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Erotika
Ipnotizzata · Cap. 3
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Capitolo 3 di 3 35 min di lettura

La direttrice ipnotizzata: il peccato che non ricorda

Con le telecamere pronte a incastrarlo, Andrea scopre come riscrivere i ricordi e oltrepassa un nuovo limite con Federica. Ma la sua vittoria rischia di crollare quando Sara comincia a fare domande.

ale🍻
11 ore fa · 25 letture · 2

Potevo sopravvivere a Nicole che mi odiava. Potevo sopravvivere a Sara che mi faceva il terzo grado con quegli occhi pieni di delusione. Ma a un video in alta definizione di me che trascinavo una collega incosciente nel bagno degli uomini? Quello era un problema decisamente più complicato. E avevo meno di otto ore per trovare un miracolo.

Quando finalmente scocca l'ora della pausa pranzo, mi rintano nella saletta del personale come un animale in trappola. Sul tavolino davanti a me c'è un panino al prosciutto avvolto nella stagnola; ne ho dato un solo morso, ma mi è rimasto incastrato nello stomaco come un sasso di piombo.

Appoggio i gomiti sul tavolo e tiro fuori il cellulare. Ogni volta che sento un rumore di passi nel corridoio o il cigolio di una porta, blocco istintivamente lo schermo e lo copro con il palmo della mano, il cuore che riprende a correre all'impazzata.

Riapro il browser sulla pagina scura del forum di ieri sera. Le dita scorrono febbrili sullo schermo mentre uso la barra di ricerca interna: digito parole a caso, amnesia, risveglio, comandi, memoria. La maggior parte dei risultati sono deliri inutili o discussioni cancellate anni fa. Poi, scavando nella terza pagina dell'archivio, trovo un thread vecchio di quattro anni con appena tre risposte.

Il titolo mi blocca il respiro: «Il ricordo non è il passato».

Apro la discussione. L'autore del post principale ha un nickname che mette i brividi: Mnemosyne_0. Non usa giri di parole, né toni da ciarlatano; scrive con la freddezza clinica di chi sta spiegando il funzionamento di un motore.

«Il sonno è soltanto la prima porta. Chi si ferma al filo nero ha capito solo metà del meccanismo. Una mente sospesa nel vuoto non ha volontà: non può decidere cosa vivere e rifiuta gli ordini diretti al corpo perché il corpo è spento. Ma la memoria è aperta. Una mente che dorme quel sonno accetta qualsiasi episodio le venga raccontato a voce bassa, con dovizia di dettagli, come se fosse già accaduto. Non tentare di cambiare ciò che una persona è. Cambia ciò che crede di ricordare. Non confondere però un ricordo con la realtà.»

Rileggo quelle righe tre, quattro, cinque volte, sentendo la pelle d'oca salirmi lungo le braccia. Scorro più in basso, fino all'unico scambio di commenti sotto il post.

Un utente chiede: «Quindi posso farle credere che è innamorata di me?»

La risposta di Mnemosyne_0 è tagliente: «No. Non puoi creare un sentimento dal nulla e non puoi riscrivere il carattere di un individuo. Puoi soltanto costruire una scena precisa, un fatto concreto che la persona, al risveglio, crederà di aver vissuto davvero. Sarà lei, una volta sveglia, con la sua mente e la sua natura, a dare un senso a quel ricordo e ad agire di conseguenza.»

Abbasso lentamente il telefono sul tavolo, fissando il muro scrostato dello spogliatoio. I pezzi del puzzle iniziano a incastrarsi nella mia testa con una lucidità vertiginosa, quasi spaventosa.

Ecco perché ieri sera Martina non aveva alzato la mano al mio comando: in quello stato il corpo non obbedisce agli ordini meccanici. Ma la mente ascolta. Se parlo mentre dormono, se dipingo nella loro testa una scena abbastanza nitida, al risveglio quel racconto diventa il loro passato.

Penso a stasera. Penso a Federica chiusa nel suo ufficio davanti al monitor delle telecamere.

Non posso trasformare la mia direttrice in una donna docile, e non posso cancellare il file dal disco rigido del computer con la forza del pensiero. Ma il vero problema non è quello che Federica potrebbe vedere sullo schermo. È quello che potrebbe ricordare di aver già visto, o la decisione che potrebbe credere di aver già preso riguardo a me.

E se quella voce sul forum avesse ragione... se riuscissi a chiuderla in quel sonno profondo quando saremo finalmente soli a serrande abbassate, cosa potrei raccontarle all'orecchio mentre dorme? Potrei salvarci la faccia, ripulire la mattinata, cancellare ogni sospetto.

Oppure, mentre ripenso al modo in cui Federica mi ha comandato a bacchetta per mesi e a come mi ha guardato dall'alto in basso mezz'ora fa nel suo ufficio, sento un calore scuro e improvviso allargarsi nel petto: forse potrei spingermi un passo più in là, e vedere fino a che punto un semplice ricordo inventato può piegare una donna come lei.

Il resto del pomeriggio scorre in una strana, irreale lentezza. Tra le cinque e le otto di sera il supermercato vive la sua solita ora di punta, ma io mi muovo tra gli scaffali come se fossi chiuso dentro una bolla di vetro. Carico le confezioni, rispondo ai clienti, ritiro i carrelli, eppure i miei occhi continuano a cercare Federica.

La osservo mentre passa da una cassa all'altra, mentre firma i moduli dei fornitori con quel suo tratto rapido e nervoso, mentre si sistema dietro l'orecchio una ciocca di capelli castani sfuggita allo chignon. Conosco a memoria la routine di fine giornata: quando tutti se ne vanno, restiamo sempre solo io e lei. Lei si chiude in ufficio a quadrare gli incassi, controllare i documenti e inserire i codici del sistema di sicurezza; io faccio il giro delle corsie, spengo i banchi non essenziali e abbasso la saracinesca. È un copione che abbiamo ripetuto decine di volte, ma stasera ogni minuto che ci avvicina alle otto e mezza mi fa sentire il nodo scorsoio un po' più stretto attorno alla gola.

Verso le otto meno un quarto, mentre sto impilando le ultime cassette di plastica vicino al magazzino, Federica mi passa accanto. Si ferma appena, quel tanto che basta per incrociare il mio sguardo.

«Andre, stasera chiudiamo insieme.»

Annuisco, cercando di tenere la voce ferma. «Come sempre.»

«E dopo controlliamo quelle telecamere.»

«Giusto.»

Mi fissa per un istante con quegli occhi scuri, resi più severi dalla stanchezza accumulata. «Non pensare che mi sia dimenticata.»

«Non lo pensavo.»

Appena si volta per tornare verso le casse, sento il cuore accelerare di colpo, battendo sordo contro la cassa toracica. Non ho un piano di riserva. Non ho una scusa credibile, né un alibi che possa reggere davanti a quel video. Se le parole lette su quel forum sono soltanto il delirio di un mitomane, tra meno di mezz'ora la mia vita finisce dritta contro un muro.

Alle otto e trentacinque il supermercato si svuota finalmente del tutto. Sara ci saluta dalla porta con uno sguardo ancora carico di punti interrogativi rivolto nella mia direzione, gli ultimi clienti scivolano fuori sul marciapiede e io premo il pulsante metallico accanto all'ingresso.

La saracinesca scende con il suo lento fragore di ferro fino a toccare terra, tagliando fuori i rumori della strada. Poi spengo la metà dei neon della zona vendita. Di colpo, il locale ripiomba nella stessa identica penombra del mattino: i corridoi lunghi e deserti, il ronzio profondo e incessante dei frigoriferi, l'odore di chiuso e di detersivo. Solo che stamattina ero qui dentro con Nicole, spinto dalla voglia incosciente di prendermi una rivincita; adesso sono chiuso dentro con l'unica donna che ha il potere di scoprire tutto e rovinarmi.

Cammino piano lungo la corsia centrale, il rumore delle mie scarpe che sembra rimbombare troppo forte nel silenzio, e mi fermo sulla soglia dell'ufficio.

Federica è seduta alla sua scrivania, illuminata dalla luce fredda della plafoniera e dal bagliore del monitor. Dopo oltre dodici ore passate a correre da una parte all'altra, la sua corazza impeccabile mostra qualche crepa che la rende improvvisamente più vulnerabile, più fisica. La camicetta bianca è leggermente stropicciata sui fianchi e ha un bottone in più aperto sul davanti, quanto basta per lasciar intravedere la pelle calda alla base della gola e l'inizio della curva piena e soda del seno, costretta nel reggiseno scuro che traspare appena sotto il tessuto sottile. I capelli castani, sempre tiratissimi, si sono allentati sulla nuca, lasciando cadere qualche ciocca morbida lungo il collo. Ha il viso stanco; si sfila gli occhiali da lettura, li poggia sulle carte e si massaggia piano la fronte con due dita, chiudendo gli occhi per un secondo.

«Vieni qua, Andrea» dice, senza nemmeno alzare la testa.

Faccio due passi dentro lo stanzino, chiudendo quasi del tutto la porta alle mie spalle, e mi fermo proprio accanto al bordo della scrivania. «Dimmi.»

Lei abbassa la mano e punta lo sguardo sul monitor. «Adesso vediamo che cazzo è successo stamattina.»

«Fede, te l'ho raccontato.»

«E io ti ho detto che voglio vedere le registrazioni.»

Afferra il mouse con decisione. La vedo cliccare sull'icona del programma di video sorveglianza; si apre la schermata grigia di accesso e le sue dita battono rapide sulla tastiera per inserire la password di amministratore. Io resto in piedi a mezzo metro da lei, così vicino da sentire il calore che emana il suo corpo e la traccia del suo profumo, un misto pungente di colonia fresca e pelle accaldata. Sento che mi manca l'aria. Sullo schermo compaiono i riquadri delle varie telecamere e lei muove il cursore verso l'archivio orario della mattina.

Poi, proprio mentre la barra di caricamento arriva alle sette e quarantacinque, Federica si gira sulla sedia verso di me, alzando il viso per dirmi qualcosa.

I nostri sguardi si scontrano. È adesso. O adesso o mai più.

Trattengo il fiato e spalanco gli occhi nei suoi, concentrando ogni singola fibra del mio cervello. Richiamo il filo nero dal fondo della mente, immaginandolo scendere denso, viscoso, inesorabile, per avvolgerle le tempie e trascinarla nel buio. Per un istante interminabile, vedendo le sue labbra schiudersi per parlare, il terrore mi gela il sangue: non funziona, è troppo sveglia, non sta funzionando.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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