Il dolore mi esplode alla base del cranio, un battito sordo e martellante che mi ricorda la frazione di secondo esatta in cui la mia testa è rimbalzata sulle piastrelle.
Apro gli occhi a fatica. La prima cosa che avverto è il freddo umido e pungente del vetro contro la guancia. La mia vista è sfocata, invasa a intermittenza dai lampioni arancioni che sfrecciano veloci nel buio oltre il finestrino posteriore.
Sono nel retro di un SUV. E non posso muovermi.
L'istinto di sopravvivenza mi ordina di scattare, ma il mio corpo è una prigione. I polsi sono incrociati e piegati innaturalmente dietro la schiena, serrati da fascette da elettricista così strette che mi bloccano la circolazione, segandomi la carne al minimo tremito. Le caviglie sono legate insieme da una corda ruvida, tirate all'indietro verso le mani in una posizione arcuata, umiliante, che mi espone totalmente.
Provo a vomitare fuori tutta la mia rabbia, ma un sapore secco, aspro, mi soffoca. Sono imbavagliata. Un lembo di stoffa spessa è stato spinto a forza tra i miei denti, schiacciandomi la lingua, e annodato con brutalità dietro la nuca. La stoffa mi tira gli angoli della bocca, costringendomi a ingoiare la mia stessa saliva mista al sapore ferroso di un taglio sul labbro.
Il panico mi travolge come un'onda scura. Inizio a dimenarmi disperatamente, strisciando il viso contro il vetro. Mi contorco, inarcando la schiena, e mi rendo conto con orrore puro della mia condizione.
Il mio vestitino di pelle, quella minuscola armatura da predatrice, è scivolato fin sopra la vita. Sono praticamente nuda dalla vita in giù. Le mie natiche, le mie cosce e il mio sesso, coperto solo da un inutile, sottilissimo filo di pizzo rosso fradicio, sono sfacciatamente premuti contro la tappezzeria di pelle del sedile posteriore.
E la macchina vibra.
Ogni sobbalzo dell'asfalto, ogni singola, fottuta vibrazione del potente motore del SUV si trasmette lungo il telaio e si insinua direttamente in mezzo alle mie gambe immobilizzate. È un attrito continuo, ritmico, insopportabile. Più mi dimeno per cercare di liberarmi, più il mio bacino sfrega contro la pelle fredda del sedile. La frizione genera una scossa che mi risale lungo l'addome, innescando un riflesso viscerale, involontario e osceno. Il mio corpo, terrorizzato e violato, sta fottutamente reagendo allo stimolo.
"Mmh! Mmmmmh!" urlo a pieni polmoni contro il bavaglio, grugnendo come un animale al macello. Scalcio ciecamente, colpendo con le ginocchia il retro del sedile del passeggero in una crisi di violenza disperata, cercando di fuggire da quella sensazione umiliante.
"Mmh... buongiorno, splendore."
La voce proviene dal sedile di guida. È limpida, musicale, e intrisa di un'eccitazione densa e malata. Ale.
Smetto di respirare per un secondo. Nel buio dell'abitacolo, la intravedo. Ha una mano morbidamente appoggiata sul volante, mentre con l'altra si accarezza lentamente il collo. È voltata a metà, lo sguardo incollato allo specchietto retrovisore. Mi sta mangiando con gli occhi.
"Mh-mmh!" ringhio, scuotendo la testa, le lacrime di rabbia che mi bruciano agli angoli degli occhi.
"Ssh... fai la brava, Elena, ti prego," sussurra Ale, con una dolcezza così genuina e spietata da farmi rivoltare lo stomaco. Il tono è quello di un'amante premurosa, non di una serial killer. "Non strattonare così le fascette, amore mio. Stai sanguinando. E io non voglio rovinare la tua pelle perfetta."
Un singhiozzo soffocato mi muore nel petto. Il contrasto tra la violenza di ciò che mi ha fatto e la dolcezza con cui mi parla è un delirio psicologico che mi scardina la mente.
Ale rallenta leggermente, prendendo una curva con estrema delicatezza, per non sballottarmi. Poi, la sento sospirare. Un sospiro roco, profondo, che tradisce la sua lucidità.
"Non sai quanto ho fantasticato su questo momento," mormora, la voce che si abbassa, diventando un sussurro rauco e affamato nel silenzio dell'abitacolo. "Ma guardarti dallo specchietto supera ogni fantasia. Sei piegata esattamente come ti volevo. Indifesa. Aperta."
Il suo sguardo riflesso nello specchietto è un faro oscuro che scivola giù dal mio viso terrorizzato, percorre la mia schiena inarcata e si fissa senza pudore sul mio bacino e sulle mie gambe spalancate dal legaccio.
"E vedo come ti muovi," continua, leccandosi le labbra. "Sento come respiri. Credi che non me ne accorga, detective? Più lotti, più la macchina vibra contro di te. Più cerchi di scappare, più ti bagni su quel sedile."
Chiudo gli occhi, mortificata fino al midollo, un gemito di pura vergogna che mi annega in gola. Ha ragione. Il calore vischioso della mia stessa eccitazione involontaria mi tradisce, inumidendo la pelle del sedile sotto di me. Sono una vittima, ma il mio corpo sta rispondendo alla deprivazione e alla sottomissione assoluta come se fosse l'inizio di un gioco perverso.
"Non piangere, cucciola," tuba Ale dolcemente, alzando la mano per mandare un finto bacio verso lo specchietto. "È normale. Sei mia ora. Il tuo corpo lo sa già, è solo la tua mente da poliziotta che fa ancora i capricci. Rilassati e goditi le vibrazioni... siamo quasi a casa, e lì ti farò implorare per un tocco vero."
Il rombo del motore muore all'improvviso, inghiottito da un silenzio ovattato e irreale. Sento il ticchettio metallico della marmitta che si raffredda. Attraverso il finestrino appannato, intravedo solo l'ombra imponente di alberi nudi e il candore spettrale della neve. Siamo in mezzo al nulla.
Sento Ale sbuffare dal sedile di guida, un suono quasi comico nella sua normalità. "Cavolo, ora dovrò trasportarti io," mormora, slacciandosi la cintura. "In un posto del genere non potrò certo pagare qualcuno per trasportare il mio tesoro"
Il rombo del motore muore all'improvviso, inghiottito da un silenzio ovattato e irreale. Sento il ticchettio metallico della marmitta che si raffredda. Attraverso il finestrino appannato, intravedo solo l'ombra imponente di alberi nudi e il candore spettrale della neve. Siamo in mezzo al nulla.
Sento Ale sbuffare dal sedile di guida, un suono quasi comico nella sua normalità. "Cavolo, ora dovrò trasportarti io," mormora, slacciandosi la cintura. "In un posto del genere non potrò certo pagare qualcuno per farsi vedere con il mio tesoro nel bagagliaio."
Sento la portiera aprirsi, poi il rumore dei suoi stivali pesanti che affondano nella neve fresca, aggirando il veicolo. Il mio respiro si fa corto, il cuore pompa adrenalina pura a ogni battito. La portiera posteriore si spalanca di scatto. Una folata di vento gelido mi investe come uno schiaffo, pungendo la mia pelle nuda, ma la mia mente in questo momento è un rasoio. Fredda. Calcolatrice.
Ale si china in avanti, allungando le braccia per afferrarmi. È il mio momento. Faccio leva sui muscoli addominali e, con uno scatto disperato, mi slancio in avanti cercando di colpirla in pieno viso con una testata. Ma i polsi legati dietro la schiena mi sbilanciano. Il movimento è goffo.
Ale non si scompone minimamente. Sposta il viso di lato con una velocità disarmante, schivando il colpo per un millimetro. Io perdo l'equilibrio e le franò addosso. Lei mi afferra al volo, bloccandomi contro il sedile. Sento le sue labbra morbide e calde premersi contro la mia guancia in un bacio casto e perverso, mentre la sua mano destra scatta verso l'alto e si chiude a tenaglia intorno alla mia gola.
"Calmati, amore," sussurra, stringendo la presa. Non per soffocarmi, ma con un possesso così assoluto da paralizzarmi. Il suo pollice preme contro la mia carotide, facendomi sentire quanto sia padrona del mio battito cardiaco. I nostri respiri si mescolano in nuvole di vapore nell'aria gelida. Sento il suo corpo premere contro il mio, un contatto intimo e letale.
Mantiene la stretta sul mio collo mentre con l'altra mano infila una mano nella tasca del cappotto. Sento un clicmetallico. La lama fredda di un coltello a serramanico sfiora la mia pelle. Un brivido di terrore mi gela il sangue, ma Ale non punta la lama alla mia gola. La fa scivolare giù. Passa il metallo piatto e ghiacciato lungo il mio polpaccio nudo, risalendo con una lentezza esasperante e torturante lungo la coscia, sfiorando il confine umido del mio perizoma. È una minaccia e una carezza oscena allo stesso tempo.
"Ora ti slegherò i piedi," mormora a un soffio dalle mie labbra, gli occhi scuri che brillano di una lussuria malata, "e tu mi seguirai in casa da brava bambina, okay?"
Con un movimento secco, la lama recide la corda ruvida intorno alle mie caviglie. Il sangue torna a scorrere nei piedi con un formicolio doloroso. Mi afferra per un braccio e mi tira fuori di peso.
Il contatto con la neve è uno shock termico devastante. Sono completamente scalza, la pelle dei piedi che brucia a contatto con il ghiaccio. Le gambe mi tremano per il freddo e per la tensione, il vestitino di pelle nera che non offre alcun riparo.
Ale inizia a camminare verso l'ombra di una piccola baita in legno, trascinandomi per un braccio. Io la seguo, barcollando sulla neve fresca. Guardo i suoi movimenti. Valuto la distanza. Il freddo mi sta intorpidendo, ma la rabbia mi tiene lucida. Ho studiato arti marziali per anni. Non ho le mani, ma ho le gambe.
Aspetto che si volti per un secondo verso la porta della baita. Faccio perno sul piede destro, affondandolo nella neve per cercare stabilità, e sferro un calcio circolare alto, mirato alla sua tempia, mettendoci tutta l'esplosività che mi è rimasta.
Ma il ghiaccio sotto il mio piede mi tradisce e l'assenza delle braccia per bilanciarmi rallenta il colpo. Ale si abbassa fulminea. Sento lo spostamento d'aria mentre la mia gamba fende il vuoto sopra la sua testa. Lei si rialza e, con un colpo secco dei palmi contro il mio petto, mi spinge all'indietro.
