Il perizoma rosso abbassato: Dita bagnate e sesso crudo contro il muro

Capitolo 3 - Pompini bagnati, fumo e figa rasata: Una notte di sesso sporco in mansarda

Con Vittoria fuori città, una finta serata tra amici si trasforma in una convivenza clandestina ad alto tasso di lussuria, dove i paletti morali vengono spazzati via.

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Pensavo davvero che con l'ultima notte passata sui sedili posteriori della mia auto avremmo chiuso la questione. Una parentesi sporca, uno sfogo bestiale e via. E invece, a quanto pare, l'istinto è una belva difficile da abbattere: in questo periodo penso a lei un fottio, decisamente molto più di quanto dovrei.

Per darvi un minimo di contesto, sarò breve: sotto sessione d'esami, Vittoria si trasferisce praticamente da me. È una dinamica che abbiamo inaugurato l'estate scorsa. Passavamo le giornate intere in mansarda a studiare, tra appunti e ansia, e la sera ci rilassavamo usando e abusando della piscinetta idromassaggio fuori in terrazzo. Vivevamo una tranquillità assoluta. Quest'anno, già dalla sessione invernale, la cosa si è intensificata. Da quando sua madre ha un compagno e sua sorella si è trasferita, Vittoria si sente parecchio sola in quella casa. Così, approfittando del fatto che io inizio la sessione prima e vivo più vicino all'università, dai primi di maggio si è piazzata da me. È una convivenza che mi fa stra piacere; staccare la testa dai libri e averla intorno è come ossigeno puro per me.

Ma, inevitabilmente, averla in giro 24 ore su 24 risulta limitante per altri versi.

Arriviamo a questo fine settimana. Sabato 23 maggio. Vitto aveva preso i biglietti per salire al nord a trovare sua sorella, lasciandomi campo libero a casa per preparare un esame tostissimo fissato per il 27. Condizioni ideali per studiare in isolamento, no? E invece, venerdì pomeriggio, il mio cervello va in corto circuito. Mi torna in mente Flavia.

Non so perché, ma l'idea che fosse a giro mi ronzava in testa. Mi sono detto: "Mo la seguo su Instagram, vediamo se mi scrive". Dovevo togliermela dalla testa o affrontarla di nuovo, una via di mezzo non c'era. Non sapendo nemmeno il suo cognome, sono dovuto andare a spulciare tra i seguiti del mio amico, quello che ce l'aveva presentata, finché non ho beccato la sua faccia.

Apro il profilo e... cazzo. Se l'obiettivo era calmarmi, ho fatto un errore madornale. Il suo feed era una sfilata di pose provocanti e sfacciataggine. Una valanga di foto da troietta pura, con quegli outfit street che le calzano addosso in modo illegale: pantaloni cargo a vita bassissima, top minuscoli che lasciavano scoperto l'addome piatto, labbra gonfie di gloss in primo piano e sguardi di una malizia indescrivibile. Vederla così non faceva altro che peggiorare le cose.

Così, decido di giocare. La seguo. E per non lasciare dubbi sulle mie intenzioni, le piazzo tatticamente un paio di like alle foto più zozze che trovo. Non volevo scriverle per primo, non volevo darle questa soddisfazione. Vediamo se abbocca.

Passa appena una mezz'ora e il telefono vibra. Notifica in direct.

Flavia: Ma guarda un po' chi resuscita. Ti è scappato il dito sul cuore, fidanzato modello?

Sorrido allo schermo. Il solito cinismo pungente.

Io: Ho il pollice pesante. E il tuo profilo è un pugno in un occhio, volevo solo darti un po' di supporto morale.

Flavia: Ah, certo. Supporto morale a delle foto in perizoma di due estati fa. Sei proprio un filantropo, Giorgio.

Iniziamo a punzecchiarci. Botta e risposta, una schermaglia veloce fatta di finti convenevoli e battutine acide. È proprio spulciando una sua storia in evidenza, tra una frecciatina e l'altra, che realizzo un dettaglio non da poco. Scopro la sua età.

deve compiere 17 anni… è una 2009 cazzo.

Sticazzi. Non glieli avrei mai dati. Quel modo che aveva di muoversi, quella disinvoltura sfacciata a farsi sbattere in un vicolo o a prendermi in bocca nel parcheggio, mi avevano fatto pensare ne avesse almeno ventuno. Ma la cosa, ovviamente, non fa altro che accendere un'ulteriore, perversa curiosità nel mio cervello.

Io: quindi sei minorenne, eh? ci passiamo 5 anni, non posso offrirti neanche da bere sarebbe illegale.

Flavia: ah perché volevi offrirmi da bere? che c’è la vita da fidanzato ti sta annoiando di nuovo?

Colpita e affondata. Sapeva benissimo dove mirare per far crollare il teatrino.

Io: Parecchio. E per giunta studiare mi ha già rotto abbondantemente il cazzo.

Flavia: Poverino. Dovresti trovare un modo per sfogarti. Fare un giro in spiaggia, per esempio.

Io: La spiaggia è sopravvalutata, odio la sensazione della sabbia sulla pelle e poi stasera ho voglia di stare comodo e disteso.

Flavia: Mh. Quindi mi stai velatamente invitando sul tuo divano? Non mi sembrava fossi il tipo da coccole romantiche.

Io: io non ho detto niente eh, però se vuoi ci facciamo una birra e una pizza e magari se ti fermi a dormire “guardiamo” .un film

Flavia: Se mi vieni a prendere, perché no.

Il patto era sigillato.

Per organizzarmi il campo, scendo al piano di sotto e avviso mia madre con la faccia più innocente e scocciata che riesco a fare. Le dico che, visto lo stress per l'esame, quella sera sarebbero venuti un paio di amici per una partita a D&D dell'ultimo minuto. Una nerdissima nottata di gioco di ruolo. Le specifico che ci saremmo barricati in mansarda a fare casino con dadi e pizze.

La scusa perfetta, anche perché logisticamente il posto è a prova di bomba: la mansarda e il terrazzo godono di un'indipendenza totale. Vi si accede solamente tramite una rampa di scale del condominio e una porta pesante che, chi sale, chiude sempre a chiave dall'interno.

Nessuna intrusione, privacy assoluta. E un'intera nottata a disposizione per scoprire se i gemiti di Flavia risuonavano bene anche tra quattro mura.

Così, chiuso il computer e i libri, la andai a prendere verso le 22:30. Da dove vivo io a dove vive lei ci vuole una buona mezz'ora di macchina, il che significava dover coprire il viaggio chiusi nell'abitacolo.

Appena ha aperto lo sportello e si è lasciata cadere sul sedile del passeggero, l'aria fredda della notte si è mescolata al suo solito profumo dolciastro. Con la coda dell'occhio ho registrato il suo outfit, ed era semplicemente illegale. Indossava dei pantaloni cargo talmente a vita bassa da sfidare la gravità, lasciando completamente esposto l'addome piatto e un piercing all'ombelico, abbinati a un top che definire "maglietta" sarebbe stato un insulto all'industria tessile: praticamente due strisce di stoffa incrociate che le comprimevano a stento le tettine, coperte a malapena da un giubbotto oversize.

«Ciao, autista,» ha esordito sfacciata.

Mentre guidavo verso casa, abbiamo iniziato a parlare del più e del meno, di fumo, di canne, di serate distrutte. A un certo punto, la curiosità ha preso il sopravvento.

«Senti, ma fammi capire una cosa,» le ho chiesto, svoltando a un incrocio. «I tuoi ti lasciano andare a dormire a casa di un ragazzo così facilmente alla tua età? Nessuna domanda?»

Lei è scoppiata a ridere, una risata cristallina e sfrontata. «Ma secondo te sono andata da mia madre a dirle 'Ehi mamma, vado a farmi una nottata a casa di un ragazzo fidanzato'? Giorgio, per i miei genitori io stasera sono sul divano letto della mia adorata amica Martina. Domani mattina le porteremo pure le paste a colazione.»

La sfacciataggine di questa ragazza mi lasciava senza parole e, allo stesso tempo, mi accendeva il sangue.

Lungo la strada ci siamo fermati a prendere un paio di pizze e delle birre ghiacciate. Arrivati a casa mia, ci siamo infilati direttamente su, in mansarda. È il mio rifugio, indipendente dal resto dell'appartamento. Abbiamo piazzato i cartoni della pizza sul tavolino davanti al grande divano a L e ci siamo buttati giù.

Lei indossava gli stessi identici stivali neri di Pasquetta. Mentre divoravamo la pizza, notavo con un misto di fastidio e attrazione come si fosse piazzata scomposta sul divano, le gambe incrociate e gli stivali che sfioravano il tessuto chiaro. Ogni tanto mi distraevo: tiravo fuori il telefono per rispondere ai messaggi di Vittoria. “Buonanotte amore, io crollo. Ti amo.” Io le rispondevo con la stessa dolcezza, e ogni volta che alzavo gli occhi, trovavo Flavia che mi fissava divertita, consapevole di ogni singola bugia che stavo digitando.

Finiti i tranci di pizza, ha afferrato la bottiglia di birra e se l'è scolata con un lungo sorso, pulendosi poi la bocca col dorso della mano. Sembrava una fottuta, rozza scaricatrice di porto.

«Togli quegli stivali dal divano,» l'ho sgridata, fingendo un tono severo.

Lei ha fatto spallucce, appoggiandosi allo schienale e allungando le gambe dritte verso di me. «Perché non me li togli tu?»

Una sfida in piena regola, l'inizio perfetto di un preliminare arguto che apre le danze prima degli approcci più diretti. Non me lo sono fatto ripetere. Le ho afferrato la caviglia e ho sfilato il primo stivale, poi il secondo. Subito dopo, le ho tolto i calzini. Sono stato immediatamente travolto dal profumo caldo della sua pelle, un odore intimo, leggermente sudato ma fottutamente sensuale. 

Senza staccare gli occhi dai suoi, le ho sollevato un piede e ho premuto le labbra esattamente al centro della pianta. Un bacio umido, lento. Lei ha trattenuto il fiato. Sono sceso verso le dita, baciandole e leccandole una a una con una devozione che contrastava brutalmente con la volgarità della situazione. Flavia ha iniziato a ridacchiare, un misto di solletico e puro, vibrante eccitamento, dimenandosi leggermente sui cuscini.

«Sei proprio un feticista schifoso,» mi ha sfottuto, la voce che già le tremava.

«Allora bacio qualcos'altro,» le ho ringhiato contro. Ho lasciato andare i suoi piedi e, con uno scatto, le sono saltato addosso. L'ho schiacciata contro i cuscini, affondando il viso nel suo collo. I miei baci sono diventati subito avidi e bagnati, mentre i nostri bacini, ancora coperti dalla mia tuta e dai suoi pantaloni, hanno iniziato a strusciarsi disperatamente.

Era tutto così fottutamente sbagliato. Lo dico ora, a mente fredda: stavamo per scopare sul divano dove io e Vittoria dormivamo abbracciati, lo stesso divano dove facevamo l'amore quando i film ci annoiavano. Eppure... eppure sul momento quella sensazione di profanazione, unita all'essere così rozza, sporca e sfacciata di Flavia, la rendeva eccitante come non mai. L'ipocrisia era la benzina sul fuoco.

In men che non si dica, la mia tuta era finita a terra. Le ho slacciato i pantaloni cargo e glieli ho tirati giù insieme agli slip, liberandola dai vestiti fastidiosi.

volevo godermi ogni singola nota. Ho fatto scivolare due dita direttamente sul suo clitoride, iniziando a stuzzicarla attraverso il bagnato che la ricopriva, mentre mi abbassavo lentamente lungo il suo corpo. Ho lasciato una scia di saliva e baci umidi dal collo fino al petto. Ho sollevato quel minuscolo top e mi sono avventato sui suoi piccoli seni. Li ho leccati, ho preso i capezzoli duri tra i denti, tirandoli e succhiandoli con intensità. Flavia inarcava la schiena, le mani affondate nei miei capelli, gemendo senza più alcun ritegno. 

Sono sceso ancora. La lingua le tracciava il solco dell'addome piatto, fino ad arrivare all'interno coscia. Ho baciato la pelle delicata delle sue gambe, costringendola ad aprirle del tutto. E lì mi sono fermato, a fissare quella figa totale, perfettamente rasata e lucida, che mi aspettava.

Ho affondato il viso. Il primo contatto con la lingua l'ha fatta sussultare violentemente. Era caldissima. Ho iniziato a leccarla con movimenti ampi, dal basso verso l'alto, assaporando il suo sapore forte. L'intensità aumentava in modo graduale ma inesorabile. Ho sigillato le labbra attorno al suo clitoride e ho iniziato a succhiare, forte, mentre il mio dito medio scivolava dentro di lei, pompando al ritmo della mia bocca. 

Lei ha perso completamente la testa. I suoi gemiti rimbalzavano contro il tetto spiovente della mansarda, sguaiati, disperati. «Scopami... cazzo, Giorgio, scopami!» ha iniziato a supplicare, tirandomi per le spalle.

Il mio cazzo era duro da far male, pulsava contro il tessuto del divano. Mi sono tirato su, mi sono posizionato tra le sue gambe e lei, senza farsi pregare, me le ha avvolte strette attorno alla vita, incrociando le caviglie dietro la mia schiena.

Sono entrato in un colpo solo. Deciso, passionale, spietato.

La sensazione del suo interno, così stretto, bagnato e contrattile, mi ha fottuto il cervello. Ho iniziato a scoparla con una violenza che la faceva scivolare contro lo schienale del divano a ogni spinta. Le afferravo i fianchi nudi, la tiravo verso di me e affondavo fino all'ultimo millimetro. La stanza era satura del rumore umido dei nostri corpi che sbattevano e dei suoi gemiti sconci, che mi incitavano ad andare sempre più forte fino alla vera apoteosi dei sensi. 

Eravamo in totale balia dell'istinto animale. Il ritmo si è fatto forsennato. Sentivo i suoi muscoli stringersi intorno a me in spasmi irregolari; stava venendo, i suoi occhi rovesciati all'indietro e le unghie conficcate nelle mie spalle. L'intensità del suo orgasmo ha rotto i miei ultimi freni. Con un grugnito roco, l'orgasmo condiviso ci ha travolto. Sono uscito da lei all'ultimo secondo, un attimo prima di esplodere, spargendo il mio climax in fiotti caldi direttamente sul suo ventre piatto e sudato, crollandole poi addosso, svuotato, ansimante e irrimediabilmente sporco.

Sudati, svuotati e al limite del piacere, le crollai letteralmente addosso. Il mio petto ansante schiacciava il suo contro i cuscini del divano, mentre i nostri respiri si mescolavano nell'aria viziata della mansarda. Non ci furono coccole, nessun abbraccio prolungato o carezze romantiche.

Mi staccai da lei, recuperai una mia vecchia maglietta verde che uso per dormire,  che tenevo lì e gliela tirai addosso.

«Tieni, mettiti questa,» le dissi, la voce ancora roca.

Lei se la infilò senza dire una parola. Le stava enorme, l'orlo le arrivava a metà coscia, coprendola ma rendendola se possibile ancora più provocante, visto che sotto era completamente nuda. Io rimasi solo con un paio di pantaloncini di tuta.

Le nostre chiacchierate post-sesso sembravano scambi di battute tra colleghi cinici alla macchinetta del caffè.

«Cazzo, adesso mi farei proprio una bella canna,» mormorai, passandomi una mano tra i capelli scompigliati.

Flavia si sistemò sul divano, incrociando le gambe nude. Un sorriso furbo le illuminò il viso. «Lo sai, vero, che tengo sempre un po' di fumo addosso?»

La guardai come se avessi appena visto un miraggio. «Sei la mia fottuta salvezza.»

Rollammo la canna in fretta e uscimmo in terrazza. Era già passata l'una di notte. L'aria era fresca, c'era un venticello leggero che contrastava con il calore che avevamo ancora addosso. Ci sedemmo uno affianco all'altra su due sedie di plastica.

Mentre fumavamo, parlando di cazzate e scambiandoci aneddoti inutili, la situazione prese una piega del tutto inaspettata. Con una nonchalance disarmante, mentre mi stava raccontando di un casino successo in università, la sua mano scivolò sulla mia coscia. Iniziò a sfiorarmi l'inguine sopra il tessuto dei pantaloncini, accarezzando la mia erezione che, incredibilmente, stava già tornando a farsi sentire.

Io feci un tiro profondo dalla canna, trattenendo il fumo, mentre lei infilò la mano sotto l'elastico, tirandomelo fuori. Iniziò a segarmi lentamente, senza mai interrompere il filo del discorso. Si prese la canna dalle mie dita, fece un tiro, poi si chinò in avanti, raccolse un po' di saliva e ci sputò sopra con una sfacciataggine che mi fece impazzire.

La sua mano accelerò, il rumore umido della pelle lubrificata riempì il silenzio della terrazza. I miei occhi si chiusero da soli.

«Sei fuori di testa...» le sussurrai, buttando fuori il fumo.

Lei ridacchiò. Scivolò giù dalla sedia in un movimento fluido, mettendosi in ginocchio sul pavimento freddo proprio davanti a me. Con una mano si raccolse i capelli scuri in una coda improvvisata, con l'altra continuò a lavorarmi con un'intensità brutale, sputando di nuovo, abbondantemente, per rendere tutto fradicio.

«Passami la canna,» mi ordinò dal basso.

Gliela porsi. Fece un tiro, mi soffiò il fumo denso direttamente sull'inguine, poi aprì la bocca. Quelle sue labbra carnose, piene, si chiusero attorno alla mia punta. Il contrasto tra l'aria fredda della notte e il calore umido della sua bocca mi fece inarcare la schiena. La sua lingua giocava freneticamente, mentre mi prendeva sempre più a fondo, succhiando con un ritmo serrato che mi stava fottendo il cervello.

Ci passavamo la canna in un rituale osceno e perfetto: io facevo un tiro, gliela ripassavo, e lei, mentre teneva il fumo nei polmoni, mi segava con le mani intrise di saliva. Poi tornava giù, ingoiandomi con foga.

«Flavia... cazzo, vengo...» gemetti, stringendo i braccioli della sedia.

Lei non si fermò. Mi succhiò un'ultima volta, poi si staccò appena, tenendomi dritto verso il suo viso. Sborrai in spasmi violenti, direttamente su quelle sue labbra dischiuse.

Mi accasciai sulla sedia, il respiro corto. Ma lei, invece di pulirsi o fermarsi, si riavvicinò. Con la bocca ancora sporca del mio climax, riprese a leccarmi la punta e a scorrere la lingua sulla lunghezza. L'ipersensibilità del post-orgasmo mi colpì come una scossa elettrica.

«Fermati... ah, cazzo, fermati, fa quasi male...» mormorai, cercando di spingerla via debolmente, ma l'eccitazione che mi provocava quel gesto era una droga. Nel mentre, finì gli ultimi tiri della canna, spegnendola nel posacenere, e mi portò di nuovo a un passo dal baratro, fermandosi un secondo prima di farmi impazzire del tutto.

Si alzò in piedi e, senza preavviso, mi si sedette a cavalcioni sulle cosce. Sotto la maglietta verde non aveva nulla. Sentii immediatamente il calore della sua figa, già fradicia, strusciarsi contro la mia lunghezza sensibile e umida di saliva.

Mi prese il viso tra le mani. «Dai. Dammi un bacio.»

Girai la faccia, opponendo resistenza. «No. Sai come la penso.» La regola era chiara: i baci, quelli veri, erano solo per Vittoria.

«Non fare lo stronzo,» mi sussurrò, avvicinando le labbra a un millimetro dalle mie. Il suo bacino iniziò a muoversi, un attrito bagnato e calcolato che mi faceva vibrare i nervi. «Non è bello scopare senza baci. E io so che lo vuoi.»

Si strusciava sempre più forte, i suoi occhi scuri piantati nei miei, provocandomi. Piegò la testa e mi sfiorò il collo con le labbra, per poi risalire, soffiandomi sul naso. L'odore del fumo si mescolava a quello del nostro sesso. Il mio corpo rispondeva contro la mia volontà, tornando fottutamente duro contro di lei.

E alla fine, cedetti.

Le afferrai la nuca e schiacciai la mia bocca sulla sua. Fu un bacio rabbioso, passionale, intenso fino a far male. Le nostre lingue si intrecciarono con foga, assaporando la cenere, la saliva e il sapore di quello che avevamo appena fatto. Era un crollo su tutti i fronti.

«Entriamo dentro,» le mormorai contro le labbra, staccandomi per un secondo. «Inizia a fare freddo qua fuori.»

«No,» ansimò lei, mordendomi il labbro inferiore. «Ora non mi muovo da qui. Sono troppo eccitata.»

Senza darmi tempo di replicare, si sollevò appena sulle ginocchia, mi afferrò e se lo infilò dentro con un colpo secco. Un gemito le sfuggì dalla gola mentre si riempiva completamente. A questo giro, i giochi li comandava lei. Iniziò a cavalcarmi sulla sedia, sotto il cielo stellato, la maglietta verde che si alzava rivelando i suoi fianchi perfetti.

Le mie mani scattarono sul suo culo, stringendole le natiche a ogni sua discesa, aiutandola a mantenere quel ritmo serrato. Mi sporsi in avanti, catturando i suoi piccoli seni sotto la stoffa, stuzzicandoli con i denti. La sua figa era una morsa bollente. Lei andava su e giù, ansimando, rubandomi baci disperati ogni volta che si chinava su di me. Il suo ritmo diventò frenetico, disordinato.

«Giorgio... oh cazzo...» urlò a mezza voce, inarcando la schiena. Venne stringendomi fortissimo, i muscoli vaginali che mi pulsavano intorno.

Ma la vera follia fu che, anche dopo essere venuta, non si fermò. Continuò a muoversi in modo irregolare, ipersensibile, gemendo a ogni singolo attrito, finché non ne ebbe abbastanza.

Si sfilò da me con un respiro spezzato, lasciandosi cadere di lato.

«Cazzo... devo andare dentro a sciacquarmi la fessa,» mi sussurrò, con il fiato corto e i capelli incollati al viso sudato.

Quella frase, quel modo di parlare così fottutamente rozzo e volgare, fu la mia condanna. Mi eccitò in un decimo di secondo.

La seguii all'interno. Si chiuse nel piccolo bagno della mansarda, sì, lo stesso identico bagno dove a Pasquetta si era fatta sbattere dal mio amico. Mentre era china sul lavandino con l'acqua aperta per lavarsi, l'istinto animale prese il totale controllo.

Le andai dietro, le afferrai i fianchi e la piegai in avanti, premendo il suo ventre contro la ceramica fredda del lavandino. Non oppose resistenza, anzi, inarcò subito la schiena. La penetrai da dietro, secco e brutale.

La scopai lì, in piedi, con l'acqua che scorreva e il rumore dei nostri corpi che sbattevano tra le pareti strette del bagno, fino a quando non esplosi dentro di lei, un climax intenso e definitivo che mi prosciugò fino all'ultima goccia di energia.

Dopo, ci calmammo. Eravamo letteralmente distrutti, sfiniti e ancora abbastanza fatti. Ci buttammo sul divano e crollammo addormentati in una frazione di secondo.

Avevamo messo la sveglia alle sette del mattino: dovevo accompagnarla a casa prima che i miei genitori si svegliassero e ci beccassero a scendere le scale esterne.

Quando il telefono squillò, eravamo due zombie. Mentre ci rivestivamo in modo meccanico, speravo in un altro round, ma non ne avevamo le forze. Ci scambiammo solo una pomiciata veloce appena svegli, con gli aliti pesanti di fumo e sonno, e le diedi una rapida succhiata di tette mentre lei lottava per infilarsi il top.

La accompagnai a casa con la luce cruda del mattino. Durante il tragitto, in macchina, tornammo a essere i soliti stronzi cinici. Tra una battuta e l'altra, le buttai lì, con la mia solita arroganza, che non mi dispiacerebbe affatto scoparle il culo prima o poi. Ha sorriso, senza dire di no. Chissà se questa richiesta verrà accolta in futuro.

Oggi è il 25 maggio, la data in cui sto mettendo nero su bianco questa storia. In questi giorni l'ho sentita un paio di volte. È assurdo a dirsi, ma Flavia è a tutti gli effetti la mia prima, vera amante con cui ho una frequentazione clandestina che va oltre la botta e via occasionale.

Adesso che Vittoria è tornata, è fottutamente difficile scriversi, e lo sarà ancora di più riuscire a vedersi. Ma l'istinto è una brutta bestia. In generale, se succederà qualcos'altro degno di nota con la ragazza dal vocabolario da scaricatore di porto, state tranquilli che vi aggiornerò.

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