«Dimmi che lo vuoi, stronzo...» ansimava, accelerando il ritmo, sbattendo il bacino contro il mio con una forza che rischiava di sfondare il sedile posteriore.
«Zitta e scopami,» le ho risposto, sollevando i fianchi per andarle incontro con spinte altrettanto rudi, affondando in lei fino in fondo e stringendole il culo così forte da lasciarle sicuramente i segni delle mie dita. Il crescendo erotico ormai aveva preso il sopravvento, azzerando completamente lo spazio dell'abitacolo e trasformandolo nell'epicentro di uno sfogo selvaggio, proprio come un rapporto che arriva diretto e inesorabile all'apoteosi dei sensi.
La macchina continuava a cigolare ritmicamente sotto le nostre spinte frenetiche. Flavia era una furia sopra di me, mi cavalcava dettando un ritmo selvaggio che mi stava letteralmente bruciando i nervi. Le mie mani non mollavano i suoi fianchi sudati, aiutandola a sbattere sempre più forte contro il mio bacino, pelle contro pelle. Sentivo ogni singolo millimetro del suo calore stringermi, un attrito umido e spietato che mi stava portando dritto oltre il limite.
Quando ho capito che non avrei retto un secondo di più, ho affondato le dita nella carne dei suoi glutei, spingendo dal basso con un'ultima, violenta sferzata. Il climax mi ha travolto come una scossa elettrica. Ho buttato la testa all'indietro contro lo schienale, lasciandomi sfuggire un grugnito roco e sordo mentre mi svuotavo completamente dentro il lattice, con i muscoli tesi allo spasimo.
Sono rimasto immobile per qualche istante, il petto che si alzava e si abbassava pesantemente, cercando di recuperare ossigeno. Poi l'ho spostata, senza troppe cerimonie. Mi sono sfilato il preservativo, l'ho annodato e l'ho gettato nel buio fuori dal finestrino. Mi sono tirato su i boxer e i pantaloni alla meno peggio, allacciando solo il bottone. Flavia era ancora lì, mezza stesa in obliquo sul sedile posteriore, i capelli scarmigliati, la pelle lucida di sudore e il fiato corto.
Le ho fatto un cenno col mento. «Sdraiati bene.»
Lei mi ha guardato da sotto in su, confusa ma incredibilmente docile in quel momento, e si è allungata sulla pelle fredda dei sedili. Io ho aperto del tutto il mio sportello posteriore e sono sceso. L'aria gelida delle tre del mattino mi ha schiaffeggiato la faccia, ma il mio sangue bolliva ancora di adrenalina. Mi sono messo in ginocchio direttamente sullo sterrato del piazzale, incastrandomi nello spazio della portiera aperta, esattamente in mezzo alle sue gambe spalancate.
L'ho afferrata saldamente per le cosce e l'ho tirata verso di me, facendola scivolare sulla pelle dei sedili finché il suo bacino nudo non è arrivato esattamente sul bordo, a un palmo dal mio viso. Era bellissima, completamente esposta e vulnerabile nella penombra.
L'ho guardata dritta negli occhi e, con un cinismo che sfiorava la pura crudeltà psicologica, le ho sussurrato: «Adesso ti faccio vedere cos'è che fa davvero impazzire Vittoria.»
A sentire quel nome, pronunciato proprio in quel momento, Flavia ha sgranato gli occhi, schiudendo le labbra in un sospiro strozzato e incredulo. Ma prima che potesse dire o fare qualsiasi cosa, ho abbassato la testa e ho affondato il viso in mezzo alle sue gambe.
L'impatto è stato caldissimo. Ho iniziato a leccarla con una lentezza esasperante, assaporando i suoi umori dolciastri mischiati al sapore crudo e animale della nostra scopata appena finita. La mia lingua tracciava cerchi lenti e decisi, esplorando ogni piega per farla impazzire, per poi concentrarsi esattamente lì, sul suo clitoride turgido e sensibilissimo. Ho iniziato a succhiarlo, prima piano, poi applicando una pressione sempre più forte e ritmica.
La reazione è stata immediata e devastante. Flavia ha inarcato la schiena così tanto da sollevarsi dal sedile. Le sue mani sono scattate all'indietro alla cieca, affondando le dita nella tappezzeria dell'auto per tenersi ancorata a qualcosa. I suoi gemiti, che prima cercava di trattenere, si sono trasformati in ansiti disperati e acuti che si perdevano nel buio gelido del piazzale. Io non le ho dato tregua, tenendole le cosce aperte con forza. Ho continuato a lavorarla senza pietà, alternando la lingua a piccolissimi e leggeri morsi, intrappolandola in un crescendo di piacere assoluto che non le lasciava scampo e le toglieva il respiro.
Quando è arrivata al culmine, il suo corpo è stato scosso da spasmi violenti e incontrollabili. Ha urlato mezza strozzata, stringendo spasmodicamente le cosce contro i lati della mia testa, mentre io continuavo ostinatamente a succhiare e bere il suo piacere fino all'ultimo brivido, godendomi dal basso, in ginocchio sullo sterrato, ogni singolo fottuto secondo del suo totale, assoluto cedimento.
Mi alzo lentamente da terra, pulendomi le ginocchia dai sassolini dello sterrato, e risalgo in macchina. Richiudo lo sportello alle mie spalle con un tonfo sordo, tagliando finalmente fuori il gelo di quella notte di fine aprile.
A questo giro, a differenza della fretta paranoica e clandestina del vicolo, avevamo tutto il tempo che volevamo. Nessun telefono che squillava, nessun amico ubriaco a venti metri di distanza. Mi sono rannicchiato sul sedile posteriore accanto a lei, nel poco spazio a disposizione. Eravamo un groviglio di gambe e respiri che stavano lentamente tornando regolari, la pelle nuda e appiccicosa di sudore che strideva contro il rivestimento dei sedili.
L'ho tirata contro il mio petto, facendole appoggiare la schiena contro di me. Le mie dita hanno iniziato a tracciare linee pigre e sensuali lungo i suoi fianchi, scendendo ad accarezzare la pelle morbida del suo addome, per poi risalire a sfiorarle i seni ancora turgidi. Lei si è lasciata coccolare, abbandonando la testa nell'incavo della mia spalla. Una delle sue mani è scivolata giù, lungo il mio addome, intrecciando le dita tra i miei peli e stuzzicando con tocchi leggeri il mio cazzo ormai rilassato, facendomi venire dei brividi involontari lungo la schiena.
Le baciavo il collo, la nuca, la linea della mascella, respirando il suo odore. Ovviamente, fedele alla mia contorta e folle ipocrisia, continuavo a negarle la bocca. E la cosa assurda è che in quel momento, in quella bolla di intimità sudicia e post-orgasmica, non sembrava importarle.
Abbiamo chiacchierato un altro po', a voce bassissima, come se avessimo paura di svegliare la città sotto di noi. Le mie mani sono scese di nuovo sul suo fondoschiena, massaggiando la carne che avevo segnato poco prima con le mie spinte. Il mio dito medio è scivolato proprio lì in mezzo, indugiando maliziosamente sulla piega dei glutei, sfiorandola con una pressione leggera ma inequivocabile.
«Flavia...» le ho sussurrato contro l'orecchio, la voce impastata di stanchezza e di una lussuria che stentava a spegnersi del tutto. «Ma te lo faresti mai scopare, il culo?»
La domanda è uscita diretta, cruda, esattamente come tutto il resto di quella serata.
Lei ha smesso di accarezzarmi il petto. Ha girato leggermente la testa verso di me, illuminata a metà dal lampione lontano. Un sorrisetto sfacciato, da vera stronza, le ha piegato le labbra. Non si è ritratta dal mio tocco, anzi, ha spinto impercettibilmente il bacino all'indietro, contro la mia mano.
«Non allargarti troppo, Giorgio,» mi ha risposto, con un tono di finto rimprovero che nascondeva un mare di malizia. «Diciamo solo che... non è un no assoluto. Dipende tutto da quanto sarai bravo a convincermi.»
Non era un sì, ma cazzo, non era affatto un no.
Mi è scappata una mezza risata cinica. Seguendo alla perfezione la regola di chiudere una parentesi erotica lasciando una promessa per il futuro, quella sua risposta ambigua mi ha riempito di una fottuta speranza.
Il resto della nottata è stata pura routine. Abbiamo recuperato i vestiti alla cieca nell'abitacolo stretto, infilandoci l'intimo in posizioni scomode e rivestendoci in silenzio. Ho riacceso il motore, ho ingranato la retromarcia e l'ho riportata verso la civiltà, attraversando le strade deserte.
Quando ho accostato sotto casa sua, non ci sono stati saluti strappalacrime o promesse romantiche. È scesa dall'auto con un semplice "ciao", sistemandosi la giacca di pelle e scomparendo dietro il portone del suo palazzo.
Ho rimesso la marcia e ho guidato verso casa mia, da solo. I sedili posteriori della mia macchina puzzavano di sesso e il mio corpo era svuotato, rilassato. Di Vittoria e dei famosi sensi di colpa che avrebbero dovuto divorarmi l'anima, ovviamente, non c'era nemmeno l'ombra.
La serata finisce così. E con lei, anche questo capitolo.
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