«Andre?» chiama dalla cassa.
«Sì!» rispondo con la voce strozzata, tenendo ancora il corpo inerte e seminudo di Nicole stretto contro di me.
«Ma sei già arrivato?»
«No, sono il fantasma del supermercato!» cerco di buttare lì, mentre il cuore mi martella nelle tempie.
«Ah, perfetto. Mi servi un secondo.»
«Non puoi fare da sola?»
Un secondo di silenzio. «Che cazzo hai stamattina?»
Guardo Nicole abbandonata tra le mie braccia, con la pelle nuda del petto che si solleva a ogni respiro lento. Guardo la porta della saletta. Guardo il telefono. Se Sara entra qui e mi trova con Nicole svenuta e mezza nuda tra le mani, come diavolo glielo spiego?
Prendo la decisione più stupida e istintiva della mia vita. Afferro al volo una mia vecchia felpa lasciata sulla panca e la avvolgo in fretta e furia attorno alle spalle e al petto di Nicole, chiudendola davanti alla meglio; nel farlo, le mie nocche strisciano ancora contro la curva morbida e calda dei suoi seni. Poi la sollevo di peso, passandole le braccia sotto le ascelle, e la trascino fuori dalla saletta imboccando il minuscolo corridoietto dei servizi. È un movimento goffo, disperato: il suo bacino morbido sbatte contro le mie cosce, la sua testa ciondola all'indietro sfiorandomi il collo con i capelli profumati. Mi infilo nel bagno degli uomini, proprio lì accanto, e chiudo la porta con il piede senza fare rumore. Nella fretta più totale, non mi accorgo nemmeno di aver lasciato la sua polo pulita per terra nello spogliatoio.
Il bagno è una scatola claustrofobica: un lavandino minuscolo, uno specchio rettangolare macchiato di calcare, il dispenser del sapone e appena lo spazio per girarsi su se stessi. Provo ad appoggiare Nicole contro la parete piastrellata, ma non appena allento la presa il suo corpo cede completamente. La testa le ricade in avanti e sono costretto ad afferrarla di nuovo prima che finisca sul pavimento.
«Porca puttana, Nicole...»
Non avevo considerato nemmeno questo. Nei film gli ipnotizzati rimangono seduti come delle statue. Lei, invece, pesa quanto una persona vera e non riesce a sostenersi da sola.
Alla fine la adagio sul pavimento, su un fianco, cercando di non farle urtare la testa contro le piastrelle. Le sistemo la felpa addosso per coprirla e resto a guardarla, con il cuore che mi martella nel petto. Mi rendo conto che lasciarla lì senza assistenza è pericoloso. Eppure, quando sento nuovamente Sara chiamarmi, il mio primo istinto è ancora quello di non farmi scoprire.
La felpa le si apre leggermente sul davanti, lasciando intravedere di nuovo la vallata profonda del décolleté e la curva interna di un seno.
«Andre!» la voce di Sara rimbomba nel corridoio, molto più vicina.
«Arrivo!» rispondo, sudando freddo sotto il ronzio assordante della plafoniera del bagno.
«Mi dai una mano con questi spicci?»
«Sara, per favore, aspetta cinque minuti.»
«Cinque minuti per contare due monete?»
«Sono impegnato.»
«A fare cosa?»
Abbasso lo sguardo su Nicole, distesa ai miei piedi e ancora completamente immobile. «Sto... sistemando una cosa.»
Dall'altra parte della porta sento Sara sbuffare. «Mamma mia, sei misterioso stamattina.» Per fortuna non insiste: sento i suoi passi allontanarsi di nuovo verso la cassa e il tintinnio delle monete riprendere. Sara non è stupida, semplicemente non ha alcun motivo al mondo per immaginare che io stia nascondendo la nostra collega priva di sensi nel cesso degli uomini.
Guardo l'orologio sul telefono: sette e quarantotto. Cerco disperatamente di mettere in fila due pensieri lucidi, ma l'assurdità della situazione mi schiaccia. Nicole può svegliarsi tra trenta secondi come tra venti minuti, proprio come è successo a Martina, e io non ho la minima idea di come sbloccarla. Come se non bastasse, mi rendo conto solo adesso del dettaglio peggiore: la sua divisa è rimasta sul pavimento della saletta. Se si sveglia senza vestiti o se qualcuno entra nello spogliatoio e trova la sua roba per terra, sono finito.
Lancio un'ultima occhiata a Nicole, ancora distesa sul pavimento, con la felpa che le copre il busto. Il suo respiro sembra regolare, ma non riesco a tranquillizzarmi. Continuo a pensare che potrebbe svegliarsi da un momento all'altro. O, peggio, che potrebbe aver bisogno di aiuto mentre io sono dall'altra parte del supermercato.
Per un istante penso di chiamare Sara. Poi sento nuovamente la sua voce e, invece di chiedere aiuto, apro la porta del bagno di uno spiraglio. Controllo che sia impegnata alla cassa ed esco nel corridoietto per recuperare la polo.
Faccio appena un passo verso la saletta che un altro scatto metallico squarcia il silenzio del supermercato. La porta d'ingresso si sta aprendo di nuovo.
Faccio un passo indietro così veloce da rischiare di inciampare nei miei stessi piedi, schiacciandomi contro lo stipite del corridoietto proprio mentre la porta d'ingresso si spalanca del tutto. Il rumore di tacchi bassi e decisi risuona sul pavimento lucido, accompagnato dallo squillo insistente di un cellulare.
È Federica. Trentacinque anni, direttrice di questa gabbia di matti e incarnazione vivente della fretta. Entra con una cartellina rigida stretta sotto il braccio, il telefono già incollato all'orecchio che chiude una chiamata in tre secondi netti. Ha i capelli castani raccolti in uno chignon tiratissimo che non lascia scappare neanche un ciuffo, e indossa una camicetta bianca stirata alla perfezione dentro un paio di pantaloni scuri dal taglio pratico, che però le fasciano con precisione i fianchi sodi e le gambe toniche da donna che non sta ferma un minuto. Non è una persona cattiva, ma ha la pazienza di una miccia corta, e purtroppo per me io sono il primo nome che le viene in mente ogni volta che c'è da faticare.
Alza lo sguardo dal display e mi individua subito, fermo come un idiota all'imbocco del corridoio.
«Andrea! Meno male che sei già qua» esclama, puntandomi contro una penna come se fosse un'arma.
Cerco di schiarirmi la gola per far uscire una voce normale. «Buongiorno, Fede.»
«Mi dai una mano con la consegna arrivata stamattina?»
Il sangue mi si congela. Penso a Nicole, distesa sul pavimento del bagno degli uomini, priva di sensi e completamente ignara del casino che sto combinando. «Adesso?»
Federica si ferma in mezzo alla zona casse, posando una mano sul fianco e guardandomi come se avessi appena bestemmiato in chiesa. «No, Andrea, a Natale.»
«È che dovrei fare una cosa...» provo a temporeggiare, sentendo una goccia di sudore freddo scendermi lungo la tempia.
«E la fai dopo. Dai, muoviti.»
Non c'è margine di trattativa. Se insisto, col carattere che si ritrova, è capace di seguirmi nel retro per vedere cosa diavolo sto combinando. Deglutisco a vuoto e mi costringo a muovere le gambe, trascinandomi verso i bancali lasciati vicino all'entrata. Federica mi indica una pila di scatoloni pesanti da smistare tra la prima e la seconda corsia. Ne afferro uno, i muscoli delle braccia che si tendono per il peso, ma la mia mente è rimasta là dietro.
Mentre impilo confezioni su confezioni, il mio sguardo scatta ossessivamente verso la porta socchiusa del corridoio del personale. Quanto tempo è passato? Cinque minuti? Sei? Con Martina l'effetto era durato poco più di undici minuti. Se Nicole dovesse aprire gli occhi adesso, ritrovandosi chiusa nel cesso dei maschi con la mia felpa addosso e il seno di fuori, le sue urla farebbero venire giù le vetrine del negozio.
Nel passarmi accanto con i fogli di bolla in mano, Federica nota che sono rimasto imbambolato con un pacco di biscotti a mezz'aria, gli occhi fissi verso gli spogliatoi. Si ferma e mi squadra.
«Ma che hai oggi?»
Sussulto, tornando bruscamente alla realtà. «Niente.»
«Hai dormito?»
«Poco.»
Lei scuote la testa, stringendo le labbra in una smorfia eloquente. «Si vede. Sembri un tossico.»
«Grazie, Fede. Anche tu sei splendida stamattina» ribatto d'istinto, cercando di aggrapparmi al mio solito sarcasmo per non far trasparire il panico.
Federica mi fulmina con un'occhiataccia che basterebbe a congelare il reparto surgelati. Dalla cassa lì vicino, invece, sento uno sbuffo trattenuto a stento: Sara si copre la bocca con una mano e scoppia a ridere, i riccioli scuri che le ballano sulle spalle e gli occhi grandi che brillano divertiti dietro la montatura nera degli occhiali. In qualsiasi altra mattina le avrei tenuto bordone; adesso vorrei solo che si aprisse una voragine sotto le piastrelle e mi inghiottisse.
