Il ronzio monotono dei frigoriferi è l’unico suono che riempie il supermercato. Con la saracinesca ancora abbassata e metà dei neon spenti, il locale sembra quasi più grande, immerso in una penombra fredda che sa di detersivo per pavimenti e cartone umido. Da fuori filtrano appena i rumori ovattati delle prime auto di passaggio e delle serrande dei negozi vicini che si alzano, ma qui dentro il tempo sembra sospeso. L'ingresso principale è ancora chiuso al pubblico. Noi dipendenti utilizziamo la porticina laterale che dà direttamente sul retro delle casse.
Guardo l’ora sul telefono: le sette e trentadue. Ho dormito sì e no tre ore. Mi bruciano gli occhi, eppure sento un’energia nervosa corrermi sottopelle, un formicolio costante che mi tiene sveglio meglio di tre caffè. Tutta la paura che avevo provato ieri sera sul balcone con Martina è evaporata durante la notte, lasciando spazio a una curiosità feroce, quasi ossessiva. Quel filo nero. Quel crollo improvviso. Quegli undici minuti cancellati dalla sua mente. Non riesco a pensare ad altro. Voglio sapere se è stato un caso o se posso farlo di nuovo. E so già su chi voglio provarlo.
Federica, la direttrice, non si vede mai prima delle sette e cinquanta, e Sara di solito spacca il minuto alle otto. Ho poco più di un quarto d’ora. Siamo completamente soli.
Sento dei passi leggeri provenire dal corridoio degli armadietti e mi volto. Nicole spunta tra gli scaffali della prima corsia, trascinandosi con quell'aria assonnata di chi odia le sveglie presto. Non ha ancora messo la divisa: indossa un paio di jeans attillati che le fasciano il bacino morbido e le cosce piene, e una maglietta chiara, leggera, che cade morbida sulla vita stretta lasciando intuire la curva prepotente del seno. I lunghi capelli biondo scuro sono sciolti, leggermente spettinati dal cuscino, e il viso ovale, quasi privo del solito trucco marcato, ha un’espressività più dolce, con gli occhi azzurro-grigi ancora socchiusi e le labbra piene naturalmente imbronciate. È diversa dalla Nicole costruita e intoccabile del resto della giornata; ha un fascino spontaneo, domestico, che mi fa stringere lo stomaco.
Nonostante il sonno, però, appena mi mette a fuoco il suo istinto predatorio si riaccende.
«Oh, guarda chi c’è. Il mio stalker preferito» esordisce, la voce ancora un po’ roca di prima mattina.
«Buongiorno anche a te, Nicole» rispondo, appoggiandomi con finta calma al carrello degli scatoloni.
«Ma che ci fai già qua?» chiede, stiracchiando le braccia snelle sopra la testa; l’orlo della maglietta sale di qualche centimetro, scoprendo una striscia di pelle chiara e l'addome piatto.
«Lavoro qui, purtroppo.»
Lei piega la testa da un lato, abbozzando quel suo sorriso lento e malizioso. «Non è che sei venuto prima per stare solo con me?»
«Hai ragione. Mi sono svegliato alle sei per questo momento.»
«Lo sapevo» ride, passandomi accanto e lasciandosi dietro quella scia dolce di vaniglia che conosco a memoria. Si dirige verso la saletta del personale, dove tiene la divisa nell'armadietto, ancheggiando con quella disinvoltura naturale che sa di avere. La seguo con lo sguardo. Fino a ieri avrei incassato la battuta sentendomi un cretino. Stamattina, invece, sento un brivido caldo salirmi lungo la schiena. Tra poco vediamo se ridi ancora. Controllo di nuovo l’orologio sul display: sette e quaranta. È il momento.
Lascio passare un paio di minuti, giusto il tempo di farle iniziare a cambiarsi, poi cammino in silenzio fino alla porta della saletta. Abbasso la maniglia ed entro senza bussare.
La stanza è un buco soffocante: quattro armadietti arrugginiti, una panca di legno, uno specchio scheggiato su un angolo e una finestrella opaca che dà sul cortile interno. La saletta comunica con un breve corridoio interno sul quale affacciano anche i due bagni del personale. È una zona stretta, con le solite piastrelle grigiastre e le porte sempre mezze scassate. Dall'altra parte si sente appena il rumore delle casse, ancora spente, e dei frigoriferi. Il neon sul soffitto sfarfalla con un ronzio elettrico, illuminando il pavimento freddo e la figura di Nicole, in piedi al centro dello stanzino.
Si è appena sfilata la maglietta e non indossa il reggiseno. Rimango pietrificato per una frazione di secondo: le spalle strette e nude mettono ancora più in risalto la perfezione di un seno abbondante, pieno e incredibilmente arrotondato, che sembra quasi irreale su un torace così esile. La pelle chiara ha un sottotono caldo, costellata da quelle piccole lentiggini e da un paio di nei sul décolleté che scendono verso il solco profondo tra le mammelle, mentre i capezzoli rosei si irrigidiscono all’aria fresca della stanza.
Nicole sussulta, gli occhi chiari che si sgranano di colpo, passando dalla sorpresa all'indignazione pura. Afferra d'istinto la polo dalla panca e se la preme contro il petto per coprirsi.
«ANDREA!» urla, avvampando sulle guance morbide.
«Scusa, pensavo avessi finito» dico, senza però fare un passo indietro.
«E ALLORA ESCI!»
«Madonna, calma.»
«Calma un cazzo! Che ci fai qua dentro?!»
Mi fissa furiosa, il respiro accelerato che le fa sollevare il petto dietro la stoffa appoggiata alla meglio. I nostri sguardi sono agganciati. È esattamente il contatto visivo che mi serviva.
Esito solo un battito di ciglia, poi svuoto la mente. Richiamo l’immagine di ieri sera: il filo nero, denso, pesante come catrame liquido, che parte dalle mie pupille e si avvolge attorno ai suoi pensieri, tirandola verso il basso. Mi concentro con tutta la forza che ho in corpo.
«Andrea, ti ho detto di uscire, ma sei sordo oppure...»
La voce le muore in gola. La rabbia sul suo viso si scioglie di colpo, lasciando i lineamenti rilassati, quasi di cera. Le lunghe ciglia tremano e le palpebre si chiudono lentamente. La presa delle sue dita si allenta e la polo le scivola dalle mani, cadendo sul pavimento e lasciando di nuovo scoperto quel seno magnifico.
Le gambe le cedono. Scatto in avanti giusto in tempo prima che urti lo spigolo della panca. La afferro al volo, passandole le braccia attorno al busto nudo: l’impatto con la sua pelle calda mi toglie il fiato. Nel sorreggerla, una mia mano scivola involontariamente sotto il peso morbido e sodo del suo seno destro, sentendone tutta la pienezza carnosa nel palmo e il capezzolo turgido che mi sfiora le dita, mentre con l'altra le stringo la vita sottile, tenendola incollata al mio petto. Il suo profumo dolce mi invade le narici, mescolato al calore del suo corpo completamente abbandonato contro il mio.
Rimango immobile per qualche secondo, reggendola tra le braccia nel silenzio rotto solo dal neon difettoso. Ha funzionato. Ha funzionato di nuovo.
Per un istante mi sale alle labbra una risata nervosa, quasi isterica. La principessa del supermercato, quella che mi tratta come il suo facchino personale da giorni, non è riuscita nemmeno a finire di insultarmi. Ma l'euforia dura sì e no tre secondi, spazzata via da un'ondata di lucidità agghiacciante.
Abbasso lo sguardo su di lei: è completamente priva di sensi, a petto nudo tra le mie braccia, a dieci minuti dall'apertura del negozio.
Perfetto, Andrea. Complimenti. Hai appena dimostrato di possedere un potere soprannaturale. E la prima cosa che hai fatto è stata creare un'emergenza sanitaria nello spogliatoio del tuo posto di lavoro.
«Nicole...» sussurro, scuotendola leggermente per le spalle nude, vedendo i suoi seni ondeggiare piano a quel movimento. «Nicole, mi senti?»
Nessuna reazione. Respira piano, le labbra carnose socchiuse, la testa appoggiata contro la mia spalla. Il panico comincia a stringermi la gola. E proprio in quel momento, dal silenzio dell'ingresso, arriva un rumore metallico e inequivocabile.
Una chiave che gira nella serratura.
Mi si gela il sangue nelle vene. La porta d'ingresso scorre e una voce squillante rimbomba tra le corsie vuote: «BUONGIORNO, DISPERATI!»
Sara. Perché cazzo è arrivata con un quarto d'ora di anticipo?!
Sento i suoi passi rapidi dirigersi verso la zona delle casse, seguiti dal tonfo della sua borsa sul bancone e dallo scatto metallico del cassetto del fondo cassa. Da uno spiraglio della porta socchiusa la intravedo di sfuggita mentre si sfila la giacca: con quella montagna di ricci neri, folti e definiti che le scendono oltre le spalle, la frangetta corta e dritta e gli enormi occhiali dalla montatura nera, ha il solito viso dolce da bambolina che contrasta in modo assurdo con il fisico burroso e pieno di curve. Anche sotto la maglietta aderente che indossa stamattina si nota subito il seno pieno e rotondo, la vita ben segnata e quei fianchi ampi e generosi che scendono in un fondoschiena visibilmente pronunciato e rotondo, stretto nei jeans. Sara è l'unica qui dentro a cui voglio bene davvero; è lesbica, passiamo i turni a fare commenti idioti sulle clienti e sa benissimo quanto io sbavi dietro a Nicole, motivo per cui mi prende per il culo dalla mattina alla sera.
