Alle dieci e un quarto sono finalmente a casa. Ho fatto una doccia bollente per lavarmi via di dosso la stanchezza e l'odore acre della tensione accumulata durante la giornata, e adesso sono seduto sul bordo del letto, solo con i pantaloncini addosso, nella penombra della mia camera.
Non ho minimamente sonno. Il telefono è appoggiato sul materasso accanto alla mia coscia e io continuo a fissarlo. Più passano i minuti, più la parte razionale del mio cervello cerca di smontare quello che è successo in ufficio: e se Federica avesse solo finto di darmi corda? E se, una volta uscita all'aria aperta, la confusione si fosse diradata facendole capire che non aveva mai aperto nessun file video e non aveva mai bevuto nessun caffellatte?
Alle 22:11 cedo all'impazienza. Prendo il cellulare, apro la chat con lei e digito un messaggio rapido.
Fede, alla fine hai sistemato i turni?
Appoggio di nuovo il telefono sul letto, fissando il soffitto mentre ascolto i rumori lontani del traffico della periferia. Passano due minuti interminabili. Poi, alle 22:13, il materasso vibra.
Afferro lo schermo.
Sì, domani ne parlo con Nicole.
Un secondo dopo compare l'anteprima di un'immagine. La apro con il pollice che quasi scivola sul vetro: è una fotografia scattata sul tavolo della sua cucina. Si vede il foglio stampato con la griglia settimanale del supermercato e, nella casella del turno di chiusura di fine settimana, il nome di Federica è stato sbarrato con due tratti decisi di penna rossa, sostituito dalla scritta Nicole accanto al mio nome.
Subito sotto, alle 22:15, arriva un altro messaggio.
Te l'avevo promessa. Ora almeno lasciami dormire, che domani mi tocca un'altra giornata di merda.
Rimango immobile, lo schermo acceso che mi illumina il viso nel buio della stanza. Non c'è nessuna esultanza scomposta, nessun salto di gioia. Resto semplicemente in silenzio, ascoltando il mio stesso respiro, finché sulle labbra non mi si disegna un sorriso lento, profondo, quasi glaciale.
Federica mi ha mandato quella foto perché è convinta di avermelo promesso. Una promessa che non è mai uscita dalla sua bocca, ma dalla mia, mentre lei giaceva incosciente sulla scrivania. Per la prima volta realizzo davvero la portata di quello che ho tra le mani: non si tratta solo di rubare qualche minuto di buio a una donna che mi dà fastidio. Posso entrare nei loro ricordi, riscrivere il passato e lasciare che siano loro stesse, una volta sveglie, a eseguire quello che ho deciso.
La mattina seguente, verso le nove e mezza, l'aria tra le corsie del supermercato è carica di un'elettricità silenziosa. Nicole è tornata al lavoro dopo che il medico le ha dato il via libera, liquidando il malore del giorno prima come un semplice calo di pressione.
Io mi tengo a qualche metro di distanza, fingendo di allineare le confezioni di biscotti sullo scaffale vicino alle casse, ma non perdo un solo movimento. Nicole è in piedi accanto alla cassa di Sara: indossa la sua solita divisa stretta ad arte sui fianchi morbidi e sulla vita sottile, la polo che fatica a contenere la curva abbondante e rotonda del seno, e i lunghi capelli biondo scuro le ricadono in onde luminose sulle spalle. Eppure si muove con una circospezione nuova, lanciandomi di tanto in tanto qualche occhiata obliqua e gelida con quei grandi occhi azzurro-grigi. Accanto a lei c'è Sara, appoggiata al bancone con le sue forme burrose, i fianchi generosi fasciati dai jeans e quella cascata di riccioli neri che incornicia gli occhiali spessi.
Il rumore dei passi rapidi di Federica interrompe il chiacchiericcio. La direttrice esce dal corridoio con il registro dei turni in mano e si ferma dritta davanti a loro.
«Nicole, dobbiamo parlare» esordisce, senza troppi preamboli.
Nicole si stringe nelle spalle strette, assumendo subito un'aria guardinga. «Di ieri?»
«Anche. Ma soprattutto del fatto che stavi fumando in una zona dove non è consentito.»
Nicole sbatte le palpebre, le labbra piene che si schiudono in un'espressione di puro sconcerto. «Cosa?»
«Ho controllato le telecamere» taglia corto Federica, incrociando le braccia sotto il petto.
«Fede, ma io non ho fumato!» esclama Nicole, la voce che sale di un'ottava attirando lo sguardo curioso di un cliente di passaggio.
«Nicole, non ricominciamo. Ti ho vista chiaramente nel corridoio del personale prima che ti sentissi male.»
Nicole resta letteralmente senza parole, le guance morbide che si arrossano per la frustrazione e lo smarrimento. È una scena quasi surreale da osservare da dietro il mio scaffale: dopo essersi risvegliata ieri nel bagno degli uomini senza sapere come ci fosse finita, adesso si ritrova accusata con assoluta certezza di qualcosa che non ha mai fatto.
Federica non le lascia il tempo di replicare. «Quando tornerai regolarmente a pieno ritmo nei prossimi giorni, farai una chiusura al posto mio per recuperare.»
Nicole sgrana gli occhi chiari. «Ma stai scherzando?»
«No.»
«E con chi dovrei chiudere?»
«Con Andrea. È lui che normalmente mi aiuta con la chiusura.»
A sentire il mio nome, il corpo sinuoso di Nicole si irrigidisce di colpo, come se avesse preso una scossa elettrica. Volta la testa di scatto nella mia direzione, fulminandomi, per poi tornare a fissare la direttrice con il fiato corto che le fa sollevare vistosamente il décolleté.
«Con Andrea? Ma dopo quello che è successo ieri mattina?!» protesta, con una nota di autentica paura nella voce.
Federica sospira, ammorbidendo appena il tono autoritario; il falso ricordo della sigaretta l'ha resa inflessibile sulla punizione, ma non le ha cancellato il buon senso. «Lo so. Infatti prima che tu faccia quel turno dobbiamo chiarire fino in fondo quanto è successo ieri. Ma sul foglio intanto resta segnato così.»
La mia piccola vittoria subisce una brusca frenata: il turno è scritto nero su rosso, ma finché non avrò trovato il modo di chiudere definitivamente i conti con i sospetti di ieri, Federica non ci lascerà mai da soli qui dentro a serrande abbassate.
Proprio mentre sto cercando di calcolare la prossima mossa, una terza voce si inserisce nella discussione.
«Fede, scusa, ma posso dire una cosa?»
È Sara. Si è sporta in avanti oltre la cassa, aggiustandosi la montatura nera degli occhiali sul naso piccolo, lo sguardo serio puntato sulla direttrice.
«Dimmi» risponde Federica.
«Nicole non fuma.»
Federica aggrotta la fronte. «Evidentemente ieri ha fumato.»
«Ma nemmeno le piacciono le sigarette» insiste Sara, con quella sua calma logica che in questo momento mi fa gelare il sangue. «Si lamenta sempre quando qualcuno fuma vicino all'ingresso perché le si impregna l'odore nei capelli.»
«Sara, ho visto le registrazioni» ribatte Federica, il tono che inizia a farsi più rigido.
«E allora perché non le riguardiamo insieme adesso?» propone Sara con assoluta semplicità. «Così ci togliamo il dubbio.»
Sento lo stomaco chiudersi in una morsa. Se vanno di là adesso, apriranno il computer e troveranno il buco nell'archivio locale che ho cancellato ieri sera.
Federica, però, si irrigidisce, punta nell'orgoglio e spinta dalla certezza granitica del ricordo che ha in testa. «Perché le ho già viste ieri sera e so benissimo cosa ho visto. Non ho bisogno di perdere altro tempo.»
«Va bene, ma se Nicole dice che non è vero...»
«Sara, ti ringrazio, ma la decisione è presa. Tornate al lavoro.»
Sara chiude le labbra carnose. Non è il tipo da fare scenate o mancare di rispetto davanti ai colleghi, ma mentre Federica gira i tacchi per tornare verso il retro, vedo i suoi grandi occhi scuri seguire la direttrice con un'espressione stranissima, quasi incredula.
Poi, lentamente, Sara ruota la testa verso di me.
Mi trova lì, immobile dietro le confezioni di biscotti, in perfetto silenzio. Il suo sguardo mi attraversa: so esattamente a cosa sta pensando. Sta rimettendo in fila il mio nervosismo assurdo di ieri mattina, il mio urlo quando voleva seguirmi in bagno, la paura di Nicole e adesso questa storia inspiegabile di un video che non ha alcun senso.
Senza dirmi una parola, Sara scende dallo sgabello per andare a sistemare i cestini vicino all'entrata, lasciando che la tensione si disperda nell'aria del negozio. Io tiro un respiro lungo, lento, convincendomi per un istante di aver superato indenne anche questa tempesta.
Passano appena venti minuti. Alle 10:02 sento il telefono vibrare nella tasca dei jeans. Lo tiro fuori di nascosto tra due scaffali e leggo la notifica.
Andre, ma ieri sera hai chiuso tu con Federica?
È Sara. Deglutisco a vuoto e rispondo subito, alle 10:03.
Sì, perché?
I tre puntini sullo schermo compaiono quasi all'istante, prima di trasformarsi in una frase che mi lascia con il fiato sospeso in gola.
Niente. C'è una cosa che non mi torna.
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sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.
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