Capitolo 2 - Orgasmo Estorto nella Neve
una detective sequestrata da una serial killer.
Il dolore mi esplode alla base del cranio, un battito sordo e martellante che mi ricorda la frazione di secondo esatta in cui la mia testa è rimbalzata sulle piastrelle.
Apro gli occhi a fatica. La prima cosa che avverto è il freddo umido e pungente del vetro contro la guancia. La mia vista è sfocata, invasa a intermittenza dai lampioni arancioni che sfrecciano veloci nel buio oltre il finestrino posteriore.
Sono nel retro di un SUV. E non posso muovermi.
L'istinto di sopravvivenza mi ordina di scattare, ma il mio corpo è una prigione. I polsi sono incrociati e piegati innaturalmente dietro la schiena, serrati da fascette da elettricista così strette che mi bloccano la circolazione, segandomi la carne al minimo tremito. Le caviglie sono legate insieme da una corda ruvida, tirate all'indietro verso le mani in una posizione arcuata, umiliante, che mi espone totalmente.
Provo a vomitare fuori tutta la mia rabbia, ma un sapore secco, aspro, mi soffoca. Sono imbavagliata. Un lembo di stoffa spessa è stato spinto a forza tra i miei denti, schiacciandomi la lingua, e annodato con brutalità dietro la nuca. La stoffa mi tira gli angoli della bocca, costringendomi a ingoiare la mia stessa saliva mista al sapore ferroso di un taglio sul labbro.
Il panico mi travolge come un'onda scura. Inizio a dimenarmi disperatamente, strisciando il viso contro il vetro. Mi contorco, inarcando la schiena, e mi rendo conto con orrore puro della mia condizione.
Il mio vestitino di pelle, quella minuscola armatura da predatrice, è scivolato fin sopra la vita. Sono praticamente nuda dalla vita in giù. Le mie natiche, le mie cosce e il mio sesso, coperto solo da un inutile, sottilissimo filo di pizzo rosso fradicio, sono sfacciatamente premuti contro la tappezzeria di pelle del sedile posteriore.
E la macchina vibra.
Ogni sobbalzo dell'asfalto, ogni singola, fottuta vibrazione del potente motore del SUV si trasmette lungo il telaio e si insinua direttamente in mezzo alle mie gambe immobilizzate. È un attrito continuo, ritmico, insopportabile. Più mi dimeno per cercare di liberarmi, più il mio bacino sfrega contro la pelle fredda del sedile. La frizione genera una scossa che mi risale lungo l'addome, innescando un riflesso viscerale, involontario e osceno. Il mio corpo, terrorizzato e violato, sta fottutamente reagendo allo stimolo.
"Mmh! Mmmmmh!" urlo a pieni polmoni contro il bavaglio, grugnendo come un animale al macello. Scalcio ciecamente, colpendo con le ginocchia il retro del sedile del passeggero in una crisi di violenza disperata, cercando di fuggire da quella sensazione umiliante.
"Mmh... buongiorno, splendore."
La voce proviene dal sedile di guida. È limpida, musicale, e intrisa di un'eccitazione densa e malata. Ale.
Smetto di respirare per un secondo. Nel buio dell'abitacolo, la intravedo. Ha una mano morbidamente appoggiata sul volante, mentre con l'altra si accarezza lentamente il collo. È voltata a metà, lo sguardo incollato allo specchietto retrovisore. Mi sta mangiando con gli occhi.
"Mh-mmh!" ringhio, scuotendo la testa, le lacrime di rabbia che mi bruciano agli angoli degli occhi.
"Ssh... fai la brava, Elena, ti prego," sussurra Ale, con una dolcezza così genuina e spietata da farmi rivoltare lo stomaco. Il tono è quello di un'amante premurosa, non di una serial killer. "Non strattonare così le fascette, amore mio. Stai sanguinando. E io non voglio rovinare la tua pelle perfetta."
Un singhiozzo soffocato mi muore nel petto. Il contrasto tra la violenza di ciò che mi ha fatto e la dolcezza con cui mi parla è un delirio psicologico che mi scardina la mente.
Ale rallenta leggermente, prendendo una curva con estrema delicatezza, per non sballottarmi. Poi, la sento sospirare. Un sospiro roco, profondo, che tradisce la sua lucidità.
"Non sai quanto ho fantasticato su questo momento," mormora, la voce che si abbassa, diventando un sussurro rauco e affamato nel silenzio dell'abitacolo. "Ma guardarti dallo specchietto supera ogni fantasia. Sei piegata esattamente come ti volevo. Indifesa. Aperta."
Il suo sguardo riflesso nello specchietto è un faro oscuro che scivola giù dal mio viso terrorizzato, percorre la mia schiena inarcata e si fissa senza pudore sul mio bacino e sulle mie gambe spalancate dal legaccio.
"E vedo come ti muovi," continua, leccandosi le labbra. "Sento come respiri. Credi che non me ne accorga, detective? Più lotti, più la macchina vibra contro di te. Più cerchi di scappare, più ti bagni su quel sedile."
Chiudo gli occhi, mortificata fino al midollo, un gemito di pura vergogna che mi annega in gola. Ha ragione. Il calore vischioso della mia stessa eccitazione involontaria mi tradisce, inumidendo la pelle del sedile sotto di me. Sono una vittima, ma il mio corpo sta rispondendo alla deprivazione e alla sottomissione assoluta come se fosse l'inizio di un gioco perverso.
"Non piangere, cucciola," tuba Ale dolcemente, alzando la mano per mandare un finto bacio verso lo specchietto. "È normale. Sei mia ora. Il tuo corpo lo sa già, è solo la tua mente da poliziotta che fa ancora i capricci. Rilassati e goditi le vibrazioni... siamo quasi a casa, e lì ti farò implorare per un tocco vero."
Il rombo del motore muore all'improvviso, inghiottito da un silenzio ovattato e irreale. Sento il ticchettio metallico della marmitta che si raffredda. Attraverso il finestrino appannato, intravedo solo l'ombra imponente di alberi nudi e il candore spettrale della neve. Siamo in mezzo al nulla.
Sento Ale sbuffare dal sedile di guida, un suono quasi comico nella sua normalità. "Cavolo, ora dovrò trasportarti io," mormora, slacciandosi la cintura. "In un posto del genere non potrò certo pagare qualcuno per trasportare il mio tesoro"
Il rombo del motore muore all'improvviso, inghiottito da un silenzio ovattato e irreale. Sento il ticchettio metallico della marmitta che si raffredda. Attraverso il finestrino appannato, intravedo solo l'ombra imponente di alberi nudi e il candore spettrale della neve. Siamo in mezzo al nulla.
Sento Ale sbuffare dal sedile di guida, un suono quasi comico nella sua normalità. "Cavolo, ora dovrò trasportarti io," mormora, slacciandosi la cintura. "In un posto del genere non potrò certo pagare qualcuno per farsi vedere con il mio tesoro nel bagagliaio."
Sento la portiera aprirsi, poi il rumore dei suoi stivali pesanti che affondano nella neve fresca, aggirando il veicolo. Il mio respiro si fa corto, il cuore pompa adrenalina pura a ogni battito. La portiera posteriore si spalanca di scatto. Una folata di vento gelido mi investe come uno schiaffo, pungendo la mia pelle nuda, ma la mia mente in questo momento è un rasoio. Fredda. Calcolatrice.
Ale si china in avanti, allungando le braccia per afferrarmi. È il mio momento. Faccio leva sui muscoli addominali e, con uno scatto disperato, mi slancio in avanti cercando di colpirla in pieno viso con una testata. Ma i polsi legati dietro la schiena mi sbilanciano. Il movimento è goffo.
Ale non si scompone minimamente. Sposta il viso di lato con una velocità disarmante, schivando il colpo per un millimetro. Io perdo l'equilibrio e le franò addosso. Lei mi afferra al volo, bloccandomi contro il sedile. Sento le sue labbra morbide e calde premersi contro la mia guancia in un bacio casto e perverso, mentre la sua mano destra scatta verso l'alto e si chiude a tenaglia intorno alla mia gola.
"Calmati, amore," sussurra, stringendo la presa. Non per soffocarmi, ma con un possesso così assoluto da paralizzarmi. Il suo pollice preme contro la mia carotide, facendomi sentire quanto sia padrona del mio battito cardiaco. I nostri respiri si mescolano in nuvole di vapore nell'aria gelida. Sento il suo corpo premere contro il mio, un contatto intimo e letale.
Mantiene la stretta sul mio collo mentre con l'altra mano infila una mano nella tasca del cappotto. Sento un clicmetallico. La lama fredda di un coltello a serramanico sfiora la mia pelle. Un brivido di terrore mi gela il sangue, ma Ale non punta la lama alla mia gola. La fa scivolare giù. Passa il metallo piatto e ghiacciato lungo il mio polpaccio nudo, risalendo con una lentezza esasperante e torturante lungo la coscia, sfiorando il confine umido del mio perizoma. È una minaccia e una carezza oscena allo stesso tempo.
"Ora ti slegherò i piedi," mormora a un soffio dalle mie labbra, gli occhi scuri che brillano di una lussuria malata, "e tu mi seguirai in casa da brava bambina, okay?"
Con un movimento secco, la lama recide la corda ruvida intorno alle mie caviglie. Il sangue torna a scorrere nei piedi con un formicolio doloroso. Mi afferra per un braccio e mi tira fuori di peso.
Il contatto con la neve è uno shock termico devastante. Sono completamente scalza, la pelle dei piedi che brucia a contatto con il ghiaccio. Le gambe mi tremano per il freddo e per la tensione, il vestitino di pelle nera che non offre alcun riparo.
Ale inizia a camminare verso l'ombra di una piccola baita in legno, trascinandomi per un braccio. Io la seguo, barcollando sulla neve fresca. Guardo i suoi movimenti. Valuto la distanza. Il freddo mi sta intorpidendo, ma la rabbia mi tiene lucida. Ho studiato arti marziali per anni. Non ho le mani, ma ho le gambe.
Aspetto che si volti per un secondo verso la porta della baita. Faccio perno sul piede destro, affondandolo nella neve per cercare stabilità, e sferro un calcio circolare alto, mirato alla sua tempia, mettendoci tutta l'esplosività che mi è rimasta.
Ma il ghiaccio sotto il mio piede mi tradisce e l'assenza delle braccia per bilanciarmi rallenta il colpo. Ale si abbassa fulminea. Sento lo spostamento d'aria mentre la mia gamba fende il vuoto sopra la sua testa. Lei si rialza e, con un colpo secco dei palmi contro il mio petto, mi spinge all'indietro.
Cado pesantemente sulla schiena. La neve gelida si infila ovunque, uno schiaffo termico che mi brucia la pelle nuda, accarezzando oscenamente le mie natiche scoperte. Scalcio, cercando disperatamente di voltarmi per rimettermi in piedi, ma con i polsi bloccati dietro la schiena mi ritrovo a dimenarmi in modo patetico, come una tartaruga rovesciata sul guscio. Le mie cosce si aprono e si chiudono in una lotta inutile contro il vuoto, esponendo la mia intimità vulnerabile al freddo e al suo sguardo.
Un'ombra mi copre. Ale mi si getta addosso, atterrando a cavalcioni sul mio bacino. Le sue ginocchia affondano nella neve ai lati dei miei fianchi, bloccandomi in una morsa d'acciaio. Il suo peso mi schiaccia. La sua espressione non è più dolce; i lineamenti angelici sono contratti in una maschera di pura, eccitata spietatezza.
Prima che io possa emettere un suono attraverso il bavaglio, il suo pugno affonda nel mio stomaco. Un colpo. Poi un altro.
L'aria mi viene strappata violentemente dai polmoni. Un dolore acuto, sordo, mi fa inarcare la schiena in uno spasmo. Tossisco contro la stoffa ruvida del bavaglio, gli occhi sbarrati, incapace di inalare ossigeno. Il freddo pungente della neve sotto di me si scontra con il calore febbrile del suo corpo che mi sovrasta, premendo la sua intimità contro la mia nel groviglio della lotta, in un contatto insopportabilmente intimo.
Ale mi guarda dall'alto in basso, ansimando leggermente, i seni che si alzano e si abbassano sotto il giubbotto. Si sposta i capelli scuri dal viso con una mano. "Cavolo," sibila, il tono intriso di una sincera e oscura delusione. "Con te non volevo farlo."
Infila la mano nella tasca e ne tira fuori un piccolo dispositivo nero, squadrato. Lo preme. Un arco elettrico azzurrognolo scoppietta tra i due elettrodi, ronzando come un insetto metallico e illuminando per un istante il suo viso da predatrice. Un taser.
"Calmati, amore."
Spinge i poli metallici direttamente contro la pelle nuda e bagnata della mia coscia esposta.
L'impatto è un'agonia bianca e divorante. Cinquantamila volt mi attraversano i muscoli, bypassando ogni controllo cerebrale. Non perdo i sensi, ed è questo l'orrore più assoluto. Rimango cosciente, prigioniera nella mia stessa carne, mentre il mio corpo impazzisce. Tutti i miei muscoli si contraggono in uno spasmo violento e ininterrotto. La mia schiena si inarca da sola, sollevando brutalmente il mio bacino contro il suo in una grottesca, oscena simulazione di un amplesso. Un grido disumano, muto, mi lacera la gola contro la stoffa, facendomi colare un filo di saliva dall'angolo della bocca.
La scossa si interrompe, ma il suo effetto è devastante. Crollo di nuovo nella neve, scossa da tremiti involontari, ansimando disperatamente. Sono sveglia. Fottutamente lucida. Ma non riesco a muovere un solo muscolo. Sono sedata, paralizzata dal dolore e dallo shock nervoso, le gambe spalancate e inerti.
Ale rimane a cavalcioni su di me, assaporando la mia immobilità. Il suo respiro si fa pesante, eccitato da quella totale sottomissione indotta. Si china in avanti, schiacciando i seni contro il mio petto ansante, il suo respiro caldo che si infrange sulla mia pelle gelata.
Le sue dita mi accarezzano i capelli sudati, poi scendono a sfiorare la carne arrossata della coscia, esattamente nel punto in cui il taser mi ha appena bruciata. Un gemito di dolore e impotenza mi vibra in gola.
"Vedi, amore mio?" sussurra, la voce un velluto intriso di lussuria. Si china ancora di più, leccandomi via una lacrima di puro terrore dall'angolo dell'occhio con una lentezza torturante. "Bastava chiedertelo con le giuste maniere. Sei così bella quando stai ferma sotto di me... e così eccitante quando tremi in questo modo."
I muscoli mi tremano ancora, scossi dalle scosse di assestamento dei cinquantamila volt, quando Ale si alza in piedi. La guardo dal basso, stordita, mentre si pulisce la neve dalle ginocchia. Non mi sbatte in faccia la sua vittoria. Non le serve.
Senza dire una parola, affonda le mani nei miei capelli scuri. Stringe le ciocche in due pugni e, con una forza bestiale, inizia a camminare.
Un urlo strozzato dal bavaglio mi esplode in gola per il dolore lancinante al cuoio capelluto. Mi trascina come un sacco di carne morta attraverso la neve fresca. La pelle nuda della mia schiena, le mie natiche, le cosce scoperte... tutto viene graffiato dal ghiaccio e dai detriti nascosti sotto la coltre bianca. Sono un burattino rotto, umiliato fino alla radice dell'anima.
Dopo un paio di metri, si ferma. Lascia la presa sui miei capelli. Rimango immobile nella neve, il respiro corto, il corpo che ha smesso di rispondere ai comandi. Ale si accovaccia accanto a me. Mi accarezza la guancia gelata, i suoi occhi grandi e dolci che mi scrutano nel buio.
"Ti prego, amore mio, fai la brava," mormora, con una nota di supplica così genuina da farmi accapponare la pelle. "Cammina per me. Dai. Mi dispiace trattarti così, mi spezza il cuore vederti trascinata nella neve. Aiutami ad aiutarti."
L'istinto di sopravvivenza, o forse il terrore che usi di nuovo il taser, vince sull'orgoglio. Annuisco debolmente. Ale sorride, radiosa. Mi fa scivolare le braccia sotto le ascelle e mi tira su, sorreggendomi per la vita. Le mie gambe, libere dalle corde ma deboli come gelatina per la scossa, tremano violentemente. Mi appoggio al suo fianco, sentendo il calore del suo corpo attraverso il suo cappotto, e assecondando i suoi passi, la seguo barcollando verso la baita.
Il contrasto termico, quando apre la porta, è uno schiaffo. La baita è riscaldata, sa di legna arsa, cera di candela e... qualcosa di ferroso, dolciastro. Un odore che conosco fin troppo bene.
Mi fa sedere pesantemente su un vecchio divano di pelle scura al centro della stanza. Con una delicatezza surreale, mi sfila il nodo da dietro la nuca e mi toglie il bavaglio. I miei muscoli facciali sono indolenziti. Chiudo la bocca, ingoiando a fatica. L'istinto di urlare o di chiederle pietà è morto; la guardo e basta, serrando la mascella in un silenzio carico di odio puro.
Ale non sembra turbata dal mio silenzio. Si toglie il giubbotto, rivelando di nuovo quel fottuto top a rete e la minigonna, e si dirige verso un carrellino dei liquori. Versa un dito di ambra scura in un bicchiere di cristallo.
Beve un sorso, poi si appoggia al mobiletto, incrociando le gambe lunghe. Mi fissa. I suoi occhi mi divorano.
"Non hai idea di quanto ho aspettato questo momento," sussurra, la voce vellutata e intrisa di un'eccitazione febbrile. Fa roteare il liquore nel bicchiere. "Sei il mio regalo più prezioso, Elena. Non vedo l'ora di scartarti. Di toglierti quel poco che ti è rimasto addosso e di giocarci. Voglio smontarti pezzo per pezzo, capire come funzioni, farti urlare fino a spaccarti le corde vocali e poi rimetterti insieme, solo per distruggerti di nuovo. Sarà meraviglioso."
Dice queste atrocità con una naturalezza disarmante, le labbra piene piegate in un sorriso tenero e innamorato. È la cosa più disturbante che io abbia mai visto in tutta la mia carriera.
Poi, il suo sguardo guizza verso un angolo della stanza, vicino al camino. "Oh, scusa per il disordine," aggiunge, facendo un piccolo gesto disinvolto con la mano libera. "C'è un po' di cattivo odore, lo so. Purtroppo poche ore fa hanno portato qui un'altra ospite. Era molto rumorosa. E ha sporcato parecchio prima di calmarsi."
Seguo il suo sguardo. Sul pavimento di legno, poco distante dal focolare, c'è una larga, inequivocabile pozza scura, parzialmente asciutta. Sangue. E un pezzo di nastro adesivo argentato accartocciato.
La nausea mi assale, ma non faccio in tempo a elaborare il terrore. Ale posa il bicchiere e si avvicina. Si siede sul divano, vicinissima a me. Le mie mani sono ancora bloccate dalle fascette dietro la schiena, il respiro mi si mozza.
Le sue mani calde si posano sulle mie ginocchia congelate. Iniziano a scivolare verso l'alto, accarezzando la pelle nuda e arrossata delle mie cosce, superando l'orlo arricciato del mio vestito, invadendo il mio spazio più intimo con una possessività totale.
"Non toccarmi, fottuta psicopatica," le sputo addosso, la voce che mi trema per il freddo e per il brivido osceno che il suo tocco mi sta provocando. "Sei solo un mostro malato."
"Shh," sussurra lei, ignorando completamente i miei insulti. Le sue dita sfiorano il tessuto umido del mio intimo, tracciandone i contorni con una sensualità torturante che accende un fuoco perverso in mezzo alle mie gambe.
Si china in avanti. Il suo viso si ferma a un millimetro dal mio. Mi fissa negli occhi, poi sporge la lingua e, con una lentezza disarmante, la fa scorrere sulla mia guancia. Assapora il mio sudore freddo, il fango misto alla neve sciolta, raccogliendo persino la lacrima che mi è sfuggita per il dolore.
Rabbrividisco, cercando di ritrarmi, ma sono bloccata sul divano. Ale affonda il viso nell'incavo del mio collo. Inspira profondamente, riempiendosi i polmoni del mio odore, strofinando il naso contro la mia pelle come un animale devoto alla sua divinità.
"Puoi dirmi tutte le cattiverie che vuoi," mormora contro la mia carotide, le labbra che mi sfiorano la vena pulsante, mandandomi scariche elettriche lungo tutta la spina dorsale. "Ma io ti amo, Elena. Ti amo da impazzire."
Ale si allontana di un millimetro, i suoi occhi scuri che ardono di una luce febbrile, del tutto folle.
"È il momento di scartare il regalo," sussurra, la voce spezzata da un fremito di pura lussuria.
Prima che io possa indietreggiare, le sue mani scattano in avanti. Afferra il colletto del mio minuscolo abito di pelle e tira con una forza selvaggia. Sento il rumore sordo delle cuciture che cedono, il tessuto strappato via a brandelli, seguito dal pizzo rosso del mio reggiseno che si spezza sotto le sue dita impazienti. In un attimo, vengo spogliata di tutto. Il perizoma fa la stessa fine, strappato e gettato sul pavimento.
Mi sbatte all'indietro, spingendomi con violenza contro lo schienale del divano di pelle scura. Il contatto della tappezzeria fredda contro la mia pelle nuda mi fa sussultare, ma non ho scampo. Con le mani bloccate dietro la schiena, il mio torace si inarca in avanti, offrendomi totalmente alla sua vista.
Ale impazzisce. È come se le fosse saltato ogni freno inibitore.
Mi si lancia letteralmente addosso, atterrando a cavalcioni sulle mie cosce. Inizio a divincolarmi, scalciando e cercando di sbalzarla via con un colpo di reni, ma lei blocca le mie gambe incastrandole sotto le sue ginocchia, schiacciandomi con il peso del suo corpo.
"Puttana! Levati di dosso! Sei malata!" le urlo in faccia, sputando tutto l'odio che ho in corpo.
Ma lei non mi ascolta. Affonda il viso nell'incavo del mio collo, inalando il mio profumo a pieni polmoni, come se fossi ossigeno puro. Mi annusa disperatamente, i suoi respiri caldi e affannosi che mi bruciano la pelle. Poi, la sua lingua calda e umida esce a reclamarmi. Inizia a leccarmi dalla base del collo, tracciando la linea della giugulare, per poi scendere giù, assaporando il sudore sulla mia clavicola. È una frenesia carnale, animalesca.
Le sue mani viaggiano ovunque. Mi stringe il seno nudo con prepotenza, impastando la carne morbida tra le dita. Le sue unghie mi graffiano leggermente, un misto di dolore e piacere inaccettabile, mentre solleva i miei seni per venerarli. Apre la bocca e morde con decisione il gonfiore del mio petto, strappandomi un grido, prima di chiudere le labbra attorno al mio capezzolo turgido. Lo succhia con una voracità disumana, tirandolo e torturandolo con la lingua finché non sento l'addome contrarsi in uno spasmo involontario.
"Sei la perfezione... una fottuta dea," ansima Ale, il viso lucido di sudore, staccandosi per un istante dal mio seno per guardarmi.
Continua a esplorarmi in modo maniacale. Le sue mani scivolano giù per il mio addome piatto, accarezzando i miei fianchi. Si sporge in avanti e, in un gesto di totale devozione perversa, mi afferra persino un piede, portandoselo alle labbra per baciarmi il collo del piede e la caviglia arrossata, adorando ogni singolo centimetro della mia vulnerabilità.
Poi, le sue mani risalgono. Mi afferra per i fianchi e mi solleva leggermente dal divano. "Questo culo," sussurra, la voce tremante di esaltazione mentre affonda le dita nelle mie natiche scoperte, impastandole, stringendo la carne con una devozione assoluta. "Questo culo è un'opera d'arte. Ti venererei in ginocchio per ore."
La sua mano scivola davanti, infilandosi implacabile tra le mie cosce. Trova la mia intimità fradicia, ancora umida per le vibrazioni in auto e per il terrore misto all'adrenalina.
"Ah! Lasciami!" urlo, dimenandomi come una furia, ma la sua presa è d'acciaio.
I suoi polpastrelli scivolano sulla mia carne, spalancandomi le pieghe, accarezzando il mio clitoride gonfio con movimenti rapidi e ossessivi. Si esalta per quanto sono bagnata, spalmando i miei umori sulla sua stessa pelle con un sorriso estatico.
"Brutta psicopatica di merda! Aiuto! Aiuto, cazzo!" grido a pieni polmoni, la voce che rimbomba contro le travi di legno del soffitto.
Ale ride, una risata bassa e roca che vibra contro il mio stomaco nudo. "Urla, amore mio," mormora, sfregandomi con più forza, innescando un calore furioso nel mio basso ventre. "Urla fino a finire il fiato. Non c'è anima viva nel raggio di trenta chilometri. Ci siamo solo io, te, e il modo in cui stai impazzendo sotto le mie dita."
Prima che io possa riprendere fiato per insultarla di nuovo, Ale si tira su, schiacciando di nuovo il petto contro il mio. Mi afferra il viso con entrambe le mani sporche del mio sesso e annienta la mia bocca.
Il bacio è possessivo, brutale, una dichiarazione di guerra e di dominio. La sua lingua forza le mie labbra socchiuse, invadendomi la bocca in una lotta disperata. Assaporo il mio stesso umore mischiato al sapore del liquore e del suo respiro affamato. È un bacio umiliante, violento, profondamente passionale, che soffoca le mie urla e mi costringe a ingoiare la mia stessa sconfitta in un delirio di sensi.
Il bacio si spezza. Ale si stacca dalle mie labbra gonfie con uno schiocco umido, lasciandomi ansimante, con il petto che si alza e si abbassa freneticamente in cerca d'aria. I suoi occhi scuri sono pozzi di lussuria pura.
Prima che io riesca a mettere a fuoco la stanza, lei scivola verso il basso. Il suo corpo si muove con una fluidità predatoria, sfregando contro il mio addome nudo, fino a posizionarsi in ginocchio sul divano, esattamente in mezzo alle mie gambe.
"No... brutta troia, spostati!" le ringhio contro, la voce incrinata. Cerco di sferrare un calcio alla cieca, ma i miei muscoli sono ancora deboli, percorsi dai tremiti residui della scossa elettrica. È un tentativo disperato e patetico.
Ale non fa una piega. Con una forza che non le si addice, aggancia le mie cosce con le braccia, spingendole verso l'esterno e bloccandole contro i braccioli del divano. Sono completamente spalancata, esposta al suo sguardo adorante, nuda e vulnerabile come non lo sono mai stata in vita mia.
"Sei bellissima quando fai la difficile," mormora lei, con un sorriso estatico, prima di abbassare il viso.
E poi, affonda nella mia intimità.
Il contrasto tra l'aria fresca della baita e il calore rovente della sua bocca è uno shock termico che mi fa inarcare la schiena all'istante. La lingua di Ale è spietata, esperta, inarrestabile. Mi assaggia con una foga disumana, tracciando la mia fessura fradicia dal basso verso l'alto, per poi concentrarsi direttamente sul mio clitoride gonfio e pulsante.
"Ah! Maledetta... smettila!" urlo, dimenandomi sul divano, cercando disperatamente di chiudere le gambe. I polsi legati dietro la schiena mi impediscono di fuggire, costringendomi a spingere il bacino proprio contro il suo viso a ogni movimento.
Lei ignora i miei insulti. Inizia a succhiare, applicando una pressione costante e spietata, mentre le sue dita si insinuano dentro di me, muovendosi a un ritmo che mi manda il cervello in cortocircuito. È un attacco simultaneo, perfetto, devastante. Conosce esattamente dove premere, come muovere la lingua, come portarmi oltre il limite senza concedermi nemmeno un secondo di tregua.
Odio tutto questo. Odio lei. Ma il mio corpo non ragiona più. Il piacere è troppo acuto, troppo violento. L'accumulo di tensione, il terrore della notte, lo shock del taser: tutto si condensa in un calore oscuro e liquido che esplode nel mio basso ventre.
"Ti ammazzo... io ti... aaah!"
La mia minaccia si trasforma in un gemito altissimo, lacerante. Il climax mi investe come un treno merci. È un orgasmo estorto, lunghissimo, che mi svuota i polmoni e mi fa contrarre ogni muscolo. La mia schiena si stacca dal divano, inarcandosi come un arco teso, mentre urlo. Urlo di rabbia, urlo di piacere osceno, mentre ondate di spasmi mi scuotono l'addome e mi fanno bagnare la sua bocca e le sue dita. Le lacrime mi rigano le guance: sono lacrime amare, calde, figlie dell'umiliazione più totale, del disgusto verso me stessa per non essere riuscita a trattenere quell'apoteosi fisica. Il mio corpo ha ceduto al mostro.
Ale continua a leccarmi e a stimolarmi attraverso tutte le contrazioni, succhiando ogni singola goccia del mio piacere, prolungando il mio spasmo fino a farmi supplicare pietà a mezza voce. Solo quando smetto di tremare e ricado pesantemente sul divano, distrutta e senza fiato, lei si ferma.
Si solleva lentamente. Il suo viso angelico è lucido, le labbra arrossate e bagnate dei miei fluidi. Mi guarda con un orgoglio malato, come un artista che ammira la sua tela appena terminata. Sporge la lingua e si lecca il labbro superiore, assaporandomi fino in fondo.
"Sei squisita, Elena," sussurra, la voce roca e carica di una soddisfazione raccapricciante. Si alza in piedi, sistemandosi il top a rete con una calma spaventosa, mentre io giaccio sfinita, umiliata fino al midollo, incapace di formulare un singolo pensiero sensato.
Si avvicina a me, accarezzandomi i capelli madidi di sudore incollati alla fronte. "E sai qual è la parte migliore, amore mio? Che questo è solo l'inizio. Questo è solo un assaggio... la punta dell'iceberg di tutto quello che faremo insieme da qui all'eternità."
Mi stampa un bacio leggero, dolcissimo, sulla fronte. Poi, si volta e si dirige verso il bancone di legno grezzo poco distante dal camino.
Il mio sguardo annebbiato la segue. La vedo allungare una mano e prendere il coltello a serramanico che aveva usato prima per slegarmi i piedi. Lo fa scattare. La lama d'acciaio riflette la luce tremolante del fuoco in un bagliore letale.
Ale gira il viso verso di me, ma il suo sorriso ora è freddo, affilato come il metallo che stringe tra le dita. Non c'è più amore in quegli occhi. C'è solo morte.
"Ora, però, scusami un attimo," mormora, la voce gelida che fa piombare la stanza in un silenzio tombale. "Prima di continuare la nostra luna di miele, è il momento di far pagare i debiti a chi ha osato mettermi i bastoni tra le ruote per arrivare a te."
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