Capitolo 1 - Scopare la Tossica nel Motel a Ore:
elena la detective indaga su questo serial killer e trova finalmente un punto di svolta.
Questo hotel a cinque stelle, incastonato tra le montagne nebbiose di questo piccolo paese dimenticato da Dio, dovrebbe essere un rifugio privilegiato. Per me è solo una prigione foderata di lenzuola di seta.
Sono sdraiata sul letto sfatto, le coperte attorcigliate intorno alle gambe, gli occhi fissi sul soffitto stuccato mentre la mente continua a riavvolgere ossessivamente lo stesso nastro. Sei donne. Sei corpi immacolati, sei scene del crimine. C'è uno schema in tutto questo, un fottuto, preciso schema geometrico che mi sfugge sempre per un maledetto soffio. Nella mia testa il profilo è limpido: sto dando la caccia a un uomo. Deve essere per forza un pervertito sadico, un predatore con un ego smisurato che gode nell'abusare delle sue vittime prima di spezzarle. Sono arrivata più vicina di chiunque altro a prenderlo, ne sento quasi il respiro sul collo delle indagini, ma ora c'è solo il buio. Un vicolo cieco che mi sta divorando viva, lasciandomi un senso di avvilimento che mi schiaccia il petto.
Sbuffo una risata amara, stropicciandomi il viso con le mani tremanti. Mi alzo a fatica, sentendo il peso di ogni singolo fallimento gravare sui muscoli intorpiditi. Ho bisogno di lavare via questa sensazione di impotenza, di togliermi di dosso l'odore della morte e della frustrazione.
Entro nell'ampio bagno di marmo e apro il miscelatore della doccia al massimo, lasciando che il vapore bollente inizi a saturare l'aria. Prima di entrare nel grande box di cristallo, il mio sguardo cade sull'enorme specchio illuminato. Mi fermo, quasi costretta a osservarmi.
Nonostante le occhiaie leggere e i demoni che mi porto dentro, il riflesso mi restituisce un aspetto estremamente armonioso e femminile, con una bellezza naturale che unisce delicatezza e sensualità in modo molto evidente. La mia figura appare snella ma ben proporzionata, con linee morbide che creano una silhouette elegante e seducente, persino in questo stato di totale esaurimento. L'acqua inizia a scrosciare alle mie spalle, ma io rimango immobile, in una strana trance narcisistica e disperata.
Il mio viso è leggermente ovale, con tratti molto equilibrati. Passo una mano sulla guancia: la pelle appare liscia e uniforme, con una tonalità calda che, persino sotto questa luce fredda, dona luminosità al volto. I miei zigomi sono delicati ma ben definiti, dando struttura al viso senza renderlo duro. Schiudo le labbra, piene e ben disegnate. Hanno una forma naturalmente sensuale: il labbro inferiore è leggermente più pieno e crea una curva morbida che rende la bocca molto espressiva. Anche adesso, con i muscoli facciali finalmente rilassati, le mie labbra mantengono un'aria seducente e delicata. Alzo lo sguardo e mi fisso negli occhi, grandi e profondi. So che il mio è uno sguardo scuro e intenso che di solito cattura subito l'attenzione, reso ancora più penetrante dalle sopracciglia piene e naturali, con una forma morbida che incornicia bene gli occhi e ne rafforza l'espressività. Sotto di esse, il naso è piccolo e proporzionato, con una linea elegante e molto armoniosa rispetto al resto dei lineamenti.
Un sospiro mi sfugge dalle labbra. Faccio un passo avanti ed entro sotto il getto bollente.
L'impatto dell'acqua è uno shock piacevole, un abbraccio rovente. I miei capelli, lunghi, scuri e lisci, si appesantiscono istantaneamente, cadendo lungo le spalle incorniciando il viso e accentuando la femminilità dei lineamenti. La loro lunghezza e il colore intenso creano un bellissimo, netto contrasto con la pelle bagnata, rendendo il mio aspetto ancora più elegante.
Chiudo gli occhi e inizio a insaponarmi lentamente. Ho bisogno di sentirmi, di ricordarmi che sono viva. Le dita scivolano scivolose lungo il collo, sottile e slanciato, scendendo verso le spalle morbide e femminili. La parte superiore del mio corpo ha linee molto armoniose: il seno appare proporzionato al fisico, rotondo e naturale. Sotto il tocco delle mie stesse mani bagnate, assecondo quella forma piena ma equilibrata che segue la linea del torace. I polpastrelli indugiano sui capezzoli, che si induriscono subito al contatto, strappandomi un piccolo, debole gemito. È un piacere solitario e rubato alla disperazione.
Le mie mani scendono lungo la vita, sottile e ben definita, tracciando e accarezzando la curva evidente tra il busto e i fianchi. L'addome appare piatto e tonico; contraggo i muscoli mentre l'acqua scivola giù, seguendo una linea delicata che accentua la silhouette snella. Il sapone scende sui fianchi, morbidi e leggermente arrotondati, dando continuità alla forma del corpo e contribuendo alla sensualità complessiva della figura. Sotto il getto d'acqua, il mio fisico appare slanciato, con curve naturali nei punti giusti: seno armonioso, vita stretta e fianchi femminili.
È un attimo di pura evasione. La sensualità che mi investe in questo momento nasce proprio dall'equilibrio tra questi elementi: un viso dolce ma intenso nascosto dai vapori, i capelli scuri incollati alla schiena e un corpo snello con curve morbide e naturali che si offre al calore. Lascio che l'acqua lavi via il sudore e la rabbia, assaporando questa bellezza elegante, spontanea e molto seducente che mi appartiene, l'unica cosa su cui ho ancora il controllo.
Spengo l'acqua. Il silenzio torna a calare nella stanza, interrotto solo dal mio respiro affannoso. Afferro l'asciugamano. L'istante di piacere è svanito. L'indagine mi aspetta di là, fredda e spietata. E io devo tornare a dare la caccia a quel bastardo.
Il sole del mattino filtra a malapena attraverso le tende pesanti della mia suite, segnando l'inizio del mio triste, estenuante loop quotidiano.
Mi siedo al tavolo di vetro, una tazza di caffè nero e amaro tra le mani, circondata dall'orrore. Le foto delle sei donne sono disposte a raggiera, i loro sguardi vuoti che mi giudicano. Perché sei ancora qui a girare a vuoto, Elena? L'avvilimento mi stringe la gola come una morsa. Sono bloccata in un vicolo cieco, i miei istinti di predatrice frustrati da un fantasma che non commette errori. Ho bisogno di una crepa.
Inizio a scartabellare i registri sequestrati nei mesi precedenti, cercando uno schema invisibile. E poi, lo vedo. Non nei fascicoli delle scene del crimine, ma nei registri cartacei di un lurido motel a ore fuori città, il "Crossroads". Incrocio le date. Maya. Diciotto anni, piccoli precedenti per spaccio e tossicodipendenza. Il suo nome compare due volte a settimana, quasi sempre il martedì e il giovedì, dalle quindici alle diciannove. Una routine troppo precisa per una semplice tossica in cerca di un buco dove farsi. Poi, il mio sguardo cade sulla data della scomparsa di Clara, la terza vittima. Clara, la moglie perfetta, la madre esemplare. Anche lei era registrata al Crossroads quella sera, sotto falso nome, ma la targa della sua auto nel parcheggio non mentiva. E il luogo del rapimento dista appena due isolati da lì.
Il mio cervello unisce i punti con una lucidità spietata. Non era una coincidenza. Maya non era solo una drogata capitata nel posto sbagliato: era l'amante segreta di Clara. Si incontravano lì, nel sudiciume, per nascondere il loro desiderio al mondo.
Un'ora dopo, mi trovo davanti alla porta scrostata della stanza 12. So che è martedì. So che Maya è lì dentro. Forzo la serratura con una facilità disarmante ed entro.
La stanza puzza di fumo stantio, sudore freddo e disperazione. Maya è rannicchiata sul letto sfatto, raggomitolata su se stessa. I suoi occhi arrossati e dilatati scattano verso di me. È devastata non solo dall'astinenza, ma da un lutto che non può piangere alla luce del sole.
Chiudo la porta a chiave dietro di me. Il clic metallico rimbomba nel silenzio. Non tiro fuori il distintivo. Oggi sono io il mostro.
"So di te e Clara," dico, la mia voce bassa e tagliente che fende l'aria viziata.
Maya sussulta violentemente, indietreggiando contro la testiera del letto. "Chi... chi sei? Vattene!"
Mi avvicino lentamente, i tacchi che scandiscono il tempo sul linoleum. Lascio cadere il cappotto sulla sedia. Il contrasto tra la mia figura elegante, avvolta nella camicia di seta scura, e il suo corpo tremante e sfatto è totale. "Eravate qui quella notte. La stavi aspettando, ma lei non è mai arrivata, vero?"
"Non so di cosa cazzo parli!" urla, ma la sua voce si spezza in un singhiozzo. Cerca di scivolare via dal letto, ma io sono più veloce.
Non mi limito a bloccarla. La schiaccio. Salgo a cavalcioni su di lei, premendo le ginocchia contro i suoi fianchi smilzi per aprirle le gambe, inchiodandola al materasso sfondato che puzza di muffa e sesso a poco prezzo. Il mio peso la immobilizza totalmente. Maya ha il respiro corto, il petto che si alza e si abbassa freneticamente contro il tessuto freddo della mia camicia di seta.
Sento il panico irradiarsi dalla sua pelle febbricitante, ma avverto anche qualcos'altro. L'astinenza e l'adrenalina l'hanno resa ipersensibile, disperata.
"Non mentirmi, Maya," sibilo, chinandomi su di lei come un predatore sulla carcassa. I miei capelli lunghi e scuri le ricadono sul viso, creando una tenda che ci isola in un'intimità malata. "Tu e Clara eravate qui. Ma lei non è mai arrivata nella stanza. Qualcuno l'ha presa prima."
"No... ti prego..." piagnucola, girando la testa di lato, ma io le afferro la mascella con una mano, costringendola a guardarmi. Le mie dita affondano nella sua carne, rudi, prepotenti.
"E tu non hai fatto niente," sussurro, la voce ridotta a un graffio vellutato. Sostituisco la stretta delle dita con la mia bocca, scendendo lungo la linea del suo collo teso. Le mordo la pelle madida di sudore, succhiando con una violenza calcolata che le strappa un gemito strozzato. È un bacio che sa di punizione, ma il suo corpo reagisce con un sussulto involontario.
Sposto la mano libera sul bottone dei suoi jeans sdruciti. Lo slaccio con un gesto secco, abbassando la cerniera. Maya cerca di dimenarsi, le mani che sbattono debolmente contro il mio petto, ma è priva di forze. Faccio scivolare la mano dentro i suoi pantaloni, superando la stoffa logora dell'intimo, e il mio respiro si blocca per un istante.
È bagnata. Fradicia. Tradita dalla droga, dalla paura e da un'eccitazione perversa e sottomessa che non riesce a controllare.
"Guardati," ringhio a un millimetro dalle sue labbra, mentre le mie dita affondano decise nella sua carne umida. "Sei così disperata che ti ecciti mentre ti parlo della donna che amavi. Ti piace essere dominata, vero?"
Maya spalanca gli occhi, piangendo. "Ah! Fottiti... m-mi fai male..."
"Non ho ancora iniziato," le sussurro all'orecchio. Sostituisco il tocco ruvido con uno sfregamento crudele e preciso sul suo clitoride. Maya inarca la schiena come se avesse preso la scossa, afferrandomi la camicia con le dita tremanti. Inizio a muovermi dentro di lei, due dita che scivolano a un ritmo incalzante, spietato. "Ti eccita sapere che mentre io ti scopo in questo buco schifoso, lei è stata stuprata e uccisa, probabilmente urlando il tuo nome!?”
"Basta! Ti prego!" Urla contro la mia bocca, ma i suoi fianchi si muovono da soli, sollevandosi per cercare la mia mano, affamati di quell'attrito, implorando il sollievo che solo io posso darle. La sto distruggendo e la sto portando in paradiso allo stesso tempo.
L'odore del suo sesso satura l'aria, mescolandosi al mio profumo. È inebriante, malato. Sento un calore osceno montarmi nel basso ventre, l'eccitazione del potere assoluto che mi annebbia la vista.
"Chi te l'ha comprata?!" Le mordo il labbro inferiore, tirandolo fino a fargli quasi sanguinare, accelerando il ritmo delle mie dita, portandola sull'orlo del baratro. "A chi cazzo l'hai venduta, Maya?! Dimmelo!"
"Aaah! Non... volevo... avevo bisogno di roba!" geme, la testa gettata all'indietro, i muscoli contratti nello spasmo imminente dell'orgasmo.
Mi fermo. Di colpo. Lascio le dita dentro di lei, immobili, negandole la liberazione.
Maya emette un rantolo disperato, dimenandosi, graffiandomi le braccia. "No! No, ti prego! Continua, ti prego!"
"Il nome. O ti lascio qui a morire di voglia e di astinenza," sibilo, fredda come il ghiaccio, i miei occhi scuri piantati nei suoi dilatati.
"Al Neon Dog!" urla, la voce rotta da un pianto isterico, spezzata a metà tra il terrore e la lussuria negata. "L'intermediario... al Neon Dog! Paga per le donne sole! Volevo solo farmi... mi dispiace! Mi dispiace!"
Ha venduto la sua Clara per una dose.
La rivelazione è un pugno allo stomaco. Il disgusto mi assale con una violenza tale da zittire all'istante ogni brivido di eccitazione. Le tiro via la mano, sfilandola con un gesto brusco, e mi alzo di scatto dal letto, come se avessi toccato qualcosa di infetto.
Maya si rannicchia su se stessa, venendo con spasmi deboli e miserabili, un orgasmo sporco e rubato che la fa piangere disperatamente nel materasso sfondato.
Respiro a fatica, sistemandomi la camicia di seta increspata. Ho oltrepassato ogni fottuto limite. Ho usato il suo corpo, il suo lutto e la sua dipendenza come un fottuto grimaldello. Ho l'indizio, ma l'anima è nera come la pece.
Senza rivolgerle una parola, mi avvicino al lavandino incrostato nell'angolo della stanza. Devo lavarmi le mani. Devo lavarmi via questa merda. Apro l'acqua fredda, il getto che scroscia rumoroso sul fondo di ceramica ingiallita.
Ma l'acqua gelida non basta a spegnere l'incendio che mi divampa nello stomaco. Smetto di strofinarmi i palmi e chiudo il rubinetto con un colpo secco. Nello specchio scheggiato vedo il riflesso di Maya. È rannicchiata sul letto sfatto, le ginocchia al petto, e piange. Piange con grossi singhiozzi disperati, raggomitolata su se stessa come una povera vittima innocente. Come se il mondo intero ce l'avesse con lei, come se non fosse stata lei a vendere la sua amante, una giovane madre di famiglia con una vita davanti, per una bustina di polvere tagliata male.
Un'ondata di rabbia cieca, scura e inebriante mi travolge, offuscandomi la ragione. Guardo l'orologio al polso. Manca ancora un bel po' prima che quel buco del Neon Dog apra i battenti per la feccia della città. Ho tempo.
Mi volto e cammino lentamente verso di lei. I miei tacchi risuonano come sentenze di morte sul linoleum. Maya alza lo sguardo umido e arrossato, tremando visibilmente quando mette a fuoco l'espressione sul mio viso.
"Tu piangi," sibilo, la voce carica di un veleno denso che non sapevo di possedere. "Hai condannato a morte l'unica persona che ti abbia mai guardata con amore, e hai la fottuta faccia tosta di piangere?"
Mi fermo a bordo letto. Con un gesto fluido, meccanico e spietato, mi slaccio la cintura. I miei pantaloni scuri scivolano giù lungo le gambe, seguiti dall'intimo, lasciandomi esposta, dominante e minacciosa davanti al suo viso. Un rapporto sessuale dovrebbe essere come musica, Ma qui non c'è più nulla di musicale. C'è solo una prevaricazione brutale, un atto di puro dominio in cui la giustizia si sporca definitivamente di peccato.
"Guardami," le ordino. Le afferro i capelli alla nuca con una mano, senza delicatezza, tirandola in ginocchio verso di me per costringerla a posare il viso esattamente davanti alla mia intimità. "Vuoi fare la vittima disperata? Vuoi essere trattata come la cagna da strada che sei? Allora fai la cagna fino in fondo."
"Ti prego..." sussurra Maya, il respiro caldo e affannato che si infrange sulla mia pelle nuda, facendomi fremere di un'eccitazione torbida.
"Non hai pregato per Clara," le sputo addosso, la rabbia che mi accende il sangue. Le spingo la testa in avanti, premendo il mio sesso umido e fremente contro le sue labbra socchiuse, dandole abbastanza dettagli per far viaggiare immaginare il suo destino se dovesse osare rifiutarsi. "Pagami per il tuo schifo. Sostituisci la tua dose con me. Usala, quella fottuta bocca."
E lei non si rifiuta. È troppo rotta, troppo assuefatta alla degradazione e alla sottomissione per combattermi. Le labbra di Maya si schiudono, esitanti, poi la sua lingua calda e umida si posa su di me, timida all'inizio, poi sempre più disperata.
Butto la testa all'indietro, un gemito roco e spezzato che mi sfugge dalla gola mentre affondo le dita nei suoi capelli sudati. Il contrasto è devastante: la disprezzo con ogni fibra del mio essere, eppure l'umiliazione che le sto infliggendo mi eccita a un livello primordiale, inaccettabile.
"Così," mormoro, il respiro che si fa sempre più corto mentre lei obbedisce, le lacrime che le bagnano le guance mescolandosi al suo sapore e al mio sudore. "Leccami, tossica. È l'unica cosa che sai fare bene, vero? Servire."
Ogni insulto che le vomito addosso è benzina sul mio stesso fuoco. La guido senza alcuna dolcezza, dettando un ritmo spietato e possessivo, spingendole il viso contro di me ogni volta che rallenta. È una punizione carnale, un rito perverso in cui uso il suo corpo per sfogare la mia impotenza, spingendomi in un'apoteosi oscena dritta verso un orgasmo violento, rabbioso, che mi scuote l'addome e mi svuota i polmoni in un lungo gemito liberatorio che rimbomba nella stanza lurida.
Quando l'onda d'urto del piacere si placa, la lascio andare bruscamente, ritraendomi come se mi fossi appena svegliata da un incubo. Maya si accascia sul materasso, ansimante, umiliata, raggomitolandosi su se stessa.
Mi rivesto in un silenzio glaciale. Mi riallaccio i pantaloni, rimettendomi la mia armatura, fredda e distaccata. Ho finito con lei.
Afferro il cappotto. Devo andare al Neon Dog.
Il Neon Dog è esattamente il tipo di buco infernale che mi aspettavo. L'aria è un muro solido di fumo, sudore stantio e birra rovesciata, tagliata dai bassi assordanti di una musica scadente che fa tremare il pavimento appiccicoso.
Ho aspettato le due di notte per entrarci. E ho dovuto spogliarmi di ogni traccia della detective Elena. Ho indossato un minuscolo abito di pelle nera che mi fascia come una seconda pelle, così corto da scoprire metà delle natiche ogni volta che faccio un passo sui vertiginosi tacchi a spillo. Il décolleté è un invito osceno, spinto in su da un reggiseno a balconcino di pizzo rosso che fa capolino dal tessuto teso. Trucco pesante, rossetto scuro, un'aria da predatrice da marciapiede affamata di guai.
Mi muovo tra i corpi ammassati. È pieno di gente ubriaca, spacciatori di mezza tacca, operai a fine turno. Niente di apparentemente losco a prima vista, solo la solita feccia. Mi appoggio al bancone, inarcando la schiena per mettere in mostra il seno, e catturo lo sguardo del barista, un bestione con la faccia butterata. "Tequila," gli ordino, sfiorandogli le nocche con le mie dita dalle unghie laccate di rosso. "E magari un'informazione. Cerco uno che paga bene per sapere le cose. Mi hanno detto che bazzica qui." Lui mi scruta il petto, si lecca le labbra, ma poi scuote la testa, gli occhi vuoti. "Non so di cosa parli, bambola. Bevi e non fare domande."
La frustrazione mi morde lo stomaco, ma butto giù il liquore infuocato e non mi perdo d'animo. Mi sposto verso i tavolini. Sfrutto questo fottuto vestito. Lascio che un tizio con la camicia sbottonata e l'alito che puzza di gin mi metta una mano ruvida sulla vita. Mi struscio contro il suo bacino, sentendo la sua erezione patetica contro la mia coscia, gli sorrido in modo sporco e gli sussurro all'orecchio la stessa domanda, promettendogli il paradiso se mi aiuta. Lui balbetta, cerca di mettermi la lingua in bocca, ma non sa nulla. È solo un altro ubriaco arrapato. Mi sciolgo dalla sua presa con una risata finta, lasciandolo lì a sbavare.
Nessuno sa niente. O nessuno vuole parlare. La delusione si fa sempre più pressante, mischiata alla nausea per le mani sudate che ho dovuto sopportare. Continuo a bere, un altro shottino per anestetizzare lo schifo, ma la mia vescica protesta.
Mi faccio largo a gomitate fino al fondo del locale, spingendo la pesante porta di ferro tempestata di scritte oscene a pennarello. Il bagno delle donne è un antro illuminato da un neon tremolante. Mi chiudo nell'unica cabina mezza decente, facendo scorrere il chiavistello arrugginito.
Tiro su la gonna di pelle, abbassando con un dito il sottile filo rosso del mio perizoma. Mi accovaccio sopra la tazza scheggiata, attenta a non toccare l'asse. Chiudo gli occhi, lasciandomi andare con un lungo sospiro di sollievo mentre il getto caldo scroscia rumorosamente nell'acqua torbida. È un momento di pausa fisiologica, banale, in cui i muscoli tesi per la recita si rilassano per una frazione di secondo. Il contrasto tra la volgarità del mio abbigliamento, lo squallore del cubicolo e la lucidità della mia mente è estraniante. Mi asciugo con un pezzo di carta ruvida, rimetto a posto il perizoma, abbasso la gonna e tiro lo sciacquone scassato.
Apro la porta della cabina per uscire nell'anticamera dei lavandini, e mi blocco.
Non sono sola. Davanti allo specchio appannato c'è una ragazza.
Il mio istinto di sbirro scatta, ma viene immediatamente zittito da qualcosa di completamente diverso. Resto incantata. È vestita in modo esplicito, proprio come me: indossa un top a rete trasparente che lascia pochissimo all'immaginazione e una minigonna inguinale di jeans strappato, eppure la sua figura emana una bellezza molto equilibrata, con un mix evidente di delicatezza e sensualità che emerge soprattutto dalle proporzioni del corpo e dall’armonia del volto. Il suo viso è fine e leggermente ovale, con lineamenti morbidi ma ben definiti. La pelle appare chiara e liscia, con un aspetto uniforme che riflette bene la luce cruda del neon. Gli zigomi sono delicatamente pronunciati e danno struttura al volto senza renderlo duro, mantenendo un’espressione dolce e incredibilmente femminile.
Mentre si accorge di me, i suoi occhi si sbarrano leggermente. Sono grandi e molto espressivi, con uno sguardo intenso che mi attira come una calamita. Hanno una forma leggermente allungata e sono incorniciati da sopracciglia scure e ben definite, che rafforzano l’intensità dello sguardo, mentre le ciglia accentuano ancora di più la profondità degli occhi. Il naso è piccolo e armonioso.
"Oh... scusami," sussurra. La sua voce è un campanello dolce, puro, che stona totalmente con il top a rete e l'odore del bagno. "Pensavo non ci fosse nessuna."
Le sue labbra, mentre parla, sono piene e ben modellate, con una forma morbida e naturalmente sensuale; il labbro inferiore, leggermente più pieno, crea una curva molto femminile che rende la bocca magnetica. I suoi capelli lunghi, scuri e lisci, cadono lungo le spalle incorniciando il viso e accentuando la delicatezza dei lineamenti, donandole un’aria elegante e seducente nonostante gli abiti da poco prezzo.
"Tranquilla," mormoro, la mia voce un'ottava più bassa, roca. Mi avvicino al lavandino accanto al suo. "C'è spazio."
L'acqua inizia a scorrere sulle mie mani, ma io non guardo il rubinetto. La scruto dal riflesso. Il suo collo è sottile e slanciato, e si collega a spalle strette. La parte superiore del corpo appare molto armoniosa: sotto la rete del top, il seno è proporzionato alla struttura del fisico, con una forma rotonda e naturale che segue la linea del torace senza risultare eccessivo. La vita è stretta e ben definita, un invito a posarci le mani, l’addome piatto e tonico scoperto dal top corto. I fianchi sono morbidi e leggermente arrotondati. Le gambe appaiono lunghe e snelle sui suoi sandali vertiginosi.
È una gazzella finita nella tana dei lupi. O forse sa esattamente cosa sta facendo.
"Un posto un po' duro per una ragazza con i tuoi occhi," le dico, chiudendo l'acqua. Mi asciugo le mani lentamente, senza staccare i miei occhi dai suoi nello specchio. Mi volto verso di lei, appoggiando un fianco al lavandino bagnato. L'attrazione che provo è istantanea, viscerale, ma la poliziotta dentro di me vede un'opportunità. Le ragazze come lei, in posti come questo, di solito sono esche, o conoscono chi gestisce i giri sporchi.
Lei abbassa lo sguardo, un lieve rossore le colora le guance chiare. "Aspetto qualcuno. Ma... è in ritardo."
"Ah sì?" Faccio un passo verso di lei. L'aria tra noi diventa improvvisamente densa. Invado il suo spazio personale, sfruttando i miei centimetri in più sui tacchi. Il mio profumo speziato si mescola al suo, che sa di vaniglia e qualcosa di più acre e sudato. Alzo una mano e, con una sfacciataggine che appartiene alla puttana che sto interpretando, le sposto una ciocca di capelli scuri dietro l'orecchio. Le mie dita sfiorano la pelle calda e morbida del suo collo. Lei sussulta, le labbra si schiudono, e il suo respiro si fa improvvisamente irregolare.
"Forse stai aspettando la persona sbagliata," mormoro, abbassando il viso verso il suo. Sento il calore che emana dal suo corpo attraverso la rete del top. Posso vedere i suoi capezzoli indurirsi. "Sai, io sto cercando un uomo. Uno che compra segreti sulle donne sole. Lo conosci?"
La mia mano scivola dal suo collo alla sua spalla nuda, scendendo con una lentezza esasperante lungo la pelle liscia del braccio, fino ad arrivare alla sua vita stretta. Le afferro il fianco morbido, stringendo appena la carne nuda sopra la minigonna, tirandola impercettibilmente verso di me.
I suoi occhi grandi mi fissano, dilatati, un misto di genuino pudore e un'eccitazione palpabile, bagnata. Il suo corpo snello e proporzionato è teso come la corda di un violino sotto le mie mani.
"Io... io non so..." sussurra, la voce rotta, i suoi occhi che scendono involontariamente sulla scollatura del mio corpetto di pelle.
"Non sai, o non vuoi dirlo a me?" La provoco. Le sfioro l'addome piatto con il pollice, avvicinando il mio bacino al suo. Sento il calore del suo inguine contro le mie cosce fasciate dalla pelle. È così fottutamente perfetta, un angelo travestito da peccatrice, e io ho una voglia disperata di spogliarla e di farla parlare con ogni mezzo necessario. "Se sei una ragazza brava e mi aiuti, prometto che ti farò dimenticare di chiunque tu stia aspettando là fuori.”
Un sorriso morbido, quasi divertito, increspa le sue labbra perfette. Invece di ritrarsi sotto la mia pressione, si appoggia impercettibilmente alla mia mano, la sua pelle liscia che scotta contro le mie dita.
"Segreti su donne sole?" mormora, la voce che vibra di una dolcezza ironica e inaspettata in questo buco infernale. Scuote lentamente la testa, i capelli scuri che le accarezzano le spalle nude. "Mi dispiace, bellezza. Gli unici segreti che conosco sono quelli che si sussurrano a porte chiuse. Di uomini che comprano informazioni non so proprio nulla."
Mi fissa con quegli occhi grandi e scuri, un misto di innocenza e sfacciataggine che mi disorienta. Alza una mano, timida ma decisa, e posa le dita smaltate sul corpetto di pelle nera che mi fascia il seno, tracciando lentamente il bordo della scollatura.
"Però," continua, abbassando lo sguardo sulle mie labbra, "la tua proposta per la notte sembra molto più interessante di qualunque uomo io potessi incontrare qui dentro."
Il mio cuore perde un battito. L'istinto della detective mi urla di lasciar perdere, di tornare là fuori a cercare il mio bersaglio, ma il mio corpo, carico di tensione e di un'adrenalina oscura ereditata da quella stanza di motel, ha disperatamente bisogno di sfogarsi. E lei è la tentazione perfetta, un angelo caduto che mi si offre su un piatto d'argento.
"Mi chiamo Ale," sussurra, facendo un piccolo passo avanti. Ora i nostri bacini si sfiorano, il calore del suo corpo irradia attraverso la rete del top. "E visto che la notte è ancora lunga, e chi stavo aspettando mi ha palesemente dato buca... mi piacerebbe tanto un antipasto. Proprio qui."
La sua audacia, nascosta dietro quel viso da ragazzina perbene e quei tratti così dolci e femminili, accende una fiamma furiosa nel mio basso ventre. Non le rispondo a parole. La afferro per la vita sottile, le mie dita che affondano nella carne morbida e scoperta, e con una spinta decisa ma calcolata la faccio indietreggiare fino a farle scontrare la schiena contro le piastrelle fredde e sbeccate del bagno.
Ale emette un piccolo, delizioso gemito di sorpresa.
Mi avvento sulla sua bocca. Il bacio è immediato, affamato e prepotente. Le sue labbra piene si schiudono subito sotto l'assalto della mia lingua. Sa di vaniglia, di fumo dolce e di una femminilità inebriante. Ale mi circonda il collo con le braccia, stringendosi contro di me e rispondendo al bacio con una foga inaspettata, la sua lingua che si intreccia alla mia in una danza umida e disperata.
Sento il suo petto premere contro il mio, i suoi capezzoli turgidi che sfregano contro la pelle della mia scollatura. La mia mano sinistra sale dal suo fianco, scivolando audacemente sotto il tessuto a rete del suo top. Trovo l'addome piatto e caldissimo, salendo fino a circondarle il seno nudo. Ha una forma rotonda e perfetta; stringo la carne morbida nel palmo, sfregando il capezzolo indurito con il pollice. Ale inarca la schiena, un sospiro roco che si spezza nella mia bocca.
La sollevo per i fianchi, senza interrompere il bacio, e la faccio sedere sul bordo del lavandino di ceramica. Le sue gambe lunghe e snelle si aprono istintivamente intorno alla mia vita, e io mi ci infilo in mezzo, premendo il mio corpo contro il suo linguine. Il contrasto tra la mia aggressività ruvida e la sua bellezza delicata è una droga purissima.
"Sei bellissima," le ringhio a fior di labbra, mordendole il labbro inferiore.
"Toccami," implora lei, la voce tremante, gli occhi lucidi di un desiderio torbido e le guance accese.
Sposto la mano destra, afferrando l'orlo sfilacciato della sua minigonna di jeans. La tiro su lungo le sue cosce chiare, scoprendo un minuscolo slip di pizzo scuro. Sotto le mie dita, sento il calore pulsante della sua intimità. È fradicia, eccitata al punto da bagnare il tessuto sottile. Faccio scivolare l'intimo di lato con impazienza spietata, e premo le dita direttamente sul suo centro umido e gonfio.
Ale getta la testa all'indietro, i capelli lisci che le ricadono sulla schiena nuda, emettendo un gemito lungo e vibrante che rimbomba tra le mura squallide del bagno. Inizio a stimolarla, prima con movimenti lenti e circolari, godendomi il modo in cui il suo respiro si spezza, poi affondando decisa due dita tra le sue pieghe scivolose.
Lei mi afferra i capelli, tirandomi verso di sé, strofinando disperatamente il suo bacino contro la mia mano in cerca di un attrito più violento. Le mie dita si muovono dentro di lei con precisione e urgenza, in un ritmo incalzante che le estorce spasmi di piacere involontari. La sento stringersi intorno a me, calda e stretta. L'aria nel bagno si satura del nostro respiro, del sudore, dell'odore pungente e inebriante del sesso rubato.
Non mi importa più dello squallore del locale, non mi importa dell'indagine, almeno per questo fottuto, eterno minuto. Voglio solo divorare questa creatura, dominare la sua dolcezza e perdermi tra le sue gambe, lavando via nel suo piacere tutto il sudiciume che mi porto dentro.
Il suo corpo si tende come un arco sotto le mie dita, i muscoli dell'addome guizzano, fremendo nell'imminenza del piacere. La guardo, persa in quel viso angelico stravolto dalla lussuria, ma all'improvviso, qualcosa cambia.
Il respiro di Ale si ferma. I suoi occhi, fino a un secondo prima annebbiati e languidi, si spalancano e mi fissano. Non c'è traccia di abbandono in quello sguardo. C'è solo una lucidità glaciale, oscura, predatoria.
Prima che io possa capire cosa stia succedendo, la sua mano sinistra scatta. Afferra il mio polso con una forza disumana, bloccando di colpo le mie dita dentro di lei. Il contrasto tra la sua corporatura delicata e quella stretta d'acciaio mi paralizza per una frazione di secondo.
Le sue labbra, gonfie per i miei baci, si aprono in un sorriso dolce, quasi timido. "Cavolo, sapevo che un detective mi stesse cercando," sussurra, la voce limpida che risuona nel bagno sudicio come una carezza mortale. "A essere onesti ti cercavo da un po' ma... non mi avevano detto che fossi così sexy."
Il sangue mi si gela nelle vene. L'aria nei polmoni sparisce.
Un istante dopo, la sua mano destra scatta in avanti e si chiude a tenaglia intorno alla mia gola.
Non è una stretta d'avvertimento, è un morso letale. Con una spinta brutale, Ale scivola giù dal lavandino e usa il suo slancio per scaraventarmi all'indietro. La mia schiena sbatte violentemente contro la porta di lamiera di una delle cabine, il tonfo metallico che copre il mio rantolo strozzato.
"Brutta puttana psicopatica!" riesco a ringhiare a denti stretti, l'istinto di sopravvivenza che esplode cancellando ogni freno.
Le tiro una ginocchiata verso il basso ventre, ma lei è fottutamente veloce. Ruota il bacino, schivando il colpo, e preme la sua coscia nuda e bollente in mezzo alle mie gambe, incastrandomi contro la porta. Il contatto è violento, le nostre intimità premute l'una contro l'altra attraverso la pelle del mio vestito e i pizzi strappati del suo.
Cerco di colpirla al viso con un pugno, ma lei alza l'avambraccio, deviando il colpo con la grazia letale di una ballerina e sbattendomi l'altra mano contro la piastrella del muro, intrappolandomi i polsi. Il mio seno schiacciato contro il suo, il respiro affannoso che ci mescola i profumi in una danza mortale e oscena.
"Shh, Elena... non essere così volgare," mormora Ale, inclinando la testa di lato. Il suo viso è a un millimetro dal mio, i lineamenti dolci e perfetti che contrastano in modo folle con la brutalità con cui mi sta strangolando. I suoi occhi grandi e scuri brillano di un'eccitazione torbida. "Eravamo partite così bene..."
"Ti ammazzo," sibilo, dimenandomi. Riesco a liberare una gamba, agganciandola dietro il suo polpaccio per farle perdere l'equilibrio.
Cadiamo entrambe sul pavimento lurido del bagno, un groviglio di pelle nuda, gonne sollevate e rabbia pura. Rotoliamo sulle piastrelle bagnate. Per un istante riesco a mettermi sopra di lei, le afferro la gola a mia volta, stringendo le dita intorno a quel collo sottile ed elegante. Voglio spezzarla. Voglio distruggere questa bellezza malata.
Ma lei non cerca di togliermi le mani dal collo. Anzi, inarca la schiena, sollevando il bacino per strusciarsi prepotentemente contro il mio, gemendo apertamente sotto la mia stretta assassina. Le piace. Le piace da impazzire.
"Fallo, stronza! Muoviti!" urlo, la mia stessa eccitazione che si nutre di quella violenza, un fuoco malato che mi incendia il sangue mentre premo il mio inguine contro il suo, assecondando quell'attrito perverso in mezzo alla lotta.
Ale ride, una risata argentina e deliziosa che mi fa accapponare la pelle. Con una flessibilità mostruosa, avvolge le sue gambe lunghe e snelle intorno alla mia vita, chiudendomi in una morsa. Fa leva sui muscoli addominali e, con un colpo di reni, ribalta di nuovo la situazione.
La mia testa sbatte contro il pavimento. Il dolore mi annebbia la vista. Sento il suo peso gravare su di me, le sue ginocchia che bloccano i miei fianchi. Il corpetto del mio vestito è scivolato giù, lasciandomi il seno quasi del tutto scoperto.
Ale si china su di me. La sua mano torna ad accarezzarmi la gola, ma questa volta i polpastrelli scivolano leggeri, tracciando la linea della giugulare impazzita, per poi scendere giù, fino a sfiorarmi un capezzolo indurito dal terrore e dall'adrenalina.
Mi lecca il sangue da un graffio che mi sono fatta sul labbro durante la caduta. La sua lingua calda, il sapore metallico, l'odore del nostro sesso in quel bagno chiuso. È una vertigine infernale.
"Non sai da quanto tempo ti guardo, Elena," sussurra, la voce morbida, accarezzandomi i capelli scompigliati con una dolcezza che mi terrorizza molto più della violenza. I suoi occhi mi divorano, adoranti e folli. "Ho studiato ogni tua mossa. Sei così forte, così disperata. Ma stasera finisce la caccia."
Cerco di sputarle in faccia, ma le forze mi stanno abbandonando, la botta alla testa mi ha tolto lucidità. Il mio bacino trema in modo involontario contro di lei, tradito da quell'intimità forzata e brutale.
Ale sorride, un angelo spietato che mi sfiora la guancia, prima di avvicinare le sue labbra piene al mio orecchio.
"Rilassati, amore mio," sussurra dolcemente, il suo respiro caldo che mi fa venire i brividi. "Le altre erano solo delle prove. Tu... tu sarai il mio capolavoro."
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