Nicole è ancora distesa dove l'ho lasciata. Proprio mentre entro, però, vedo il suo viso contrarsi impercettibilmente.
Il cuore mi salta in gola.
Le palpebre tremano, poi si aprono. È esattamente la stessa scena a cui ho assistito ieri sera sul balcone con Martina: come se qualcuno avesse premuto il tasto play dopo una lunga pausa.
I suoi grandi occhi azzurro-grigi ritrovano improvvisamente la loro vivacità, mentre l'espressione si contrae nella stessa identica smorfia furiosa di prima.
«...ti ho detto di uscire!»
Poi abbassa lo sguardo. Vede le piastrelle, il pavimento su cui è distesa, la porta del bagno. E si immobilizza.
L'arroganza lascia spazio allo smarrimento. Sbatte le palpebre, guardandosi intorno: vede il lavandino minuscolo, lo specchio macchiato, la porta chiusa a pochi centimetri dalle sue ginocchia. Non è più nella saletta del personale. Poi abbassa lo sguardo su se stessa: si accorge di avere indosso la polo della divisa, infilata in modo storto, con tutti i bottoni del colletto aperti che lasciano intravedere la curva profonda e nuda dei seni che si sollevano agitati senza il sostegno del reggiseno, i capezzoli ancora segnati contro il cotone sottile. E vede me, in piedi davanti a lei, che le blocco l'unica via d'uscita.
«Aspetta...» sussurra, la voce che le si incrina mentre si porta istintivamente una mano al petto per chiudere i lembi della polo.
«Nicole, ascoltami» faccio subito un passo avanti, cercando di tenere un tono calmo, rassicurante.
Lei si schiaccia contro il muro, gli occhi chiari spalancati che mi scrutano dal basso. «Dove cazzo siamo?»
«Ti sei sentita male.»
«Cosa?»
«Hai perso conoscenza» mento senza esitare, fissandola dritta negli occhi. «Eri nello spogliatoio e sei svenuta all'improvviso.»
Nicole scuote la testa, incredula. Si mette seduta e si aggrappa al bordo del lavandino per rialzarsi. Quando finalmente torna in piedi, la confusione sul suo viso ha lasciato spazio a qualcosa di molto diverso: paura e rabbia. Non è una stupida, e più mette insieme i pezzi, meno la mia versione sta in piedi.
«E perché sono nel bagno degli uomini?!» sibila, guardandosi di nuovo la maglietta che cinque secondi fa, nella sua testa, aveva ancora in mano. «E chi mi ha messo questa?!»
«Io... volevo aiutarti, non sapevo che fare...»
«Andrea, che cosa mi hai fatto?»
La domanda mi colpisce in pieno petto. Fino a stamattina, nella mia testa, tutto questo non era altro che un gioco, una fantasia di rivalsa contro la ragazza bellissima e arrogante che si divertiva a umiliarmi davanti ai colleghi. Adesso, invece, ho davanti una donna spaventata, con il respiro spezzato e le mani che tremano mentre si stringe la polo sul seno nudo, che mi chiede conto di venti minuti scomparsi nel nulla. Potrei dirle la verità. Potrei confessare tutto, ammettere di aver fatto una cazzata colossale.
E invece sento la mia faccia indurirsi nella bugia, spinto solo dall'istinto egoista di salvarmi la pelle. «Non ti ho fatto niente, Nicole, te lo giuro! Sei caduta da sola, ti ho solo portata qui per bagnarti la faccia!»
«Tu sei pazzo, non è vero, io ti stavo parlando e...» Nicole alza la voce, cercando di spingermi di lato per raggiungere la maniglia.
Proprio in quel momento, dal corridoio là fuori, risuona una voce familiare.
«Andre?»
Mi irrigidisco di colpo, il sangue che mi defluisce dal viso.
«Hai trovato Nicole?» chiede ancora Sara, avvicinandosi alle porte dei servizi.
Nicole si blocca. Mi guarda per una frazione di secondo con gli occhi fiammeggianti, poi volta la testa verso la porta chiusa e urla con tutto il fiato che ha in gola: «SARA!»
Dall'altra parte si sente un sussulto, seguito dai passi rapidi di Sara che corre lungo il corridoio. Nicole mi sposta con una spallata e spalanca la porta del bagno, uscendo nel corridoietto con i capelli spettinati, il viso pallido e solo la polo addosso, tenuta stretta con una mano sul décolleté per non far vedere che sotto è completamente nuda.
«Nicole! Ma che ci facevi là dentro?!» esclama Sara, sgranando gli occhi dietro gli occhiali mentre guarda prima lei e poi me, fermo sulla soglia del bagno come un colpevole colto sul fatto.
«Chiedilo a lui!» sbotta Nicole, la voce tremante di rabbia e agitazione. «Chiedigli perché mi sono ritrovata chiusa nel cesso dei maschi!»
«Nicole, ti ho già detto che sei svenuta...» provo a inserirmi, ma ormai è come cercare di fermare una valanga con le mani.
Le voci concitate rimbombano nel corridoio stretto e, inevitabilmente, attirano l'unica persona che avrei voluto tenere lontana a ogni costo. La porta che dà sull'area vendita si spalanca con un colpo secco e il rumore dei tacchi di Federica risuona rapido sul pavimento.
«Si può sapere che succede?!» tuona la direttrice, comparendo all'imbocco del corridoio.
«Fede, Nicole è qui!» dice Sara, facendosi da parte, chiaramente confusa quanto lei.
«Come sarebbe a dire è qui?»
«FEDERICA!» la chiama Nicole, facendo un passo verso di lei con gli occhi lucidi di nervosismo e la polo storta sulle spalle.
Federica raggiunge il corridoio e si blocca.
«Che cazzo sta succedendo qui?»
Nicole si volta immediatamente verso di lei.
«Fede, io non lo so! Mi stavo cambiando, c'era Andrea e poi... poi mi sono ritrovata qui!»
Federica aggrotta la fronte.
«Aspetta, come ti sei ritrovata qui?»
«NON LO SO!»
Per la prima volta da quando è entrata, Federica smette di guardare l'orologio. Osserva Nicole, la polo indossata male, il viso sconvolto e le mani che non riescono a stare ferme.
«Nicole, guardami. Ti senti male? Hai battuto la testa?»
«Non lo so, Federica! È questo che sto cercando di dirti!»
Sara si avvicina alla collega, visibilmente preoccupata.
«Fede, forse è meglio chiamare qualcuno.»
Federica annuisce lentamente.
Poi si gira verso di me.
«Andrea. Tu eri con lei quando è successo?»
Deglutisco.
«Sì.»
«E perché non hai chiamato nessuno?»
Federica si passa una mano sul viso.
«Sara, resta con Nicole. Chiama il 112 e spiegagli cos'è successo. Non sappiamo nemmeno perché abbia perso conoscenza.»
Poi torna a guardarmi.
«E tu, Andrea, non te ne andare. Voglio capire esattamente cosa è successo stamattina.»
Apro la bocca.
«Fede, posso spiegare.»
«Lo spero proprio.»
Fino a mezz'ora prima ero convinto che il problema più grande della mia giornata sarebbe stato riuscire a far addormentare Nicole.
Adesso, mentre Sara cercava di tranquillizzarla e Federica continuava a fissarmi senza dire una parola, mi resi conto di una cosa.
Quello era stato, di gran lunga, il problema più piccolo.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.
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