Questo hotel a cinque stelle, incastonato tra le montagne nebbiose di questo piccolo paese dimenticato da Dio, dovrebbe essere un rifugio privilegiato. Per me è solo una prigione foderata di lenzuola di seta.
Sono sdraiata sul letto sfatto, le coperte attorcigliate intorno alle gambe, gli occhi fissi sul soffitto stuccato mentre la mente continua a riavvolgere ossessivamente lo stesso nastro. Sei donne. Sei corpi immacolati, sei scene del crimine. C'è uno schema in tutto questo, un fottuto, preciso schema geometrico che mi sfugge sempre per un maledetto soffio. Nella mia testa il profilo è limpido: sto dando la caccia a un uomo. Deve essere per forza un pervertito sadico, un predatore con un ego smisurato che gode nell'abusare delle sue vittime prima di spezzarle. Sono arrivata più vicina di chiunque altro a prenderlo, ne sento quasi il respiro sul collo delle indagini, ma ora c'è solo il buio. Un vicolo cieco che mi sta divorando viva, lasciandomi un senso di avvilimento che mi schiaccia il petto.
Sbuffo una risata amara, stropicciandomi il viso con le mani tremanti. Mi alzo a fatica, sentendo il peso di ogni singolo fallimento gravare sui muscoli intorpiditi. Ho bisogno di lavare via questa sensazione di impotenza, di togliermi di dosso l'odore della morte e della frustrazione.
Entro nell'ampio bagno di marmo e apro il miscelatore della doccia al massimo, lasciando che il vapore bollente inizi a saturare l'aria. Prima di entrare nel grande box di cristallo, il mio sguardo cade sull'enorme specchio illuminato. Mi fermo, quasi costretta a osservarmi.
Nonostante le occhiaie leggere e i demoni che mi porto dentro, il riflesso mi restituisce un aspetto estremamente armonioso e femminile, con una bellezza naturale che unisce delicatezza e sensualità in modo molto evidente. La mia figura appare snella ma ben proporzionata, con linee morbide che creano una silhouette elegante e seducente, persino in questo stato di totale esaurimento. L'acqua inizia a scrosciare alle mie spalle, ma io rimango immobile, in una strana trance narcisistica e disperata.
Il mio viso è leggermente ovale, con tratti molto equilibrati. Passo una mano sulla guancia: la pelle appare liscia e uniforme, con una tonalità calda che, persino sotto questa luce fredda, dona luminosità al volto. I miei zigomi sono delicati ma ben definiti, dando struttura al viso senza renderlo duro. Schiudo le labbra, piene e ben disegnate. Hanno una forma naturalmente sensuale: il labbro inferiore è leggermente più pieno e crea una curva morbida che rende la bocca molto espressiva. Anche adesso, con i muscoli facciali finalmente rilassati, le mie labbra mantengono un'aria seducente e delicata. Alzo lo sguardo e mi fisso negli occhi, grandi e profondi. So che il mio è uno sguardo scuro e intenso che di solito cattura subito l'attenzione, reso ancora più penetrante dalle sopracciglia piene e naturali, con una forma morbida che incornicia bene gli occhi e ne rafforza l'espressività. Sotto di esse, il naso è piccolo e proporzionato, con una linea elegante e molto armoniosa rispetto al resto dei lineamenti.
Un sospiro mi sfugge dalle labbra. Faccio un passo avanti ed entro sotto il getto bollente.
L'impatto dell'acqua è uno shock piacevole, un abbraccio rovente. I miei capelli, lunghi, scuri e lisci, si appesantiscono istantaneamente, cadendo lungo le spalle incorniciando il viso e accentuando la femminilità dei lineamenti. La loro lunghezza e il colore intenso creano un bellissimo, netto contrasto con la pelle bagnata, rendendo il mio aspetto ancora più elegante.
Chiudo gli occhi e inizio a insaponarmi lentamente. Ho bisogno di sentirmi, di ricordarmi che sono viva. Le dita scivolano scivolose lungo il collo, sottile e slanciato, scendendo verso le spalle morbide e femminili. La parte superiore del mio corpo ha linee molto armoniose: il seno appare proporzionato al fisico, rotondo e naturale. Sotto il tocco delle mie stesse mani bagnate, assecondo quella forma piena ma equilibrata che segue la linea del torace. I polpastrelli indugiano sui capezzoli, che si induriscono subito al contatto, strappandomi un piccolo, debole gemito. È un piacere solitario e rubato alla disperazione.
Le mie mani scendono lungo la vita, sottile e ben definita, tracciando e accarezzando la curva evidente tra il busto e i fianchi. L'addome appare piatto e tonico; contraggo i muscoli mentre l'acqua scivola giù, seguendo una linea delicata che accentua la silhouette snella. Il sapone scende sui fianchi, morbidi e leggermente arrotondati, dando continuità alla forma del corpo e contribuendo alla sensualità complessiva della figura. Sotto il getto d'acqua, il mio fisico appare slanciato, con curve naturali nei punti giusti: seno armonioso, vita stretta e fianchi femminili.
È un attimo di pura evasione. La sensualità che mi investe in questo momento nasce proprio dall'equilibrio tra questi elementi: un viso dolce ma intenso nascosto dai vapori, i capelli scuri incollati alla schiena e un corpo snello con curve morbide e naturali che si offre al calore. Lascio che l'acqua lavi via il sudore e la rabbia, assaporando questa bellezza elegante, spontanea e molto seducente che mi appartiene, l'unica cosa su cui ho ancora il controllo.
Spengo l'acqua. Il silenzio torna a calare nella stanza, interrotto solo dal mio respiro affannoso. Afferro l'asciugamano. L'istante di piacere è svanito. L'indagine mi aspetta di là, fredda e spietata. E io devo tornare a dare la caccia a quel bastardo.
Il sole del mattino filtra a malapena attraverso le tende pesanti della mia suite, segnando l'inizio del mio triste, estenuante loop quotidiano.
Mi siedo al tavolo di vetro, una tazza di caffè nero e amaro tra le mani, circondata dall'orrore. Le foto delle sei donne sono disposte a raggiera, i loro sguardi vuoti che mi giudicano. Perché sei ancora qui a girare a vuoto, Elena? L'avvilimento mi stringe la gola come una morsa. Sono bloccata in un vicolo cieco, i miei istinti di predatrice frustrati da un fantasma che non commette errori. Ho bisogno di una crepa.
Inizio a scartabellare i registri sequestrati nei mesi precedenti, cercando uno schema invisibile. E poi, lo vedo. Non nei fascicoli delle scene del crimine, ma nei registri cartacei di un lurido motel a ore fuori città, il "Crossroads". Incrocio le date. Maya. Diciotto anni, piccoli precedenti per spaccio e tossicodipendenza. Il suo nome compare due volte a settimana, quasi sempre il martedì e il giovedì, dalle quindici alle diciannove. Una routine troppo precisa per una semplice tossica in cerca di un buco dove farsi. Poi, il mio sguardo cade sulla data della scomparsa di Clara, la terza vittima. Clara, la moglie perfetta, la madre esemplare. Anche lei era registrata al Crossroads quella sera, sotto falso nome, ma la targa della sua auto nel parcheggio non mentiva. E il luogo del rapimento dista appena due isolati da lì.
Il mio cervello unisce i punti con una lucidità spietata. Non era una coincidenza. Maya non era solo una drogata capitata nel posto sbagliato: era l'amante segreta di Clara. Si incontravano lì, nel sudiciume, per nascondere il loro desiderio al mondo.
Un'ora dopo, mi trovo davanti alla porta scrostata della stanza 12. So che è martedì. So che Maya è lì dentro. Forzo la serratura con una facilità disarmante ed entro.
La stanza puzza di fumo stantio, sudore freddo e disperazione. Maya è rannicchiata sul letto sfatto, raggomitolata su se stessa. I suoi occhi arrossati e dilatati scattano verso di me. È devastata non solo dall'astinenza, ma da un lutto che non può piangere alla luce del sole.
Chiudo la porta a chiave dietro di me. Il clic metallico rimbomba nel silenzio. Non tiro fuori il distintivo. Oggi sono io il mostro.
"So di te e Clara," dico, la mia voce bassa e tagliente che fende l'aria viziata.
Maya sussulta violentemente, indietreggiando contro la testiera del letto. "Chi... chi sei? Vattene!"
Mi avvicino lentamente, i tacchi che scandiscono il tempo sul linoleum. Lascio cadere il cappotto sulla sedia. Il contrasto tra la mia figura elegante, avvolta nella camicia di seta scura, e il suo corpo tremante e sfatto è totale. "Eravate qui quella notte. La stavi aspettando, ma lei non è mai arrivata, vero?"
"Non so di cosa cazzo parli!" urla, ma la sua voce si spezza in un singhiozzo. Cerca di scivolare via dal letto, ma io sono più veloce.
Non mi limito a bloccarla. La schiaccio. Salgo a cavalcioni su di lei, premendo le ginocchia contro i suoi fianchi smilzi per aprirle le gambe, inchiodandola al materasso sfondato che puzza di muffa e sesso a poco prezzo. Il mio peso la immobilizza totalmente. Maya ha il respiro corto, il petto che si alza e si abbassa freneticamente contro il tessuto freddo della mia camicia di seta.
Sento il panico irradiarsi dalla sua pelle febbricitante, ma avverto anche qualcos'altro. L'astinenza e l'adrenalina l'hanno resa ipersensibile, disperata.
"Non mentirmi, Maya," sibilo, chinandomi su di lei come un predatore sulla carcassa. I miei capelli lunghi e scuri le ricadono sul viso, creando una tenda che ci isola in un'intimità malata. "Tu e Clara eravate qui. Ma lei non è mai arrivata nella stanza. Qualcuno l'ha presa prima."
