nicole stia semplicemente battendo la fiacca, sul viso dolce di Sara vedo comparire un'ombra di sincera preoccupazione. Ora non devo solo badare a una direttrice furiosa che vuole fare una ramanzina, ma anche a un'amica premurosa che teme che la collega si sia sentita male davvero.
Federica punta un dito verso il retro del negozio, guardandomi fisso. «Andrea, vai a vedere dov'è finita.»
«Io?» chiedo, con un filo di voce.
«No, il signore dei surgelati. Sì, tu.»
«Va bene.» Posso solo annuire.
«E dille che se non ha voglia di lavorare può anche tornarsene a casa» aggiunge acida, prima di girarsi verso un cliente che le chiede informazioni.
Mi muovo con le gambe rigide, avviandomi verso la porta del corridoio del personale, ma non faccio in tempo a fare tre passi che la voce di Sara mi raggiunge alle spalle.
«Andre, aspetta.»
Mi fermo, voltandomi a metà. «Che c'è?»
Lei sta già scendendo dallo sgabello della cassa, passandosi una mano sui fianchi rotondi per lisciarsi i jeans. «Vengo con te.»
«NO!»
L'urlo mi esce secco, quasi violento. Sara si blocca a metà movimento, sgranando gli occhi scuri, colta completamente alla sprovvista dalla mia reazione. Mi rendo conto all'istante di aver esagerato e cerco subito di rimediare, forzando un mezzo sorriso tirato.
«Cioè... tranquilla, ci penso io. Hai gente in cassa.»
Lei mi fissa per un lungo secondo, stringendo le labbra carnose. «Madonna, ma sei proprio strano oggi.»
«Lo so. Scusa» mormoro, e per la prima volta sento una fitta di vero senso di colpa. Sara è l'unica qui dentro che mi tratta sempre con dolcezza, l'unica con cui riesco a ridere anche nelle giornate peggiori, eppure le sto mentendo in faccia con una prontezza che fino a ieri non avrei mai creduto di avere.
Mi infilo nel corridoio del personale, lasciandomi i rumori del supermercato alle spalle. Qui dietro l'aria sembra più densa, quasi irrespirabile. Faccio due passi sul pavimento freddo e, proprio mentre allungo la mano verso la maniglia del bagno degli uomini, sento un rumore provenire dall'interno.
Un fruscio di stoffa, seguito da un piccolo colpo sordo contro le piastrelle.
Mi immobilizzo, il respiro bloccato in gola. È caduto qualcosa nel lavandino o si sta muovendo lei? Non lo so. Con il cuore che mi batte fin dentro i timpani, abbasso la maniglia e spingo la porta.
