Doposcuola

Capitolo 1 - il premio dello yogurt sulle tette

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11 hours ago

Era la terza volta che gli spiegavo le cause della Prima Guerra Mondiale, e per la terza volta il suo sguardo era perso nel vuoto. O meglio, non proprio nel vuoto.

Sospirai, passandomi una mano sul viso. Ero letteralmente disperata. Matteo, diciott'anni appena compiuti, era un caso perso. Alto, con le spalle ancora strette di chi sta finendo di crescere e una zazzera di capelli castani da piccolo nerd, se ne stava sprofondato nella sedia con una pigrizia che rasentava l'arte. Non era maleducato, anzi; ma non aveva la minima voglia di fare nulla per superare quest'ultimo anno.

"Matteo, mi stai ascoltando?" chiesi, picchiettando la penna sul libro.

Lui sbatté le palpebre, riemergendo da chissà quale fantasticheria. "Certo, Rosa. L'Arciduca Francesco Ferdinando..." mormorò, ma la sua voce si perse, e i suoi occhi scivolarono di nuovo verso il basso. Più precisamente, sul colletto della mia camicetta.

Fu in quel momento che capii di avere un'arma. Una che finora, per etica professionale, avevo tenuto chiusa nel cassetto.

A trentadue anni, sapevo perfettamente l'effetto che il mio corpo poteva avere. Il mio fascino era maturo e sicuro di sé, una sensualità elegante che nasceva dalla combinazione tra sguardo deciso, postura sicura e lineamenti armoniosi. Mentre lui faceva finta di leggere, mi osservai riflessa nel vetro della finestra. Il mio viso ovale dai tratti definiti ma morbidi, gli zigomi che donavano struttura al volto, la pelle chiara e leggermente dorata. Ma sapevo che l'elemento più magnetico erano i miei occhi: di un verde acqua intenso e penetrante, incorniciati da ciglia lunghe e scure e da sopracciglia elegantemente arcuate. Ci lasciai affiorare una scintilla di malizia.

Mi appoggiai allo schienale. Il mio corpo non era una bellezza fragile o eterea, ma quello di una donna consapevole. Le spalle sottili, il décolleté delicato e la vita stretta creavano un contrasto piacevole con i fianchi. Le mie lunghe gambe accavallate sotto il tavolo erano una calamita per lui, un richiamo impossibile da ignorare.

Sorrisi. Un sorriso sottile e complice, piegando il mio labbro inferiore, naturalmente più pieno di quello superiore. L'erotismo è un crescendo che parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile.

"Cambiamo metodo," dissi, la voce calma ma ferma.

Lui alzò la testa, sorpreso. "In che senso?"

Mi portai una mano ai capelli – un caschetto biondo dalle tonalità calde, liscio e tagliato appena oltre le spalle. Sfilai lentamente il fermaglio che teneva indietro la riga laterale, lasciando che le ciocche incorniciassero il viso con naturalezza. "Visto che la storia non ti entra in testa in modo tradizionale, useremo un sistema a premi."

Matteo si raddrizzò impercettibilmente. "Che premi?"

"Per ogni pagina che studi, comprendi e mi ripeti alla perfezione, io toglierò qualcosa. Un accessorio. Un indumento. Un bottone." Feci scivolare le mie dita toniche e slanciate sul primo bottone della mia camicia, slacciandolo con una lentezza calcolata. La pelle dorata del mio collo si offrì al suo sguardo. "Ma se sbagli una sola data, una sola, l'ora di lezione finisce qui e mi rivesto."

Il silenzio cadde pesante nella cucina. L'unico suono era il respiro corto di Matteo e il fruscio frenetico delle pagine. Non l'avevo mai visto così concentrato. La sua postura pigra era sparita, sostituita da una tensione febbrile.

"L'attentato di Sarajevo," esordì, la voce leggermente roca, non staccando gli occhi dal mio collo. "28 giugno 1914. L'arciduca viene assassinato..."

Mi appoggiai al bancone della cucina, incrociando le braccia in modo da sollevare il seno. "Continua. Le alleanze?"

Lui snocciolò la Triplice Intesa e la Triplice Alleanza senza un solo intoppo. Come promesso, le mie dita tornarono ai bottoni. Il secondo, il terzo, il quarto. Con un movimento fluido e misurato, lasciai scivolare la seta dalle spalle. La camicetta cadde a terra con un fruscio leggero, lasciandomi con addosso solo la gonna a tubino e un reggiseno nero di pizzo, semplice ma letale.

Matteo deglutì, perdendo il filo per un istante. "L-la Russia..."

"Attento," lo ammonii dolcemente, inarcando un sopracciglio e raddrizzando la schiena. "Non vorrai che mi rimetta la camicia, vero?"

"La Russia mobilita l'esercito in difesa della Serbia!" sbottò lui, stringendo i pugni sul bordo del tavolo. Iniziò a spiegare la guerra di trincea, il fronte occidentale, l'intervento degli Stati Uniti. Era affamato, disperato.

E io lo stavo ricompensando. A ogni paragrafo impeccabile, la temperatura nella cucina sembrava salire a dismisura. Con calma assoluta, mi slacciai la gonna. La lasciai cadere e ne uscii con un passo elegante, restando in slip e reggiseno. Il mio intimo non aveva bisogno di giarrettiere o fronzoli complessi per essere prorompente: la spontaneità e la sicurezza vincevano sulla complessità. La mia pelle chiara e dorata, illuminata dalla luce del tardo pomeriggio, era sufficiente a farlo impazzire. Le mie gambe lunghe e scoperte erano il trofeo che lo teneva incollato ai libri.

"L'ultimo capitolo," sussurrai, la voce carica di aspettativa. "I trattati di pace. Dimostrami che hai capito tutto, Matteo."

Lui parlò di Versailles, dei Quattordici Punti di Wilson. Sudava, il petto si alzava e si abbassava rapidamente, gli occhi incollati al contrasto del tessuto scuro sulla mia pelle. Quando pronunciò l'ultima frase, chiuse il libro con un tonfo secco. "Finito. Ho detto tutto. Perfettamente."

Mi avvicinai a lui, a passi lenti e felpati. "Sei stato un bravissimo studente," mormorai.

Mi fermai a un palmo dal suo viso. Portai le mani dietro la schiena. Il clic del gancetto metallico sembrò rimbombare nella stanza. Le spalline scivolarono giù lungo le mie braccia toniche e il reggiseno cadde, svelando completamente il mio décolleté al suo sguardo famelico.

Matteo emise un gemito strozzato. Il crescendo era arrivato al limite. Non ce la fece più: allungò una mano tremante verso di me, disperato per un contatto, per sfiorare la pelle che aveva guadagnato con tanta fatica.

Ma io bloccai il suo polso a mezz'aria, stringendo le dita con decisione.

Lui alzò il viso verso di me, confuso e supplice. "Rosa..."

"Ah-ah," lo rimproverai con un sussurro malizioso, indietreggiando di un passo per lasciargli solo la visuale perfetta del mio corpo nudo a metà. "Non ho mai detto che potevi toccarmi."

"Ti prego, io... ho studiato tutto."

Mi sedetti sul bordo del tavolo della cucina, proprio di fronte a lui, accavallando le mie lunghe gambe nude con estrema lentezza.

"Ora facciamo l'esame finale," gli ordinai, il tono morbido ma che non ammetteva repliche. "Ripetimi tutto. Dall'inizio alla fine. Senza sbiascicare, spiegandomi ogni dettaglio alla perfezione." Inclinai leggermente la testa, il mio sorriso complice che si allargava mentre i miei occhi verdi si fissavano sulla sua cintura. "E mentre lo fai... ti permetto di slacciarti i pantaloni. Farò finta di nulla mentre ti tocchi guardandomi. Ma le tue mani restano su di te."

Il respiro di Matteo si spezzò, i suoi occhi si dilatarono, ma le sue dita volarono subito alla fibbia della cintura.

Le sue parole uscirono come un fiume in piena, senza esitazione. Trattati di Versailles, Conferenza di Pace, principi di nazionalità. Ogni data, ogni nome, ogni conseguenza. Fluide, precise, perfette. Quando terminò, era senza fiato, il viso arrossato per lo sforzo e l'eccitazione.

Chiudi gli occhi, un sospiro lungo e soddisfatto sfuggì dalle mie labbra. "Bravo, bravo piccolo Matteo," sussurrai, la voce un filo di seta che si posava sulla sua pelle sudata. "Spaccherai all'interrogazione."

Aprì gli occhi, una preda in attesa del verdetto.

"Poi, prima di fare matematica... dobbiamo passare alla tua ricompensa."

Lui non si fece ripetere due volte. I suoi pantaloni caddero a terra, rivelando l'erezione tesa e pronta, che balzò fuori quasi libera. Si sedette sulla sedia di fronte a me, i suoi occhi che mi divoravano, e iniziò a toccarsi, la mano che stringeva la carne viva e pulsante, iniziando un ritmo lento e voluttuoso.

Io feci finta di nulla. Mi girai, aprii il cestello della frutta. Presi una banana. Lentamente, la spellai, i miei occhi non lo guardavano direttamente, ma ne sentivo lo sguardo incollato a ogni mio movimento. Portai la frutta alla bocca. La punta delle mie labbra accarezzò la punta della banana, poi la aprii, inghiottendo un pezzo con un suono umido e succoso. La leccai lentamente, la mia lingua che girava intorno alla polpa, mentre lo sentivo ansimare sulla sedia, il suo ritmo che si faceva più veloce.

"Mmh, questa banana è buonissima oggi," dissi con innocenza, la voce piena di un doppio senso che non poteva non cogliere. Succhiai con forza, facendo schioccare le labbra al momento di tirarla fuori. "Così... cremosa." Masticai lentamente, la gola che si muoveva, mentre lui si masturbava con sempre più foga, la sua mano che correva lungo l'asta rigida, i testicoli che sbattevano ritmicamente. Il suono di carne che scivolava su carne bagnata era l'unica musica che riempiva la cucina, insieme ai suoi ansiti sempre più affannosi.

Quando la banana fu finita, mi leccai le dita, una per una. Poi mi alzai, andai al frigo. Presi un vasetto di yogurt bianco. Mi sedetti di nuovo sul tavolo, proprio davanti a lui, le gambe leggermente aperte. Presi un cucchiaino. Lo intinsi nello yogurt cremoso e me lo portai alla bocca, la lingua che leccava il cucchiaino di metallo freddo, pulendolo con cura.

Mentre continuavo a mangiare, la mia mano "sbadata" si mosse, e il vasetto di yogurt rovesciò il suo contenuto sul mio seno nudo. Un flusso bianco e denso mi colò sui seni, scendendo lentamente verso i miei capezzoli già duri.

"Oh, accidenti! Che sbadata che sono oggi," esclamai con un piccolo singhiozzo finto, gli occhi che si allargarono con un'aria di stupore plausibile a stento. Ma sotto, c'era la scintilla pura della malizia.

Guardai Matteo. Il suo respiro si era bloccato. I suoi occhi erano due piatti infuocati che mi fissavano, incapaci di credere a ciò che vedevano. La sua mano si fermò per un istante, poi riprese con una violenza quasi disperata.

Invece di pulirmi, misi il vasetto da parte. Lentamente, con un dito, iniziai a raccogliere lo yogurt. Tracciai una linea dal solco tra i miei seni fino a un capezzolo, che accarezzai lentamente, facendolo roteare sotto il mio dito, coprendolo di bianco. Poi portai il dito alla bocca e lo leccai, sorseggiando lo yogurt mescolato al mio sapore.

"Ehi, non si spreca nulla" mormorai a lui, più a me stessa che a lui. Poi con entrambe le mani, iniziai a spalmare la crema bianca sulla mia pelle, facendola schizzare leggermente mentre massaggiavo i miei seni, li stringevo, li offrivo alla sua vista famelica. I miei capezzoli erano così duri che facevano male, due piccoli gioielli nascosti dalla salsa bianca che spalmavo con una voluttà che mi faceva tremare. "Mmmh, è freddo... ma piacevolmente," sussurrai, il mio sguardo che lo incrociava finalmente, direttamente, senza veli. Lo stavo guardando mentre si masturbava per me. E lui lo sapeva.

Lo spettacolo fu l'ultimo colpo di grazia. Matteo emise un rantolo, un suono straziato, animale. Si alzò di scatto, la sedia che traballava pericolosamente alle sue spalle. Il suo cazzo, rosso e pulsante nella sua mano, sparò un getto bianco e bollente che atterrò sul pavimento, un'esplosione di piacere che scosse tutto il suo corpo magrolino. Rimase così, immobile, con gli occhi chiusi, a respirare pesantemente, mentre l'ultimo sussulto del suo orgasmo lo scosse.

Io rimasi sul tavolo, i seni ancora sporchi di yogurt, a guardare. E sentii un brivido di potere, crudele e eccitante, corrermi lungo la schiena. Il mio cuore batteva forte, un tamburo selvaggio nel mio petto. E tra le mie gambe, un calore umido si era diffuso, un desiderio che avevo tenuto a bada ma che ora reclamava la sua parte. Ridevo dentro, godendo della sua perdita di controllo, della mia vittoria totale. Un sorriso complice si allargò sulle mie labbra. Sapevo che questa era solo l'appetizer.

Guardai il corpo di Matteo, ancora in preda ai postumi del suo piacere, e con un voce calda e sensuale, gli dissi: "Hai finito? Perché io sto solo iniziando." Poi mi leccai lentamente le labbra, invitandolo a continuare il gioco. La mia ricompensa era ancora lontana, e la sua, di sicuro, non era finita qui.

Mi chinai leggermente in avanti, offrendogli il mio seno coperto di yogurt come fosse un piatto prelibato. "Guarda le mie tette come sono sporche," dissi, la voce un sussurro carico di promesse. "Ti piace lo yogurt?" La sua bocca si aprì, ma non uscì nessun suono, solo un ansito roco. "Volevo offrirtene un po'... ma mi sembra sia finito."

Mi avvicinai, il profumo del mio corpo e della sua eccitazione che si mescolava nell'aria. "Se vuoi però... puoi ripulirlo dalle mie tette."

Le sue mani tremavano quando si appoggiarono alle mie anche per stabilizzarsi, il suo viso a pochi centimetri dalla mia pelle. La sua lingua, esitante all'inizio, mi sfiorò la pelle calda, leccando una goccia di yogurt freddo che scendeva lentamente verso il mio stomaco. Il contrasto tra il suo respiro caldo e la crema fredda mi fece tremare. Poi si lasciò andare.

Leccò con avidità, la sua lingua che si muoveva con un ritmo febbrile, pulendo ogni centimetro di pelle, succhiando e mordicchiando con una delicatezza che mi fece impazzire. Quando raggiunse i miei capezzoli, li prese in bocca, uno alla volta, succhiandoli con forza, facendoli diventare duri come sassi. Sentii il suo desiderio crescere, le sue mani che mi stringevano le anche con più forza. Poi provò ad allungare le mani, a toccarmi dove desideravo di più, dove lo desideravo anche io.

Con un movimento rapido, mi allontanai appena. La sua bocca si staccò dai miei seni con un suono umido. La mano di Matteo si alzava, la sua mira ovvia: il triangolo di seta che mi copriva ancora tra le gambe.

Non lo lasciai arrivare.

La mia mano scattò sul tavolo e afferrò il libro di matematica. Quello spesso e pesante. Con un movimento secco e preciso, glielo suonai in testa, non con violenza, ma con la nettezza di un segnale inequivocabile. Un tonfo sordo che lo fece sobbalzare, gli occhi che si spalancarono nella confusione e nello stupore.

"Okay," dissi, la voce calma e glaciale, un contrasto totale con il fuoco che avevamo scatenato. "Sono belle pulite. Ora matematica!"

i miei seni nudi e ancora umidi dei suoi baci al livello del suo viso confuso. Mi strinsi le spalle, un gesto impercettibile di ritrovato controllo. La parte di me che godeva nel vederlo così perso si scontrava con la parte che doveva mantenere le redini del gioco.

"M-Matematica?" balbettò lui, la sua erezione ancora palese, i suoi occhi che passavano dal mio viso al mio seno, incapaci di credere alla mia freddezza.

"Sì, matematica," confermai, voltandomi e prendendo la sedia. Mi sedetti davanti a lui, le gambe incrociate, il libro di storia ancora aperto sul tavolo tra noi come una barriera. "Scegli tu: logaritmi o equazioni differenziali? Ma scegli in fretta, che il tempo vola e la tua ricompensa si è già esaurita per oggi."