L'ufficio di Federica è una scatola di pochi metri quadri incastrata sul retro del negozio, illuminata da un neon freddo che trasforma la pelle in cera e fa sembrare tutto più spigoloso. Sulla scrivania regna un caos ordinato di fatture impilate, bolle di consegna scarabocchiate, il monitor fisso del computer e una tazza di caffè lasciata a metà, ormai freddo da ore.
Io sono seduto sulla sedia di plastica davanti alla scrivania, con le mani intrecciate tra le ginocchia per nascondere il tremore delle dita. Federica non si è nemmeno seduta: resta in piedi davanti a me, appoggiata con i fianchi sodi al bordo del tavolo, le braccia incrociate sotto il seno che tendono la stoffa leggera della camicetta bianca. Da fuori, oltre la porta socchiusa, arrivano le voci sommesse dei paramedici del 118 che stanno controllando la pressione a Nicole nello spogliatoio, mescolate al tono dolce e rassicurante di Sara che non l'ha lasciata sola un secondo.
Federica mi fissa in silenzio per un tempo interminabile. Non urla, non sbatte la cartellina sul tavolo, non alza gli occhi al cielo come fa ogni giorno. È immobile, glaciale, e questa sua calma innaturale mi fa salire un nodo di nausea fino alla gola.
«Andrea, ripetimi un attimo una cosa» dice, scandendo ogni sillaba con una lentezza chirurgica.
Deglutisco a vuoto. «Dimmi.»
«Nicole sviene. Tu la trovi e, invece di chiamare qualcuno, la porti nel bagno degli uomini.»
«Sono andato nel panico» rispondo, fissando un punto indefinito all'altezza della sua clavicola, dove il colletto aperto mostra la pelle tesa del collo.
«E poi la lasci lì per venti minuti?»
«Non sapevo cosa fare.»
«Questo mi pare evidente.»
Si sporge appena in avanti, e il suo profumo fresco e pungente taglia l'aria pesante della stanza. I suoi occhi scuri mi frugano dentro, cercando la crepa nella mia versione. «Nicole ricorda che sei entrato mentre si cambiava.»
«Sì, ma è stato un incidente» mi affretto a dire, sentendo il sudore incollarmi la maglietta alla schiena. «Non aveva chiuso a chiave, pensavo avesse finito.»
«Mi stai dicendo che sei entrato per sbaglio nello spogliatoio e poi, sempre per sbaglio, l'hai portata nel bagno degli uomini?»
«Fede, non ho detto questo. Ti sto dicendo che quando l'ho vista cadere non ho capito più niente, volevo bagnarle i polsi con l'acqua fredda e il bagno era lì a due passi... poi tu mi hai chiamato per gli scatoloni e mi sono bloccato.»
Ogni bugia che pronuncio sembra spalancare la voragine per un'altra domanda, un altro dettaglio che non quadra, come la polo infilata alla rinfusa sul suo corpo nudo. Mi aspetto che Federica esploda, che inizi a gridarmi contro quanto io sia un idiota irresponsabile. Invece, alle mie spalle, si sente solo il leggero clic del computer sulla scrivania che entra in modalità standby, oscurando lo schermo, seguito dalla voce ovattata di Sara che dal corridoio chiede a un infermiere se serve una bottiglietta d'acqua.
Federica si raddrizza, sciogliendo le braccia e lisciandosi i pantaloni scuri lungo le cosce con un gesto secco. «Adesso pensiamo a Nicole. Ma stasera, prima di chiudere, mi guardo tutte le registrazioni delle telecamere. Voglio capire cosa cazzo è successo.»
Smetto di respirare. L'aria nei polmoni sembra solidificarsi di colpo.
Le telecamere.
Nella fretta, nel panico, nell'euforia idiota di provare quel trucco mentale, me ne ero completamente dimenticato. Non ci sono obiettivi dentro gli spogliatoi o nei bagni, ovviamente, ma ce n'è uno piazzato proprio nell'angolo in alto sopra la porta d'accesso al corridoietto del personale. Una piccola cupola nera che punta dritta sul passaggio.
Federica continua a parlare, dicendomi qualcosa sui turni da coprire e sulle casse rimaste scoperte, ma la sua voce mi arriva come da sott'acqua, distorta dal martellare violento del sangue nelle orecchie. Nella mia testa vedo già il filmato in bianco e nero: io che esco dalla saletta tenendo per le ascelle il corpo inerte di Nicole, avvolta solo nella mia felpa, le sue gambe che strisciano sul pavimento mentre la trascino di peso dentro il bagno dei maschi e mi chiudo dentro con lei per venti minuti. Non importa cosa le ho fatto o non le ho fatto là dentro: chiunque guardi quel video vedrà un ragazzo che sequestra una collega priva di sensi e mezza svestita. Non sto rischiando solo di essere licenziato in tronco; sto rischiando una denuncia penale che mi rovinerà la vita.
Verso le nove e mezza i sanitari decidono che non serve il trasporto in ospedale: parlano di un probabile calo di zuccheri o di pressione dovuto al caldo, consigliandole riposo assoluto e qualche analisi di controllo.
Osservo la scena da lontano, nascosto a metà dietro lo scaffale dei biscotti. Nicole attraversa la zona delle casse accompagnata da Federica fino all'uscita. Si è rimessa i suoi jeans e la maglietta chiara di stamattina, e ha raccolto i lunghi capelli biondo scuro in una coda bassa e disordinata. Sembra più piccola, quasi fragile, lontana anni luce dalla ragazza sfacciata e consapevole del proprio corpo che mi provocava fino a due ore fa. Eppure, proprio prima di varcare la porta scorrevole, si volta verso l'interno del supermercato e il suo sguardo incrocia il mio.
Non c'è ombra di sorriso sulle sue labbra piene, né la solita ironia tagliente. I suoi grandi occhi azzurro-grigi mi fissano con una diffidenza fredda, carica di un sospetto viscerale: il suo corpo sa che c'è un buco nero in quella mattinata, e il suo istinto le dice che il colpevole sono io.
Appena le porte automatiche si richiudono alle sue spalle, sento dei passi leggeri avvicinarsi alla mia corsia.
«Andre.»
Mi giro. Sara si ferma a un passo da me, le mani infilate nelle tasche del grembiule che stringe sulla vita sottile, mettendo in risalto la curva morbida dei fianchi e il seno pieno che si solleva in un sospiro profondo. Dietro la montatura nera degli occhiali, i suoi occhi scuri non hanno la solita scintilla giocosa.
«Eh» rispondo, tornando a guardare le confezioni sugli scaffali.
«Ma che cazzo è successo veramente?» chiede a bassa voce, inclinando la testa riccia per costringermi a guardarla.
«Te l'ho detto.»
«A me non hai detto niente, Andrea. Hai urlato quando volevo venire di là con te, e due minuti dopo Nicole è uscita da quel bagno terrorizzata, mezza svestita, mentre tu avevi la faccia di uno che ha appena investito qualcuno.»
Mi passo una mano sulla nuca, sentendo il peso del suo sguardo. «È svenuta, Sara. Ho fatto una cazzata, sono andato nel pallone e non ho chiamato nessuno. Fine.»
«E perché l'hai portata nel bagno degli uomini?» insiste lei, facendo mezzo passo avanti, tanto vicina che sento il suo profumo pulito di talco e sapone.
«Sara, ti prego, non ricominciare pure tu. Mi è già bastata Federica.»
Lei stringe le labbra carnose. Rimane in silenzio per qualche secondo, studiandomi il viso con un'attenzione che mi mette i brividi. Non mi lancia accuse dirette, non ne avrebbe le prove, ma negli occhi della mia unica vera amica qui dentro vedo aprirsi una crepa profonda. Non si è bevuta una sola parola. Sa che sto nascondendo qualcosa di grosso, qualcosa di sbagliato, e per quanto mi sforzi di sostenere il suo sguardo, sono io il primo a dover abbassare gli occhi.
Per il resto della mattinata, Federica decide di tenermi praticamente al guinzaglio. Con Nicole a casa e il negozio che inizia a riempirsi, c'è bisogno di mandare avanti la baracca, e la verità è che qui dentro non sono affatto un semplice scaffalista. Sulla carta prendo lo stipendio base e mi tocca scaricare i bancali come un mulo, ma nei fatti sono il vice operativo di Federica: ho un mazzo di chiavi del locale, conosco i codici dell'allarme, so gestire i resi coi fornitori e chiudo quasi sempre la cassa centrale insieme a lei a fine giornata. È proprio per questo che stasera saremo io e lei, da soli nel suo ufficio, quando aprirà il programma della video sorveglianza.
Questo pensiero mi martella nel cranio senza sosta tra le dieci e mezzogiorno, trasformandomi in un automa scoordinato. Sbaglio a contare le casse dell'acqua sulla bolla del corriere; lascio uno scatolone sventrato in mezzo alla seconda corsia rischiando di far inciampare una signora; tiro fuori il telefono dalla tasca ogni tre minuti per fissare l'orario che avanza inesorabile. Ogni volta che vedo la silhouette slanciata di Federica avvicinarsi alla porta del suo ufficio, il cuore mi salta un battito per il terrore che decida di anticipare il controllo.
«Andrea» la sua voce mi riscuote mentre sto impilando dei pacchi sullo scaffale metallico.
Sussulto, voltandomi di scatto. «Cosa?»
Federica è ferma a braccia conserte, un sopracciglio inarcato sopra gli occhi severi. «Mi vuoi spiegare perché hai messo la pasta con i detersivi?»
Abbasso lo sguardo. Tra i flaconi blu di ammorbidente e le bottiglie di candeggina fanno bella mostra di sé sei pacchi da mezzo chilo di penne rigate.
«Cosa?» ripeto come un ebete.
«La pasta. Con i detersivi.»
«Ah.»
«Ah cosa?!» sbotta lei, perdendo per un attimo la sua compostezza glaciale.
«Niente, ho sbagliato.» Tolgo i pacchi in fretta, stringendoli contro il petto.
Federica scuote la testa, passandosi due dita sulla fronte con aria esausta. «Tu oggi hai sbagliato tutto, Andrea. Vedi di svegliarti, perché a fine turno io e te dobbiamo già fare un discorso molto lungo.»
Gira sui tacchi e se ne va, i pantaloni scuri che accompagnano il movimento rapido e nervoso dei fianchi. Io rimango lì, con i pacchi di pasta in mano, a fissare la telecamera a cupola in fondo al corridoio.
