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Erotika
Ipnotizzata · Cap. 3
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Capitolo 3 di 3 35 min di lettura

La direttrice ipnotizzata: il peccato che non ricorda

Con le telecamere pronte a incastrarlo, Andrea scopre come riscrivere i ricordi e oltrepassa un nuovo limite con Federica. Ma la sua vittoria rischia di crollare quando Sara comincia a fare domande.

ale🍻
14 ore fa · 35 letture · 2

È un'esperienza completamente diversa da qualsiasi cosa io abbia mai provato. La sua bocca è calda e umida, ma c'è un'inerzia, una passività totale che è di per sé un'eccitazione indicibile. Non è un atto compiuto, è un atto subito. Con ogni spinta, la sua lingua si muove inerme, spostata dal peso e dal ritmo della mia carne. Il calore è intenso, un bozzolo avvolgente che sembra succhiarmi dentro, ma senza alcuno sforzo cosciente da parte sua. La sento affondare sempre di più, il naso che si preme contro il mio ventre piatto e teso, le labbra che si allargano disperatamente attorno alla base della mia asta.

"è questo quello che meriti," mormoro, la voce roca, più per me che per lei. "Questa bocca non serve più per dare ordini."

Le mie parole sembrano dissolversi nel silenzio dell'ufficio, ma per me sono un sigillo. Aumento il ritmo. Il movimento del bacino diventa più deciso, un collo di frusta. La sua testa non si muove più solo su e giù, ma anche a scatti, obbedendo passivamente alla mia presa nei capelli. Il suono cambia: il fruscio umido diventa più rumoroso, quasi violento, un suono carnale che si mescola ai miei respiri sempre più affannosi e ai gemiti che non riesco più a trattenere.

Sento le mie palle stringersi, un calore che sale lungo la schiena, un formicolio che mi intorpidisce le cosce. Sto per venire, lo sento con una certezza assoluta. L'idea di farlo nella sua bocca, nel suo corpo, mentre lei è completamente all'oscuro di tutto, è così sbagliata, così potente, da farmi venire le vertigini.

Lei sta lì, immobile, uno strumento di piacere perfetto e inconsapevole. E io, per la prima volta nella mia vita, non sono Andrea, lo scaffalista. Non sono il rifiutato, il messo in un angolo. Sono il padrone. E sto per riversare tutto il mio potere, la mia rabbia, il mio piacere, nel cuore stesso della sua autorità.

«Federica...» sibilo il suo nome come una bestemmia.

Con un'ultima, violenta spinta, affondo nella sua gola, il mio cazzo le preme la gola e il tutto esplode. Un lampo bianco mi acceca per un istante, mentre la schiena si inarca e un urlo strozzato mi esce dalla gola. L'orgasmo mi divampa come un incendio, ondate calde e prolungate che mi scuotono dall'interno. Sento lo sperma schizzare contro il fondo della sua gola, coprendole la lingua, riempiendola la bocca. Non mi fermo, continuo a pompare, a sfruttare le contrazioni che mi scuotono, svuotandomi completamente dentro di lei.

Quando l'ultima ondata si placa, resto immobile per un lungo momento, il fiato corto, il cazzo che batte ancora pulsante dentro il suo calore. La mia presa nei suoi capelli si allenta. Un filo bianco e denso le cola dall'angolo della bocca, scendendo lentamente lungo il mento e finendo a gocciolare sulla camicetta bianca, proprio sul bordo dello scollo. Vedo quella macchia, un simbolo indelebile della mia violenza.

Ritiro lentamente il mio cazzo, che esce dalla sua bocca con un suono umido, unto. Federica non si muove. La sua bocca rimane socchiusa, le labbra gonfie e lucide di me, con un po' del mio seme che ancora le cola dalla bocca. I miei pantaloni sono abbassati fino alle ginocchia e il cazzo, ora sporco e molle, pende pesante tra le mie cosce. L'odore del sesso è forte nell'aria, un odore di sperma e di potere che si mescola al suo profumo e all'odore stantio dell'ufficio.

Devo pulirla. Il pensiero mi arriva improvviso, quasi un obbligo. Non è un atto di gentilezza; è una necessità pratica, la fase finale della copertura.

Con un respiro ancora affannoso, mi siedo sul bordo della scrivania accanto a lei. Mi piego verso di lei, afferrando la mascella con delicatezza. Le sue labbra sono gonfie, lucenti, un po' aperte. Prendo il lobo del suo orecchio tra le labbra e mormoro, basso e chiaro, il nuovo filo da tessere nella sua trama mentale.

«Federica... hai appena finito un caffellatte. Era freddo, troppo zuccherato. Ti è quasi andato di traverso, ti sei fatta un po' di confusione bevendolo troppo di fretta. Ricordi il sapore sgradevole in bocca? Quel retrogusto di latte rappreso? E come ti sei sbrodolata un po' sul petto?»

Le parole escono fluide, ipnotiche, mentre con l'altra mano afferro un pacchetto di fazzoletti di carta dalla sua scrivania. Ne estraggo uno e mi avvicino di nuovo. Inizio a pulire le sue labbra con un gesto calmo, metodico, come se stessi asciugando una macchia di caffè. La carta assorbe il mio sperma, lasciando la sua bocca solo leggermente umida e lucida. Passo il fazzoletto sul suo mento, poi sul colletto della camicetta, assorbendo il resto della testimonianza. La guardo mentre lo faccio, il suo volto immobile, la sua espressione di sonno profondo. Sto cancellando un atto violento e lo sto sostituendo con una banalità.

«Adesso sei meglio» aggiungo, sussurrando ancora contro la sua pelle. «La sensazione spiacevole sta svanendo. Tutto questo è successo solo un minuto fa. Te lo ricordi.»

Lascio che le mie parole aleggino nel silenzio per qualche secondo, dandole il tempo di attecchire. Poi mi alzo, gettando il fazzoletto sporco nel cestino con un movimento preciso e sicuro.

Mi sistemo i pantaloni, la cerniera sale con un sibilo secco. Riporto la sedia nella sua posizione originale, con Federica di nuovo rivolta verso il monitor spento. Il suo corpo è rilassato, la testa appoggiata allo schienale. Sembrava solo una donna che ha un attimo ceduto alla stanchezza.

Mi metto in piedi dietro di lei, di nuovo a un passo di distanza, con le mani in tasca.

Controllo l'orologio al polso nel silenzio ovattato dell'ufficio, rotto soltanto dal ronzio costante della ventola del computer. Sono passati diversi minuti. Resto immobile a un passo dalla sedia di Federica, le mani affondate nelle tasche dei pantaloni e il respiro che fatica ancora a tornare regolare, mentre osservo la linea morbida delle sue spalle sotto la camicetta bianca leggermente stropicciata.

Poi, all'improvviso, un piccolo fremito le attraversa la schiena.

Federica muove appena la testa, le ciglia scure sbattono un paio di volte e le palpebre si sollevano lentamente. Si raddrizza sullo schienale, portandosi una mano alla nuca per stiracchiare il collo indolenzito; nel farlo, il petto si tende in avanti e i seni pieni premono contro il tessuto leggero, lasciando intravedere ancora per un istante il pizzo scuro del reggiseno tra i bottoni aperti. Per qualche secondo sembra semplicemente una donna sfinita dopo dodici ore di lavoro.

Subito dopo, però, aggrotta la fronte e fa una piccola smorfia di disgusto, passandosi la punta della lingua sulle labbra ancora lucide e deglutendo a fatica.

«Madonna, che schifo quel caffellatte...» mormora tra sé con la voce roca, sfregandosi piano l'angolo della bocca con il dorso delle dita e abbassando uno sguardo infastidito sul colletto ancora appena umido della camicetta. «Dolce da fare schifo, mi ha lasciato un sapore assurdo in gola.»

Il sangue mi dà un tuffo violento nelle vene. Ruota di mezzo giro sulla sedia girevole, si accorge della mia presenza e alza gli occhi scuri verso di me, squadrandomi con la solita espressione impaziente.

«Ma sei ancora qua?»

Cerco di non far tremare la voce. «Eh... sì.»

«Allora?»

«Allora cosa?»

Federica sbuffa, appoggiando una mano sul bracciolo. «Ti ho detto che domani parlo con Nicole.»

Un brivido elettrico mi corre lungo tutta la colonna vertebrale, arrivandomi fino alla punta delle dita. «Per... cosa?»

«Per quella storia delle sigarette» risponde lei con assoluta naturalezza, come se stessimo ripetendo una conversazione fatta due minuti prima.

«Ah, giusto.»

Il cuore comincia a martellarmi nel petto così forte che temo possa sentirlo nel silenzio dello stanzino. L'intreccio ha tenuto. Ogni singola parola che le ho sussurrato all'orecchio mentre era priva di sensi si è saldata nella sua mente. Eppure non mi basta: prima di cantare vittoria devo capire quanto sia profonda l'illusione, fino a che punto i bordi del falso ricordo reggano se provi a toccarli.

«Quindi hai visto tutto?» chiedo, cercando di mantenere un tono cauto, quasi casuale.

«Ho guardato le registrazioni, Andrea.»

«E sei sicura?»

Federica stringe le palpebre, fissandomi come se avessi appena perso il senno. «Ma mi stai prendendo per il culo?»

«No, no. Chiedevo.» Alzo appena le mani in segno di resa.

È tornata esattamente la direttrice autoritaria, tagliente e sbrigativa di sempre. Il mio potere non ha cambiato di una virgola il suo carattere: non è diventata docile, non pende dalle mie labbra. Semplicemente, dentro la sua testa adesso esiste una verità che ho costruito io pezzo per pezzo, e la difende con la stessa testardaggine con cui difenderebbe qualcosa che ha visto con i propri occhi.

Si alza dalla sedia, sistemandosi la camicetta lungo i fianchi sodi e afferrando la borsa da sopra lo schedario. Prima di superare la soglia dell'ufficio, però, si ferma a pochi centimetri da me e mi punta un dito contro il petto, lo sguardo improvvisamente serio.

«E comunque non pensare che la storia di stamattina sia finita. Devo ancora capire perché non hai chiamato nessuno quando Nicole è stata male.»

Deglutisco. «Certo.»

«Quella è una questione separata. Adesso chiudi tutto e vai a casa, che è tardi.»

La guardo allontanarsi lungo la corsia semi buia, il ticchettio dei suoi tacchi che rimbomba fino all'uscita secondaria. Ho cancellato il video e le ho piantato in testa una spiegazione perfetta, ma non ho ripulito tutto: i dubbi sul mio comportamento della mattina sono ancora lì, intatti.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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