Chiodo Schiaccia Chiodo

Capitolo 1 - Scopata a crudo, sudore e un culo perfetto da sfondare

Un incontro notturno inaspettato si trasforma in uno sfogo carnale e disperato per tentare di zittire i fantasmi di una relazione finita. Tra corpi sudati, sesso senza filtri e una trasgressione finale, la ricerca di un oblio temporaneo e viscerale nel corpo formoso di una vecchia amica.

G
Giovy22

15 ore fa

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Sono tornato. E prima di addentrarci nei soliti territori, ci tengo a dirvi grazie. Sono sinceramente contento di tutto l'apprezzamento che avete sempre dimostrato per i miei racconti, e mi dispiace essermi fermato per un po'. L'ultimo periodo, per me, è stato un boccone amaro da buttare giù e, anche se non so se la mia confessione possa davvero essermi utile o esserlo a qualcuno, sentivo il bisogno di raccontarvi un po' la mia esperienza, nella speranza di ricevere anche qualche buon consiglio da chi sicuramente sa affrontare queste cose meglio di me.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: non sono mai stato il classico latin lover. Al contrario, ho sempre avuto una fottuta difficoltà a relazionarmi con le persone. Poi, quattro anni fa, è arrivata Sara. Non esagero dicendo che lei mi ha cambiato nel profondo, mi ha rivoltato l'anima. Ora ho 22 anni, e quando ci siamo messi insieme ne avevo a malapena 18. Non so se ci siano persone della mia età a leggere queste mie righe, e metto in conto di non poter essere capito da tutti, ma mi andava di condividere questo pezzo di me. Per quattro anni, al centro esatto del mio mondo c'è stata solo lei.

Questo fino a non molto tempo fa, quando la nostra relazione è naufragata dopo un periodo davvero duro. Eppure, nonostante i problemi e le macerie, ogni singolo ricordo che ho con lei resta un ricordo felice. È stato un rapporto che mi ha dato e lasciato addosso davvero tanto, ma che sto faticando in modo disumano a lasciar andare.

Nelle ultime settimane mi è stato difficile andare avanti. Soprattutto, mi è stato impossibile scrivere. Siamo su un sito di racconti erotici, dopotutto, e vista la natura di ciò che pubblico, voglio essere brutale e affrontare il mio demone principale proprio qui. Ogni volta che la mia mente scivola sul sesso, io penso a lei. Ma la immagino con un altro. Penso al momento in cui, inevitabilmente, troverà qualcuno migliore di me. A quando capirà che l'impegno e il piacere che le davo io non erano niente in confronto a quello che il mondo poteva offrirle.

Ho sempre avuto questa cinica, tossica tendenza a sentirmi inferiore agli altri. Ho sempre temuto l'arrivo di questo giorno; ho sempre saputo, in qualche angolo oscuro della mia mente, che prima o poi sarei stato surclassato da qualcun altro. Ora questo pensiero si è insidiato nella mia testa come un parassita, e semplicemente non se ne va più.

Dicono che uscire, riempirsi le giornate, stordirsi in mezzo alla gente e ai rumori sia la cura migliore. E in parte è vero: finché sei fuori, ridi, bevi e fai finta di essere un ventidueenne come tanti, riesci a non pensare. Ma è un'illusione a tempo. Inevitabilmente, prima o poi, ti ritrovi da solo nel buio della tua stanza, faccia a faccia con i tuoi demoni. E da quelli non puoi fuggire.

All'inizio, appena si è chiusa la porta di quella relazione, ho provato la via più banale e prevedibile: la sacra regola del chiodo scaccia chiodo. Volevo scopare un'altra. Volevo sentire addosso un respiro diverso, una pelle sconosciuta, sperando che l'attrito potesse cancellare il suo ricordo. C'era un'ironia amara in tutto questo: prima di lei, io ero vergine. Con Sara avevo vissuto ogni singola "prima volta". Eravamo stati due corpi inesperti che imparavano a leggersi a vicenda, scoprendo l'eccitazione, il sudore, le notti passate a tremare e a perdersi tra le lenzuola. Eravamo stati il nostro battesimo del fuoco. E ora, con arroganza, pensavo fosse arrivato il momento di rimpiazzare tutto quel calore con del sesso facile per svuotarmi la testa.

Non è stato così semplice. Ho iniziato a guardarmi intorno. Ho chattato con diverse ragazze, con alcune ci sono persino uscito. Ero lì, seduto al tavolo di un bar con tipe anche belle, che mi lanciavano sguardi eloquenti e sorrisi complici. Ma quando si arrivava al dunque, quando l'aria si faceva densa e c'era da fare il passo successivo... sparivo. Mi dileguavo come un fantasma. Perché la verità era che quella ferita dentro di me era spalancata, una carne viva che rifiutava di cicatrizzarsi. E bruciava, cazzo se bruciava.

Cercavo di fare il duro, di riprendere in mano la mia vita. Ma lo stavo facendo nel modo più sbagliato possibile, mentendo a me stesso.

E poi è passato un mese. E lì, il crollo.

Improvvisamente il muro ha ceduto e tutto è diventato spaventosamente reale. Ho iniziato a piangere, ogni fottuta sera. Il peso dei ricordi si è fatto insostenibile, schiacciandomi il petto. Sono diventato patetico: se vedevo che pubblicava una storia sui social, la riguardavo decine di volte in modo ossessivo, scrutando lo sfondo, cercando un dettaglio, il riflesso in un vetro o la spalla di un altro ragazzo vicino a lei.

Il solo pensiero di scopare un'altra donna mi era totalmente scivolato via, evaporato insieme alla mia stupida corazza. Nella mia testa c'era spazio solo per lei. Pensavo costantemente a come avessi perso il centro di gravità della mia vita, l'unica persona con cui, in quattro anni, raramente ero stato male.

La mia mente, fredda e analitica, era ormai arrivata alla logica conclusione che chiudere fosse stata l'unica scelta sensata per entrambi. Ma sotto sotto, nei meandri di uno stomaco costantemente annodato, sapevo benissimo che non era così

Questo, in soldoni, è stato l'ultimo mese della mia patetica esistenza. Mettiamola così, spiegata in poche righe, per non annoiare nessuno e non sfinirmi da solo.

E così, arrancando, arriviamo a questo fine settimana. Sabato 20 giugno. Ero stato bene per tutto il fottuto giorno, un miracolo di stabilità emotiva. Eppure, arrivata la sera, il buio mi ha inghiottito. Non ricordo nemmeno quale sia stata la scintilla, ma di colpo mi sono semplicemente depresso. Ero al nostro solito ritrovo con i ragazzi, ma mentalmente ero su un altro pianeta. Mi ero piazzato seduto a terra, in disparte, a fissare un punto vuoto nell'oscurità col cervello che macinava sabbia. Non avevo voglia di parlare, di giustificarmi. Volevo solo stare in silenzio e crogiolarmi nel mio malessere.

Poi, dal nulla assoluto, sbuca lei. Chiamiamola Mary, per comodità. Non la vedevo da almeno cinque anni. A sedici anni avevo preso una cotta colossale per lei, una di quelle sbandate adolescenziali che ti tolgono il sonno. Usciva con il nostro gruppo e io ci provavo in tutti i modi, ma per lei ero trasparente come il vetro. Ero solo "quello simpatico", il giullare che ogni tanto sparava la battuta giusta per farla ridere.

Mentre salutava gli altri, l'ho osservata. Non era più la ragazzina inarrivabile di un tempo; era diventata una donna capace di ammutolirti. Il suo viso era sbocciato in lineamenti morbidi ma fottutamente decisi: sopracciglia piene e ordinate, e due occhi grandi e scuri con uno sguardo un po’ serio, quasi altezzoso. È lo sguardo di chi non sorride troppo perché sa benissimo l'effetto che fa, la consapevolezza di avere una presenza che riempie la stanza. Le labbra, carnose e curate, avevano quel tono scuro che le dava un’aria molto più matura, sfacciatamente provocante. I capelli lunghi, scuri e mossi, le ricadevano sulle spalle e sul petto, addolcendo quell'espressione fredda e sicura.

Ma era il corpo a tagliarti il fiato. Fisicamente era diventata l'emblema della femminilità proporzionata. Niente fisici esili da passerella: lei aveva curve vere, presenti, armoniose. Il top che indossava valorizzava un seno pieno e naturale, senza sembrare sproporzionato rispetto al resto. Aveva quella sensualità da ragazza mediterranea, calda e compatta, con la pelle ambrata e forme che si notavano anche senza che lei facesse nulla per metterle in mostra.

Il suo punto forte, però, il centro di gravità di tutta la sua silhouette, era palesemente il fondoschiena. I pantaloni le fasciavano la vita stretta e i fianchi ben disegnati, raccordandosi a glutei alti, rotondi, sodi. Non un sedere pesante, ma di una forma quasi perfetta, che le donava un equilibrio ipnotico. Sotto, le cosce apparivano toniche, asciutte, compatte. Gambe forti e sensuali. Trasmetteva un fascino provocante ma mai volgare. Una sensualità che urlava in silenzio: "So di essere bella, ma non ho bisogno che tu me lo dica".

All'inizio mi ha ignorato. Ha fatto il suo giro, dispensando sorrisi e saluti agli altri. Poi, improvvisamente, si è avvicinata. I suoi fianchi morbidi si sono abbassati e si è seduta per terra, proprio di fianco a me. Il suo profumo mi ha sfiorato, denso e caldo. Ha iniziato a parlarmi del più e del meno. Non mi ha detto chissà che: mi ha semplicemente chiesto perché avessi quel broncio da funerale e ha lanciato un paio di battute taglienti per cercare di tirarmi su.

E lì, senza alcun preavviso, la diga ha ceduto.

Tutta quella frustrazione accumulata, il vuoto che mi portavo dentro, l'insicurezza... è scoppiato tutto fuori. Ho iniziato a parlare e non mi sono più fermato. Mi sono sfogato con lei per più di due ore. Quando finalmente ho ripreso fiato e mi sono guardato intorno, mi sono reso conto che si erano fatte le tre del mattino. I nostri amici se n'erano andati, l'aria notturna era diventata frizzante e il chiasso era sparito. Eravamo rimasti solo io e lei.

Eravamo seduti vicini. La sua mano si era posata sul mio braccio; le sue dita calde mi accarezzavano la pelle con un movimento lento, ritmico, che scioglieva nodi che non sapevo di avere. Mi ascoltava in silenzio, assorbendo il mio caos, tirandomi su con una vicinanza che non mi sarei mai aspettato. Per la prima volta, dopo un mese vissuto in apnea, ero riuscito a parlare apertamente di questa storia con qualcuno.

Non so quanto diavolo di tempo siamo rimasti lì seduti sull'asfalto in quel parcheggio. Finito lo sfogo, prosciugato di ogni fottuta stilla di autocommiserazione, l'aria si è improvvisamente alleggerita. Abbiamo ripreso a respirare, a sparare cazzate, a ridere per cose senza senso. Ci siamo smezzati un paio di canne, lasciando che il fumo denso si mescolasse all'umidità della notte e anestetizzasse un po' il mio cervello in tilt.

Alla fine, prima che la riaccompagnassi a casa, Mary si è alzata e mi ha abbracciato. Non ha detto molto. Non mi ha propinato quei consigli standard e pietosi che ti danno tutti per pulirsi la coscienza. Mi ha solo stretto a sé. E cazzo, quell'abbraccio è stato un fendente dritto allo stomaco. Sentire il suo corpo formoso e caldo premuto contro il mio è stato intenso, certo, ma il vero peso specifico di quel gesto era un altro: mi stava dicendo ehi, ti capisco, so esattamente come ti senti. Sapevo dai ragazzi che lei stessa era uscita, non da molto, da una relazione lunga e spaventosamente tossica. Probabilmente i miei drammi le sembravano delle banali lamentele in confronto a tutta la merda che aveva ingoiato lei, eppure era lì. Mi era stata accanto, mi aveva lasciato sanguinare verbalmente, facendomi capire di aver recepito e compreso ogni singola parola, senza giudicarmi.

L'ho lasciata andare alla sua vita. Ma lunedì, inevitabilmente, le ho scritto. Niente di trascendentale, le solite battute di circostanza, finché non le ho buttato lì che la sera sarei passato dalle sue parti. vivo a quaranta minuti di distanza, ma il giro dei nostri amici è sempre quello,  per salutare un amico che tornava in città. La sua risposta è stata semplice, quasi disarmante: "Magari prima di rimetterti in viaggio per tornare, fumiamoci una sigaretta. Così per un po' non pensi."

E così ho fatto. Ho passato la serata a fare la farsa del ventiduenne socievole con gli altri, e a mezzanotte in punto ero parcheggiato sotto casa sua.

Quando è uscita dal portone, il respiro mi si è incastrato per un secondo in gola. Si era legata i ricci in due treccine che le davano un'aria sbarazzina e letale al tempo stesso. Indossava una canottiera aderente, di quelle comode ma che non perdonano, rivelando in modo palese l'assenza del reggiseno e la pienezza naturale del suo seno. Sotto, un paio di pantaloncini corti e leggeri che lasciavano spudoratamente scoperte quelle cosce piene, forti e ambrate. Era scesa così, nuda e cruda, apposta per me.

È entrata in macchina portandosi dietro una ventata di aria fresca e un profumo denso. Si è accesa subito una sigaretta, giocherellando in modo quasi ipnotico con il mazzo di chiavi che teneva in mano; il metallo tintinnava dolcemente tra le sue dita curate. Non mi ha chiesto "come stai?" o "hai pianto ancora?". Ha semplicemente iniziato a parlare, a trascinarmi a forza nel suo mondo per distrarmi. E io l'ho apprezzato, da morire.

Ma mentre parlava, io la divoravo con gli occhi. Nel buio dell'abitacolo, illuminata a tratti solo dal bagliore rosso della brace, era una visione. L'aria si era fatta improvvisamente densa, pesante. Ogni suo piccolo movimento mi seduceva. Da un lato, il mio corpo reagiva in modo istintivo, animale: volevo toccarla. Volevo allungare la mano e sentire se la sua pelle era calda come sembrava. Dall'altro, però, una vocina stronza nel cervello mi urlava che era sbagliato. In parte mi convincevo che stesse solo facendo la crocerossina, l'amica comprensiva. Ma la verità, quella vera, era che sentivo la presenza di Sara addosso come un sudario. Non riuscivo a scacciarla, nemmeno di fronte a un corpo del genere a pochi centimetri da me. E così, mi bloccavo.

A un certo punto, Mary mi ha passato l'accendino. Le nostre dita si sono sfiorate per un secondo di troppo. La sua pelle era bollente. Il mio sguardo è scivolato involontariamente in basso, sul suo ginocchio nudo, a pochi centimetri dalla leva del cambio. Avrei potuto farlo. Avrei potuto semplicemente far scivolare la mia mano destra, superare lo spazio vuoto e posarla sulla sua coscia. Immaginavo già la consistenza di quella carne compatta sotto i polpastrelli, l'impulso di risalire piano verso il bordo sfilacciato del pantaloncino, per accarezzare l'interno coscia e vedere se il suo respiro si sarebbe spezzato. Ho persino deglutito, il cuore che iniziava a martellare, l'eccitazione che premeva prepotente contro la zip dei jeans. Ma proprio mentre i miei muscoli si tendevano per fare quel movimento, mi è esplosa in testa l'immagine di Sara. Il suo viso. La nostra ultima litigata. Un senso di colpa assurdo e ingiustificato mi ha stretto lo stomaco come una morsa d'acciaio, paralizzandomi le dita, che sono rimaste pietosamente incollate al freno a mano.

Poco dopo, l'aria si è fatta ancora più sottile. Per mostrarmi un video stupido sul telefono, Mary si è sporta verso di me, superando la console centrale. Il suo braccio si è appoggiato contro il mio petto e il suo seno morbido, libero sotto la stoffa leggera della canottiera, si è schiacciato per un attimo contro il mio bicipite. Il suo viso era vicinissimo, il profumo dei suoi capelli mi riempiva i polmoni. Le sue labbra scure e carnose erano dischiuse, umide. Tutto quello che dovevo fare era voltare la testa di pochi gradi, azzerare quella fottuta distanza, infilarle una mano dietro la nuca, tra le treccine, e baciarla fino a farle dimenticare il suo nome. Lo volevo, cazzo se lo volevo. Il mio corpo era una corda tesa allo stremo.

Ma la presenza di Sara era un macigno posato sulla mia cassa toracica. Mi sentivo un traditore. Stavo tradendo un fantasma. Divorato da un lutto che non mi voleva lasciare andare, ho fatto l'unica cosa che un ragazzo rotto e codardo poteva fare: ho fissato lo schermo luminoso del suo telefono, ho abbozzato una risata finta, mi sono schiarito la gola e mi sono ritratto, sprofondando di nuovo nel mio sedile. Ho lasciato che l'occasione evaporasse, inghiottita dal fumo della sua sigaretta e dalla mia fottuta incapacità di voltare pagina.

Ero convinto di aver appena gettato nel cesso l'unica fottuta occasione della serata, rintanato nel mio guscio di traumi e paranoie. Invece Mary, giocando distrattamente con le chiavi, mi ha guardato di sottecchi e ha rotto il silenzio. «Ti vedo stanco,» ha detto, la voce che vibrava bassa nell'abitacolo. Erano le due e mezza passate. «Perché non sali da me per un caffè, prima di rimetterti in macchina?»

Mi sono irrigidito all'istante. L'idea di salire in casa sua a quell'ora, con il rischio di svegliare i suoi genitori, mi metteva in una soggezione tremenda. Gliel'ho fatto notare balbettando una mezza scusa, ma lei ha sorriso in quel suo modo che non ammette repliche. «Sono sola,» ha risposto semplicemente. Bingo. Il mio cervello, cinico fino al midollo, ha fatto due più due: qui c'è palesemente qualcosa sotto.

Il tragitto dalla portiera della mia auto fino all'ingresso del suo appartamento è stato una specie di calvario autoinflitto. Sentivo un’ansia densa e opprimente pesarmi addosso come un macigno. Appena varcata la soglia, ho iniziato a sudare freddo, e vi assicuro che non era solo per l'afa soffocante di fine giugno. Era il terrore puro e semplice dell'ignoto, la paura fottuta di non essere all'altezza di qualunque cosa stesse per succedere.

Mentre lei trafficava con la macchinetta del caffè, io me ne stavo impalato, appoggiato al bancone della cucina. Mary mi ha allungato la tazzina e poi, con una naturalezza disarmante, si è avvicinata. Ha azzerato lo spazio tra noi, appoggiando il suo corpo morbido e caldo contro il mio fianco. «Io non voglio forzarti a fare niente,» mi ha sussurrato a un palmo dal viso. Dopotutto, sapeva esattamente da che voragine arrivavo; le avevo appena aperto le porte del mio inferno personale. «Io con te sto molto bene e vorrei poterti stare ancora più vicina... ma non voglio fare nulla che possa farti stare male.»

E poi, si è sporta e mi ha dato un bacio sulla guancia.

Sono rimasto pietrificato. È stata di una dolcezza disarmante, qualcosa che da lei non mi sarei mai, mai aspettato. Non vi ho detto molto del carattere di Mary: è sempre stata una tipa tosta, una che non te le manda a dire, con la risposta sempre pronta, affilata come un rasoio. Vederla così premurosa, così delicata con un relitto emotivo come me – considerando che non ci vedevamo da una vita – mi è sembrato surreale. Nella mia testa inquinata ho pensato subito al peggio, a qualche fregatura nascosta. Ma la verità era che avevo un bisogno fisico, quasi animale, di sentire qualcuno vicino. Per un attimo, ho avuto l'illusione di avere di nuovo le redini della mia vita tra le mani.

Così, le ho detto la cosa più patetica e sincera che potesse uscirmi dalla bocca: «Possiamo... stare solo vicini? Abbracciarci, senza fare nulla?»

E siamo finiti così: accoccolati sul suo letto, completamente vestiti, a parlare nel buio. Faceva un caldo infernale. I nostri corpi stretti l'uno all'altro sprigionavano calore, il sudore rendeva la pelle appiccicosa, inumidendo la sua canottiera e la mia maglietta. L'ansia continuava a martellarmi le tempie, ricordandomi che stavo sbagliando tutto, che non ero pronto. Eppure... stavo bene. Un benessere assurdo, narcotizzante.

E stavo così bene che, a un certo punto, il corpo ha bypassato del tutto il cervello. Ho fatto il passo più lungo della gamba. La mia mano è scivolata giù dalla sua schiena, ha seguito la curva del fianco e le ho afferrato il culo. Ho palpato con decisione quella carne soda, rotonda, riempiendomi il palmo.

Mary si è bloccata. Poi, contro il mio petto, è scoppiata a ridere. Una risata bassa, provocante. «Alla faccia del "stiamo solo abbracciati", eh?» mi ha sfottuto, senza però allontanarsi di un millimetro.

Mi sono messo a ridere anch'io. Era la prima volta. La primissima fottuta volta che scherzavo, che mi prendevo una libertà del genere con una ragazza che non fosse Sara. A pensarci a posteriori mi sale la nausea per il senso di colpa, ma in quell'esatto istante... ci ero riuscito. Non ci stavo pensando.

E lei non mi ha dato il tempo di far tornare i fantasmi.

Si è sollevata appena, i suoi capelli mossi mi hanno sfiorato il viso, carichi di quel profumo denso che mi aveva fatto impazzire in macchina. Mi ha guardato negli occhi per un secondo, poi si è chinata e mi ha baciato. Non è stato un bacio dolce come quello sulla guancia. È stato un impatto. Le sue labbra carnose, piene e umide si sono schiacciate contro le mie con una foga improvvisa, dischiudendosi per cercare la mia lingua. Il sapore del caffè si è mescolato al sapore forte della sua bocca e al sudore salato che ci imperlava la pelle. Ha portato le mani dietro la mia nuca, le dita affondate tra i miei capelli, tirando appena, mentre il suo corpo si premeva con forza contro il mio. Sentivo i suoi seni liberi sotto la canottiera schiacciarsi contro il mio petto, i capezzoli turgidi che raschiavano attraverso le stoffe sottili. L'aria è diventata di colpo densa, i nostri respiri si sono fatti corti, affannosi. Le mie mani, quasi di vita propria, sono scivolate ad afferrarle entrambi i glutei, stringendo quella perfezione ambrata per tirarla ancora più contro il mio bacino, facendole sentire quanto quel bacio mi stesse letteralmente incendiando.

Presi da una foga improvvisa, animale, ci separammo quel tanto che bastava per strapparci i vestiti di dosso. Mentre la sua canottiera volava sul pavimento e io lottavo con la cintura dei jeans, Mary si fermò un secondo. Mi guardò negli occhi, il respiro corto, e con una dolcezza che quasi stonava con il fuoco che avevamo addosso, mi sussurrò: «Sei sicuro? Non devi dimostrare nulla».

La guardai, col cuore che mi martellava nelle orecchie. Il mio cinismo era l'unica armatura che mi restava. «Mary,» le risposi con un mezzo sorriso sbilenco, «se mi si alza in questo modo, direi proprio di sì».

Sotto sotto, però, la verità era che ne avevo un bisogno disperato. Volevo annullarmi. E in pochi secondi fummo totalmente nudi, pelle contro pelle, in quella stanza inondata dal caldo estivo.

Lei si mise a cavalcioni su di me. Il contrasto tra il buio della stanza e il calore dei nostri corpi era stordente. Le mie mani scivolarono istintivamente sui suoi fianchi per poi scendere ad afferrarle il culo. Cazzo. Sentire quella carne soda e compatta, riempirmici i palmi, stringerla mentre il sudore cominciava a rendere la nostra pelle scivolosa... era un'esperienza quasi mistica. Le accarezzavo i glutei pesanti, impastandoli, tirandola contro il mio bacino per farle sentire l'erezione che pulsava disperata contro il suo ventre umido.

Poi Mary sorrise, un sorriso malizioso e buio. Si chinò e le sue labbra carnose iniziarono a scendere. Mi baciò il petto, indugiando sugli addominali, tracciando una scia umida di saliva e calore che mi faceva tremare i muscoli. Scese ancora, fino ad arrivare alla mia intimità. Quando la prese in bocca, trattenni il fiato. Le sue labbra erano un anello di fuoco, la lingua abile e vorace. Iniziò a muoversi con un ritmo lento, poi sempre più profondo. Una sua mano si chiuse attorno alla base, mentre con l'altra scivolò a sfiorarmi e massaggiarmi le palle con una delicatezza che mi mandava il cervello in cortocircuito. Il suono osceno e bagnato della sua bocca, unito ai suoi piccoli gemiti di approvazione, mi stava portando al limite troppo in fretta. Si staccò solo un secondo, le labbra lucide di saliva, per sussurrarmi contro la pelle: «Avvisa prima di venire». Non resistetti molto. Il piacere era una morsa troppo stretta. Le afferrai i capelli, spingendo il bacino, e quando sentii l'orgasmo esplodermi dentro, la avvertii con un grugnito. Lei sfilò via la bocca all'ultimo secondo, lasciando che mi svuotassi con violenza sulla sua mano e sul mio stesso addome, ansante, col petto che si alzava e si abbassava a scatti.

Ma non era finita. Quella scarica mi aveva acceso un interruttore nuovo. Ora toccava a me.

La feci stendere sulla schiena. Le aprii le gambe e, senza pensarci, le infilai due dita dentro. Era bagnatissima. Un calore umido e scivoloso mi accolse all'istante. Iniziai a muovere le dita dentro la sua figa, prima piano, esplorando quella morbidezza, poi aumentando il ritmo, piegando le falangi verso l'alto per cercare il suo punto più sensibile. Mary inarcò la schiena, le unghie che si conficcavano nelle lenzuola sudate. I suoi gemiti si fecero più alti, vibranti, non c'era più traccia della ragazza sicura e imperturbabile di prima. Sentire quanto la stavo facendo impazzire era la droga migliore del mondo.

Scesi con il viso tra le sue cosce. Le sue gambe forti e bollenti mi si strinsero ai lati della testa, come a volermi intrappolare lì. Iniziai a leccarla, assaporando i suoi umori, tracciando linee lunghe con la lingua prima di concentrarmi sul clitoride. Lo succhiai piano, alternando la pressione delle labbra al guizzo veloce della lingua. Tremava. Le sue cosce mi stringevano le orecchie, il suo bacino si sollevava per cercare la mia bocca con disperazione. «Sì...» ansimò, la voce rotta. «Ti prego... scopami. Scopami ora!»

Non se lo fece ripetere due volte. Io ero abituato a farlo senza preservativo con Sara, era l'unica realtà che conoscevo, e in quel delirio di ormoni e sudore, a Mary sembrò non importare un cazzo di niente. Nessuna precauzione, nessun freno.

Mi sollevai e mi posizionai sopra di lei. Le afferrai i seni pieni, massaggiandoli, mentre spingevo il mio cazzo dentro di lei con un colpo secco. Entrai scivolando in quel calore stretto e bagnato, una sensazione di fottuta perfezione che mi fece rovesciare la testa all'indietro. Iniziammo a muoverci. Le spinte diventarono subito furiose, dettate da un bisogno primordiale. Carne contro carne, il rumore schioccante dei nostri bacini che colludevano risuonava nella stanza bollente. La baciavo con foga, mischiando il nostro fiato, mordendole il labbro inferiore mentre spingevo fino in fondo. Sentivo l'attrito, la pressione incredibile delle sue pareti interne che si contraevano attorno a me. Eravamo un groviglio di pelle lucida di sudore, respiri rotti e gemiti incontrollabili. L'ansia, i fantasmi, le paure... era sparito tutto. C'era solo l'odore del sesso e il calore del suo corpo. Mary mi piantò le unghie nella schiena, gridando il mio nome in un gemito lungo e graffiato mentre il suo orgasmo la travolgeva, contraendosi furiosamente attorno a me con spasmi che mi fecero quasi perdere la ragione.

Pochi minuti dopo, eravamo accasciati l'uno sull'altra. I nostri corpi incollati dal sudore si alzavano e si abbassavano all'unisono. C'era un silenzio pesante e appagato. Per la prima volta dopo un mese, la mia mente era bianca. Vuota. Silenziosa. Era esattamente ciò che volevo dall'inizio.

Ancora con il fiato corto, mi scappò da ridere e feci scivolare di nuovo una mano sul suo fondoschiena, dandole una leggera pacca. «Cazzo, questo culo è illegale,» scherzai, con la voce impastata.

Lei si sollevò su un gomito, i capelli neri e sudati appiccicati al viso. Mi lanciò un'occhiata che era un mix di sfida e pura lussuria. «Guarda che io da dietro l'ho già fatto,» disse, con una calma disarmante. «Se vuoi... possiamo provare.»

La fissai. In altre circostanze sarei andato in panico, mi sarei fatto mille paranoie. Ma lì, svuotato di ogni peso, la guardai e basta. Acconsentii con un cenno lento.

Il suo sorriso si allargò. Si allungò verso il cassetto del comodino e, con un gesto teatrale, tirò fuori una bottiglietta di lubrificante della Durex. «Vedo che sei attrezzata per le emergenze,» la sfottei, indicando la boccetta. «Mio caro,» rispose lei, sfilando il tappo con un rumore secco, «bisogna sempre essere pronti a farsi sorprendere dalla vita. Gira quel bel faccino e fammi spazio.»

Versò una quantità generosa di quel gel freddo sulle mie dita. Il contrasto termico con la nostra pelle bollente e madida di sudore mi fece sussultare. «Vacci piano, che è freddo,» scherzai, cercando di mantenere quel filo di ironia che mi faceva da scudo. Lei rise, una risata bassa e roca. «Tranquillo, ci scaldiamo in fretta.»

Si mise a quattro zampe sul materasso sfatto. La vista da quell'angolazione mi svuotò i polmoni. Con la schiena inarcata in quel modo, quel fondoschiena perfetto e pieno si offriva a me con una sfacciataggine che annientava qualsiasi barlume di razionalità mi fosse rimasto. Spalmai il lubrificante con movimenti lenti, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto le mie mani. Poi mi posizionai in ginocchio dietro di lei.

Mary allungò un braccio all'indietro. Le sue dita, scivolose per il gel, afferrarono la mia erezione con sicurezza, guidandomi con fermezza esattamente dove voleva.

Il primo contatto fu una scossa elettrica. Spinsi in avanti e incontrai una resistenza netta, ostinata. Niente a che vedere con l'accoglienza umida e cedevole del suo centro di poco prima; questa era una morsa strettissima, muscolare, una barriera che sembrava volermi respingere e inghiottire allo stesso tempo. Mary affondò il viso nel cuscino, emettendo un gemito diverso dagli altri: un suono strozzato, teso, in bilico perfetto tra un dolore acuto e un piacere crudo.

«Piano...» sibilò tra i denti, le mani che si aggrappavano alle lenzuola fino a farsi sbiancare le nocche. Mi fermai, lasciando che si abituasse, spingendo poi un millimetro alla volta. Era una sensazione indescrivibile. Il calore lì dentro era furioso, l'attrito così denso e avvolgente da farmi tremare le gambe. Sentivo la sua carne cedere lentamente, adattandosi a me, stringendomi con una forza quasi dolorosa.

«Ci sei?» chiesi, la voce impastata, che non sembrava nemmeno la mia. «Sì... entra tutto,» ansimò lei, spingendo impercettibilmente i fianchi all'indietro.

E così feci. Quando affondai fino alla base, la pressione fu tale che rovesciai la testa all'indietro con un grugnito. Iniziai a muovermi. Dapprima lentamente, assecondando il suo respiro, poi con spinte sempre più decise e profonde. Il rumore bagnato e ritmico dei nostri corpi sudati che sbattevano l'uno contro l'altro riempiva la stanza. La sua tensione iniziale si sciolse del tutto, lasciando spazio a gemiti aperti, disinibiti, che mi facevano vibrare il sangue.

La mia mente cinica, quel fottuto criceto sulla ruota che mi torturava da un mese, era morta. Non c'era spazio per Sara. Non c'era spazio per le mie insicurezze. C'era solo l'odore acuto del sesso, il sudore che mi colava negli occhi e quella morsa strettissima che mi massaggiava a ogni spinta. Era una frizione così disumana che capii all'istante di avere i minuti contati. La sensazione di essere stretto in quel modo era troppo intensa. Non riuscivo a trattenermi, il controllo mi stava scivolando via dalle mani.

Afferrai i suoi fianchi con prepotenza, piantando le dita nella sua pelle per ancorarmi, le spinte ormai furibonde. «Mary, cazzo...» ringhiai, i denti stretti. «Non reggo...» «Fallo,» gemette lei, spingendo indietro contro di me. «Vieni.»

Non aspettai un secondo di più. Le diedi un'ultima spinta disperata, affondando al massimo, e il climax mi esplose dentro con una violenza bestiale. Mi svuotai all'interno di lei, spasmo dopo spasmo, un'ondata di calore che mi lasciò totalmente privo di forze. Crollai in avanti, schiacciando il petto madido contro la sua schiena nuda e sudata. Rimanemmo così, incastrati, il mio respiro rotto contro il suo collo, la mia mente finalmente ridotta a una splendida, assoluta tabula rasa.

Rimasi con lei ancora un po', in quel limbo ovattato e sudato che segue sempre un orgasmo. Il tempo sembrava essersi fermato. Quando finalmente trovai la forza di rimettermi in piedi e rivestirmi, si era fatto ancora più tardi. Me ne andai lasciandola lì, bellissima, mezza nuda e spettinata tra le lenzuola stropicciate, con l'odore forte del nostro sesso ancora sospeso nell'aria della stanza.

Sinceramente? Vorrei tanto potervi dire che la morale di questa fottuta storia è che la regola del "chiodo scaccia chiodo" funziona alla grande. Vorrei potervi scrivere che basta una notte di sesso incredibile, selvaggio e senza filtri con una ragazza da urlo per resettare il cervello e guarire un cuore a pezzi.

Ma sarei un bugiardo.

La cruda, patetica verità è che per tutti i quaranta minuti del viaggio di ritorno, da solo nel buio dell'abitacolo, ho pianto. Ho pianto a dirotto, incapace di fermarmi. Ho pensato a Sara per ogni singolo, fottuto chilometro. E la cosa più assurda, la dicotomia più malata del mio cervello contorto, è che razionalmente so di non voler tornare con lei. Lei stessa mi ha fatto capire in tutti i modi che il nostro capitolo è chiuso. Eppure, mentre guidavo, un pensiero mi torturava: "Ecco, ora ho davvero rovinato tutto. Se per un miracolo assurdo dovessimo tornare insieme, ora c'è questa cosa. Ho superato la linea."

Questo senso di colpa illogico ha schiantato la nostra rottura contro un muro di cemento armato, ponendola su un piano spaventosamente reale. Era il punto di non ritorno.

Oggi sto ancora sentendo Mary. Ci siamo scritti un sacco, scambiandoci battute e messaggi leggeri, ma la verità è che la mia testa era altrove. Faccio ancora questo gioco al massacro: mi sorprendo a pensare a "quando" tornerò con Sara, per poi dover scendere a patti, un secondo dopo, col fatto che non succederà mai. Mi manca. Mi manca da togliere il respiro, e non nego che le ansie e i pensieri oscuri non siano magicamente scomparsi nel nulla.

Però, c'è un però. Farlo con Mary, perdermi nel suo corpo in quel modo così intenso, mi ha aiutato. Ha zittito quella vocina bastarda e insicura che mi ripeteva che non sarei mai più stato con nessun'altra, che ero da buttare. Mi ha dimostrato che è falso. Che posso piacere, che posso ancora accendere il desiderio in qualcun'altra.

Ed è per questo che oggi, come primo, piccolissimo passo, mi sono forzato a scrivere tutto questo. Volevo condividere questa esperienza profondamente erotica proprio per riprendere in mano un pezzo della mia vita. Per abituarmi all'idea che ora Sara non c'è più, ma senza usare il sesso come una scorciatoia per fuggire. Anzi, voglio iniziare a lavorare su me stesso. A guardarmi in faccia per quello che sono.

Lo so che questo racconto è denso di paranoie confuse, di pensieri aggrovigliati e di sentimenti contraddittori. Non è il classico racconto lineare dove tutto va come deve andare. Da un lato volevo disperatamente raccontarvi questa esperienza carnale – e forse non sono stato nemmeno bravissimo a farlo –, ma dall'altro avevo solo bisogno di una fottuta liberazione. Avevo bisogno di sputarlo fuori.

Ad oggi, con Mary continuo a parlare. Ma lei è una ragazza intelligente: ha capito benissimo la situazione e sa che, ora come ora, sto provando a dare priorità a me stesso. Non ho le energie per nient'altro. Non so come evolverà la cosa tra noi. Forse in un'amicizia strana, forse in un'altra notte di fuoco, forse in un bel niente. Chissà.

Per ora, metto un punto. E provo ad andare avanti.

Commenti (1)

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AG
Agave Ionia
13 ore fa

La parte che ho percepito più autentica è proprio quella del viaggio di ritorno e del pianto. Il sesso non è la panacea dei lutti. E quella vocina non va zittita, ti porterà dove sai già di dover arrivare: lasciare andare l'idea che Sara fosse ciò che avresti voluto fosse. Quando il dolore si sarà consumato, vedrai, forse, che Sara non era adatta.