La porta d'ingresso si aprì senza che il campanello suonasse. Un secondo dopo, lo sportello del frigorifero sbatté con un tonfo sordo. «Tommy, ma sei serio? Di nuovo senza la mia birra?» la voce di Andrea mi raggiunse dalla cucina prima ancora che lui comparisse in corridoio. «Sapevo che avresti rotto le scatole,» risposi, senza nemmeno alzare gli occhi dal tavolo. «C'è la bionda artigianale, fattela andare bene.» «E le olive sulla pizza le facciamo togliere, vero?» continuò lui, digitando veloce sul mio telefono per cambiare la musica. Conosceva il mio codice di sblocco a memoria da anni. «Sennò le passo tutte a Marta. Come facevi in terza liceo, Cinghiale,» aggiunsi, usando quel vecchio soprannome che ormai non faceva ridere nessun altro al mondo tranne noi tre.
Marta era già fuori sul balcone. Aveva i piedi appoggiati su una seconda sedia e addosso una mia vecchia maglietta grigia che le arrivava appena sotto i fianchi. Senza dire una parola, allungò la mano, prese il mio bicchiere dal tavolino e ne bevve un sorso profondo. La stoffa leggera del cotone le cadeva addosso mettendo in risalto un fisico morbido, giovane e compatto. Non era una ragazza magrissima né esageratamente formosa; aveva quel corpo normale ma intrinsecamente provocante. La maglietta lasciava scoperte le cosce piene, lisce e compatte, che le davano un'aria calda, mediterranea, sensuale in modo del tutto naturale, senza bisogno di pose. Il viso le si illuminò in un sorriso malizioso, gli occhi castani chiari che brillavano mentre mi restituiva il bicchiere. Le guance rosee e la bocca piena le conferivano quell'aria dolce, un po' da ragazza di provincia, ma che sapeva perfettamente l'effetto che faceva.
Eravamo così. Un ritmo continuo, fluido, collaudato. Poi, arrivò Camilla. E il ritmo non si adattò: si spezzò.
Rimase ferma sulla soglia, la porta mezza aperta, aspettando che Andrea tornasse indietro in corridoio a prenderle la borsa di pelle, anche se avrebbe benissimo potuto portarla da sola. «Ma come fate a vivere senza ascensore in questo palazzo?» esordì, sventolandosi una mano davanti al viso. «Fa un caldo asfissiante. E poi non so come fai a sopportare questa musica, Tommy... ma non avevi comprato il tè freddo che ti avevo chiesto?» Andrea non esitò un istante. Le prese la borsa, le baciò la tempia e le cedette immediatamente la sedia migliore, quella proprio davanti al getto del ventilatore. Io e Marta ci scambiammo un'occhiata rapida, impercettibile. Non serviva aggiungere niente. Conoscevamo il copione.
Camilla si sistemò sulla sedia incrociando le gambe. Era l'esatto opposto di Marta. Aveva un fisico minuto, leggero, delicato. Una silhouette sottile che però sapeva valorizzare in modo letale. Indossava un top nero scollato che giocava sapientemente con le trasparenze, mettendo in risalto un seno piccolo, compatto e sodo, rendendolo malizioso attraverso un contrasto elegante. Il suo fascino stava tutto lì: nell'aria da bambolina curata nei minimi dettagli. Le spalle strette, le braccia fini, il collo sottile impreziosito da un choker nero. Persino i piedi nudi nei sandali sottili erano perfetti, con quello smalto bianco e ordinato che tradiva ore davanti allo specchio. Il suo viso era dolce ma tutt'altro che ingenuo: i grandi occhi scuri si muovevano calcolatori nella stanza, velati da quell'espressione distaccata di chi sa sempre esattamente quale posa assumere.
Mentre Andrea apriva le pizze, lo sguardo di Camilla cadde sul frigorifero. Si fermò su una vecchia polaroid attaccata con un magnete: noi tre, a dodici anni, sporchi di sabbia e abbracciati in spiaggia. «Ma non vi siete mai stancati di stare sempre e solo voi tre?» domandò, la voce che fingeva una curiosità innocente. Andrea rise, sfilandosi un pezzo di crosta. «Scherzi? Ti ricordi Tommy quando cadde dal pedalò?» «Colpa di Marta che mi spinse,» ribattei io pronto, strappando un sorriso aperto a Marta dal balcone. Camilla, però, non rise. Fissò la foto un secondo di troppo. E in quel momento mi fu chiaro: lei non detestava solo noi come persone. Detestava un legame intimo in cui non poteva entrare, un mondo di cui non possedeva le chiavi.
La cena procedette sulla stessa falsariga. Camilla mise in atto il suo consueto, silenzioso spettacolo di controllo. Se Andrea raccontava un aneddoto del lavoro, lei lo correggeva sui dettagli. Se il telefono di lui si illuminava, lei allungava le dita sottili con lo smalto scuro per girare lo schermo verso di sé. A un certo punto si voltò verso di lui, accavallando le gambe snelle e stringendo i fianchi piccoli contro lo schienale della sedia. «Andre, mi vai a prendere le sigarette in macchina? E poi andiamo via, mi sta venendo mal di testa. Te l'avevo detto che dovevamo tornare presto, ricordi?» «Va bene, amore,» mormorò lui con un sorriso stanco, accondiscendente. «Dopo.» «Non iniziare, Andre.» «Te le prendo io, dai.»
Sentii il sangue pulsarmi nelle tempie. Feci per aprire bocca, ma Marta mi inchiodò con lo sguardo. Mi lanciò un avvertimento muto, duro. Ci eravamo ripromessi di non attaccare più Camilla apertamente per non mettere Andrea all'angolo, e lei me lo stava ricordando senza usare una sillaba.
Nel frattempo, il telefono di Marta, appoggiato sul tavolo, prese a vibrare in modo insistente. Lo schermo si illuminava a intermittenza mostrando il nome di Leonardo. Riuscii a leggere di sfuggita l'anteprima dei messaggi: Pensavo saresti venuta da me. Avevi detto che avremmo parlato.Evidentemente con i tuoi amici stai meglio.
Marta leggeva, la mascella leggermente contratta, e bloccava lo schermo senza rispondere. Io me ne accorsi, ma non dissi una parola davanti agli altri. Lasciai cadere quel silenzio tra noi, denso e complice, sapendo bene cosa stesse succedendo. Ma anche Camilla vide il nome lampeggiare. E non si lasciò sfuggire l'occasione. Fingendo di pulirsi le dita con un tovagliolo, inclinò la testa bionda e mossa, sfoggiando un'innocenza spietata. «Ma voi due state ancora insieme davvero?» domandò. Marta la fissò, immobile. «È che non sembrate una vera coppia,» incalzò Camilla, aggiustandosi il top e spingendo in fuori il petto minuto. «Non dormite mai insieme, non andate mai via da soli… sembra più un’amicizia, di quelle buone solo per farsi le foto su Instagram.» «Dai, Cami, lascia stare...» provò a intervenire Andrea, ma con una voce così debole da sembrare trasparente. Camilla lo ignorò, assestando il colpo finale. «Dico solo che, magari, lui prima o poi si stanca di aspettare.»
L'aria nella stanza divenne di colpo pesante. Io smisi di sorridere. Le mie dita si strinsero attorno al bicchiere di vetro fino a farmi sbiancare le nocche. Ero l'unico a sapere che Leonardo aveva già smesso di aspettare, e nel senso più brutale del termine: Marta aveva già scelto un altro, e la situazione era un campo minato. Marta, però, non fece una piega. Mostrò un sorriso freddo, tagliente, che le tirò i lineamenti dolci del viso rendendoli affilati. «Non credo siano affari tuoi,» rispose, la voce ferma. «Infatti,» replicò Camilla, accarezzando il braccio di Andrea quasi per calmare lui. «Era solo strano.» «Cosa?» «Che una ragazza così... sicura di sé, abbia tanta paura di fare una cosa normalissima come stare con il proprio fidanzato.» «Camilla,» la riprese Andrea, un po' più duro stavolta. Lei sbatté le ciglia. «Che c’è? Ho detto qualcosa di falso?»
La rabbia mi montò nel petto. Aprii la bocca, pronto a demolirla, pronto a dirle esattamente cosa pensavo di lei e del suo guinzaglio. Ma non feci in tempo a emettere un suono. Sotto il tavolo, il ginocchio nudo di Marta si premette con forza contro il mio. La pelle calda e morbida della sua coscia scivolò contro i miei pantaloni, un tocco elettrico e improvviso che mi bloccò il respiro in gola. Era un chiaro invito a tacere. Ma non si ritrasse. Il contatto durò troppo. Il calore della sua gamba contro la mia divenne pesante, denso, carico di un'intimità che non c'entrava nulla con l'amicizia infantile. Camilla, dal lato opposto del tavolo, abbassò lo sguardo. Notò il movimento, notò la mia immobilità improvvisa. Non capì il significato profondo di quel tocco, ma i suoi occhi scuri si assottigliarono, registrando l'anomalia. Il seme del dubbio era stato appena piantato.
