Camilla scivolò fuori dalla stanza tenendo il telefono stretto nella mano. Non corse. Non urlò. Sentii i suoi passi lenti e misurati risuonare sul pavimento del corridoio. Sapeva perfettamente che la stavamo guardando e voleva dilatare quel momento, assaporarne ogni singolo fottuto secondo.
Rimasi paralizzato, il respiro bloccato in gola. La mia prima, atroce paura fu che Andrea fosse appena entrato con lei, che fosse lì, a un passo dal baratro. Scattai fuori dalla camera, nudo fino ai fianchi, affacciandomi verso il soggiorno. Tesi l'orecchio nel silenzio dell'appartamento. Nessuna voce. Nessun rumore dal corridoio d'ingresso. Nessuna giacca di Andrea buttata sul divano. Solo il bagliore azzurrognolo del televisore ancora acceso e la porta d'ingresso socchiusa. Camilla era tornata da sola.
Capii di avere una finestra di pochissimi secondi prima che potesse uscire, infilarsi in macchina e premere invio. La raggiunsi in due falcate. Le afferrai l'avambraccio, stringendo appena, e la feci voltare di scatto. «Lasciami,» sibilò lei, gli occhi scuri che mandavano lampi. Non le feci male, ma sfruttai tutta la mia differenza fisica per trascinarla di peso all'indietro, riportandola dentro la camera da letto. Camilla oppose resistenza, piantando i talloni a terra, cercando di divincolarsi con movimenti secchi. Ma non gridò. Non emise un solo suono che potesse attirare i vicini. Voleva affrontarci. Voleva vedere il terrore nei nostri occhi.
Chiusi la porta con un colpo secco e la spinsi contro il legno, bloccandole il passaggio con il mio corpo sudato. Non c'era un briciolo di sensualità in quel contatto; era pura, cieca intimidazione. Ma Camilla non abbassò lo sguardo. Non tremò. Sollevò lentamente il telefono tra i nostri volti. «Se mi tocchi ancora, il video parte.» Abbassai gli occhi sullo schermo illuminato. La chat di WhatsApp era aperta. Il destinatario selezionato era Andrea. Il suo pollice curato, con quello smalto scuro e perfetto, era sospeso a un millimetro dal tasto verde di invio.
«Tommaso, spostati.» La voce di Marta mi arrivò alle spalle, roca e tremante. Era seduta sul bordo del letto, scossa, con indosso soltanto la mia maglietta che le copriva a stento le cosce nude, la pelle ancora arrossata e segnata dai miei baci. Non mi mossi subito. Fissavo il pollice di Camilla. «Spostati,» ripeté Marta, più dura. Feci un passo indietro, alzando le mani. Camilla si staccò dalla porta. Con una calma irreale, si sistemò la scollatura del vestito aderente e si passò una mano tra i capelli mossi, senza mai toglierci gli occhi di dosso. Mi aveva appena dimostrato che la forza fisica non contava nulla. Con un movimento impercettibile del pollice, ora era lei a possederci.
«Cancella quella cazzo di registrazione,» le ordinai, la voce che mi tremava per la rabbia repressa. Camilla inclinò la testa, fingendo di rifletterci su. «Va bene,» sorrise, sfiorando lo schermo. Ma Marta non era un'idiota. «Dove l'hai mandato?» Il sorriso di Camilla si allargò. In quei trenta secondi di camminata nel corridoio, era stata di una lucidità spietata: lo aveva già salvato in un cloud privato o girato a un altro suo numero. Strapparle il telefono dalle mani sarebbe stato del tutto inutile.
«Cosa vuoi, Camilla?» chiesi, sentendomi improvvisamente svuotato. Lei non rispose subito. Fece un paio di passi e si sedette proprio sul bordo del nostro letto disfatto. Fissò le lenzuola stropicciate, i miei vestiti abbandonati sul pavimento, il collo di Marta segnato da un succhiotto evidente. Poi lo sguardo le cadde sul telefono di Marta, dove le notifiche di Leonardo continuavano ad accumularsi. Alzò gli occhi su di noi e pose l'unica domanda che non avrebbe dovuto fare: «Da quanto tempo?» Marta incrociò le braccia sotto il seno, coprendosi istintivamente. «Non sono affari tuoi.» Camilla sospirò, riaprendo la chat di Andrea. «Proviamo a chiederlo a lui?»
«Quasi quattro anni,» sbottai. Marta mi fulminò con lo sguardo, furiosa per la mia resa, ma non potevo permettere che premesse quel tasto. Camilla sbatté le palpebre, convinta di aver capito male. La sicurezza sul suo volto vacillò per un istante. «Quattro anni?» mormorò. Non aggiunsi altro. Vidi gli ingranaggi della sua mente girare a vuoto e poi incastrarsi perfettamente. La maturità. Le estati passate insieme. Tutte le nostre fottute relazioni nate e morte nel frattempo. La fiducia cieca, assoluta, inscalfibile di Andrea. Poi, si voltò verso Marta. «Leonardo pensa che tu sia vergine.» Il viso di Marta perse ogni traccia di colore. Camilla scoppiò a ridere, una risata di pura, autentica cattiveria. «Oddio. Lo pensa davvero.»
Aveva trovato la vera giugulare. Non era il sesso a distruggerci. Era la menzogna. Se Andrea avesse visto quel video, non avrebbe pianto per le corna; avrebbe riavvolto il nastro di quattro anni di ricordi, chiedendosi quante volte, mentre lui rideva con noi, noi stavamo ridendo di lui. «Sapete qual è la parte più divertente?» sussurrò Camilla, accavallando le gambe sottili. «Che lui si fida più di voi che di chiunque altro al mondo.» «Non nominare Andrea,» ringhiai. «Perché? È il mio fidanzato.» «Appunto.» «No,» mi corresse lei, gelida. «È vostro. È sempre stato vostro. Solo che adesso posso decidere se continua a esserlo.»
Non voleva soldi. Sarebbe stato troppo facile. Camilla voleva il potere, voleva prendersi il centro esatto di quel gruppo che per anni l'aveva fatta sentire come un'intrusa tollerata.
Ci dettò le sue regole in quel momento, seduta sul campo di battaglia della nostra intimità. Prima condizione: non ci saremmo mai più visti da soli senza il suo permesso. Avrebbe preteso la posizione in tempo reale, foto per dimostrare che eravamo a casa, spiegazioni per ogni assenza. Seconda condizione: l'avremmo coperta. Ogni volta che avesse voluto uscire senza Andrea, magari per farsi i cazzi suoi, noi saremmo stati il suo alibi. Avremmo mentito al nostro migliore amico per proteggere lei. Terza condizione: fine delle occhiate sarcastiche. Fine dell'ostilità. Davanti ad Andrea, noi due saremmo diventati i suoi cagnolini da riporto. Le avremmo dato ragione, l'avremmo difesa, l'avremmo inclusa.
Non fece in tempo a finire che passò all'incasso. La sua prima prova di sottomissione. Afferrò il telefono di Marta dal comodino e glielo lanciò sul petto. «Rispondi a Leonardo.» Marta strinse il telefono, le nocche bianche. «No.» Camilla alzò il proprio schermo, mostrando il pollice sul tasto verde. «Digli che ti dispiace. Digli che domani andrai da lui e che non deve preoccuparsi di nulla.» «Non puoi decidere cosa scrivo al mio fidanzato,» sibilò Marta, l'odio puro che le colava dalla voce. «Posso decidere cosa scopre.»
Marta tremò di rabbia. Digitò un messaggio rapido. Camilla le si avvicinò, lo lesse e scosse la testa. «Cancellalo. Troppo freddo. Fammi un vocale.» Marta esitò, poi tenne premuto il tasto del microfono. Con addosso la mia maglietta, il respiro ancora alterato dalla nostra scopata e l'odore del nostro sesso addosso, registrò la sua condanna: «Scusami per prima, amore. Sono ancora da Tommaso con gli altri... domani parliamo con calma, va bene?»
Camilla ascoltò la nota vocale annuendo. Due bugie perfette in una sola frase. Le fece premere invio. Poi si voltò verso di me. «Adesso chiama Andrea.» Mi si gelò il sangue. «Cosa?» «Chiamalo. Digli che sono scesa io, che ero solo stanca. Digli che avete esagerato a trattarmi così e che dovrebbe essere più comprensivo con me.»
Presi il telefono. Le mani mi tremavano in modo impercettibile. Feci partire la chiamata. Uno squillo. Due squilli. «Oh, Tommy!» La voce di Andrea era allegra, in sottofondo il rumore del traffico. Mentre Camilla mi fissava, le labbra piegate in un sorriso trionfante, recitai il copione. Le dissi che mi dispiaceva, che eravamo stati degli stronzi, che lei era una brava ragazza e che lui doveva tenersela stretta. Sputai ogni singola parola sentendo il sapore del fiele in bocca. Andrea sospirò, sollevato. «Grazie, fratello. Sapevo che prima o poi l'avresti capita.»
Il trillo del telefono mi svegliò con una fitta alle tempie. Lo schermo illuminava la stanza buia. Erano le nove del mattino. Camilla aveva creato un gruppo WhatsApp. E, con un sadismo che ormai stavo imparando a conoscere, lo aveva chiamato: "I tre moschettieri".
Il primo messaggio era arrivato un secondo dopo.
Buongiorno, traditori.
Seguì la prima raffica di ordini. Il primo giorno sotto ricatto fu un manuale di umiliazione applicata. Camilla aveva deciso di andare a fare shopping in centro con due sue amiche dell'università. Io fui degradato ad autista e facchino personale: andai a prenderla a casa, pagai il parcheggio a ore, l'accompagnai di negozio in negozio tenendo in mano buste su buste. Marta fu costretta a unirsi al teatrino. Camilla aveva preteso che la aiutasse a scegliere un vestito per una serata imminente con Andrea.
