Voglio iniziare a scrivere racconti qui raccontando proprio della mia ultima serata, del mio sabato sera. Molti iniziano a scrivere per provare a mettere nero su bianco un pensiero audace da quello che so, io lo faccio per pura confessione. Dicono che spesso la fantasia aiuti proprio a restare fedeli al partner, piuttosto che tradirlo, ma nel mio caso le cose sono leggermente più complicate.
Mettiamo subito in chiaro la situazione: io sto con la mia ragazza, Vittoria, da cinque anni. La amo molto, moltissimo. Per me lei è l’amore della mia vita e su questo non ho il minimo dubbio. Eppure, con la stessa gelida lucidità con cui vi dichiaro il mio amore per lei, devo anche ammettere una verità scomoda: questa non è la prima volta che la tradisco.
Tutto ha preso forma sabato. Era l’ultimo sabato a disposizione per salutare un mio amico prima che sparisse nel nulla per sei mesi per lavoro. Solo questo fottuto senso del dovere mi ha spinto a uscire dal mio nido sicuro. Altrimenti non sarei mai e poi mai andato a infilarmi nel ritrovo dei drogati e degli alcolizzati della mia città. Una piazza infernale, un buco nero dove l'aria è densa, fredda e impregnata di birra scadente. Una giungla urbana costantemente invasa da gente divisa in due categorie ben precise: chi vaga con sguardi affamati cercando disperatamente di rimorchiare la prima preda disponibile, e chi è totalmente e irrimediabilmente ubriaco, impegnato a cantare cori stonati nella notte e a cercare di scalare i lampioni.
Vittoria non era venuta. Quel lunedì aveva un esame importante e aveva preferito rintanarsi a casa a studiare. In altre parole, le condizioni ideali per fare cazzate. Erano le due di notte, stavo cazzeggiando con la mia birra tiepida in mano, ridendo per qualche stronzata dei miei amici, quando la vedo.
Un’amica di un mio amico. O meglio, quell’amica. Non avevo la minima voglia di salutarla. L’avevo conosciuta a Pasquetta, per giunta proprio a casa mia, e mi era stata sul cazzo dal minuto zero. Atteggiamenti odiosi, una spocchia insopportabile e un modo di muoversi e guardare gli uomini che aveva spinto persino Vittoria, che di solito è pacata, a liquidarla con un secco e definitivo: "è una troia".
Comunque, appena smette di fare moine con il resto del gruppo, punta dritto verso di me. Avanzava con una flemma calcolata, i fianchi che ondeggiavano fasciati in un paio di jeans neri talmente stretti da sembrare dipinti addosso, e un top minuscolo che sfidava apertamente il freddo della notte. Si ferma a un palmo da me, decisamente troppo vicina per una semplice conoscente, invadendo il mio spazio vitale con un profumo dolciastro e prepotente che ha spazzato via all'istante l'odore di fumo e alcol della piazza.
L'ho salutata con un cenno scocciato, sfoggiando la faccia di chi vorrebbe essere ovunque tranne che lì.
«Non mi hai salutato!» ha esordito, alzando il viso verso il mio, le labbra coperte di gloss appena socchiuse.
Mentre mi parlava, fingevo di ascoltarla con la gravità che la situazione sembrava richiedere, ma la verità è che da così vicino era impossibile ignorare l'impatto della sua presenza. Per quanto mi fosse stata sul cazzo fino a un quarto d'ora prima, aveva una bellezza di quelle intense e naturali, fottutamente magnetiche. Non era solo la forma del corpo, era l’insieme: il modo in cui i tratti del viso e la postura si combinavano in un quadro di assoluta sensualità.
Il viso ovale, dai lineamenti morbidi ma ben definiti, era incorniciato da una cascata di capelli lunghi, scuri e mossi. Quelle onde le scivolavano sulle spalle delicate, creando un contrasto pazzesco con la tonalità calda della pelle, così liscia che ti veniva l'istinto di passarci sopra il pollice. Mi fissava con quegli occhi grandi e profondi, le iridi scure rese ancora più intense da ciglia lunghe e folte. E poi c'erano le labbra. Il tratto più illegale del suo viso: piene, ben disegnate, con il labbro inferiore morbido e carnoso. Avevano una forma naturalmente seducente, persino adesso che le muoveva per lamentarsi a raffica.
Si stava sfogando, indignata, raccontandomi di aver litigato pesantemente con un mio amico. Il motivo? Lui aveva avuto la brillante idea di andare in giro a sbandierare che a Pasquetta, sì, proprio durante la festa a casa mia, lei si era scopata nel bagno un altro tizio del nostro gruppo.
«Lo trovo semplicemente oltraggioso!» sibilò, inarcando le sopracciglia perfette e piene, lo sguardo che cercava la mia complicità.
Io annuivo, mormorando qualche mezza frase di circostanza, ma la realtà era ben diversa. Delle sue lamentele e del suo onore ferito non me ne fregava assolutamente un cazzo. Le mie orecchie registravano un ronzio di fondo, mentre i miei occhi scivolavano dal suo collo sottile giù per il torace. Osservavo il modo in cui il suo seno, morbido e proporzionato, seguiva la linea del busto, per poi stringersi in una vita sottile e definita. L’addome piatto sfumava in fianchi leggermente arrotondati, regalando a quella silhouette così magra e slanciata una sinuosità pazzesca.
Guardavo quel corpo così elegante, che trasmetteva una sensualità non aggressiva ma velenosa, e l'unica cosa che riusciva a prendere forma nel mio cervello anestetizzato dai gin tonic era un pensiero di puro, cinico istinto. Pensavo a quanto fosse magra sotto quei vestiti aderenti, a come la sua pelle calda si sarebbe arresa sotto la mia stretta, e a quanto sarebbe stato maledettamente divertente spogliarla di quell'aria da vittima oltraggiata e distruggerla sul mio letto, fino a farle dimenticare non solo la Pasquetta, ma persino il suo stesso nome.
A rovinare il mio teatrino mentale, e a riportarmi alla deprimente realtà della piazza, ci ha pensato il mio amico, che si è piazzato in mezzo a noi. Da lì in poi la conversazione si è trascinata per un tempo indefinito e, onestamente, fin troppo lungo. Roba da farmi venire voglia di scolarmi la birra direttamente dal fusto per spegnere del tutto il cervello.
Poi, a un tratto, lei inizia a saltellare sul posto. Incrocia le gambe con un'urgenza improvvisa e chiede al mio amico di accompagnarla a pisciare nel vicolo dietro la piazza. Un budello buio, stretto e isolato dal casino, che fungeva praticamente da latrina a cielo aperto. Lui, con la solita eleganza che ci contraddistingue, la liquida in due secondi: zero voglia di alzare il culo, aggiungendo con un ghigno che, se proprio avesse dovuto farle da scorta, si sarebbe piazzato a guardare lo spettacolo. A lei ovviamente la prospettiva non va bene, arriccia il naso schifata e lascia perdere.
È a quel punto che il suo mirino si sposta su di me, e inizia a rompermi le palle.
Si avvicina, azzerando quasi le distanze, e mi afferra un braccio. «Dai, Giorgio, accompagnami tu per favore,» mi supplica, con una nota di panico reale nella voce. «Ti giuro, zero doppi fini. Lo so benissimo che sei fidanzato con Vittoria e non mi sognerei mai... è solo che ho un'ansia fottuta di andarci da sola. Lì dietro è buio pesto, è pieno di sbandati e ho paura.»
E la cosa assurda, la cosa che mi ha quasi spiazzato, è che era assolutamente sincera. Nessun giochetto, nessuno sguardo languido da gattamorta. Mi stava guardando con gli occhi sgranati di chi teme davvero di trovarsi un tossico nel buio. Nella sua testa, in quel momento, io ero semplicemente l'amico fidato, l'opzione sicura. Ero "il ragazzo di Vittoria", la guardia del corpo inoffensiva a cui chiedere asilo.
Se solo avesse avuto una minima idea di cosa le avrei fatto fino a trenta secondi prima.
Il paradosso era che la sua totale mancanza di malizia rendeva tutto maledettamente più eccitante. Mentre mi pregava aggrappata al mio braccio, il suo seno morbido, libero dal reggiseno, premeva contro il mio gomito in modo del tutto involontario. La sua pelle calda emanava quel profumo dolciastro e intenso che mi stava annebbiando la lucidità, mentre io dovevo lottare per mantenere la mia solita faccia da stronzo cinico e disilluso, cercando di ignorare l'erezione che mi stava pulsando prepotente contro la stoffa dei jeans.
Mi stava chiedendo protezione, e io l'unica cosa che volevo proteggere era la mia sanità mentale, che stava andando a farsi benedire.
«E va bene, andiamo. Ma muoviti, che non ho intenzione di farci l'alba in quel letamaio,» le ho risposto, sbuffando in modo teatrale.
Lei ha tirato un sospiro di sollievo genuino. Le sue dita sono scivolate lungo il mio braccio fino ad afferrarmi la mano, stringendola come farebbe una bambina spaventata, e ha iniziato a tirarmi verso l'oscurità del vicolo. E io, con la testa piena di pensieri che di innocente non avevano assolutamente nulla, mi sono lasciato trascinare.
Mentre ci inoltravamo nel buio e nel puzzo di quel budello, lei continuava a vomitarmi addosso giustificazioni non richieste, aggrappata al mio braccio.
«Te lo giuro, Gio, non volevo romperti, è che davvero lì c'era un gruppo di tizi inquietanti...»
