«Scendiamo un attimo,» le dico, aprendo lo sportello.
L'aria di fine aprile è frizzante e ci investe appena mettiamo i piedi a terra. Ci appoggiamo fianco a fianco alla fiancata della mia auto, dando le spalle alla città illuminata. Accendiamo una sigaretta in due. Il silenzio è rotto solo dal vento leggero e dalla consapevolezza di quello che sta per succedere.
Prendo un tiro profondo e le passo la sigaretta. Mentre lei la porta alle labbra, espirando una nuvola di fumo grigio che le accarezza il viso, la mia mano sinistra rompe gli indugi. Scivola dietro la sua schiena, scende oltre la linea del giubbotto di pelle e le afferra un gluteo, stringendo con forza la stoffa dei jeans aderenti.
Flavia sussulta appena per la sorpresa, ma non si sposta di un millimetro. Anzi, fa esattamente l'opposto: inarca la schiena all'indietro per premersi ancora di più contro il mio palmo avido.
«Sei proprio un ruffiano, Giorgio,» mi provoca, la voce impastata di fumo, ridacchiando piano. «Prima fai il fidanzato incompreso e tormentato sui sedili, e dieci minuti dopo mi porti nel parcheggio delle coppiette.»
«Noi non siamo una coppietta,» le ribatto cinico. Infilo due dita nel passante posteriore dei suoi jeans e la tiro bruscamente verso di me, facendola sbattere contro il mio bacino per farle sentire esattamente quanto io sia già duro e pronto per lei. «E te l'assicuro, non ti ho portata fin qua sopra per guardare il panorama.»
Morale della favola: il tempo di dare l'ultimo tiro a quella sigaretta, gettare il mozzicone sull'asfalto, e ci siamo ritrovati a rovinare la tappezzeria dei sedili posteriori della mia macchina.
L'abitacolo era stretto, ma quell'urgenza bestiale lo faceva sembrare l'unico posto fottutamente sensato in cui stare in quel momento. Mi sono lasciato cadere all'indietro contro lo schienale e lei non ha perso un secondo. Mi è salita a cavalcioni, bloccandomi i fianchi con le ginocchia. Eravamo ancora vestiti, la stoffa spessa e ruvida dei suoi jeans contro i miei, ma ha iniziato a muovere il bacino con una lentezza calcolata, strusciandosi esattamente contro la mia erezione che ormai pulsava dolorosamente contro la cerniera. Un attrito esasperante, denso, che mi faceva mancare il respiro e le faceva socchiudere gli occhi.
Non potevo restare con le mani in mano. Sono scivolate sotto il suo giubbotto aperto, afferrando i lembi di quel top minuscolo. L'ho tirato su in un colpo solo, liberandole il petto. Aveva delle tettine perfette, sode e proporzionate, con i capezzoli già turgidi e induriti dal freddo che si era infilato nell'auto. Mi sono sporto in avanti, affamato, e ho preso a succhiarle. Alternavo la lingua calda ai piccoli morsi dei denti, stringendo la carne morbida tra le dita, succhiando con una forza che le ha strappato un sospiro tremante.
Flavia ha gettato la testa all'indietro, inarcando la schiena in un modo che mi offriva ancora di più il petto e schiacciava il suo inguine contro il mio. I suoi gemiti, prima sommessi, sono diventati via via più alti, acuti e vibranti, riempiendo completamente il silenzio ovattato della macchina. Sentirla ansimare così, persa nel piacere e senza il minimo pudore, era letteralmente benzina sul fuoco.
Siamo andati avanti così per un po', in un delirio di strusciamenti frenetici e pelle calda, seguendo quel crescendo spietato che precede l'apoteosi dei sensi. Finché lei non ha deciso di cambiare le regole del gioco.
Si è staccata dal mio petto con un respiro spezzato. È scivolata giù dalle mie gambe per inginocchiarsi e sedersi in qualche modo sul sedile, proprio di fianco a me. Si è passata una mano tra i capelli mossi e arruffati, fissandomi. Quello sguardo sfrontato, malizioso, con le labbra gonfie e lucide di saliva... aveva esattamente quell'incredibile e inconfondibile aria da troia esperta, una che ne avrà visti e fatti impazzire a decine. E la cosa, invece di infastidirmi, mi faceva impazzire ancora di più.
Senza dire una parola, le sue mani veloci sono scese sulla mia cintura. Ha slacciato la fibbia, ha tirato giù la cerniera e, sollevandomi appena i fianchi, mi ha sfilato pantaloni e boxer in un gesto fluido e deciso.
L'ho guardata mentre si chinava su di me, illuminata a sprazzi dalla luce lontana del lampione. Era maledettamente bella nella penombra. Ha fatto scorrere la lingua calda sulla punta prima di prendermi completamente in bocca. Il contrasto tra l'aria gelida dell'abitacolo e il calore umido e stretto della sua bocca mi ha strappato un grugnito roco.
Ed era fottutamente brava. Ci ha messo una foga e un vigore che spazzavano via ogni traccia della ragazza spocchiosa che conoscevo. Le sue labbra morbide scivolavano su e giù con un ritmo serrato, ritmico, inesorabile, mentre una mano mi stringeva alla base per aumentare la pressione. Il suono osceno, bagnato e ritmico che riempiva l'abitacolo era la colonna sonora perfetta per quel delirio di fine aprile. Io ho chiuso gli occhi, abbandonando la testa all'indietro e affondando le dita nei suoi capelli scuri per dettare il ritmo, arrendendomi totalmente a quella bocca che stava azzerando ogni fottuto pensiero razionale dalla mia testa.
Continuava a succhiarmi con una dedizione che mi stava letteralmente fottendo il cervello. Nel buio dell'abitacolo, illuminata a malapena dai riflessi del piazzale, la guardavo abbassarsi e alzarsi su di me, i suoi capelli scuri che le sfioravano le cosce. Il rumore umido e osceno della sua bocca riempiva il silenzio della macchina, mescolandosi al mio respiro sempre più corto.
A un certo punto si è fermata. Si è staccata lentamente, lasciando scivolare le labbra lungo la mia pelle, e mi ha guardato dritta negli occhi. Senza dire una parola, ha raccolto un po' di saliva in bocca e ci ha sputato sopra. La goccia è scivolata giù, lucida, e lei l'ha subito spalmata afferrandomi con la mano e riprendendo a pomparmi con movimenti veloci e spietati.
Quel gesto, così fottutamente rozzo, sfacciato e privo di qualsiasi eleganza, le ha dato all'istante l'aria di una ragazza di strada. Ed era la cosa più eccitante che potesse fare in quel momento.
«Cazzo, Flavia...» ho sibilato a denti stretti, inarcando il bacino contro la sua mano, sentendo la pressione salire vertiginosamente. Ero al limite, i muscoli delle mie gambe erano tesi come corde di violino e il climax era a un fottuto millimetro. «Fermati. Fermati o ti vengo in bocca.»
Lei ha ridacchiato, un suono basso e roco, rallentando appena ma senza smettere di stuzzicarmi la punta con la lingua. «E se volessi proprio questo?» mi ha provocato.
«Ho detto di fermarti,» le ho intimato, afferrandole una spalla con fermezza e tirandola su.
Senza protestare, si è allontanata. Il suo sguardo era torbido, carico di lussuria. Non abbiamo perso tempo a parlare. Con movimenti febbrili, si è sfilata il giubbotto di pelle gettandolo sui sedili anteriori, poi ha afferrato l'orlo del top e se l'è sfilato dalla testa in un colpo solo. Vederla completamente nuda dalla vita in su, con la pelle che brillava di sudore leggero e il seno che si alzava e abbassava per il fiato corto, mi ha dato la spinta finale. Ha lottato un secondo con i jeans stretti, calciandoli via insieme agli stivaletti, restando finalmente nuda sui sedili in pelle della mia auto.
Io, con le mani che mi tremavano impercettibilmente per l'adrenalina, ho recuperato un altro preservativo dal portafoglio. L'ho scartato e me lo sono srotolato addosso in fretta e furia.
Non ha aspettato che la invitassi. Mi si è messa di nuovo a cavalcioni, ma questa volta non c'era nessuna barriera tra di noi. Ha sollevato il bacino, si è allineata a me e, con un gemito che le ha graffiato la gola, si è lasciata cadere verso il basso, prendendomi tutto dentro di sé in un colpo solo.
L'impatto è stato violento e perfetto. La macchina ha cigolato pesantemente sotto il nostro peso.
Ho piantato subito le mani sui suoi glutei nudi, stringendo a piene mani la carne morbida, e l'ho spinta contro di me mentre lei iniziava a cavalcarmi con una foga inaudita. Non c'era nulla di romantico in quella scopata. Era attrito puro, sudore e aggressività. Lei andava su e giù con una violenza che le faceva sobbalzare il seno davanti ai miei occhi, le mani piantate contro il mio petto per darsi la spinta, graffiandomi la pelle attraverso la maglietta sbottonata.
