Sono tornato. E prima di addentrarci nei soliti territori, ci tengo a dirvi grazie. Sono sinceramente contento di tutto l'apprezzamento che avete sempre dimostrato per i miei racconti, e mi dispiace essermi fermato per un po'. L'ultimo periodo, per me, è stato un boccone amaro da buttare giù e, anche se non so se la mia confessione possa davvero essermi utile o esserlo a qualcuno, sentivo il bisogno di raccontarvi un po' la mia esperienza, nella speranza di ricevere anche qualche buon consiglio da chi sicuramente sa affrontare queste cose meglio di me.
Mettiamo subito in chiaro una cosa: non sono mai stato il classico latin lover. Al contrario, ho sempre avuto una fottuta difficoltà a relazionarmi con le persone. Poi, quattro anni fa, è arrivata Sara. Non esagero dicendo che lei mi ha cambiato nel profondo, mi ha rivoltato l'anima. Ora ho 22 anni, e quando ci siamo messi insieme ne avevo a malapena 18. Non so se ci siano persone della mia età a leggere queste mie righe, e metto in conto di non poter essere capito da tutti, ma mi andava di condividere questo pezzo di me. Per quattro anni, al centro esatto del mio mondo c'è stata solo lei.
Questo fino a non molto tempo fa, quando la nostra relazione è naufragata dopo un periodo davvero duro. Eppure, nonostante i problemi e le macerie, ogni singolo ricordo che ho con lei resta un ricordo felice. È stato un rapporto che mi ha dato e lasciato addosso davvero tanto, ma che sto faticando in modo disumano a lasciar andare.
Nelle ultime settimane mi è stato difficile andare avanti. Soprattutto, mi è stato impossibile scrivere. Siamo su un sito di racconti erotici, dopotutto, e vista la natura di ciò che pubblico, voglio essere brutale e affrontare il mio demone principale proprio qui. Ogni volta che la mia mente scivola sul sesso, io penso a lei. Ma la immagino con un altro. Penso al momento in cui, inevitabilmente, troverà qualcuno migliore di me. A quando capirà che l'impegno e il piacere che le davo io non erano niente in confronto a quello che il mondo poteva offrirle.
Ho sempre avuto questa cinica, tossica tendenza a sentirmi inferiore agli altri. Ho sempre temuto l'arrivo di questo giorno; ho sempre saputo, in qualche angolo oscuro della mia mente, che prima o poi sarei stato surclassato da qualcun altro. Ora questo pensiero si è insidiato nella mia testa come un parassita, e semplicemente non se ne va più.
Dicono che uscire, riempirsi le giornate, stordirsi in mezzo alla gente e ai rumori sia la cura migliore. E in parte è vero: finché sei fuori, ridi, bevi e fai finta di essere un ventidueenne come tanti, riesci a non pensare. Ma è un'illusione a tempo. Inevitabilmente, prima o poi, ti ritrovi da solo nel buio della tua stanza, faccia a faccia con i tuoi demoni. E da quelli non puoi fuggire.
All'inizio, appena si è chiusa la porta di quella relazione, ho provato la via più banale e prevedibile: la sacra regola del chiodo scaccia chiodo. Volevo scopare un'altra. Volevo sentire addosso un respiro diverso, una pelle sconosciuta, sperando che l'attrito potesse cancellare il suo ricordo. C'era un'ironia amara in tutto questo: prima di lei, io ero vergine. Con Sara avevo vissuto ogni singola "prima volta". Eravamo stati due corpi inesperti che imparavano a leggersi a vicenda, scoprendo l'eccitazione, il sudore, le notti passate a tremare e a perdersi tra le lenzuola. Eravamo stati il nostro battesimo del fuoco. E ora, con arroganza, pensavo fosse arrivato il momento di rimpiazzare tutto quel calore con del sesso facile per svuotarmi la testa.
Non è stato così semplice. Ho iniziato a guardarmi intorno. Ho chattato con diverse ragazze, con alcune ci sono persino uscito. Ero lì, seduto al tavolo di un bar con tipe anche belle, che mi lanciavano sguardi eloquenti e sorrisi complici. Ma quando si arrivava al dunque, quando l'aria si faceva densa e c'era da fare il passo successivo... sparivo. Mi dileguavo come un fantasma. Perché la verità era che quella ferita dentro di me era spalancata, una carne viva che rifiutava di cicatrizzarsi. E bruciava, cazzo se bruciava.
Cercavo di fare il duro, di riprendere in mano la mia vita. Ma lo stavo facendo nel modo più sbagliato possibile, mentendo a me stesso.
E poi è passato un mese. E lì, il crollo.
Improvvisamente il muro ha ceduto e tutto è diventato spaventosamente reale. Ho iniziato a piangere, ogni fottuta sera. Il peso dei ricordi si è fatto insostenibile, schiacciandomi il petto. Sono diventato patetico: se vedevo che pubblicava una storia sui social, la riguardavo decine di volte in modo ossessivo, scrutando lo sfondo, cercando un dettaglio, il riflesso in un vetro o la spalla di un altro ragazzo vicino a lei.
Il solo pensiero di scopare un'altra donna mi era totalmente scivolato via, evaporato insieme alla mia stupida corazza. Nella mia testa c'era spazio solo per lei. Pensavo costantemente a come avessi perso il centro di gravità della mia vita, l'unica persona con cui, in quattro anni, raramente ero stato male.
La mia mente, fredda e analitica, era ormai arrivata alla logica conclusione che chiudere fosse stata l'unica scelta sensata per entrambi. Ma sotto sotto, nei meandri di uno stomaco costantemente annodato, sapevo benissimo che non era così
Questo, in soldoni, è stato l'ultimo mese della mia patetica esistenza. Mettiamola così, spiegata in poche righe, per non annoiare nessuno e non sfinirmi da solo.
E così, arrancando, arriviamo a questo fine settimana. Sabato 20 giugno. Ero stato bene per tutto il fottuto giorno, un miracolo di stabilità emotiva. Eppure, arrivata la sera, il buio mi ha inghiottito. Non ricordo nemmeno quale sia stata la scintilla, ma di colpo mi sono semplicemente depresso. Ero al nostro solito ritrovo con i ragazzi, ma mentalmente ero su un altro pianeta. Mi ero piazzato seduto a terra, in disparte, a fissare un punto vuoto nell'oscurità col cervello che macinava sabbia. Non avevo voglia di parlare, di giustificarmi. Volevo solo stare in silenzio e crogiolarmi nel mio malessere.
Poi, dal nulla assoluto, sbuca lei. Chiamiamola Mary, per comodità. Non la vedevo da almeno cinque anni. A sedici anni avevo preso una cotta colossale per lei, una di quelle sbandate adolescenziali che ti tolgono il sonno. Usciva con il nostro gruppo e io ci provavo in tutti i modi, ma per lei ero trasparente come il vetro. Ero solo "quello simpatico", il giullare che ogni tanto sparava la battuta giusta per farla ridere.
Mentre salutava gli altri, l'ho osservata. Non era più la ragazzina inarrivabile di un tempo; era diventata una donna capace di ammutolirti. Il suo viso era sbocciato in lineamenti morbidi ma fottutamente decisi: sopracciglia piene e ordinate, e due occhi grandi e scuri con uno sguardo un po’ serio, quasi altezzoso. È lo sguardo di chi non sorride troppo perché sa benissimo l'effetto che fa, la consapevolezza di avere una presenza che riempie la stanza. Le labbra, carnose e curate, avevano quel tono scuro che le dava un’aria molto più matura, sfacciatamente provocante. I capelli lunghi, scuri e mossi, le ricadevano sulle spalle e sul petto, addolcendo quell'espressione fredda e sicura.
Ma era il corpo a tagliarti il fiato. Fisicamente era diventata l'emblema della femminilità proporzionata. Niente fisici esili da passerella: lei aveva curve vere, presenti, armoniose. Il top che indossava valorizzava un seno pieno e naturale, senza sembrare sproporzionato rispetto al resto. Aveva quella sensualità da ragazza mediterranea, calda e compatta, con la pelle ambrata e forme che si notavano anche senza che lei facesse nulla per metterle in mostra.
Il suo punto forte, però, il centro di gravità di tutta la sua silhouette, era palesemente il fondoschiena. I pantaloni le fasciavano la vita stretta e i fianchi ben disegnati, raccordandosi a glutei alti, rotondi, sodi. Non un sedere pesante, ma di una forma quasi perfetta, che le donava un equilibrio ipnotico. Sotto, le cosce apparivano toniche, asciutte, compatte. Gambe forti e sensuali. Trasmetteva un fascino provocante ma mai volgare. Una sensualità che urlava in silenzio: "So di essere bella, ma non ho bisogno che tu me lo dica".
All'inizio mi ha ignorato. Ha fatto il suo giro, dispensando sorrisi e saluti agli altri. Poi, improvvisamente, si è avvicinata. I suoi fianchi morbidi si sono abbassati e si è seduta per terra, proprio di fianco a me. Il suo profumo mi ha sfiorato, denso e caldo. Ha iniziato a parlarmi del più e del meno. Non mi ha detto chissà che: mi ha semplicemente chiesto perché avessi quel broncio da funerale e ha lanciato un paio di battute taglienti per cercare di tirarmi su.

