«Mi stai affumicando la camera.»
Si appoggia con i gomiti al ferro, inclinandosi leggermente in avanti. Lo scollo della canottiera cede, offrendomi la vista dell'attaccatura dei suoi seni morbidi e naturali. Lo fa con una disinvoltura che mi fa impazzire, senza malizia, semplicemente perché è dannatamente a suo agio nel proprio corpo. «Sono sul balcone mio.»
«E il fumo sta in camera mia,» ribatto, cercando di non fissarle il décolleté.
«Allora chiudi.»
«Ma secondo te devo dormire con la finestra chiusa, a settembre, perché tu devi fumarti un pacchetto intero?»
Lei fa un altro tiro profondo. Le labbra si increspano in un mezzo sorriso condiscendente. Mi guarda come se avessi cinque anni. «Amore, quanto sei tragico.»
Ride piano, una risata roca e sensuale che le fa vibrare il petto, e soffia il fumo nella mia direzione, passandosi una mano tra i capelli scuri. La mando mentalmente a quel paese. La desidero e la detesto nello stesso identico momento. Conosco le sue forme a memoria ormai, abbiamo passato serate intere a chiacchierare da queste due porzioni di cemento, e so quanto sa essere dolce e profonda. Ma quando ha una sigaretta in mano, diventa un muro di gomma insopportabile.
«Vaffanculo, Martì,» borbotto, girando i tacchi. Rientro in camera e chiudo la portafinestra con uno scatto secco.
Faccio appena in tempo a girare la maniglia, che sento la sua voce, attutita dal vetro, provocatoria e vellutata.
«Buonanotte, principessa!»
Mi lascio cadere pesantemente sulla sedia davanti al computer, passandomi le mani sul viso. Due principesse nella stessa giornata. Entrambe bellissime, entrambe capaci di farmi pulsare il sangue nelle vene, entrambe assolutamente fuori di testa. Una bella sfortuna.
Apro il browser e comincio a scorrere video e articoli senza una meta precisa, nel tentativo di dimenticare almeno per qualche ora quella giornata di merda. Navigo su internet senza una meta precisa, cliccando su video e articoli a caso, nel disperato tentativo di lavarmi via di dosso la frustrazione della giornata. Il rifiuto di Nicole, le provocazioni continue, la litigata con Martina... ho il cervello in fiamme. Il feed inizia a propormi contenuti strani, roba sull'ipnosi, sulla suggestione psicologica, persino vecchi video di presunti esperimenti di controllo mentale. Di solito scorrerei oltre, ma stasera sono abbastanza stanco da lasciarmi incuriosire.
Finisco in un forum dall'aspetto datato, con uno sfondo scuro e testi formattati male. Un thread in particolare attira la mia attenzione: parla di una tecnica antica, non la solita cazzata del pendolo o della voce suadente. Chi scrive sostiene che sia necessaria una combinazione assurda: un contatto visivo ininterrotto, una concentrazione assoluta e la visualizzazione mentale di un filo nero, pesante, che si srotola dalle proprie pupille per avvolgersi attorno alla mente dell'altro, trascinandolo giù. Il post promette un sonno fulmineo e innaturale.
Lascio sfuggire una mezza risata nel silenzio della stanza. «Ah, perfetto,» mormoro allo schermo. «Bastava questo. Ventitré anni di vita buttati a cercare di convincere la gente con le parole.»
Scorro i commenti. La maggior parte degli utenti accusa l'autore di essere un ciarlatano o un idiota. Qualcuno, però, giura di averci provato con successo, aggiungendo un dettaglio che mi fa sollevare un sopracciglio: un utente avverte che la durata dell'effetto è totalmente imprevedibile e che il trucco non funziona se usato in continuazione sulla stessa persona. Non ci do troppo peso, ovviamente. È una stronzata colossale. Ma per pura noia aggiungo la pagina ai preferiti. Faccio appena in tempo a togliere la mano dal mouse, che lo sento.Click. Il rumore metallico dell'accendino di Martina.
Mi alzo di scatto, riapro la portafinestra e vengo investito dalla solita folata di fumo. Martina è di nuovo lì. È seduta sulla sedia di plastica del suo balcone, le gambe accavallate, il telefono appoggiato sul tavolino di ferro battuto. Ha raccolto i capelli in uno chignon disordinato sulla nuca, che le lascia scoperto il collo pallido, e indossa ancora quei minuscoli pantaloncini e la canottiera sformata. Ha un'aria così fottutamente rilassata che mi fa infuriare.
«Ma tu non hai proprio niente di meglio da fare?» la aggredisco, appoggiandomi alla ringhiera.
Lei aspira profondamente, senza scomporsi. «Che succede adesso?»
«Ti ho chiesto mezz'ora fa di non fumare qua.»
«E io ti ho detto che è casa mia,» ribatte, con quella sua voce vellutata e arrogante.
«Sei incredibile.»
«Lo so, me lo dicono in tanti.»
«Non era un complimento,» sibilo.
«Nemmeno il mio.» Mi lancia un'occhiata di sbieco, un sorriso strafottente a piegarle le labbra, e continua tranquillamente a fumare.
La guardo. Guardo quegli occhi chiari, taglienti, che mi sfidano con la sicurezza di chi sa di avere il coltello dalla parte del manico. E in quel momento, il post che ho appena letto mi torna in mente. È un'idea idiota, nata per puro, disperato sarcasmo. Ma l'idea di vederla zittita, anche solo per scherzo, è troppo allettante. Mi pianto contro la ringhiera, fisso il mio sguardo nel suo e comincio a concentrarmi. Visualizzo quel fottuto filo nero, denso, che parte da me e le si avvolge intorno al cranio, pesante come piombo.
Martina si accorge quasi subito del mio cambio di atteggiamento.
«Che hai da guardare?» chiede, soffiando via il fumo.
«Niente.» Mantengo gli occhi sbarrati, concentrando tutta la mia volontà in quel pensiero assurdo.
«Mi stai fissando.»
«Hai qualcosa in faccia.»
Lei aggrotta la fronte. «Cosa?»
«Un'espressione insopportabile.»
Sbuffa, scuotendo la testa. «Sei proprio scemo.»
Io sorrido, ma non distolgo lo sguardo. Il filo nero. Lo immagino scendere, premerle sulle palpebre, tirarla giù.
Martina alza gli occhi al cielo e riprende a parlare, muovendo una mano a mezz'aria. «Comunque, per me puoi pure lamentarti quanto vuoi. Se ti dà fastidio il fumo, chiudi la...»
Si interrompe. Di colpo.
Il sorriso strafottente le scivola via dal viso, come lavato via da una secchiata d'acqua fredda. I suoi lineamenti si distendono. Le palpebre, pesanti, si abbassano lentamente fino a chiudersi. La mano che reggeva la sigaretta ha un tremito, poi le dita si aprono. Il mozzicone cade dritto nel portacenere sul tavolino, con una precisione millimetrica. La sua testa si inclina all'indietro, appoggiandosi morbidamente allo schienale della sedia. È completamente immobile.
Il mio sorriso svanisce. Il silenzio che cala sul balcone è assordante.
«...Martì?» chiamo, a bassa voce. Nessuna risposta. Il suo petto si alza e si abbassa regolarmente sotto la canottiera. Aspetto. «Martina?» Ancora niente. Un brivido freddo mi corre lungo la schiena. Per la prima volta da quando la conosco, ho il terrore di aver fatto qualcosa di irreparabile.
Faccio un passo laterale, premendo il petto contro il divisorio di metallo per vederla meglio. «Martina?» ripeto, la voce un po' più alta. Niente. «Martì, guarda che non fa ridere.» Nessun muscolo del suo viso si muove. Non c'è il minimo accenno di un sorriso represso, nessun tremolio delle palpebre. «Okay,» deglutisco. «Se mi stai prendendo per il culo, questa è veramente bella.»
Aspetto qualche secondo, aggrappato alla ringhiera. Sotto di noi, in strada, passa uno scooter rumoroso. Dal palazzo di fronte arriva l'eco di una televisione accesa su un talk show. Il mondo sta andando avanti normalmente, in tutta la sua banale e rassicurante quotidianità. Eppure, a un metro da me, c'è una ragazza sprofondata in un coma apparente, seduta su una sedia di plastica da quattro soldi, sconfitta da un giochetto mentale pescato su un forum per disadattati. Un pensiero folle, impossibile da silenziare, mi esplode nel cervello: ha funzionato.
Faccio un salto indietro, corro in camera, afferro il telefono dalla scrivania e torno sul balcone. Avvio il cronometro. I numeri rossi cominciano a girare. «Martina,» dico, con voce normale. Poi alzo il tono: «Martina, svegliati!» Non batte ciglio. Inizio a sudare freddo. Come cazzo si annulla questa cosa? Il post non lo diceva, o forse io non ho letto fino in fondo. Decido di restare piantato lì, a fissarla, terrorizzato all'idea che smetta di respirare o che scivoli dalla sedia.
I secondi passano. Diventano un minuto. Poi due. Lentamente, il panico puro comincia a diluirsi. La osservo con più attenzione. Non sembra stare male. Il suo respiro è profondo, calmo. La sua pelle ha un colorito sano, le labbra socchiuse lasciano intravedere i denti bianchi. È semplicemente... in pausa. Quando il cronometro segna i tre minuti, lo spavento lascia il posto a un'ondata di curiosità bruciante.
Mi appoggio di nuovo alla ringhiera. Se funziona come nei film, dovrei poterle dare degli ordini. «Martina,» sussurro, sporgendomi verso di lei. «Al mio tre, alza una mano.» Silenzio. L'aria calda della notte ci avvolge. «Uno. Due. Tre.» Non muove un muscolo. Le sue braccia restano molli, abbandonate lungo i fianchi. Sbuffo, passandomi una mano sul viso. «Complimenti, Andrea. Sei riuscito a inventare il sonnellino.»
Riprovo. «Martina, apri gli occhi.» Niente. Guardo il cronometro. Cinque minuti. Sette minuti. L'ansia torna a farsi sentire, mischiata alla frustrazione. Quanto cazzo dura? E se non si sveglia più da sola? Provo a visualizzare mentalmente quel filo nero che si ritrae, che si spezza. Cerco di imporle di svegliarsi, fissandola intensamente. Non ottengo assolutamente nulla. Il potere, a quanto pare, si limita all'interruttore dello spegnimento.
Eppure... Mentre i minuti continuano a scorrere inesorabili, il mio sguardo scivola lungo il suo corpo addormentato. Martina è sempre stata una presenza ingombrante. Rumorosa, tagliente, impossibile da ignorare, sempre pronta a tenermi testa, a farmi sentire un ragazzino in balia della sua arroganza. Ora, invece, è lì. La sua testa è reclinata all'indietro, esponendo la curva delicata e vulnerabile del collo. La canottiera morbida segue il movimento lento dei suoi seni che si sollevano a ogni respiro, i capezzoli leggermente turgidi contro la stoffa leggera. I suoi pantaloncini, complice la postura rilassata, sono saliti lungo le cosce morbide e piene, lasciando scoperta una porzione di pelle calda e invitante.
