Per mia immensa fortuna, il telefono di Federica ricomincia a vibrare. Lei sbuffa, legge il nome sullo schermo e si dirige a passo svelto verso il suo ufficio per rispondere in privato.
È la mia finestra. Non aspetto neanche che chiuda la porta: mollo lo scatolone a terra, controllo che Sara sia impegnata a sistemare i rotoli degli scontrini e mi infilo di nuovo nel corridoio del personale, scivolando dentro la saletta.
Il neon sul soffitto continua a friggere. La polo di Nicole è ancora lì, abbandonata sul pavimento freddo esattamente dove le è caduta dalle mani quando le ho spento il cervello. Mi chino per raccoglierla, stringendo il tessuto morbido tra le dita, ma mentre mi rialzo un bagliore improvviso cattura la mia attenzione.
Sulla panca di legno, accanto alla sua borsa aperta, c'è il suo telefono. Lo schermo si è appena illuminato per una notifica.
Mi blocco. Faccio un passo verso la panca e rimango lì, in piedi nel silenzio dello spogliatoio, a fissare quel rettangolo di luce. Fino a ieri non mi sarei mai sognato di toccare le sue cose. Ma adesso, dopo averla vista crollare inerme tra le mie braccia, dopo aver sentito il peso caldo del suo seno nudo nel palmo della mano senza che lei potesse fare o sapere nulla, sento che qualcosa dentro di me si è spostato. I confini, le regole, il rispetto degli spazi altrui... tutto mi sembra improvvisamente sottile, fragile, facilissimo da calpestare. L'idea di allungare la mano, leggere i suoi affari privati, rubarle un altro pezzetto di intimità mi arriva con una naturalezza quasi spaventosa, accompagnata da una scarica scura di adrenalina che mi pulsa dritta nel basso ventre.
Allungo le dita, sfiorando il bordo metallico del cellulare. Poi, però, il mio occhio cade sull'orario stampato in grande sulla schermata di blocco: le sette e cinquantacinque.
Tra cinque minuti si alza la saracinesca. E Nicole è là dentro da oltre dieci minuti.
Ritraggo la mano di scatto, stringo la polo in un pugno ed esco dalla saletta. Faccio due passi nel corridoio, apro la porta del bagno degli uomini e mi ci chiudo dentro, girando la chiavistello con un clic quasi impercettibile.
L'aria qui dentro è diventata calda, satura del suo profumo dolce di vaniglia che in uno spazio così minuscolo sembra moltiplicarsi, avvolgendomi appena faccio un respiro. Nicole è ancora lì, distesa sul pavimento piastrellato, esattamente nella posizione in cui l'ho lasciata. Non sembra essersi mossa di un millimetro.
Rimango sulla soglia a osservarla. È distesa su un fianco, con la testa appoggiata al pavimento e i capelli biondo scuro sparsi sulle piastrelle. Respira lentamente, con le labbra leggermente dischiuse, senza dare alcun segno di volersi svegliare. Nel tempo in cui sono stato fuori, la mia felpa, troppo larga per le sue spalle minute, è scivolata giù da un lato.
Resto senza fiato. Tutto il suo seno destro è completamente scoperto, pieno, pesante e perfetto, con quella curva morbida che spicca sul torace sottile e le piccole lentiggini dorate che sembrano disegnate apposta sulla pelle chiara. Il capezzolo, piccolo e roseo, è ancora duro per l'aria fresca, e si solleva piano a ogni suo respiro.
Guardo la polo che ho in mano, poi torno a guardare lei. Il tempo sta per scadere: da un secondo all'altro quegli occhi azzurro-grigi potrebbero spalancarsi di colpo, proprio come è successo a Martina. Se voglio evitare un disastro, devo toglierle la mia felpa e infilarle quella maglietta adesso, prima che si svegli. Il che significa che devo spogliarla del tutto e toccarla di nuovo, qui, chiusi in un metro quadro, mentre il cuore mi martella nel petto e le mani mi bruciano dalla voglia di non fermarsi solo ai vestiti.
C'è un ticchettio infernale nella mia testa, il suono dei secondi che mi portano dritto alla fine di tutto. Alle sette e cinquantanove si alza la saracinesca. Alle otto entrano i primi clienti. E io sono ancora qui, con Nicole priva di sensi nel bagno degli uomini.
La metto a pancia in su e mi metto su di lei, le mie ginocchia che incastrano le sue, bloccandola. La mano libera afferra l'orlo della mia felpa e la tira su, lentamente, come se stessi spellando una pera matura. La stoffa striscia sulla pelle chiara del suo ventre, scoprendo l'ombelico piccolo e profondo, poi la curva morbida delle costole. Devo sfilargliela da sopra la testa, tirandola leggermente su, e per farlo sono costretto ad avvicinarmi ancora di più, fino a che il mio petto non le preme contro la spalla e il mio viso non è a pochi centimetri dal suo collo. In quel momento, mentre le sollevo le braccia flaccide per farle passare la felpa, il suo corpo inerte sfiora il mio e per un attimo sento tutto il suo peso, tutto il calore, tutto il profumo di lei contro di me. È come un contatto elettrico. La felpa scivola via e la poggio a terra, lasciandola di nuovo seminuda.
Lei non reagisce. Il suo corpo è una marionetta a cui hanno tagliato i fili, morbido e disponibile. I suoi occhi sono ancora chiusi, le labbra socchiuse, il collo esposto. E io la guardo. Guardo il suo seno, interamente nudo ora, perfettamente simmetrico, pieno e sodo, che si alza e si abbassa a ogni suo respiro lento e regolare. Non è un seno enorme, è un seno perfetto, proporzionato al suo corpo magro, con delle aureole color rosa pallido che si contraggono leggermente intorno a capezzoli duri e turgidi. Non riesco a distogliere lo sguardo.
La mia mano, ancora tremante dallo sforzo e dall'adrenalina, si posa sulla sua spalla calda e scivola giù, lenta, quasi senza che me ne accorga. La punta delle mie dita sfiora la clavicola sottile, poi scende ancora, seguendo la linea morbida del suo sterno. Il suo battito sotto la pelle è lento, quasi impercettibile. La mia mano continua a scendere, spinta da una volontà che non sento più mia, finché non arrivo. Il primo contatto è una folgorazione. La pelle del suo seno è incredibilmente morbida, vellutata, più calda del resto del suo corpo. La mia mano si chiude su di essa, tutta intera, sentendone la pienezza, il peso, la consistenza soda ma cedevole. La stringo un po', più forte del necessario, e un brivido mi percorre la schiena quando sento la mammella deformarsi sotto le mie dita, cedendo alla mia presa.
È troppo. È troppo bello, troppo potente, troppo proibito. Non posso fermarmi.
La mia altra mano si alza e le afferra la nuca, le dita che s'infilano tra i capelli lisci e profumati, tirandola leggermente su. Questo la costringe a esporre ancora di più il collo e il seno. Poi mi piego su di lei e la bacio.
Le mie labbra si posano sulle sue. Sono morbide, calde, un po' secche. All'inizio è un contatto timido, quasi rispettoso. Ma la fame che sento dentro è una belva, e si risveglia all'istante. La mia bocca si apre e la lingua le scivola tra le labbra, invadendo la sua bocca dolce e inerme. Non è un bacio, è una predazione. La mia lingua esplora, cerca, possiede. Le accarezzo il palato, le sfioro i denti, danza con la sua lingua che rimane immobile, passiva. Il sapore della sua bocca è un mix di menta del dentifricio e di quel qualcosa di dolce che solo lei ha. La Bacio con foga, con un desiderio che ho represso per mesi, forse anni. Sento il mio cazzo indurirsi nei pantaloni, premendo contro il tessuto dei pantaloni e contro la sua coscia.
La mia mano sul suo seno si stringe ancora, le dita che affondano nella sua carne morbida e soda. Sento il capezzolo duro che mi preme contro il palmo della mano. E lo pizzico, non dolcemente. Un pizzico forte, quasi violento, che le farebbe urlare di dolore o piacere se fosse cosciente.
Lei non reagisce. Solo un sussulto appena percettibile, un tremito che le percorre il corpo e che forse ho solo immaginato. Ma la sua inerme passività mi eccita ancora di più. La bacio più a fondo, la lingua che le scava la bocca, le labbra che le schiacciano le mie con una forza brutale. Le stringo il seno con ancora più veemenza, sentendo la mammella deformarsi sotto la mia presa, il capezzolo che mi trafigge la mano.
