Questa storia non doveva avere due capitoli, ma come potevo sapere che con questa ragazza sarebbe successo altro? Cioè, in fondo un po' lo immaginavo, d'altronde all'inizio non mi stava simpaticissima, eppure...
Venerdì, insieme a Vittoria, sono andato a cena fuori con una coppia di nostri amici e sulla strada del ritorno abbiamo discusso pesantemente. Ultimamente ci capita spesso, credo che lo stress nelle nostre vite ci stia un po' portando a essere nervosi. D'altronde abbiamo litigato per una vera cazzata. Ad oggi per altro abbiamo già chiarito: sto scrivendo questa storia domenica, due giorni dopo l'accaduto che risale a venerdì 24 aprile.
Comunque, nervoso e con i coglioni girati dalla discussione con Vittoria, verso mezzanotte, dopo averla lasciata a casa, decido di raggiungere i miei amici. Loro hanno un punto di ritrovo fisso per strada: un pezzo di marciapiede largo, dove si parcheggiano le macchine a spina di pesce, ci si appoggia ai cofani, si fuma, si chiacchiera e si fa passare la notte. Si trova in un comune a soli 10 minuti di distanza da quello di Vittoria, mentre io vivo a una mezz'ora di macchina da lì. Cose apparentemente inutili da dire, ma utili per darvi contesto per altre mie storie personali.
Arrivo, scendo dalla macchina e, nel gruppetto, trovo anche quella ragazza.
Non è la prima volta, da quella famosa sera del vicolo è già la seconda che ci incrociamo in questo fottuto punto di ritrovo. E oramai, devo ammetterlo, non mi sta neanche tanto antipatica. Anzi, ora parliamo anche tranquillamente.
Resto lì a fare numero per un paio d'orette, appoggiato al cofano a fumare e sparare cazzate con i miei amici. Nelle varie conversazioni di gruppo c'è ovviamente anche lei. A proposito, mi rendo conto che nello scorso capitolo continuavo a chiamarla "quell'amica" o "la ragazza". Per pura comodità narrativa, e per dare un volto a questo mio sfogo, d'ora in poi la chiameremo Flavia.
Tra una battuta e l'altra la rabbia per la litigata mi sbollisce un po', ma il sottofondo di nervosismo e l'umore nero per la situazione con Vittoria restano lì, a pesarmi sullo stomaco. Così, verso le due, decido di tagliare la corda prima degli altri e tornarmene a casa.
Faccio per salutare tutti, quando Flavia si stacca dal gruppo. «Gio, mi dai uno strappo? Sono a piedi stasera,» mi chiede, infilandosi le mani nelle tasche dei jeans e guardandomi da sotto in su. Acconsento con un cenno del capo. In fondo, è di strada.
Il tragitto dura a malapena cinque minuti. Parliamo del nulla cosmico, di università, del traffico, riempiendo l'abitacolo della mia auto con chiacchiere di circostanza che stridono pesantemente con quello che avevamo fatto l'ultima volta che eravamo rimasti soli. Accosto la macchina sotto casa sua, spengo il motore, ma lei non accenna a scendere. Si slaccia la cintura, si gira verso di me, piegando una gamba sul sedile.
«Okay, sputa il rospo. Perché sembri così scocciato dalla vita stasera?» mi chiede, la voce improvvisamente più morbida, privata della sua solita spocchia.
Forse era la stanchezza, o forse il fatto che, in un modo assurdo e contorto, non mi dispiaceva affatto parlare con qualcuno che era completamente fuori dalle dinamiche della mia coppia. Fatto sta che mi sono preso bene. Ho abbassato il finestrino per far entrare un po' d'aria e ho iniziato a spiegarle la mia situazione. Le ho raccontato del periodo un po' brutto, dello stress, delle liti inutili.
Per stare più comodi, ho abbassato la leva del mio sedile, reclinandolo all'indietro. Lei ha fatto lo stesso. In un attimo, l'abitacolo si è trasformato in una bolla intima e sospesa, costruendo quella sottile e inaspettata attrazione fatta di parole sussurrate nel buio. Eravamo stesi l'uno accanto all'altra, illuminati solo dalla luce arancione e fioca del lampione che filtrava dal parabrezza.
E così, da una parola all'altra, scivolando in quella confidenza sudicia che avevamo inaugurato nel vicolo, il discorso è caduto su quel sabato.
Flavia si gira su un fianco, appoggiando la testa sul braccio. Il suo respiro mi sfiora la spalla. «Senti... ma se ami così tanto questa Vittoria, perché l'hai tradita con me l'altra sera?» mi chiede. Nessun tono accusatorio, solo una curiosità densa, quasi affamata, mentre i suoi occhi scuri scrutano il mio profilo nella penombra.
Faccio un respiro profondo e decido di dirle la verità. La verità più cruda e bastarda, quella che non si dice mai ad alta voce. «Perché in periodi di grande stress, come le sessioni d'esame, la nostra vita sessuale semplicemente muore. Si azzera per mesi,» le confesso, voltando la testa per piantare i miei occhi nei suoi. «E io, sinceramente, a volte perdo il controllo. Non scopiamo da dicembre, Flavia. Dicembre. Questa cosa mi logora, mi fa stare fisicamente e mentalmente male. Ho pulsioni che non riesco semplicemente a spegnere a comando.»
Mentre parlavo del mio bisogno represso, l'aria nell'auto si è fatta improvvisamente più densa. Il mio sguardo, in modo del tutto autonomo, è scivolato dal suo viso alla curva del suo seno che si alzava e abbassava lentamente sotto il tessuto leggero, per poi tornare alle sue labbra schiuse.
Lei mi ascolta. Mi capisce, lo vedo da come il suo respiro si fa impercettibilmente più corto sentendomi parlare così apertamente di sesso e astinenza. Eppure, a tratti, mi punzecchia. «E allora perché ci stai insieme, scusa? Se questa cosa ti pesa così tanto da dover scopare un'altra in un vicolo... non ha senso.»
So benissimo che i moralisti là fuori, quelli che leggono queste righe, non saranno d'accordo con me. Ma la mia verità è fottutamente semplice.
«Perché io la amo,» le rispondo, con una fermezza che non ammette repliche, accorciando di un centimetro la distanza tra i nostri visi. «Io amo stare con lei. Amo passare il mio tempo con lei, condividere ogni fottuta cosa. Per me, quello che è successo con te l'altra sera, e ogni altro rapporto fisico che potrei avere o che ho avuto...» lascio la frase in sospeso, anticipando mentalmente gli altri tradimenti che sicuramente vi racconterò in futuro, «...sono solo sfoghi. Carne, attrito, fluidi. Fini a se stessi. Perché a livello relazionale e mentale, io voglio lei e nessun'altra.»
Non so se Flavia abbia realmente capito e approvato il mio contorto modo di pensare, o se semplicemente non leene freghi un cazzo. Fatto sta che non mi dà contro con la solita morale da quattro soldi che molti altri mi avrebbero vomitato addosso. D'altronde, me l'aveva già detto chiaro e tondo in quel vicolo lercio: a conti fatti, preferisce di gran lunga fare la parte dell'amante che quella della cornuta. E questa sua assenza totale di giudizio, questa sua indole così sfacciatamente egoista, la rende ai miei occhi ancora più eccitante.
Nel silenzio dell'abitacolo, la distanza tra noi si accorcia ancora. Sento il calore della sua coscia sfiorare la mia attraverso la stoffa.
«Devi salire subito a casa?» le chiedo, spezzando la tensione con una voce bassa e ruvida.
Lei fa scivolare lo sguardo sul mio viso, le iridi scure che brillano nella penombra. «No. Non mi aspetta nessuno.»
«Ti va di fare un giro, allora?» La domanda è buttata lì senza mezzi termini, priva di qualsiasi inutile romanticismo. Lei sapeva benissimo cosa significava quel fottuto "giro", e io sapevo altrettanto bene che stava aspettando solo quello.
Un sorriso lento, malizioso, le increspa quelle labbra carnose. «Sì, andiamo.»
Senza aggiungere altro, tiro su la leva del mio sedile con uno scatto metallico e riaccendo il motore. Ingrano la marcia e la porto in un posto ben preciso: un piazzale sterrato e fottutamente sperduto in collina, con una gran bella vista sulle luci della città. Fondamentalmente, il classico posto isolato dove le coppie vanno ad infrattarsi per fare sesso in macchina senza essere disturbate.
Arriviamo che sono tipo le tre e qualcosa di notte. Il piazzale è immenso e quasi del tutto deserto, fatta eccezione per un'unica altra macchina parcheggiata a una distanza siderale dalla nostra, nascosta sotto degli alberi. I vetri di quell'auto erano completamente appannati e dondolava in modo inequivocabile. Stavano palesemente scopando.
Spengo il motore, ma invece di buttarla subito sui sedili posteriori come un adolescente disperato, decido di giocare un po' con l'attesa. In fondo, l'eccitazione è un crescendo, si parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile per far salire la tensione.
