Io sbuffavo, cercando di non inalare troppo a fondo l'aria del vicolo. «Guarda che non pensavo affatto volessi saltarmi addosso nel buio. Semplicemente, non avevo la benché minima voglia di alzare il culo e mollare la mia birra. Tutto qui.»
Arrivati nel punto più buio e isolato, dietro una fila di bidoni, si ferma. Mi sbatte in petto la sua giacca di pelle e il telefono senza tante cerimonie. «Tieni,» mi ordina, e fa per addentrarsi di qualche passo. Ma nemmeno il tempo di girarmi che torna indietro, mordendosi quel labbro inferiore così fottutamente carnoso.
«Senti... e se poi passa qualcuno? Ti dispiace se ti metti proprio davanti a me? Di spalle, eh. Non guardare. Così mi fai da scudo.»
Che immensa rottura di coglioni, ho pensato, alzando gli occhi al cielo. Ma alla fine, sotto questa spessa scorza da bastardo misantropo, sono fin troppo gentile. E soprattutto volevo sbrigarmi. Mi piazzo a gambe larghe, dandole le spalle, fissando un graffito sbiadito sul muro di mattoni.
Sento il fruscio inconfondibile della cerniera, lo sfregamento della stoffa rigida di quei jeans dipinti addosso che scivolano giù lungo le cosce. E poi, quel rumore. Il suono leggero del liquido sull'asfalto.
Ecco, è stato in quel preciso millesimo di secondo che il poco buon senso che mi restava, insieme al fantasma della mia fidanzata a casa sui libri, è andato a farsi benedire. L'istinto, bastardo e primordiale, ha preso il controllo. Non ho resistito. Lentamente, ho girato la testa e poi le spalle.
Lo spettacolo valeva ogni maledetto fastidio della serata. Era accucciata a terra, in un equilibrio precario. I jeans neri abbassati fin quasi alle caviglie e, a incorniciare la scena, un minuscolo e sfacciato perizoma rosso fuoco incastrato a metà coscia, che spiccava sulla sua pelle chiara. Aveva le ginocchia larghe e si teneva appoggiata al muro con una mano per non cadere. Aveva un'espressione impacciata, indifesa, ma con quel trucco sbavato e la posa sguaiata ai miei occhi aveva assunto all'istante l'incredibile, irresistibile aria di una goffa troia.
Alza lo sguardo e mi becca in pieno a fissarla. Sgrana gli occhi, enormi.
«Ma che cazzo fai?!» sibila, cercando di fare la voce grossa. «Ti avevo detto di non guardare, stronzo! Girati!»
Invece di obbedire, faccio un mezzo passo verso di lei. «E dai, non fa niente,» le rispondo con un sorrisetto sbieco, piantando gli occhi spudoratamente in mezzo alle sue gambe. «Ero curioso. E devo ammettere che il rosso ti dona parecchio.»
Lei arrossisce di botto, un rossore che le infiamma il collo e il petto sfacciatamente esposto dal top. Ma la cosa assurda è che, invece di tirarsi su di scatto o cercare di coprirsi goffamente, resta lì. Congelata in quella posizione. Il rumore della pipì non si ferma, anzi, sembra quasi che il suo respiro si sia fatto più pesante.
«Sei un maniaco schifoso. Lo sai che sei fidanzato, vero?» mi provoca, cercando di mantenere il tono indignato di prima, ma la sua posizione la rende completamente vulnerabile, e la voce le trema leggermente.
«E tu sai di essere accucciata in un vicolo buio, a gambe aperte, davanti a un ragazzo fidanzato che ti sta fissando, vero?» le ribatto, abbassando il tono in un sussurro rauco e fottutamente cinico. La tensione si è fatta improvvisamente densa, elettrica. E mentre lei finiva, io restavo lì, fermo, a godermi il modo in cui il suo petto si alzava e abbassava affannosamente sotto il mio sguardo.
Il rumore sul selciato finalmente si ferma. Lei si scuote leggermente, senza mai staccare i suoi fottuti occhi scuri dai miei. La goffaggine di un attimo prima è sparita, sostituita da una scintilla sfrontata che mi accende il sangue.
«Sai una cosa, Giorgio?» mormora, la voce che vibra nel silenzio di quel vicolo lercio. «Che tu sia fidanzato o meno... in questo preciso momento non mi interessa minimamente.»
Inizia a tirarsi su quel maledetto perizoma rosso e la stoffa rigida dei jeans. Invece di farmi da parte, accorcio le distanze. Faccio un passo lento, poi un altro. Adesso sono praticamente addosso a lei, invadendo tutto il suo spazio vitale. L'odore di chiuso e umidità del vicolo viene spazzato via dal profumo dolce e prepotente della sua pelle scaldata.
«Ah no?» le chiedo, la voce ridotta a un sussurro roco. «E come mai quest'improvvisa apertura mentale?»
Lei finisce di tirare su la cerniera con uno scatto secco. Si raddrizza, ritrovandosi a un soffio da me. Fa spallucce, e un mezzo sorriso malizioso le piega quelle labbra carnose che stavo fissando da ore.
«Diciamo che, a conti fatti, preferisco di gran lunga fare la parte dell'amante che quella della cornuta.»
La sfacciataggine fatta persona. La mia solita maschera da misantropo annoiato si sgretola definitivamente sotto un'ondata di pura, primordiale lussuria. Faccio un altro passo in avanti, inesorabile, costringendola a indietreggiare. I suoi stivaletti raschiano l'asfalto finché la sua schiena non sbatte contro i mattoni freddi e ruvidi del muro.
L'ho intrappolata. Piazzo una mano sulla parete, proprio di fianco al suo viso, chiudendole ogni via di fuga.
Ma la cosa divertente è che lei non ha la minima intenzione di scappare. Anzi, si fa improvvisamente audace. Invece di appiattirsi contro il muro come una preda spaventata, solleva il mento e si sporge in avanti, azzerando del tutto quel millimetro che ci divideva. Il suo respiro si fa corto, affannoso, e il suo seno morbido, libero sotto il tessuto leggero del top, preme deliziosamente e ripetutamente contro il mio petto a ogni respiro.
Alza una mano, lenta, e le sue dita dalle unghie curate si insinuano sfacciatamente sotto il colletto della mia maglietta, accarezzandomi la pelle tesa del collo. Mi fissa da sotto in su, con quegli occhi enormi e scuri carichi di una promessa che non ha più assolutamente nulla di innocente.
«Sei proprio uno stronzo,» mi sussurra ad appena un millimetro dalla mia bocca, le labbra socchiuse che mi sfiorano la pelle, sfidandomi apertamente a fare l'ultima mossa.
«Meno male che non avevi secondi fini e avevi solo una fottuta paura del buio,» le soffio sulle labbra, senza annullare quell'ultimo millimetro che ci separa. La mia voce è poco più di un ringhio basso e ironico che le fa vibrare il petto contro il mio.
Lei schiude le labbra, il respiro che le si incastra in gola. «Guarda che stai facendo tutto tu,» mormora, sfoggiando una finta innocenza che a questo punto rasenta il ridicolo. «Io non ho fatto assolutamente niente.»
Ma le parole sono una cosa, il modo in cui le dice è un'altra. Usa un tono roco, vibrante, con gli occhi scuri lucidi e dilatati nel buio. È la voce sfacciata e inequivocabile di una che vuole farsi scopare, qui e ora, contro questo fottuto muro di mattoni sporchi. E io, purtroppo o per fortuna, non ho mai avuto la forza di volontà necessaria per declinare un invito del genere.
«Certo. Sei una povera vittima degli eventi,» le rispondo, intriso di cinismo, mentre la mia mano destra scivola via dalla parete.
Senza staccare i miei occhi dai suoi, abbasso la mano fino all'inguine, trovando a colpo sicuro il bottone metallico dei suoi jeans neri, quelli che si è appena tirata su con tanta fatica. Lei trattiene il fiato, e un piccolo sussulto le attraversa la spina dorsale quando le mie dita le sfiorano per sbaglio l'addome nudo e caldo appena sopra la cintura.
Faccio scattare il bottone con un gesto secco. Il piccolo schiocco metallico sembra risuonare nel vicolo vuoto. Con un'esasperante lentezza, abbasso di nuovo la cerniera, dente dopo dente. Il rumore metallico accompagna il suo respiro che si fa improvvisamente irregolare e pesante. La stoffa rigida cede e si allarga, rivelando ancora una volta la linea delicata del suo addome piatto e il pizzo sfrontato di quel maledetto perizoma rosso che le taglia i fianchi sinuosi.
Infilo le dita proprio sotto il bordo dei jeans, afferrando il tessuto ai lati. Il calore della sua pelle contrasta violentemente con l'aria gelida di quel lunedì notte. Lei chiude gli occhi e getta la testa all'indietro contro il muro, esponendo la linea elegante e vulnerabile del collo. Un gemito leggero, sottile, le sfugge dalle labbra quando le mie nocche, fingendo di voler solo abbassare la stoffa, premono volutamente contro la sua pelle nuda appena sotto l'ombelico, sfiorando pericolosamente l'orlo del pizzo rosso.
«Hai ragione, non stai facendo proprio niente,» le sussurro contro la pelle sensibile del collo, aspirando il suo profumo dolce mentre spingo i pantaloni giù lungo i suoi fianchi arrotondati. «Ma fammi un favore... continua a non fare niente.»
Il suo palmo scivolava su di me con una foga disperata, stringendo e tirando con un ritmo che minacciava seriamente di farmi perdere quel briciolo di controllo che mi ostinavo a mantenere. Contemporaneamente, le mie dita non le davano tregua: sprofondavano e si ritiravano nel suo bagnato, fluide, spietate, strappandole gemiti rochi che le morivano contro il mio collo. Eravamo un groviglio di respiri affannosi e calore animale nel bel mezzo del gelo di un vicolo che puzzava di umidità e degrado.
