Adesso Guardaci Scopare

Capitolo 1 - Quattro anni a scopare in segreto

Tommaso e Marta hanno condiviso la prima volta e continuano a tradire tutti nel silenzio. Quando Camilla li sorprende ancora avvinghiati, il loro segreto diventa finalmente un’arma.

G
Giovy22

2 ore fa

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La porta d'ingresso si aprì senza che il campanello suonasse. Un secondo dopo, lo sportello del frigorifero sbatté con un tonfo sordo. «Tommy, ma sei serio? Di nuovo senza la mia birra?» la voce di Andrea mi raggiunse dalla cucina prima ancora che lui comparisse in corridoio. «Sapevo che avresti rotto le scatole,» risposi, senza nemmeno alzare gli occhi dal tavolo. «C'è la bionda artigianale, fattela andare bene.» «E le olive sulla pizza le facciamo togliere, vero?» continuò lui, digitando veloce sul mio telefono per cambiare la musica. Conosceva il mio codice di sblocco a memoria da anni. «Sennò le passo tutte a Marta. Come facevi in terza liceo, Cinghiale,» aggiunsi, usando quel vecchio soprannome che ormai non faceva ridere nessun altro al mondo tranne noi tre.

Marta era già fuori sul balcone. Aveva i piedi appoggiati su una seconda sedia e addosso una mia vecchia maglietta grigia che le arrivava appena sotto i fianchi. Senza dire una parola, allungò la mano, prese il mio bicchiere dal tavolino e ne bevve un sorso profondo. La stoffa leggera del cotone le cadeva addosso mettendo in risalto un fisico morbido, giovane e compatto. Non era una ragazza magrissima né esageratamente formosa; aveva quel corpo normale ma intrinsecamente provocante. La maglietta lasciava scoperte le cosce piene, lisce e compatte, che le davano un'aria calda, mediterranea, sensuale in modo del tutto naturale, senza bisogno di pose. Il viso le si illuminò in un sorriso malizioso, gli occhi castani chiari che brillavano mentre mi restituiva il bicchiere. Le guance rosee e la bocca piena le conferivano quell'aria dolce, un po' da ragazza di provincia, ma che sapeva perfettamente l'effetto che faceva.

Eravamo così. Un ritmo continuo, fluido, collaudato. Poi, arrivò Camilla. E il ritmo non si adattò: si spezzò.

Rimase ferma sulla soglia, la porta mezza aperta, aspettando che Andrea tornasse indietro in corridoio a prenderle la borsa di pelle, anche se avrebbe benissimo potuto portarla da sola. «Ma come fate a vivere senza ascensore in questo palazzo?» esordì, sventolandosi una mano davanti al viso. «Fa un caldo asfissiante. E poi non so come fai a sopportare questa musica, Tommy... ma non avevi comprato il tè freddo che ti avevo chiesto?» Andrea non esitò un istante. Le prese la borsa, le baciò la tempia e le cedette immediatamente la sedia migliore, quella proprio davanti al getto del ventilatore. Io e Marta ci scambiammo un'occhiata rapida, impercettibile. Non serviva aggiungere niente. Conoscevamo il copione.

Camilla si sistemò sulla sedia incrociando le gambe. Era l'esatto opposto di Marta. Aveva un fisico minuto, leggero, delicato. Una silhouette sottile che però sapeva valorizzare in modo letale. Indossava un top nero scollato che giocava sapientemente con le trasparenze, mettendo in risalto un seno piccolo, compatto e sodo, rendendolo malizioso attraverso un contrasto elegante. Il suo fascino stava tutto lì: nell'aria da bambolina curata nei minimi dettagli. Le spalle strette, le braccia fini, il collo sottile impreziosito da un choker nero. Persino i piedi nudi nei sandali sottili erano perfetti, con quello smalto bianco e ordinato che tradiva ore davanti allo specchio. Il suo viso era dolce ma tutt'altro che ingenuo: i grandi occhi scuri si muovevano calcolatori nella stanza, velati da quell'espressione distaccata di chi sa sempre esattamente quale posa assumere.

Mentre Andrea apriva le pizze, lo sguardo di Camilla cadde sul frigorifero. Si fermò su una vecchia polaroid attaccata con un magnete: noi tre, a dodici anni, sporchi di sabbia e abbracciati in spiaggia. «Ma non vi siete mai stancati di stare sempre e solo voi tre?» domandò, la voce che fingeva una curiosità innocente. Andrea rise, sfilandosi un pezzo di crosta. «Scherzi? Ti ricordi Tommy quando cadde dal pedalò?» «Colpa di Marta che mi spinse,» ribattei io pronto, strappando un sorriso aperto a Marta dal balcone. Camilla, però, non rise. Fissò la foto un secondo di troppo. E in quel momento mi fu chiaro: lei non detestava solo noi come persone. Detestava un legame intimo in cui non poteva entrare, un mondo di cui non possedeva le chiavi.

La cena procedette sulla stessa falsariga. Camilla mise in atto il suo consueto, silenzioso spettacolo di controllo. Se Andrea raccontava un aneddoto del lavoro, lei lo correggeva sui dettagli. Se il telefono di lui si illuminava, lei allungava le dita sottili con lo smalto scuro per girare lo schermo verso di sé. A un certo punto si voltò verso di lui, accavallando le gambe snelle e stringendo i fianchi piccoli contro lo schienale della sedia. «Andre, mi vai a prendere le sigarette in macchina? E poi andiamo via, mi sta venendo mal di testa. Te l'avevo detto che dovevamo tornare presto, ricordi?» «Va bene, amore,» mormorò lui con un sorriso stanco, accondiscendente. «Dopo.» «Non iniziare, Andre.» «Te le prendo io, dai.»

Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie. Feci per aprire bocca, ma Marta mi inchiodò con lo sguardo. Mi lanciò un avvertimento muto, duro. Ci eravamo ripromessi di non attaccare più Camilla apertamente per non mettere Andrea all'angolo, e lei me lo stava ricordando senza usare una sillaba.

Nel frattempo, il telefono di Marta, appoggiato sul tavolo, prese a vibrare in modo insistente. Lo schermo si illuminava a intermittenza mostrando il nome di Leonardo. Riuscii a leggere di sfuggita l'anteprima dei messaggi: Pensavo saresti venuta da me. Avevi detto che avremmo parlato.Evidentemente con i tuoi amici stai meglio.

Marta leggeva, la mascella leggermente contratta, e bloccava lo schermo senza rispondere. Io me ne accorsi, ma non dissi una parola davanti agli altri. Lasciai cadere quel silenzio tra noi, denso e complice, sapendo bene cosa stesse succedendo. Ma anche Camilla vide il nome lampeggiare. E non si lasciò sfuggire l'occasione. Fingendo di pulirsi le dita con un tovagliolo, inclinò la testa bionda e mossa, sfoggiando un'innocenza spietata. «Ma voi due state ancora insieme davvero?» domandò. Marta la fissò, immobile. «È che non sembrate una vera coppia,» incalzò Camilla, aggiustandosi il top e spingendo in fuori il petto minuto. «Non dormite mai insieme, non andate mai via da soli… sembra più un’amicizia, di quelle buone solo per farsi le foto su Instagram.» «Dai, Cami, lascia stare...» provò a intervenire Andrea, ma con una voce così debole da sembrare trasparente. Camilla lo ignorò, assestando il colpo finale. «Dico solo che, magari, lui prima o poi si stanca di aspettare.»

L'aria nella stanza divenne di colpo pesante. Io smisi di sorridere. Le mie dita si strinsero attorno al bicchiere di vetro fino a farmi sbiancare le nocche. Ero l'unico a sapere che Leonardo aveva già smesso di aspettare, e nel senso più brutale del termine: Marta aveva già scelto un altro, e la situazione era un campo minato. Marta, però, non fece una piega. Mostrò un sorriso freddo, tagliente, che le tirò i lineamenti dolci del viso rendendoli affilati. «Non credo siano affari tuoi,» rispose, la voce ferma. «Infatti,» replicò Camilla, accarezzando il braccio di Andrea quasi per calmare lui. «Era solo strano.» «Cosa?» «Che una ragazza così... sicura di sé, abbia tanta paura di fare una cosa normalissima come stare con il proprio fidanzato.» «Camilla,» la riprese Andrea, un po' più duro stavolta. Lei sbatté le ciglia. «Che c’è? Ho detto qualcosa di falso?»

La rabbia mi montò nel petto. Aprii la bocca, pronto a demolirla, pronto a dirle esattamente cosa pensavo di lei e del suo guinzaglio. Ma non feci in tempo a emettere un suono. Sotto il tavolo, il ginocchio nudo di Marta si premette con forza contro il mio. La pelle calda e morbida della sua coscia scivolò contro i miei pantaloni, un tocco elettrico e improvviso che mi bloccò il respiro in gola. Era un chiaro invito a tacere. Ma non si ritrasse. Il contatto durò troppo. Il calore della sua gamba contro la mia divenne pesante, denso, carico di un'intimità che non c'entrava nulla con l'amicizia infantile. Camilla, dal lato opposto del tavolo, abbassò lo sguardo. Notò il movimento, notò la mia immobilità improvvisa. Non capì il significato profondo di quel tocco, ma i suoi occhi scuri si assottigliarono, registrando l'anomalia. Il seme del dubbio era stato appena piantato.

La serata non durò ancora molto. Il momento in cui Camilla capì di non essere più il centro esatto della nostra gravità coincise con la sua improvvisa, irrevocabile stanchezza.

Si alzò in piedi sistemandosi la scollatura del top, lisciando una piega inesistente sui pantaloni. «Sono stanca morta,» annunciò, guardando Andrea dall'alto in basso. «Andiamo a casa, Andre. Mi sta scoppiando la testa.» Lui sbatté le palpebre, colto in contropiede. Aveva ancora mezza birra nel bicchiere e stava per iniziare a raccontare di un vecchio professore del liceo. «Adesso? Ma... non volevamo finire di vedere il film?» «Puoi restare, se vuoi,» rispose lei, con quel tono di voce che significava esattamente il contrario. «Io chiamo un taxi.» Andrea sospirò, sconfitto in partenza. «No, figurati. Ti accompagno io.» Mentre lui si infilava la giacca in corridoio, Marta rimase comodamente seduta sul divano, le gambe incrociate sotto la mia vecchia maglietta. «Tu che fai, Marti?» le chiese Andrea, affacciandosi. «Ti diamo uno strappo?» «No, tranquilli. Aspetto ancora un po' prima di chiamare una macchina. Finisco il vino.» Io finsi la più totale indifferenza, raccogliendo i cartoni della pizza per impilarli, senza incrociare lo sguardo di nessuno.

Ma Camilla ci stava osservando. I suoi occhi scuri saettarono da me a Marta, registrando la nostra immobilità, il modo quasi innaturale in cui stavamo evitando di guardarci. Mentre Andrea la chiamava dal corridoio, Camilla si voltò verso il divano. Con un movimento fluido e apparentemente distratto, la sua mano scivolò vicino al cuscino. Nessuno sembrò farci caso, ma un piccolo riflesso metallico sparì nella fessura della stoffa: la sua sigaretta elettronica.

Si fermò sulla soglia, la borsa sulla spalla. Guardò Marta con un sorriso che non le arrivava agli occhi. «Non fare troppo tardi, tesoro,» le disse, la voce un velluto intriso di veleno. «Leonardo potrebbe preoccuparsi.» Marta si irrigidì. Un blocco di ghiaccio istantaneo. Poi, la porta si chiuse con un tonfo metallico.

Il silenzio invase la stanza. Sentii il ronzio del frigorifero, poi il rumore sordo dell'ascensore che si metteva in moto al piano, portandoli via. Raccolsi uno dei bicchieri vuoti dal tavolo. Marta, invece, aveva ancora lo sguardo fisso sulla porta chiusa, la mascella contratta. «Non avresti dovuto lasciarla parlare così,» le dissi, rompendo quell'aria pesante che ci stava schiacciando. Lei si voltò di scatto. Gli occhi le brillavano di una rabbia lucida. «E tu non avresti dovuto guardarmi come se volessi ammazzarla.» «Non guardavo te.» «Bugiardo.» Si alzò dal divano e mi venne incontro, i passi veloci, già irritata, il respiro che le sollevava il petto sotto il cotone leggero della maglietta. Si fermò a un palmo da me, l'odore della sua pelle che mi investiva. La guardai dall'alto in basso, incapace di fermare la lingua. «Che diavolo voleva Leonardo in quei messaggi?» Marta sgranò gli occhi, stringendo i pugni. «Non osare nominarlo. Non ora.» E poi mi baciò.

Quando Marta mi spinse con forza contro il mobile della cucina, il bicchiere che avevo ancora in mano cadde sul tappeto senza rompersi. Nessuno dei due si fermò a raccoglierlo.

Eravamo un groviglio di pelle lucida e respiri rotti, persi nel centro esatto del mio letto sfatto. L'aria della camera era diventata densa, satura del nostro odore, del calore di due corpi che si conoscevano da una vita e che ora si stavano consumando con una fame rabbiosa.

Ero sopra di lei. Il petto mi bruciava per lo sforzo, il sudore mi colava lungo la schiena mentre spingevo i fianchi contro i suoi, seguendo un ritmo serrato, spietato. Il rumore della nostra pelle che sbatteva riecheggiava nella stanza, un suono osceno e perfetto che mi faceva impazzire. Marta aveva le gambe sollevate e spalancate, agganciate in alto, spingendo le ginocchia indietro. Nella foga dei nostri movimenti, i suoi piedi nudi erano finiti quasi contro il mio viso. Vedevo lo smalto scheggiato sulle unghie, la curva delicata del suo collo del piede. Senza smettere di spingere dentro di lei, girai la testa e passai la lingua sulla pianta del suo piede, assaporando il sapore salato della sua pelle. Lei sussultò violentemente, inarcando la schiena. Un gemito le fuoriescì dalle labbra gonfie, le unghie che mi graffiavano le spalle. «Cristo, Marta,» ringhiai, affondando ancora più a fondo. La sensazione era travolgente. Era strettissima, le pareti del suo corpo mi avvolgevano, stringevano la mia virilità come una morsa bollente a ogni singola spinta, quasi volessero trattenermi lì dentro per sempre.

«Sei... sei un idiota, Tommy...» ansimò lei, la voce spezzata, guardandomi con quegli occhi dilatati e scuri per il piacere, il sorriso malizioso di sempre che ora era diventato una smorfia di pura lussuria. «E tu sei insopportabile,» le risposi con un fiato corto, le mani che scivolavano sui suoi fianchi larghi e pieni, afferrandole il sedere sodo per tirarla ancora più contro di me, massimizzando l'attrito, la penetrazione profonda. Il letto cigolava disperatamente sotto di noi. Non c'era dolcezza, non c'erano le carezze timide di una prima volta. C'era l'urgenza di anni passati a guardarsi, a punzecchiarsi, riversata tutta in quella fisicità brutale e carnale.

«Più forte...» implorò lei, buttando la testa all'indietro, i capelli castani incollati alla fronte sudata. Accelerai il ritmo, il battito del mio cuore che rimbombava nelle orecchie come un tamburo. La sentivo fremere intorno a me, le sue pareti interne che iniziavano a pulsare e contrarsi spasmodicamente, stringendomi fino a farmi mancare il respiro. Marta mi afferrò i capelli, tirandomi verso il suo viso per divorarmi la bocca. L'orgasmo la investì come un'onda d'urto, il suo corpo che si tendeva come una corda di violino mentre gridava il mio nome contro le mie labbra. La sua stretta disperata fu la spinta finale. Cedetti, sprofondando dentro di lei un'ultima, lunghissima volta, svuotandomi completamente mentre il mio respiro si rompeva in un grugnito rauco contro il suo collo bagnato di sudore. Rimanemmo così, i petti che si alzavano e si abbassavano all'unisono, il rumore del nostro respiro che riempiva lentamente la stanza ormai silenziosa.

L'aria nella stanza si stava raffreddando, portandosi via l'odore acre e dolciastro del nostro sesso. Marta fu la prima a muoversi. Si alzò dal letto con quella sua improvvisa, spietata efficienza che seguiva sempre i nostri crolli. Recuperò i vestiti sparsi sul pavimento, ma, per comodità o per pura abitudine, afferrò una mia t-shirt pulita dalla sedia e se la infilò al posto del suo top.

Io rimasi sdraiato supino, le braccia dietro la testa, il respiro ancora corto. La guardavo muoversi per la stanza, osservando come la razionalità le stesse ricadendo addosso come un'armatura.

Il display del suo telefono, abbandonato sul comodino, si illuminò. Lo schermo era rivolto verso di me, impossibile non leggere.

Mi dispiace per prima. Non voglio metterti pressione. Scrivimi quando torni a casa.

Marta finì di allacciarsi i jeans. Lo sguardo le cadde sullo schermo. La vidi fermarsi, le spalle che si abbassavano di un millimetro sotto il peso improvviso del senso di colpa. Poi, con un gesto fluido e distaccato, prese il telefono, lo girò a faccia in giù e lo rimise al suo posto.

«Gli rispondi?» chiesi, la voce ancora roca. «Dopo.» Non si voltò a guardarmi. «Quando?» «Non iniziare, Tommy.»

Strinsi i denti. Avrei voluto chiederle se avesse intenzione di lasciarlo. Avrei voluto urlarle che quella situazione stava diventando grottesca. Ma tacqui. Sapevo benissimo che quella domanda avrebbe violato la regola centrale del nostro rapporto clandestino.

Marta si sedette sul bordo del letto, accanto alla mia gamba. Era sconvolta dal piacere, lo vedevo dal rossore che ancora le macchiava il collo, ma era già intenta a ricostruire le proprie difese. Guardò le lenzuola sfatte, poi me. «Non possiamo continuare così.» Sorrisi amaramente, fissando il soffitto. «Lo dici dalla maturità.»

La parola rimase sospesa nell'aria, pesante come un macigno. Marta smise di sistemarsi i capelli. Si bloccò. «Non nominarla,» sibilò. «Perché? È da lì che abbiamo cominciato a mentire.»

Mancavano poche settimane agli esami. Avevamo appena compiuto diciotto anni e il mondo sembrava in procinto di crollarci addosso. Tutti alla festa post-ultimo giorno di scuola fingevano di essere su di giri per il futuro, ma la verità era che avevamo il terrore di separarci. Andrea aveva già deciso l'università. Io brancolavo nel buio. Marta aveva fatto test d'ammissione in mezza Italia senza dirci nulla.

Quella sera l'aria era densa di malinconia a buon mercato: musica pessima troppo alta, bottiglie di vodka discount, ragazzi che pomiciavano nei corridoi convinti fosse l'ultima occasione della loro vita. Noi tre eravamo rimasti incollati. Andrea aveva bevuto l'inverosimile, tanto che un paio di compagni si erano offerti di trascinarlo a casa prima che collassasse sul prato. Prima di barcollare via, ci aveva buttato le braccia al collo. «Tranquilli,» aveva biascicato, ridendo. «Tanto voi due vi controllate a vicenda.» Una frase che, di lì a un paio d'ore, sarebbe diventata un'ironia atroce.

La verità è che l'attrazione non era nata in quel momento. C'era sempre stata, incastrata nelle crepe della nostra amicizia. Io notavo ogni volta che Marta cambiava profumo; lei diventava una iena se accennavo a una compagna di classe. In gita finivamo a dormire spalla contro spalla, ci cambiavamo i vestiti davanti all'altro senza malizia, ma con un peso nello stomaco sempre più evidente. Andrea ci sfotteva dicendo che sembravamo i signori Mondello, e noi reagivamo con facce schifate pur di non far crollare il teatrino. Io mentivo spacciandomi per un mezzo playboy. Lei aveva avuto qualche filarino, ma si era sempre fermata prima. Eravamo due diciottenni terrorizzati.

La accompagnai a casa a piedi. Faceva caldo, le strade erano deserte. Avevamo bevuto abbastanza da sciogliere i freni, ma non abbastanza da non sapere esattamente cosa stavamo facendo. Marta camminava con le scarpe in mano, imprecando contro i tacchi. Io avevo la camicia bianca coperta di pennarelli. Sulla schiena, Andrea mi aveva scritto:

Non cambiate mai, stronzi.

«Quando pensavi di dirmelo che te ne vai a Bologna?» le chiesi, calciando un sasso. «Quando fossi stata sicura di passare.» «Andrea lo sa?» Lei scosse la testa, i capelli lisci che le sfioravano le spalle. «No.» «Quindi sono il primo.» «Non montarti la testa, Tommy.»

I suoi erano via per il weekend. Mi disse di salire a bere un bicchiere d'acqua per smaltire la birra. Nessuno dei due aveva pianificato nulla. In cucina, sotto la luce fredda del neon, leggevamo le firme sulle camicie, ridevamo delle foto mosse, parlavamo di Andrea. Cercavamo disperatamente di fermare il tempo.

Poi, dal nulla, Marta mi guardò. «Tu l'hai già fatto?» «Sì,» mentii d'istinto. Lei mi fissò. Bastò un secondo. «Con chi?» Aprii la bocca, ma non uscì un suono. Marta sorrise, ma senza cattiveria. Era uno sguardo tenero. «Sei vergine.» «Anche tu,» ribattei sulla difensiva. Lei non negò.

Non fu romantico. Fu impulsivo, crudo. «Forse dovremmo farlo insieme,» buttò lì, la voce leggermente incrinata. «Così, tanto per?» chiesi, il cuore che mi martellava in gola. «Non "tanto per".» «E allora perché?» Tirò fuori mille scuse razionali: ci fidavamo, non volevamo farlo con sconosciuti, l'anno dopo ci saremmo separati, non ci saremmo giudicati. La verità impronunciabile era che ci desideravamo fino a stare male. Cercai di resistere. «E Andrea?» Marta mi guardò confusa. «Che c'entra Andrea?» «C'entra sempre.» Non parlavo di tradimento romantico. Parlavo di creare un mondo in cui lui non poteva entrare. «Non deve saperlo,» rispose lei, decisa.

Il primo bacio fu un disastro. Troppa tensione. Ci scontrammo con i denti, ci staccammo ridacchiando per il nervosismo. «Possiamo ancora fingere che fosse una battuta,» sussurrai. Lei mi guardò negli occhi. «Tu forse.» E mi baciò di nuovo. Lì cambiò tutto. Emerse la familiarità, l'odore della sua pelle che conoscevo da anni mischiato a qualcosa di totalmente nuovo, elettrico. Le misi una mano sul fianco, esitante. Lei me la prese, ma invece di allontanarla, se la schiacciò contro.

Finimmo sul letto dei suoi, in un intrico di vestiti tolti male. La camicia con la scritta di Andrea finì gettata sulla sedia. Le mie mani tremavano mentre le sfilavo la maglietta. Anche lei cercava di fare la spavalda, ma quando ci ritrovammo nudi l'uno davanti all'altra, la sicurezza svanì. «Non so cosa sto facendo,» sussurrò lei, rossa in viso. «Nemmeno io,» le risposi, e quella confessione ci unì più di ogni altra cosa.

La baciai sul collo, scendendo lentamente. Le mie mani inesperte ma affamate scoprirono il suo corpo. Le afferrai il seno, piccolo ma pieno, stringendolo tra i palmi, sentendo i capezzoli indurirsi sotto il mio tocco goffo ma deciso. Lei ansimò, inarcando la schiena. La sentivo tesa, spaventata, ma quando le scivolai in mezzo alle gambe, era già bollente e bagnata per me. Ci aiutammo a vicenda. Lei mi guidò con le dita tremanti. Quando entrai, la resistenza del suo corpo ci fece bloccare entrambi. «Fermati...» ansimò, aggrappandosi alle mie spalle. Rimasi immobile, il sudore che mi colava sulla fronte. «Ti faccio male?» «No. Guardami,» mi sussurrò. «Non smettere di guardarmi, Tommy.»

Senza distogliere lo sguardo, spinsi in avanti. Il dolore iniziale si sciolse in un lamento spezzato, che divenne presto un gemito caldo, disperato. Iniziammo a muoverci, prima goffamente, sbagliando i ritmi, poi trovando la nostra cadenza. Le afferrai i fianchi larghi, stringendole il culo nudo e morbido, tirandola contro il mio bacino a ogni spinta. Il letto cigolava nel silenzio irreale della casa vuota. Il sudore incollava i nostri petti. L'inesperienza si trasformò in una furia cieca, un desiderio represso per anni. Marta affondò le unghie nella mia schiena, gridando il mio nome in un gemito soffocato contro la mia spalla. Sentire il suo corpo contrarsi sotto e intorno a me mi fece perdere ogni freno, esplodendo dentro di lei mentre sentivo il mondo fuori dalla finestra cambiare per sempre.

Rimanemmo sdraiati vicini per un tempo infinito. Il silenzio era assordante. «Non dirlo ad Andrea,» disse lei all'improvviso, fissando il buio. Incassai il colpo, pur capendo. «Era già quello che pensavo.» «Non perché mi vergogno.» «Certo.» Mi spiegò freddamente che Andrea avrebbe distrutto tutto. Ci avrebbe visti come una coppia, si sarebbe sentito terzo incomodo, avrebbe avuto paura di perdere il trio. «E se avesse ragione?» le chiesi. Non rispose. Fissammo le regole, come se stessimo siglando un trattato di pace: Andrea non l'avrebbe mai saputo; non saremmo mai diventati una coppia; se uno dei due si fosse innamorato davvero, sarebbe finita. Mi tese la mano nuda sotto le lenzuola. Gliela strinsi. «È successo una volta sola,» concluse. La bugia più grande della nostra vita.

Alle dieci del mattino il telefono di Marta squillò. Era Andrea, allegro e con la voce impastata. «Ma dove siete finiti ieri?» strillò dal vivavoce. Marta mi guardò, io guardai lei. «Tommy mi ha accompagnata a casa,» rispose lei, con una naturalezza che mi fece venire i brividi. «Lo sapevo,» rise Andrea. «Posso sempre contare su voi due. Oggi pomeriggio ci siete?» «Certo.» La telefonata finì. Quello fu il momento esatto in cui il segreto mise le radici.

Pensavamo di potercela fare. Per mesi mantenemmo la parola. Lei iniziò l'università, io feci i miei giri. Ma a Natale, dopo una serata al pub in cui Andrea ci aveva lasciati soli, ci ritrovammo chiusi nella mia macchina. «Ci pensi mai?» mi chiese lei. «No.» «Nemmeno io.» Tre minuti dopo le stavo strappando la camicia sul sedile del passeggero.

Quella seconda volta cambiò le regole del gioco. Non c'era inesperienza a scusarci, non era un errore. Era fame. E da allora, non abbiamo mai davvero smesso. Abbiamo funzionato a cicli: interrompevamo tutto se uno iniziava a uscire con qualcuno, per poi ricaderci la sera stessa in cui ci si lasciava. Abbiamo scopato dopo litigi furibondi, dopo feste noiose, durante le vacanze estive quando Andrea si addormentava. Abbiamo costruito intere relazioni vere sopra la base marcia della nostra bugia.

Non siamo mai stati una coppia clandestina. Siamo solo due persone che, da quattro anni, non riescono a chiudere la porta che hanno aperto a diciotto.

L’aria era ancora carica e densa. Guardai Marta, che stava cercando di rimettere insieme i pezzi della sua razionalità fasciata nella mia t-shirt.

«Non doveva succedere nemmeno la seconda,» le dissi, la voce bassa, rompendo il silenzio. Marta si voltò di scatto, afferrò uno dei cuscini dal letto e me lo tirò dritto in faccia con forza. «Stai zitto, Tommy,» sbottò, ma l'angolo della sua bocca tradiva un accenno di sorriso. Schivai il colpo ridendo. La tirai per un braccio, facendola cadere di nuovo sul materasso accanto a me. Lei sbuffò, cercando di divincolarsi, ma finimmo per aggrovigliarci in una lotta giocosa. Per qualche secondo tornammo leggeri. Eravamo solo io e lei, i due stronzi di sempre, capaci di prendersi in giro e di stare bene insieme senza bisogno di difese.

Ma la leggerezza durò poco. Mentre cercavo di bloccarle i polsi sopra la testa, i nostri sguardi si incrociarono. Il suo sorriso si spense, sostituito da quel guizzo scuro e affamato che conoscevo fin troppo bene. Il respiro le si spezzò nel petto, sollevando il tessuto leggero della mia maglietta. Non ci fu bisogno di dire nulla. Mollai la presa sui suoi polsi e le afferrai il viso, baciandola con un'urgenza improvvisa, rabbiosa. Lei mi rispose con la stessa foga, schiudendo le labbra per accogliere la mia lingua, le sue mani che scivolavano frenetiche dietro la mia nuca per tirarmi ancora più vicino.

Fu un incendio istantaneo. La spinsi con la schiena contro le lenzuola stropicciate, scendendo con la bocca lungo il suo collo, mordicchiando la pelle sensibile fino a farla sussultare. Le sfilai la t-shirt in un unico movimento fluido, gettandola sul pavimento. Il suo petto nudo si sollevava a un ritmo frenetico. Le mie mani tornarono a esplorare ogni centimetro del suo corpo morbido e compatto, stringendo i suoi seni, accarezzando la curva piena dei fianchi. Marta inarcò la schiena, un gemito roco le sfuggì dalle labbra quando le mie dita tracciarono l'elastico dei suoi slip prima di liberarsene del tutto. La pelle era bollente, sudata, carica di un'elettricità palpabile. I nostri corpi si scontrarono di nuovo, cercandosi con una fisicità spietata, un ritmo serrato e profondo che ci fece perdere del tutto la cognizione del tempo e dello spazio. Il suono dei nostri respiri affannosi e dei nostri gemiti riempiva la stanza, cancellando il resto del mondo.

Eravamo così persi nel nostro caos che non sentimmo nulla. Non sentimmo la porta d'ingresso aprirsi, sbloccata dal codice che Andrea, nella sua infinita ingenuità, le aveva sicuramente dato.

L'avrei ricostruito solo dopo. Camilla era tornata con la scusa di aver dimenticato il bracciale, ma la verità era che aveva percepito il cambiamento nell'aria. Voleva controllare. Avrebbe trovato il soggiorno vuoto. Avrebbe notato i bicchieri usati sul tavolo, la borsa di Marta abbandonata sul divano, i miei vestiti sparsi sul pavimento e il telefono dimenticato. Avrebbe colto quel silenzio innaturale, prima di iniziare a camminare lentamente lungo il corridoio, seguendo il suono inequivocabile dei nostri gemiti.

Non chiudemmo mai la porta della camera. Non l'avevamo mai fatto. Il culmine del nostro piacere si spezzò in un istante. Mi ero appena sollevato sulle braccia per guardare il viso di Marta, stravolto dal piacere, quando un'ombra si allungò sulla soglia illuminata della stanza.

Mi bloccai. Marta aprì gli occhi, seguendo il mio sguardo. Camilla era lì. Perfettamente immobile. Aveva visto abbastanza da non poter essere ingannata. Ci aveva sorpresi esattamente nel mezzo, circondati dalle lenzuola sfatte, nudi e sudati.

Per un secondo infinito, nessuno respirò. Il volto di Camilla era una maschera di autentico shock. Il disgusto e la ferita le tremarono negli occhi. Stava pensando ad Andrea. Alla fiducia cieca, alle difese che lui aveva eretto per proteggerci. Poi, lo shock scivolò via, lasciando spazio a un calcolo gelido. Non ci fu nessuna scenata isterica. Nessun urlo. Guardò direttamente Marta.

«Tu con Leonardo non lo fai.» Fu la sua prima, letale frase. Non le importava che stessimo scopando. La colpiva il potere, la contraddizione feroce: la fidanzata perfetta che faceva aspettare il suo ragazzo, ma si faceva spogliare dal migliore amico.

Marta, pallida come un lenzuolo, cercò di tirarsi su il lenzuolo sul petto. «Camilla…» «Non dire il mio nome,» sibilò lei, la voce tagliente come vetro.

Feci per scendere dal letto, avanzando verso di lei con un gesto istintivo per fermarla. «Ascolta, non è come—» Camilla alzò la mano. Stringeva il suo smartphone. La vidi cambiare. La ragazza ferita scomparve. Aveva appena capito di avere tra le mani l'arma definitiva, il potere assoluto sul nostro intoccabile trio. Non chiamò Andrea. Non scappò piangendo. Fece un passo indietro nel corridoio, afferrò la maniglia e, con una lentezza calcolata e spaventosamente minacciosa, tirò la porta verso di sé, senza chiuderla del tutto.

«Dammi il telefono,» ringhiai, la voce carica di rabbia fredda. Camilla mi fissò, poi spostò lo sguardo su Marta. «Perché?» domandò, la voce calma e velenosa. «Avete paura che faccia una foto?» Marta fece per scattare in avanti, ma era troppo tardi. Camilla sollevò lo schermo all'altezza del viso, attivando la fotocamera. «Non vi muovete.» Il flash illuminò la stanza per una frazione di secondo. Un lampo bianco e spietato.

Camilla abbassò il telefono, osservò l'immagine sullo schermo e sorrise. Fu il primo sorriso della serata, ma era completamente privo di allegria. Era il sorriso di chi ha appena vinto una guerra che noi non sapevamo nemmeno di stare combattendo. «Andrea deve proprio vedere questa,» mormorò. Poi, chiuse la porta.

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