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Erotika
Ipnotizzata · Cap. 1
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Capitolo 1 di 3 28 min di lettura

La vicina ipnotizzata: undici minuti proibiti

Esasperato dalla collega e dalla sua arrogante vicina, Andrea scopre un misterioso potere. Il primo esperimento su Martina gli rivela quanto possa essere pericoloso superare certi limiti

ale🍻
9 ore fa · 45 letture · 2

«Aspetta. Tu mi stai chiedendo di uscire?»

La voce di Nicole sovrasta a malapena il ronzio asmatico dei frigoriferi del reparto latticini, ma nel ristretto spazio della corsia tre suona limpida, quasi cristallina. Il nostro supermercato è un buco di quartiere incastrato tra i palazzi, uno di quei posti dove lo spazio vitale non esiste, si sgobba in sei, si vive tra scatoloni perennemente tra i piedi e tutti sanno i cazzi di tutti. E in quel momento, il mio orgoglio sta per finire schiacciato sotto un bancale di pelati.

«No,» rispondo, cercando di mantenere un tono disinvolto, «ti sto proponendo un finanziamento a tasso zero.»

Nicole inclina la testa. Le sue labbra piene e carnose, disegnate da un arco di Cupido così perfetto da sembrare dipinto, si piegano in un sorriso misto tra l'incredulo e il divertito. «Oddio, Andrea, ma dici sul serio?»

«Inizi a farmi pentire di avertelo chiesto,» mormoro.

«Ma tu ti rendi conto che sei praticamente il mio facchino personale?» ribatte, i suoi occhi di un azzurro tendente al grigio che mi scrutano, enormi e luminosi sotto le ciglia lunghissime.

«Scaffalista, tecnicamente.»

«Appunto. Dai, non prendertela.» Fa una pausa, assaporando il momento con una crudeltà che non è cattiveria pura, ma puro egocentrismo. «Non sei proprio il mio tipo.»

Incassare il colpo è difficile, soprattutto perché è impossibile non guardarla. Nicole possiede una bellezza luminosa, profondamente e prepotentemente femminile. La divisa del supermercato l'ha modificata da sola, stringendola nei punti giusti per far risaltare un fisico sinuoso e proporzioni che mi fanno impazzire. Ha spalle abbastanza strette e braccia snelle, che creano un contrasto sfacciato con il seno abbondante, arrotondato e pesante che spinge contro il tessuto della polo. La vita è sottilissima, scende su un addome piatto e si allarga in un bacino dalle curve morbide, con fianchi pieni e cosce carnose che la gonna della divisa accarezza ad ogni passo. Mentre mi rifiuta, la luce al neon le accarezza il viso ovale, illuminando gli zigomi delicati e le piccole, deliziose lentiggini che le spolverano il décolleté chiaro, dal sottotono caldo, lasciato volutamente scoperto da un bottone slacciato di troppo. I capelli lunghi, biondo scuro con riflessi dorati, sono voluminosi e le ricadono sulle spalle in onde morbide. Profuma di vaniglia e pelle calda. Il fatto che mi abbia appena scaricato non spegne minimamente il desiderio che provo per lei; anzi, questa fottuta contraddizione mi fa salire il sangue alla testa.

Prima che io possa replicare, una voce spunta da dietro la colonna dei detersivi.

«No, vabbè. Coraggioso.» È Luca, ventisei anni, il nostro collega. Ha sentito la fine della frase.

Nicole coglie l'occasione al volo. Il suo sorriso si allarga. «Luca, lo sai che Andrea mi ha appena chiesto un appuntamento?»

«Nicole, veramente...» tento di fermarla, sentendomi avvampare.

«Troppo coraggioso,» sentenzia lei, scoppiando a ridere. Una risata musicale, ma arrogante.

Faccio un mezzo sorriso per stare al gioco, ma dentro mi sento un idiota integrale. Luca ride senza malizia, trovando la scena semplicemente esilarante, il che decuplica la mia umiliazione.

Nicole mi lancia un'ultima occhiata divertita, poi si china a raccogliere uno scatolone. Il movimento le fa tendere il tessuto sui glutei morbidi, un panorama che mi mozza il fiato per un secondo di troppo. Poi si rialza e mi passa davanti, sfiorandomi col braccio.

«Me lo porti dietro? È pesante.»

La fisso, incredulo. «Hai le braccia anche tu.»

Lei sgrana gli occhi chiari, sbattendo le ciglia con finta innocenza. «Mamma mia, già siamo alla fase della vendetta?»

Sbuffo, le sfilo lo scatolone dalle mani per liberare il passaggio e mi incammino verso il retrobottega. Lei vince sempre. E lo sa benissimo.

Se pensavo che il rifiuto fosse la fine della storia, mi sbagliavo di grosso. Per Nicole, avermi detto di no è stato solo il fischio d'inizio di un nuovo passatempo.

La mattina dopo varco la porta del supermercato e me la ritrovo subito davanti, appoggiata alla cassa due. Ha i capelli legati in una coda alta che le scopre il collo pallido, e non appena mi vede, le sue labbra carnose si aprono in un sorriso enorme e smagliante. «Buongiorno, Romeo.»

Sento i muscoli della mascella contrarsi. «Buongiorno, problema irrisolto.»

«Ancora offeso?» mi stuzzica.

«Ancora convinta di essere simpatica?»

In quel momento, la signora Pina, una cliente abituale, appoggia il cestino sul nastro. Nicole non fa una piega. «Signora, ha visto il nostro Romeo oggi come sta di malumore?» dice, ammiccando alla donna. Cerco di ignorarla e vado dritto in magazzino, con il suo profumo dolce che mi resta fastidiosamente attaccato alle narici.

Nel tardo pomeriggio, c'è da sistemare il murale dei salumi. Nicole dovrebbe farlo con me. Invece, è appoggiata allo scaffale del pane, il bacino spostato di lato a evidenziare la curva morbida dei fianchi, mentre scorre i social sul telefono. Quando il direttore esce dal suo stanzino e vede il lavoro a metà, si fa rosso. «Si può sapere che state facendo?» Nicole alza lo sguardo, con quell'espressione candida e intoccabile. «Andrea doveva aiutarmi, ma è lentissimo oggi.»

«Cosa?» sbotto io. «Ma se stai col telefono in mano da mezz'ora!»

«Basta!» taglia corto il direttore. «Finitelo e non fatemi sentire storie.» Se ne torna nel suo ufficio.

Rimasti soli, Nicole ripone il telefono in tasca. Mi si avvicina, fermandosi a un palmo dal mio petto. Il calore del suo corpo mi investe, i suoi grandi occhi azzurro-grigi brillano di malizia pura. «Visto?» sussurra, la voce bassa e provocante. «Quando lavoriamo insieme siamo una coppia perfetta.» Stringo i pugni. Non posso risponderle male senza sembrare quello ferito nell'orgoglio perché non gliel'ha data. È diabolica.

Terzo giorno. Il limite. Sono in magazzino, piegato su un bancale di bottiglie d'acqua, sudato e nervoso. Sento il rumore dei suoi passi. «Andre, mi tiri giù lo scatolone dei tovaglioli dal ripiano alto?»

Non mi giro nemmeno. «Sono impegnato, Nicole.»

Sento il suo respiro farsi più vicino. Mi volto e me la trovo a due passi. Sorride, e abbassa la voce in quel modo insopportabilmente sexy. «Dai, Andre. Non è che siccome non te la do devi fare lo stronzo.»

Mi raddrizzo lentamente. Il sangue mi pulsa nelle tempie. La guardo dall'alto in basso, i miei occhi che indugiano senza volerlo sull'abbondanza del suo seno fasciato dalla divisa, per poi piantarsi nei suoi. Questa volta smetto di scherzare. Faccio un passo verso di lei, azzerando la distanza. Lei non indietreggia, ma il suo sorriso vacilla per una frazione di secondo.

«Nicole, te lo dico seriamente. Basta.» La mia voce è dura, bassa.

«Madonna, che pesantezza,» sbuffa lei, alzando gli occhi al soffitto.

«Hai detto di no. Perfetto,» continuo, tenendo lo sguardo incollato al suo. «Non mi devi niente. Ma puoi anche smetterla di rompere il cazzo.»

Lei socchiude le labbra, quelle labbra perfette. Poi si ricompone, il sorriso arrogante che le torna padrone del viso. «Uh, abbiamo il caratterino.» Gira sui tacchi e se ne va, ancheggiando vistosamente, lasciandomi solo nel magazzino con il respiro corto, un'erezione frustrante che preme contro i jeans e la sensazione di non aver concluso assolutamente nulla.

Abito in un bilocale in un condominio anonimo della periferia napoletana. È un posto modesto: una stanza grande che fa da camera e studio, un letto matrimoniale, il computer acceso, e una cucina piccola. Il dettaglio più importante della casa è il balcone, a cui accedo direttamente dalla camera. Confina in modo quasi intimo con quello dell'appartamento accanto. C'è solo una ringhiera divisoria in ferro, bassa, che ci separa.

Dopo la doccia, mi butto un po' d'acqua fredda in faccia, mangio qualcosa in piedi e mi preparo a svernare davanti al computer. Fa caldo. Mi tolgo la maglietta da lavoro, rimango in pantaloncini e spalanco la portafinestra per far girare l'aria. Cinque minuti netti, e lo sento. Quel pungente, inconfondibile odore di fumo.

Mi alzo, esco sul balcone, e la vedo. Martina. Ventinove anni, la mia vicina di casa da un anno, impiegata. Ed è, in modo disarmante, bellissima. È appoggiata alla sua ringhiera, a meno di due metri da me. Come sempre, quando è in casa, indossa vestiti che su chiunque altro sembrerebbero trasandati, ma che su di lei prendono una piega carnale. Ha una canottiera bianca larga e senza reggiseno, e un paio di pantaloncini di cotone minuscoli.

La sua non è una bellezza esplosiva e costruita come quella di Nicole. È una bellezza dai lineamenti particolari, delicati, quasi eterei. Ha un viso ovale perfetto, zigomi morbidi e una mascella poco marcata. Ma la prima cosa che ti colpisce, che ti inchioda al pavimento, sono gli occhi. Sotto la luce dei lampioni, i suoi occhi chiarissimi, magnetici e penetranti spiccano con un contrasto violento contro la cascata di capelli scuri e lisci che le incorniciano il viso. Ha un'aria misteriosa, intrisa di una leggera malinconia naturale. Mentre porta la sigaretta alle labbra piene e regolari, noto i piccoli nei che le punteggiano la clavicola e il collo. Il suo fisico è morbido, squisitamente femminile, con spalle delicate e braccia snelle, su cui fa capolino un tatuaggio artistico che le conferisce un tocco ribelle e alternativo. Dallo sguarcio laterale della canottiera scorgo la pelle nuda del fianco e un altro tatuaggio che scompare sotto l'elastico dei pantaloncini. È tremendamente affascinante. Ed è una fumatrice compulsiva.

«Martì, ti prego. Non di nuovo.» Sbuffo, appoggiandomi alla mia parte di ringhiera.

Lei si gira lentamente verso di me. Mi scruta con quegli occhi di ghiaccio, espirando una nuvola densa verso il cielo. «Buonasera anche a te.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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