A un certo punto, il suo respiro si fa ancora più spezzato. Le sue ginocchia si piegano. Fa per lasciarsi scivolare verso il basso, completamente accecata dalla situazione, del tutto incurante del fatto che si stia per inginocchiare letteralmente sulla pozzanghera che ha appena lasciato sull'asfalto sbeccato.
«Visto che immagino tu non abbia un preservativo...» sussurra, la voce impastata di lussuria, alzando il viso verso di me mentre continua ad accarezzarmi. «Al massimo posso succhiartelo un po'.»
L'idea era allettante, fottutamente allettante. Ma vederla lì, pronta ad abbassarsi nel sudiciume per me, ha fatto scattare qualcosa di molto più predatore e carnale.
Prima che possa sporcarsi le ginocchia, scatto. La afferro saldamente per il mento con la mano destra, le dita ancora lucide dei suoi umori, bloccando la sua discesa a metà. Stringo la mascella, costringendola a tirarsi di nuovo su, fino a far scontrare di nuovo il suo sguardo smarrito e affamato con il mio.
«Chi ti ha detto che non ce l'ho?» le sibilo a un palmo dalle labbra, il tono basso e roco che le fa vibrare il petto. Il mio pollice le accarezza rudemente il mento. «Non ho la minima intenzione di farmi solo succhiare il cazzo in questo letamaio. Io voglio scoparti.»
Lei sgrana gli occhi, un brivido visibile le percorre il collo nudo, e il suo petto si alza e si abbassa ancora più freneticamente.
Non perdo tempo. Sfilo la mano sinistra dai suoi fianchi, la infilo nella tasca posteriore dei jeans ed estraggo il portafoglio. Con un gesto rapido, tiro fuori quel quadratino metallizzato, la mia assicurazione contro i sensi di colpa, e glielo spingo nel palmo della mano, chiudendole le dita affusolate attorno all'involucro.
«Mettimelo,» le ordino, la voce carica di un'impazienza che non riesco più a mascherare.
Lei guarda il pacchetto, poi guarda me. Un sorriso sghembo, incredibilmente malizioso, le piega le labbra. Senza dire una parola, strappa l'involucro coi denti. I suoi occhi scuri restano piantati nei miei, carichi di sfida e di un'eccitazione sfacciata, mentre le sue dita fresche e abili iniziano a srotolare il lattice su di me, con una lentezza calcolata che è una fottuta tortura per i sensi.
Appena finisce di srotolare il lattice su di me, non le do nemmeno il tempo di riprendere fiato. La afferro saldamente per le cosce e, con uno scatto deciso, la sollevo da terra.
Lei capisce al volo. D'istinto allarga le gambe e me le avvinghia strette attorno ai fianchi, incrociando le caviglie dietro la mia schiena per non cadere. Faccio un passo in avanti, inesorabile, schiacciandola con tutto il peso del mio corpo fino a far sbattere la sua schiena nuda contro la ruvidità gelida dei mattoni.
E in quel momento, finalmente, affondo i fianchi e la penetro con una spinta secca, decisa.
Un gemito roco, acuto, le squarcia la gola. La accolgo sprofondando in un calore strettissimo che mi fa letteralmente ribaltare gli occhi all'indietro. È un contrasto folle: l'aria gelida sulla pelle mezza scoperta e quel calore umido e perfetto che mi avvolge completamente.
Inizio a scoparla. E non c'è traccia di dolcezza in quello che faccio, nessuna fottuta esitazione romantica. C'è solo urgenza, cazzimma pura e un ardore che mi brucia le vene. Vado forte, tenendola saldamente per i glutei nudi. Ogni mia spinta violenta la solleva leggermente, per poi farla sbattere di nuovo contro il muro con un tonfo sordo, ritmico, inesorabile.
Mi affondo nel suo collo. Schiaccio il viso contro la sua pelle calda, inalando il suo odore misto a sudore e brividi. Le bacio la clavicola, mordendola appena, mentre continuo a distruggerla con una foga spietata. Lei è una furia: mi graffia le spalle attraverso la maglietta, asseconda i miei colpi con il bacino e si lascia andare completamente.
Ma c'è un problema. Inizia a gemere troppo forte. La sua voce si alza, vibrante e oscena, riempiendo il vicolo buio. Si lamenta di piacere e ansima con la bocca spalancata contro il mio orecchio, comportandosi esattamente come se fossimo rinchiusi in una cazzo di stanza d'albergo insonorizzata, e non a venti metri da una piazza piena di ubriachi e dei nostri stessi amici.
Mi fermo per una frazione di secondo, giusto il tempo di premerle il corpo contro il muro in una morsa d'acciaio.
«Zitta,» le ringhio nell'orecchio, con una voce che è pura minaccia mista a desiderio. La stringo più forte a me, riprendendo a spingere con una violenza ancora più profonda che le mozza il fiato in gola. «Fai troppo rumore, cazzo. Ti ho detto di stare zitta.»
Lei sgrana gli occhi nel buio, eccitata da morire da quel tono autoritario. Si morde a sangue quel labbro inferiore così carnoso per soffocare un urlo, stringendomi i fianchi con le cosce, mentre io continuo a spingere dentro di lei senza pietà, trasformando ogni suo gemito in un sospiro strozzato.
Continuavo a sbatterla contro quel muro, ignorando il freddo, la scomodità e il rischio di essere scoperti. Era un incastro perfetto, crudo e disperato. Si mossero insieme, prima piano, assaporando ogni centimetro dell'altro, poi sempre più veloci, più forte. Lei si mordeva il labbro per non urlare, le gambe che tremavano per obbedire al mio ordine, ma i suoi gemiti strozzati mi vibravano direttamente sulla pelle.
All'improvviso, un suono acuto e fastidioso squarcia l'oscurità. Il mio telefono.
Stava squillando dal groviglio dei miei jeans abbassati intorno alle caviglie. La vibrazione sorda sull'asfalto e la suoneria insistente non lasciavano dubbi: erano chiaramente i miei amici che si chiedevano che cazzo di fine avessimo fatto.
Lei si irrigidisce per un secondo, sgranando gli occhi terrorizzata, ma io non mi fermo. Anzi. Quella fottuta suoneria non fa altro che accendermi un senso di urgenza bestiale. Invece di rispondere o rallentare, stringo la presa sui suoi glutei nudi e affondo con una violenza e una velocità ancora maggiori. Voglio finire. Devo finire il prima possibile, prima che qualcuno decida di venirci a cercare.
«Non ci pensare,» le ringhio all'orecchio, il respiro pesante, «vieni e basta.»
Il ritmo forsennato è la goccia che fa traboccare il vaso. Quando lei venne, stringendolo dentro di sé con spasmi violenti, gettò la testa all'indietro. Un gemito acuto, lunghissimo, le morì contro il mio collo mentre le sue unghie mi affondavano nella carne delle spalle.
Sentirla esplodere in quel modo, unita alla frizione disperata dei nostri corpi, fa saltare i miei ultimi freni inibitori. Lui la seguì subito dopo, affondando con il cazzo un'ultima volta, con un grugnito roco. Mi lascio andare, riversando tutta la mia tensione dentro quel fottuto pezzo di lattice, mentre le mie ginocchia minacciano di cedere.
Restiamo così per non so quanti secondi, incollati l'uno all'altra, i respiri spezzati che formano nuvolette di vapore nell'aria gelida della notte.
Poi, il telefono smette di squillare. Il silenzio del vicolo ci piomba addosso come una secchiata d'acqua gelida. L'adrenalina inizia a scendere, la magia torbida svanisce, sostituita in un attimo dal cinismo di sempre.
La rimetto a terra. Lei barcolla per un istante, cercando l'equilibrio. Senza dirci una parola, iniziamo a ricomporci freneticamente. Sfilo il preservativo, lo annodo e lo faccio sparire in un bidone della spazzatura lì vicino, poi mi tiro su i boxer e i jeans, allacciando la cintura con gesti puramente meccanici.
Lei si sistema il top, tira su la zip di quei pantaloni neri strettissimi e cerca di darsi un contegno, passandosi le dita tra i capelli arruffati e pulendo una lieve sbavatura di trucco sotto gli occhi.
Ci guardiamo. È di nuovo la ragazza spocchiosa del gruppo, e io il misantropo scocciato di sempre.
«Siamo d'accordo, vero?» le dico a bassa voce, passandomi una mano nei capelli e sistemandomi il colletto della giacca. «Fuori da questo vicolo tu continui a starmi sul cazzo e io continuo ad essere il fidanzato devoto di Vittoria.»
Lei fa spallucce, recuperando in un istante la sua solita maschera sfrontata. «Ovvio. Figurati se ho intenzione di rovinarmi la reputazione dicendo in giro che me la sono fatta con un musone come te.»
Un patto siglato nel buio e nel sudiciume. Usciamo dal vicolo a distanza di sicurezza, lei avanti e io un po' più indietro. Per tutto il resto della notte, quando ci siamo ritrovati con gli altri sotto la luce cruda e fastidiosa dei lampioni della piazza, ho continuato a trattarla con la mia solita insofferenza, ignorandola apertamente e rispondendole a monosillabi.
E nessuno ha sospettato assolutamente nulla, mentre io, con la birra in mano e l'aria annoiata, sentivo ancora addosso il suo odore e l'eco bollente di quell'assurda mezz'ora di pura follia.
Com'è finora?
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racconto per lo più storie della mia vita
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così erotico ed eccitante...poi i racconti reali hanno tutto un altro gusto!!