Capitolo 2 - Scopare sotto il suo ricatto
Camilla li tiene al guinzaglio, li umilia davanti alle persone che amano e proibisce loro persino di guardarsi. Ma la prima disobbedienza di Tommaso e Marta accende una vendetta ancora più sporca.
Camilla scivolò fuori dalla stanza tenendo il telefono stretto nella mano. Non corse. Non urlò. Sentii i suoi passi lenti e misurati risuonare sul pavimento del corridoio. Sapeva perfettamente che la stavamo guardando e voleva dilatare quel momento, assaporarne ogni singolo fottuto secondo.
Rimasi paralizzato, il respiro bloccato in gola. La mia prima, atroce paura fu che Andrea fosse appena entrato con lei, che fosse lì, a un passo dal baratro. Scattai fuori dalla camera, nudo fino ai fianchi, affacciandomi verso il soggiorno. Tesi l'orecchio nel silenzio dell'appartamento. Nessuna voce. Nessun rumore dal corridoio d'ingresso. Nessuna giacca di Andrea buttata sul divano. Solo il bagliore azzurrognolo del televisore ancora acceso e la porta d'ingresso socchiusa. Camilla era tornata da sola.
Capii di avere una finestra di pochissimi secondi prima che potesse uscire, infilarsi in macchina e premere invio. La raggiunsi in due falcate. Le afferrai l'avambraccio, stringendo appena, e la feci voltare di scatto. «Lasciami,» sibilò lei, gli occhi scuri che mandavano lampi. Non le feci male, ma sfruttai tutta la mia differenza fisica per trascinarla di peso all'indietro, riportandola dentro la camera da letto. Camilla oppose resistenza, piantando i talloni a terra, cercando di divincolarsi con movimenti secchi. Ma non gridò. Non emise un solo suono che potesse attirare i vicini. Voleva affrontarci. Voleva vedere il terrore nei nostri occhi.
Chiusi la porta con un colpo secco e la spinsi contro il legno, bloccandole il passaggio con il mio corpo sudato. Non c'era un briciolo di sensualità in quel contatto; era pura, cieca intimidazione. Ma Camilla non abbassò lo sguardo. Non tremò. Sollevò lentamente il telefono tra i nostri volti. «Se mi tocchi ancora, il video parte.» Abbassai gli occhi sullo schermo illuminato. La chat di WhatsApp era aperta. Il destinatario selezionato era Andrea. Il suo pollice curato, con quello smalto scuro e perfetto, era sospeso a un millimetro dal tasto verde di invio.
«Tommaso, spostati.» La voce di Marta mi arrivò alle spalle, roca e tremante. Era seduta sul bordo del letto, scossa, con indosso soltanto la mia maglietta che le copriva a stento le cosce nude, la pelle ancora arrossata e segnata dai miei baci. Non mi mossi subito. Fissavo il pollice di Camilla. «Spostati,» ripeté Marta, più dura. Feci un passo indietro, alzando le mani. Camilla si staccò dalla porta. Con una calma irreale, si sistemò la scollatura del vestito aderente e si passò una mano tra i capelli mossi, senza mai toglierci gli occhi di dosso. Mi aveva appena dimostrato che la forza fisica non contava nulla. Con un movimento impercettibile del pollice, ora era lei a possederci.
«Cancella quella cazzo di registrazione,» le ordinai, la voce che mi tremava per la rabbia repressa. Camilla inclinò la testa, fingendo di rifletterci su. «Va bene,» sorrise, sfiorando lo schermo. Ma Marta non era un'idiota. «Dove l'hai mandato?» Il sorriso di Camilla si allargò. In quei trenta secondi di camminata nel corridoio, era stata di una lucidità spietata: lo aveva già salvato in un cloud privato o girato a un altro suo numero. Strapparle il telefono dalle mani sarebbe stato del tutto inutile.
«Cosa vuoi, Camilla?» chiesi, sentendomi improvvisamente svuotato. Lei non rispose subito. Fece un paio di passi e si sedette proprio sul bordo del nostro letto disfatto. Fissò le lenzuola stropicciate, i miei vestiti abbandonati sul pavimento, il collo di Marta segnato da un succhiotto evidente. Poi lo sguardo le cadde sul telefono di Marta, dove le notifiche di Leonardo continuavano ad accumularsi. Alzò gli occhi su di noi e pose l'unica domanda che non avrebbe dovuto fare: «Da quanto tempo?» Marta incrociò le braccia sotto il seno, coprendosi istintivamente. «Non sono affari tuoi.» Camilla sospirò, riaprendo la chat di Andrea. «Proviamo a chiederlo a lui?»
«Quasi quattro anni,» sbottai. Marta mi fulminò con lo sguardo, furiosa per la mia resa, ma non potevo permettere che premesse quel tasto. Camilla sbatté le palpebre, convinta di aver capito male. La sicurezza sul suo volto vacillò per un istante. «Quattro anni?» mormorò. Non aggiunsi altro. Vidi gli ingranaggi della sua mente girare a vuoto e poi incastrarsi perfettamente. La maturità. Le estati passate insieme. Tutte le nostre fottute relazioni nate e morte nel frattempo. La fiducia cieca, assoluta, inscalfibile di Andrea. Poi, si voltò verso Marta. «Leonardo pensa che tu sia vergine.» Il viso di Marta perse ogni traccia di colore. Camilla scoppiò a ridere, una risata di pura, autentica cattiveria. «Oddio. Lo pensa davvero.»
Aveva trovato la vera giugulare. Non era il sesso a distruggerci. Era la menzogna. Se Andrea avesse visto quel video, non avrebbe pianto per le corna; avrebbe riavvolto il nastro di quattro anni di ricordi, chiedendosi quante volte, mentre lui rideva con noi, noi stavamo ridendo di lui. «Sapete qual è la parte più divertente?» sussurrò Camilla, accavallando le gambe sottili. «Che lui si fida più di voi che di chiunque altro al mondo.» «Non nominare Andrea,» ringhiai. «Perché? È il mio fidanzato.» «Appunto.» «No,» mi corresse lei, gelida. «È vostro. È sempre stato vostro. Solo che adesso posso decidere se continua a esserlo.»
Non voleva soldi. Sarebbe stato troppo facile. Camilla voleva il potere, voleva prendersi il centro esatto di quel gruppo che per anni l'aveva fatta sentire come un'intrusa tollerata.
Ci dettò le sue regole in quel momento, seduta sul campo di battaglia della nostra intimità. Prima condizione: non ci saremmo mai più visti da soli senza il suo permesso. Avrebbe preteso la posizione in tempo reale, foto per dimostrare che eravamo a casa, spiegazioni per ogni assenza. Seconda condizione: l'avremmo coperta. Ogni volta che avesse voluto uscire senza Andrea, magari per farsi i cazzi suoi, noi saremmo stati il suo alibi. Avremmo mentito al nostro migliore amico per proteggere lei. Terza condizione: fine delle occhiate sarcastiche. Fine dell'ostilità. Davanti ad Andrea, noi due saremmo diventati i suoi cagnolini da riporto. Le avremmo dato ragione, l'avremmo difesa, l'avremmo inclusa.
Non fece in tempo a finire che passò all'incasso. La sua prima prova di sottomissione. Afferrò il telefono di Marta dal comodino e glielo lanciò sul petto. «Rispondi a Leonardo.» Marta strinse il telefono, le nocche bianche. «No.» Camilla alzò il proprio schermo, mostrando il pollice sul tasto verde. «Digli che ti dispiace. Digli che domani andrai da lui e che non deve preoccuparsi di nulla.» «Non puoi decidere cosa scrivo al mio fidanzato,» sibilò Marta, l'odio puro che le colava dalla voce. «Posso decidere cosa scopre.»
Marta tremò di rabbia. Digitò un messaggio rapido. Camilla le si avvicinò, lo lesse e scosse la testa. «Cancellalo. Troppo freddo. Fammi un vocale.» Marta esitò, poi tenne premuto il tasto del microfono. Con addosso la mia maglietta, il respiro ancora alterato dalla nostra scopata e l'odore del nostro sesso addosso, registrò la sua condanna: «Scusami per prima, amore. Sono ancora da Tommaso con gli altri... domani parliamo con calma, va bene?»
Camilla ascoltò la nota vocale annuendo. Due bugie perfette in una sola frase. Le fece premere invio. Poi si voltò verso di me. «Adesso chiama Andrea.» Mi si gelò il sangue. «Cosa?» «Chiamalo. Digli che sono scesa io, che ero solo stanca. Digli che avete esagerato a trattarmi così e che dovrebbe essere più comprensivo con me.»
Presi il telefono. Le mani mi tremavano in modo impercettibile. Feci partire la chiamata. Uno squillo. Due squilli. «Oh, Tommy!» La voce di Andrea era allegra, in sottofondo il rumore del traffico. Mentre Camilla mi fissava, le labbra piegate in un sorriso trionfante, recitai il copione. Le dissi che mi dispiaceva, che eravamo stati degli stronzi, che lei era una brava ragazza e che lui doveva tenersela stretta. Sputai ogni singola parola sentendo il sapore del fiele in bocca. Andrea sospirò, sollevato. «Grazie, fratello. Sapevo che prima o poi l'avresti capita.»
Il trillo del telefono mi svegliò con una fitta alle tempie. Lo schermo illuminava la stanza buia. Erano le nove del mattino. Camilla aveva creato un gruppo WhatsApp. E, con un sadismo che ormai stavo imparando a conoscere, lo aveva chiamato: "I tre moschettieri".
Il primo messaggio era arrivato un secondo dopo.
Buongiorno, traditori.
Seguì la prima raffica di ordini. Il primo giorno sotto ricatto fu un manuale di umiliazione applicata. Camilla aveva deciso di andare a fare shopping in centro con due sue amiche dell'università. Io fui degradato ad autista e facchino personale: andai a prenderla a casa, pagai il parcheggio a ore, l'accompagnai di negozio in negozio tenendo in mano buste su buste. Marta fu costretta a unirsi al teatrino. Camilla aveva preteso che la aiutasse a scegliere un vestito per una serata imminente con Andrea.
Fu in un camerino di una boutique costosa che il gioco si fece spietato. Camilla uscì indossando un abito aderente, sfilando davanti agli specchi. «Questo ad Andrea piacerebbe?» domandò innocentemente. Marta, seduta sul pouf con le braccia incrociate, le lanciò uno sguardo distaccato. «Sì. Ti sta bene.» Camilla si voltò di profilo, sistemandosi la scollatura. «Oppure dovrei chiedere a Tommaso? Sembra che lui abbia molta esperienza con le fidanzate degli altri.» Le due amiche di Camilla risero senza cogliere la reale cattiveria del riferimento. Io strinsi le mascelle. Marta dovette mordersi l'interno della guancia per non esplodere.
Alla fine, Camilla scelse un abito praticamente identico a uno che Marta indossava spesso per uscire. «Sai cosa starebbe benissimo con questo?» disse Camilla, guardandola attraverso lo specchio. «Le tue décolleté nere. Quelle verniciate. Me le presti per stasera?» Marta si irrigidì. «Preferisco di no. Mi servono.» Camilla non disse una parola. Prese il telefono, aprì la galleria e, con un movimento rapido che le amiche non notarono, girò lo schermo verso Marta per una frazione di secondo. La miniatura del video. I nostri corpi nudi e intrecciati nel buio. Marta deglutì a fatica, abbassando gli occhi. «Certo. Passa a prenderle più tardi.»
Il capolavoro di Camilla, però, arrivò nel pomeriggio. Eravamo seduti in un caffè quando il telefono di Camilla squillò. Era Andrea. Lei rispose, la voce che si addolciva in un istante, e attivò la videocamera. «Amore, ciao!» tubò. «Guarda, oggi mi hanno praticamente rapita loro.» Girò l'inquadratura verso di me e Marta. Lo schermo mostrò il viso felice e rilassato del mio migliore amico. «Lo sapevo che vi sareste capiti, alla fine,» disse Andrea, il sorriso che gli illuminava gli occhi. «Siete fantastici, ragazzi.» Io e Marta, con il cuore che sanguinava e lo stomaco in fiamme, sorridemmo alla telecamera. Quando Andrea riattaccò, il sorriso zuccheroso di Camilla svanì all'istante, sostituito da una smorfia fredda. «Bravi. Sembravate quasi sinceri.»
La sera, la tortura continuò. Camilla pretese che andassimo tutti e quattro a bere qualcosa nel nostro solito locale. Voleva testare il suo guinzaglio in pubblico. Il telefono di Marta non smetteva di vibrare: Leonardo le scriveva in continuazione, chiedendo spiegazioni per i messaggi freddi della sera prima.
Appena ci sedemmo, Camilla si appoggiò alla spalla di Andrea. «Sai, Andre,» esordì, mescolando il cocktail, «Marta mi ha chiesto scusa per come si è comportata ieri sera.» Andrea smise di bere e guardò Marta, sinceramente sorpreso. Marta, ovviamente, non aveva fatto nulla del genere. Camilla le sorrise, un sorriso velenoso e in attesa. Marta si schiarì la voce, le unghie conficcate nei palmi delle mani sotto il tavolo. «Sì. Avevo esagerato.» Andrea apparve incredibilmente sollevato. Allungò una mano e sfiorò il braccio di Marta. Abbassai lo sguardo sul mio bicchiere; sapevo quanto le stesse costando pronunciare quelle parole. Ma Camilla non aveva finito. «Digli anche perché.» Marta chiuse gli occhi per un istante. «Perché... ti ho giudicata ingiustamente. Sono stata gelosa del nostro gruppo. E possessiva.» Gelosa. Camilla aveva scelto quella parola con cura chirurgica, obbligando Marta a ingoiare una verità distorta che la feriva nel profondo.
Per tutta la serata, Camilla si assicurò di dividerci. Si sedette esattamente in mezzo a noi. Se cercavo di parlare con Marta, mi interrompeva o mi mandava al bancone a ordinare. Prese Marta sottobraccio più volte, ostentando ad Andrea quanto fossero diventate improvvisamente intime e complici. Sotto il tavolo, il mio telefono vibrò. Un messaggio sul gruppo dei "Tre moschettieri".
Non guardatevi.
Lessi la riga e, istintivamente, alzai gli occhi verso Marta, per cercare i suoi. Camilla se ne accorse immediatamente. Il mio telefono vibrò di nuovo.
Avevo detto di non guardarvi.
Sotto il testo, un'immagine. Lo screenshot della sua galleria, con il dito a un millimetro dal tasto Inoltraaccanto al nostro video. La tensione divenne fisica, asfissiante. Eravamo seduti a un metro di distanza, intrappolati nella stessa bugia, ma ci era proibito toccarci, parlarci, persino guardarci senza il permesso del nostro carnefice.
Verso l'una, Camilla decretò la fine della serata. Mi ordinò di accompagnarla a casa, imponendo a Marta di tornare da sola con la sua auto. Arrivati davanti al suo portone, spensi il motore. Camilla si slacciò la cintura, prese la borsa e si chinò verso di me. Il suo profumo mi diede la nausea. «Mandami una foto quando sei a casa,» sussurrò. «Da solo.» Aprì lo sportello, ma prima di scendere si voltò di nuovo. «E non pensare di raggiungerla. Lo saprei.» «Come?» chiesi, stringendo il volante. Lei fece un mezzo sorriso. «Perché non siete bravi a stare lontani. È il motivo per cui vi ho scoperti.»
Scese e chiuse la portiera. Aspettai che il portone si chiudesse dietro di lei. Presi il telefono, aprii la galleria e cercai una vecchia foto scattata in camera mia settimane prima. L'angolazione mostrava il letto vuoto. Gliela mandai. Poi, misi in moto e guidai verso casa di Marta.
Non le mandai nessun messaggio. Accostai nel suo quartiere e la vidi subito. Era in piedi davanti al portone, la borsa a terra, il telefono premuto contro l'orecchio. Stava litigando con Leonardo, la voce bassa ma carica di esasperazione. Quando chiuse la chiamata stropicciandosi gli occhi, si voltò e mi vide parcheggiare. Non sembrava sollevata. Sembrava sul punto di esplodere.
«Che ci fai qui?» mi aggredì, camminando a passi pesanti verso di me non appena scesi. «La stessa cosa che fai tu.» «Io vivo qui, Tommaso.» «Non intendevo questo.» Marta si bloccò. Sostenne il mio sguardo, il respiro affannoso. Capì esattamente cosa intendevo. Non stavamo solo fuggendo da Camilla. Stavamo correndo l'uno verso l'altra, come sempre. Raccolse la borsa senza dire una parola. Inserì la chiave nella toppa e mi fece cenno di entrare.
L'appartamento era buio, illuminato solo dai lampioni della strada. Non facemmo in tempo ad arrivare in salotto che la tensione scoppiò come una corda troppo tesa.
«Sei un impulsivo del cazzo!» sbottò Marta, gettando la borsa sul divano e voltandosi verso di me. «L'hai trascinata in camera con la forza, Tommaso! Le hai rivelato che andava avanti da quattro anni in due secondi netti!» «Che cazzo dovevo fare?» urlai di rimando. «Mentre io cercavo di fermarla, tu sei rimasta immobile sul letto a farti registrare!» «Cosa pretendi? Che risolva sempre tutto io?» «No, ma tu hai persino risposto a Leonardo mentre lei ci teneva in pugno!» Feci un passo verso di lei, la rabbia che mi bruciava le vene. «Mi incolpi di non avere un piano? Sei stata tu, quattro fottuti anni fa, a stabilire che Andrea non avrebbe mai dovuto sapere nulla! Adesso stiamo pagando il tuo fottuto patto!»
Marta mi puntò un dito contro il petto. Aveva gli occhi lucidi e il respiro corto. «Non scaricare la colpa su di me. Se non fossi tornata da me ogni volta, non avrebbe avuto niente da scoprire!» Afferrai il suo polso, bloccandole la mano contro il mio petto. Il contatto fu come una scossa. «Se tu mi avessi fermato davvero, almeno una volta, non sarei tornata,» ringhiai a un millimetro dalla sua faccia. Marta cercò di tirare indietro il braccio, ma non ci mise forza reale. Alzò il mento, sfidandomi. «Non volevi essere fermato.» «E tu non volevi che smettessi.»
Silenzio. Le parole rimasero sospese nell'aria densa della stanza. L'eco della nostra rabbia svanì, divorata dalla verità assoluta, brutale e innegabile che avevamo appena sputato fuori. Eravamo soli. Pieni di rabbia, carichi di adrenalina, e stanchi di mentire a noi stessi. I nostri petti si alzavano e si abbassavano all'unisono. Il suo profumo, il calore della sua pelle contro la mia mano, l'oscurità del salotto: la discussione era finita, ma la tensione si era appena trasformata in qualcos'altro, qualcosa di molto più profondo e affamato.
Le mie parole rimasero sospese a mezz'aria, cariche di una verità troppo pesante. Marta mi guardò, il respiro che le sollevava il petto a scatti. Poi, con uno scatto improvviso, mi spinse per le spalle, costringendomi a indietreggiare verso il corridoio, verso la porta d'ingresso. Era la copia esatta del modo in cui io avevo bloccato Camilla poche ore prima.
«Dovevi restare a casa,» sibilò, la schiena contro il legno. La guardai dall'alto in basso, immobile. «Mandami via, allora.» Marta allungò una mano dietro di sé. La serratura scattò. Mi aprì la porta, lasciando entrare lo spiffero freddo delle scale del palazzo. Rimasi piantato sul pavimento. Non feci un solo passo. Poteva lasciarmi uscire. Bastava una spinta. Invece, i suoi occhi castani si accesero di una rabbia scura, affamata. Sbatté la porta, chiudendola con forza. E mi baciò.
Fu un bacio duro, disordinato, trattenuto per un'infinità di tempo. Non c'era un briciolo di dolcezza. Le mie mani scattarono sui suoi fianchi, stringendola a me con una foga quasi violenta, mentre lei mi afferrava la maglietta, tirandomela per strapparmela di dosso. Inciampammo alla cieca, urtando contro la consolle dell'ingresso e facendo tremare le chiavi nel piattino. Marta mi morse il labbro inferiore, un morso vero, facendomi sussultare. La presi per i polsi, spingendola contro il muro, costringendola a rallentare solo per guardarla negli occhi, neri di desiderio.
«Ci sta controllando,» ansimai contro la sua bocca. «Allora smetti,» rispose lei, sfidandomi. «Non voglio.» «Nemmeno io.»
Fu la nostra prima, vera decisione comune. Una disobbedienza deliberata. In quel preciso istante, il mio telefono vibrò nella tasca dei pantaloni. E poi vibrò quello di Marta, abbandonato sul divano. Tirai fuori il mio. Lo schermo era illuminato da un messaggio di Camilla. Una foto di un orologio digitale. L'orario in primo piano. Poi un secondo messaggio:
Marta, anche tu. E subito dopo: Non fate gli stupidi.
Marta allungò il braccio, prese il mio telefono e lo girò a faccia in giù sul mobile dell'ingresso, con un rumore secco. «Dopo,» sussurrò. «E se chiama?» le chiesi, il cuore che mi martellava in gola. «Che chiami.»
Per la prima volta da quando eravamo stati scoperti, stavamo scegliendo consapevolmente il baratro. E ci stavamo buttando a capofitto. La sollevai di peso. Lei mi allacciò le gambe attorno alla vita e la portai in camera sua. La stanza era illuminata a malapena dai lampioni fuori. Sulla mensola spiccava la stessa, vecchia polaroid di noi tre; eravamo sullo stesso fottuto letto in cui, quattro anni prima, avevamo iniziato a mentire per proteggere Andrea. Ma stavolta eravamo diversi. Non c'erano più i ragazzini inesperti ed esitanti. Conoscevamo i nostri corpi alla perfezione.
Marta mi spinse sul bordo del materasso, facendomi sedere. Si inginocchiò davanti a me, i suoi occhi piantati nei miei, carichi di una malizia che sapeva di sfida. Con gesti lenti, mi sbottonò i pantaloni e li fece scivolare giù. «Vediamo quanto sei bravo a disobbedire,» sussurrò, le labbra che si piegavano in un sorriso rovente. Poi, usò la bocca. Il calore umido della sua lingua mi investì come una scossa elettrica. Marta sapeva esattamente come farmi impazzire: giocava con la saliva, scendendo e risalendo con movimenti profondi e sapienti, stuzzicando la mia virilità pulsante, accarezzando la base con tocchi leggeri prima di prendermi di nuovo completamente dentro di sé. La sensazione del suo palato, l'attrito bagnato e perfetto, mi fece rovesciare la testa all'indietro con un gemito strozzato. Le mie mani affondarono nei suoi capelli morbidi, cercando di trattenermi dal venire subito, mentre lei alzava lo sguardo verso di me, compiaciuta del suo potere, accompagnando ogni spinta con piccoli, osceni suoni di piacere.
«Vieni qui,» ringhiai, non potendone più. La tirai su per le braccia, rovesciandola sul letto. Entrai in lei con una spinta unica, spietata, dettata dalla rabbia, dalla paura e da un'urgenza devastante. Marta inarcò la schiena, accogliendomi con un gemito forte che soffocò contro la mia spalla. Era strettissima, bollente. Le pareti del suo corpo si contraevano attorno a me, stringendomi come una morsa a ogni affondo. Le mie mani scivolarono sul suo collo. La strinsi delicatamente, una morsa ferma e consensuale che la fece impazzire. Lei mi graffiò la schiena, spalancando le gambe per prendermi ancora più a fondo. Il ritmo divenne furioso, sudato, i nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro nel silenzio della stanza. Il sesso era diventato un'arma, una fottuta dichiarazione di guerra contro Camilla.
Proprio in quel momento, mentre sentivo il climax montarmi nel sangue, lo schermo del mio telefono sul comodino si illuminò di nuovo. Marta girò la testa. Lesse il messaggio in anteprima.
Siete insieme, vero?
Marta non staccò gli occhi dallo schermo, ma le sue gambe si strinsero intorno ai miei fianchi con una forza disperata. Mi tirò giù per il collo, schiacciando la sua bocca sulla mia. L'orgasmo ci investì insieme, un'onda d'urto che mi svuotò i polmoni, facendomi crollare sopra di lei, la fronte premuta contro la sua clavicola lucida di sudore.
Rimanemmo stesi, senza fiato, aggrovigliati sulle lenzuola. Il telefono aveva finalmente smesso di vibrare. «Come fa a saperlo?» chiesi, la voce ridotta a un sussurro roco. Marta scosse la testa, accarezzandomi i capelli. «Non lo sa.» «Ha scritto che siamo insieme.» «Ci spera.»
Mi sollevai su un gomito, fissandola. Marta allungò la mano verso il comodino, prese il telefono e iniziò a scorrere i messaggi che Camilla ci aveva vomitato addosso durante tutto il giorno. Non si era limitata a dare ordini. Le sue domande erano martellanti, intrusive, malate. Ci aveva chiesto se ci fossimo toccati di nascosto, chi avesse iniziato la sera prima, quante volte l'avevamo fatto in quattro anni, se io avessi mai pensato a lei mentre stavo con altre ragazze, e perché diavolo Marta stesse rifiutando di farsi toccare da Leonardo. Domande decisamente troppo specifiche per una fidanzatina ferita che vuole solo proteggere il suo ragazzo.
«Le piace,» decretò Marta, gli occhi stretti in due fessure lucide. «Certo che le piace comandarci,» risposi, confuso. «Non soltanto quello, Tommaso.» Mi sventolò lo schermo davanti al viso. «Guardali. È disgustata, è furiosa, vuole vendicarsi... ma è ossessionata. Non riesce a smettere di pensare a quello che facciamo a letto.»
Mi sedetti, passandomi le mani sul viso. «Quindi cosa facciamo? Le spacchiamo il telefono?» «Troppo banale. Soluzione temporanea,» tagliò corto lei, la mente che già viaggiava mille miglia all'ora. Si avvolse nel lenzuolo. Il suo piano era di un'intelligenza diabolica. Avremmo continuato a obbedire. Avremmo tenuto ogni minaccia, ogni singola richiesta. L'avremmo spinta a pretenderne sempre di più, a organizzare lei stessa i nostri fottuti incontri clandestini, facendole credere che controllarci significasse poter scendere sempre più nei nostri dettagli intimi. «Vuoi farla affondare con noi,» sussurrai, comprendendo la genialità della trappola. «No,» mi corresse Marta, un sorriso letale sulle labbra. «Voglio che sia lei a scegliere quanto in profondità.»
Mentre parlavamo, lo schermo si illuminò per l'ennesima volta.
Avete cinque minuti per rispondere.
Marta prese il mio telefono, lo sbloccò con il mio codice e aprì la chat. Non negò nulla. Le dita volarono sulla tastiera.
Hai ragione. Abbiamo disobbedito.
La guardai, sgranando gli occhi. Era una resa incondizionata. L'esca perfetta. Marta aggiunse una seconda riga:
Dicci cosa dobbiamo fare.
Visualizzato all'istante. Passarono dieci, lunghissimi secondi di silenzio digitale. Poi, comparvero i tre puntini di sospensione. Camilla stava scrivendo.
Domani vi spiego le nuove regole.
Marta appoggiò il telefono sul comodino e si lasciò cadere contro i cuscini, trionfante. «E se le regole fossero peggiori di quanto pensiamo?» le chiesi, un brivido freddo lungo la schiena. Marta guardò la fotografia di noi tre sorridenti sulla mensola. «Lo saranno.» Poi piantò i suoi occhi nei miei. «Devono esserlo. Altrimenti non si comprometterà mai.»
La camera da letto era silenziosa, interrotta solo dal respiro pesante e regolare di Andrea, addormentato profondamente accanto a lei. Camilla era sdraiata sul fianco, il viso illuminato dalla luce fredda dello smartphone. Non stava guardando i messaggi di buonanotte del suo fidanzato.
Aveva riaperto il video. Di nuovo. Non le interessava guardare i primi secondi, quelli utili come prova. Lo fece scorrere fino al centro, lasciandolo andare in loop. Le dita sottili pizzicarono lo schermo, ingrandendo un dettaglio specifico: il modo in cui le mani di Marta stringevano la schiena sudacchiata di Tommaso, la disperazione nell'espressione di lui, quella naturalezza animalesca con cui i loro corpi si incastravano alla perfezione. Era un'intimità brutale, totalizzante. Un livello di fame e di connessione che Camilla, in due anni di relazione perfetta e rassicurante con Andrea, non aveva mai nemmeno sfiorato.
Una notifica in alto sullo schermo coprì per un attimo il video. Era un messaggio di Andrea, inviato un'ora prima, prima di addormentarsi.
Tutto bene, amore?
Camilla chiuse il video con un gesto secco, aprì la chat di Andrea e rispose.
Benissimo, tesoro. Dormi.
Poi, tornò nella chat di gruppo, I tre moschettieri. Rilesse l'ultimo messaggio inviato da Tommaso, ma sapeva benissimo che l'aveva scritto Marta. Dicci cosa dobbiamo fare.
Camilla sorrise nel buio. Li aveva in pugno. Li aveva spezzati, li aveva messi in ginocchio ed era pronta a giocarci finché non si fosse stancata. Non poteva sapere che, proprio in quel momento, nella stanza in cui avevano custodito quel segreto letale per anni, Tommaso e Marta avevano appena trasformato la sua morbosa curiosità nel cappio con cui l'avrebbero impiccata.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

