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Erotika
Sborrami Dentro Al Buio · Cap. 1
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Capitolo 1 di 2 14 min di lettura

Legata per il compleanno del fidanzato

samu è geloso e decide di mettere i bastoni tra le ruote alla sua migliore amica, che aveva preparato una bella scopata per il compleanno del fidanzato e alla fine decide anche di approfittare.

Alessia
6 mesi fa · 1.4k letture · 4

Il mio pollice esitò per una frazione di secondo sopra lo schermo illuminato, poi premette "Invia".

«Scusami amore, emergenza in reparto. Il primario mi trattiene, non riesco a liberarmi per stasera. Fatti perdonare domani. Ti amo.»

Trattenni il respiro mentre strisciavo il dito per cancellare la notifica di invio dalla chat. Bloccai lo schermo e rimisi il suo iPhone esattamente dove lo aveva lasciato: sul bancone sbeccato della nostra cucina, perfettamente allineato al suo evidenziatore giallo e al manuale di Anatomia Patologica. Avevo appena annullato la serata perfetta che stava organizzando da settimane. Fissai quel pezzo di vetro e metallo come se fosse un'arma fumante. Sapevo di essere un bastardo manipolatore, ma per capire come fossi arrivato a sabotare la sorpresa di compleanno del suo fidanzato, bisognerebbe riavvolgere il nastro. Di parecchio.

Io e lei ci conosciamo da una vita. Dalle medie, per l'esattezza. Ero lì quando portava l'apparecchio e le trecce storte, ed ero lì quando, al terzo anno di liceo, è sbocciata all'improvviso, trasformandosi in una calamita per gli sguardi di chiunque avesse il battito cardiaco. E io? Io ero il migliore amico. La roccia. Quello a cui piangere sulla spalla, quello con cui studiare fino a notte fonda. Ci ho provato, oh se ci ho provato. La prima volta a sedici anni, respinto con un sorriso dolce e un devastante: «Sei troppo importante per me, non voglio rovinare tutto.» La seconda volta al ballo di fine anno, un altro palo, schivato con l'abilità di una ginnasta. Mi ha sempre tenuto a quella distanza letale: abbastanza vicina da farmi respirare il suo profumo, ma troppo lontana per potermi permettere di sfiorarla davvero.

Quando abbiamo deciso di trasferirci insieme per studiare Medicina, fuorisede e lontani da casa, pensavo ingenuamente che la convivenza l'avrebbe fatta cedere. Invece, si è rivelata una tortura lenta e metodica. Vederla ogni giorno è un fottuto test di resistenza. Gira per casa con le mie vecchie magliette oversize che le scivolano su una spalla morbida e femminile, i capelli lunghi e lisci, di quel castano caldo con riflessi dorati, sempre un po' spettinati. La mattina, quando beve il caffè, ha quel viso delicato e rotondo, la pelle chiara con un rossore naturale sulle guance, e quegli occhi tra il nocciola e il verde che ti scrutano con una complicità che ti frega il cervello. Ma il suo corpo... il suo corpo è un'altra storia. È concreto, avvolgente. I fianchi pieni e la linea sinuosa della vita mi perseguitano. Non c'è nulla di etereo in lei; è pura, calda sensualità tangibile.

Poi, al secondo anno, è arrivato lui. Il fidanzato. Lo odio. È un odio viscerale, acido, che mi brucia lo stomaco ogni volta che varca la soglia di casa nostra. Ma la cosa che mi distrugge di più, quella che mi fa stringere i pugni fino a conficcarmi le unghie nei palmi, sono i rumori. Le pareti di questo appartamento sono di cartapesta. Quando lui resta a dormire, io mi ritrovo steso nel mio letto, al buio, con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto. Sento il cigolio delle molle. Sento i sospiri di lei, quelli che partono adagio e poi si fanno più intensi. La immagino sotto di lui, le labbra piene e rosate dischiuse, il respiro corto, il petto morbido che si alza e si abbassa. Mi mordo il braccio per non urlare, immaginando di essere io a stringerle le cosce solide, a farle inarcare la schiena, a tirarle quei capelli perfetti.

Per questo, ogni volta che posso, gli metto i bastoni tra le ruote. Dimentico casualmente di passargli le chiamate sul fisso, "sbaglio" a riferire gli orari dei suoi treni, o mi presento in salotto in mutande mentre cercano di guardare un film, costringendolo ad andarsene per l'imbarazzo. Piccole, meschine vendette di un uomo affamato.

Fino a stasera. Oggi è il compleanno di quel coglione. Lei aveva preparato tutto nei minimi dettagli. Mi aveva persino chiesto di "sparire" per qualche ora. «Fatti un giro in biblioteca, ti prego. Voglio fargli una sorpresa speciale quando stacca dal turno in ospedale,» mi aveva detto un'ora fa, stringendomi il braccio con un sorriso complice, ignara dell'effetto che quel contatto aveva su di me. Avevo annuito, avevo preso la giacca ed ero uscito. Ma avevo dimenticato il caricabatterie. Quando sono rientrato in casa per prenderlo, in punta di piedi, l'appartamento era immerso in un silenzio carico di aspettativa. Lei doveva essersi già chiusa in camera a "prepararsi". E lì, sul bancone, il suo telefono si era illuminato. Un messaggio di lui: «Amore, ho finito il turno, sto arrivando. Preparati.»

È stato un istinto animale. Ho preso il telefono. Sapevo il codice di sblocco da anni. E ho risposto al posto suo, annullando tutto.

Ora sono qui. In piedi, nel buio del corridoio. Il telefono è tornato al suo posto. Dal fondo della casa, la porta della sua camera è socchiusa, e una striscia di luce fioca taglia il pavimento di legno. Lei è là dentro. Lo sta aspettando. E non sa che lui non arriverà mai. Feci un respiro profondo, sentendo il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie. Sapevo che era sbagliato, ma dopo dieci anni di attesa, avevo smesso di voler essere il bravo ragazzo.

Feci un respiro profondo, sentendo il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie. Sapevo che era sbagliato, ma dopo dieci anni di attesa, avevo smesso di voler essere il bravo ragazzo.

Spinsi il battente di legno. La stanza era illuminata solo dalla luce fioca della lampada sul comodino. E l'aria mi venne improvvisamente a mancare.

Anto era lì, distesa al centro del letto. Aveva i polsi assicurati ai montanti di metallo della testiera con due cravatte di seta scura, annodate in modo morbido ma fermo. E sugli occhi, una benda nera di raso le copriva la vista. Il respiro mi si bloccò in gola. Era l'incarnazione di un contrasto devastante: quell'innocenza apparente del viso unita a una femminilità piena, concreta, impossibile da ignorare. Anche con gli occhi bendati, il suo viso manteneva un'aria quasi timida. La forma arrotondata, le guance morbide ravvivate da quel rossore naturale, i lineamenti fluidi. Ma le labbra... le labbra erano dischiuse, piene, con quel labbro inferiore leggermente più pronunciato e di un rosato naturale che mi fece stringere i pugni lungo i fianchi.

I suoi capelli lunghi e lisci, di quel castano caldo con riflessi dorati, erano sparsi in disordine sul cuscino, incorniciando il viso in modo elegante ma fottutamente spontaneo. Poi, il mio sguardo scese. Indossava solo un completino di pizzo nero che faceva risaltare la pelle chiara. Il suo corpo era un inno alla sensualità tangibile. Le spalle morbide scivolavano verso un busto dalle curve piene, con il petto che si alzava e si abbassava a un ritmo leggermente accelerato. La linea sinuosa della sua vita scendeva verso i fianchi pieni e arrotondati. L'addome morbido, naturale, accompagnava lo sguardo verso le cosce solide. Era una figura avvolgente, che trasmetteva calore, una sensualità non aggressiva, ma persistente, che mi si stava insinuando nelle ossa.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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