Sborrami Dentro Al Buio
Capitolo 1 - Legata per il compleanno del fidanzato
Il mio pollice esitò per una frazione di secondo sopra lo schermo illuminato, poi premette "Invia".
«Scusami amore, emergenza in reparto. Il primario mi trattiene, non riesco a liberarmi per stasera. Fatti perdonare domani. Ti amo.»
Trattenni il respiro mentre strisciavo il dito per cancellare la notifica di invio dalla chat. Bloccai lo schermo e rimisi il suo iPhone esattamente dove lo aveva lasciato: sul bancone sbeccato della nostra cucina, perfettamente allineato al suo evidenziatore giallo e al manuale di Anatomia Patologica. Avevo appena annullato la serata perfetta che stava organizzando da settimane. Fissai quel pezzo di vetro e metallo come se fosse un'arma fumante. Sapevo di essere un bastardo manipolatore, ma per capire come fossi arrivato a sabotare la sorpresa di compleanno del suo fidanzato, bisognerebbe riavvolgere il nastro. Di parecchio.
Io e lei ci conosciamo da una vita. Dalle medie, per l'esattezza. Ero lì quando portava l'apparecchio e le trecce storte, ed ero lì quando, al terzo anno di liceo, è sbocciata all'improvviso, trasformandosi in una calamita per gli sguardi di chiunque avesse il battito cardiaco. E io? Io ero il migliore amico. La roccia. Quello a cui piangere sulla spalla, quello con cui studiare fino a notte fonda. Ci ho provato, oh se ci ho provato. La prima volta a sedici anni, respinto con un sorriso dolce e un devastante: «Sei troppo importante per me, non voglio rovinare tutto.» La seconda volta al ballo di fine anno, un altro palo, schivato con l'abilità di una ginnasta. Mi ha sempre tenuto a quella distanza letale: abbastanza vicina da farmi respirare il suo profumo, ma troppo lontana per potermi permettere di sfiorarla davvero.
Quando abbiamo deciso di trasferirci insieme per studiare Medicina, fuorisede e lontani da casa, pensavo ingenuamente che la convivenza l'avrebbe fatta cedere. Invece, si è rivelata una tortura lenta e metodica. Vederla ogni giorno è un fottuto test di resistenza. Gira per casa con le mie vecchie magliette oversize che le scivolano su una spalla morbida e femminile, i capelli lunghi e lisci, di quel castano caldo con riflessi dorati, sempre un po' spettinati. La mattina, quando beve il caffè, ha quel viso delicato e rotondo, la pelle chiara con un rossore naturale sulle guance, e quegli occhi tra il nocciola e il verde che ti scrutano con una complicità che ti frega il cervello. Ma il suo corpo... il suo corpo è un'altra storia. È concreto, avvolgente. I fianchi pieni e la linea sinuosa della vita mi perseguitano. Non c'è nulla di etereo in lei; è pura, calda sensualità tangibile.
Poi, al secondo anno, è arrivato lui. Il fidanzato. Lo odio. È un odio viscerale, acido, che mi brucia lo stomaco ogni volta che varca la soglia di casa nostra. Ma la cosa che mi distrugge di più, quella che mi fa stringere i pugni fino a conficcarmi le unghie nei palmi, sono i rumori. Le pareti di questo appartamento sono di cartapesta. Quando lui resta a dormire, io mi ritrovo steso nel mio letto, al buio, con gli occhi sbarrati a fissare il soffitto. Sento il cigolio delle molle. Sento i sospiri di lei, quelli che partono adagio e poi si fanno più intensi. La immagino sotto di lui, le labbra piene e rosate dischiuse, il respiro corto, il petto morbido che si alza e si abbassa. Mi mordo il braccio per non urlare, immaginando di essere io a stringerle le cosce solide, a farle inarcare la schiena, a tirarle quei capelli perfetti.
Per questo, ogni volta che posso, gli metto i bastoni tra le ruote. Dimentico casualmente di passargli le chiamate sul fisso, "sbaglio" a riferire gli orari dei suoi treni, o mi presento in salotto in mutande mentre cercano di guardare un film, costringendolo ad andarsene per l'imbarazzo. Piccole, meschine vendette di un uomo affamato.
Fino a stasera. Oggi è il compleanno di quel coglione. Lei aveva preparato tutto nei minimi dettagli. Mi aveva persino chiesto di "sparire" per qualche ora. «Fatti un giro in biblioteca, ti prego. Voglio fargli una sorpresa speciale quando stacca dal turno in ospedale,» mi aveva detto un'ora fa, stringendomi il braccio con un sorriso complice, ignara dell'effetto che quel contatto aveva su di me. Avevo annuito, avevo preso la giacca ed ero uscito. Ma avevo dimenticato il caricabatterie. Quando sono rientrato in casa per prenderlo, in punta di piedi, l'appartamento era immerso in un silenzio carico di aspettativa. Lei doveva essersi già chiusa in camera a "prepararsi". E lì, sul bancone, il suo telefono si era illuminato. Un messaggio di lui: «Amore, ho finito il turno, sto arrivando. Preparati.»
È stato un istinto animale. Ho preso il telefono. Sapevo il codice di sblocco da anni. E ho risposto al posto suo, annullando tutto.
Ora sono qui. In piedi, nel buio del corridoio. Il telefono è tornato al suo posto. Dal fondo della casa, la porta della sua camera è socchiusa, e una striscia di luce fioca taglia il pavimento di legno. Lei è là dentro. Lo sta aspettando. E non sa che lui non arriverà mai. Feci un respiro profondo, sentendo il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie. Sapevo che era sbagliato, ma dopo dieci anni di attesa, avevo smesso di voler essere il bravo ragazzo.
Feci un respiro profondo, sentendo il battito del mio cuore rimbombarmi nelle orecchie. Sapevo che era sbagliato, ma dopo dieci anni di attesa, avevo smesso di voler essere il bravo ragazzo.
Spinsi il battente di legno. La stanza era illuminata solo dalla luce fioca della lampada sul comodino. E l'aria mi venne improvvisamente a mancare.
Anto era lì, distesa al centro del letto. Aveva i polsi assicurati ai montanti di metallo della testiera con due cravatte di seta scura, annodate in modo morbido ma fermo. E sugli occhi, una benda nera di raso le copriva la vista. Il respiro mi si bloccò in gola. Era l'incarnazione di un contrasto devastante: quell'innocenza apparente del viso unita a una femminilità piena, concreta, impossibile da ignorare. Anche con gli occhi bendati, il suo viso manteneva un'aria quasi timida. La forma arrotondata, le guance morbide ravvivate da quel rossore naturale, i lineamenti fluidi. Ma le labbra... le labbra erano dischiuse, piene, con quel labbro inferiore leggermente più pronunciato e di un rosato naturale che mi fece stringere i pugni lungo i fianchi.
I suoi capelli lunghi e lisci, di quel castano caldo con riflessi dorati, erano sparsi in disordine sul cuscino, incorniciando il viso in modo elegante ma fottutamente spontaneo. Poi, il mio sguardo scese. Indossava solo un completino di pizzo nero che faceva risaltare la pelle chiara. Il suo corpo era un inno alla sensualità tangibile. Le spalle morbide scivolavano verso un busto dalle curve piene, con il petto che si alzava e si abbassava a un ritmo leggermente accelerato. La linea sinuosa della sua vita scendeva verso i fianchi pieni e arrotondati. L'addome morbido, naturale, accompagnava lo sguardo verso le cosce solide. Era una figura avvolgente, che trasmetteva calore, una sensualità non aggressiva, ma persistente, che mi si stava insinuando nelle ossa.
Sentì lo scricchiolio del pavimento. «Sei in ritardo,» sussurrò Anto, la voce che tremava appena, incrinata da un'attesa febbrile. Credeva di parlare con lui. Nessuno parlò. Potevo scappare. Potevo fare rumore, fingere di essere appena tornato dalla biblioteca e distruggere l'incanto. Invece, feci un passo avanti. Lentamente.
Mi fermai a un millimetro dal bordo del letto. Lei inarcò leggermente la schiena, avvertendo la mia presenza, il calore del mio corpo che bloccava la luce della lampada. Allungai la mano, esitando per una frazione di secondo, prima di sfiorarle solo la linea morbida del fianco con la punta delle dita. Anto sussultò. Un gemito le morì in gola, sorpreso, diverso da quelli che le sentivo fare di là dal muro. La mia mano salì, lenta, lungo l'addome morbido, tracciando la linea della sua vita, assaporando la pelle bollente sotto i polpastrelli.
Non mi ero mai spinto oltre i confini del "migliore amico". Ora, stavo varcando una soglia da cui non sarei più tornato indietro. Mi chinai su di lei. Inclinò la testa, offrendomi il collo nudo, fiduciosa. Inspirai il suo profumo, un mix di bagnoschiuma alla vaniglia e pura eccitazione. «Non farmi aspettare ancora,» mormorò, le labbra piene dischiuse in un invito cieco.
E io, nel silenzio più totale, decisi di prendermi tutto quello che mi era sempre stato negato.
Il mio respiro era un tamburo sordo nel petto, ma lo costrinsi a rimanere muto. Non potevo emettere un singolo suono. Una sillaba, un sospiro più marcato del dovuto, e la mia voce mi avrebbe tradito, distruggendo l'illusione in cui mi stavo vigliaccamente nascondendo.
Le mie mani, tremanti per l'adrenalina e per un senso di colpa che minacciava di strozzarmi, scivolarono dai suoi fianchi pieni e arrotondati verso l'alto. Sfiorai la morbidezza del suo addome, sentendo i suoi muscoli contrarsi sotto i miei polpastrelli, fino ad arrivare al pizzo nero del reggiseno. Lo scostai verso il basso con una lentezza che mi costò tutta la lucidità che mi restava.
Il suo seno era esattamente come lo avevo immaginato in centinaia di notti insonni: caldo, proporzionato ma pieno, perfetto contro i miei palmi freddi. Lo accarezzai, misurando la pressione delle dita, prima di chinarmi. Presi un capezzolo già turgido tra le labbra. Iniziai a succhiare dolcemente, per poi stringere con più foga, assaporando il contrasto tra la sua pelle chiara e il calore della mia bocca.
Anto inarcò la schiena, premendosi contro il mio viso. Un gemito lungo, roco e vibrante le sfuggì dalle labbra carnose. «Jacopo...» sussurrò.
Quel nome fu una pugnalata dritta allo stomaco. Chiusi gli occhi, investito da un'ondata di disgusto verso me stesso. Stavo profanando la mia migliore amica. La ragazza che mi preparava il caffè prima degli esami di anatomia, quella che mi aveva asciugato le lacrime quando era morta mia nonna. Ero un mostro. Eppure... eppure non riuscivo a fermarmi. Era la mia droga, e io ero in astinenza da dieci anni.
«Sei... diverso stasera,» continuò lei, la voce impastata dal desiderio, muovendo la testa bendata sul cuscino. «Le tue mani... sembrano più grandi. Più sicure.»
Deglutii il vuoto, rimanendo nel mio sacrosanto silenzio. Scesi di nuovo con le mani lungo la curva stretta della sua vita. La afferrai per i fianchi e la feci rotolare leggermente su un fianco. Le mie mani scivolarono sul retro, afferrando i suoi glutei pieni e morbidi. Li strinsi con forza, impastando quella carne concreta e avvolgente, tirandola contro il mio bacino per farle sentire quanto la desiderassi.
«Perché non parli?» mormorò lei, un piccolo sorriso malizioso che le incurvava le labbra rosate. Sembrava quasi divertita dal mio mutismo. «Mi piace quando fai il misterioso. Ma sei troppo silenzioso... a volte non sembri nemmeno tu. Hai un profumo strano stasera.»
Non ci fece troppo caso, persa in quel crescendo di sensazioni e nell'eccitazione del momento. Mi allontanai di un passo, liberandola dalla mia presa. Nel silenzio surreale della stanza, illuminata solo dall'abat-jour, iniziai a spogliarmi. I miei movimenti erano rapidi, meccanici. Il fruscio della mia maglietta che cadeva sul pavimento di legno. Lo scatto metallico della fibbia della cintura. Il tonfo sordo dei jeans.
Anto smise di muoversi. Il suo udito, acuito dalla benda sugli occhi, aveva captato ogni minimo rumore. Il suo petto prese ad alzarsi e abbassarsi a un ritmo frenetico. Date abbastanza dettagli per far viaggiare immaginare: la sua pelle chiara era accesa da un brivido visibile.
«Ti sei spogliato...» sussurrò, passandosi la punta della lingua sul labbro inferiore. Il sorriso si allargò, diventando un invito sfacciato e bellissimo nel buio della sua cecità temporanea. Diede uno strattone morbido alle cravatte di seta che le bloccavano i polsi. «Visto che sei stato così cattivo da legarmi,» sussurrò, le labbra dischiuse in un sorriso malizioso e cieco nel buio della stanza. «Stasera non posso usare le mani. Dovrai usare tu la bocca... e non per baciarmi.»
Una scossa elettrica mi attraversò la spina dorsale. Il senso di colpa che mi stringeva lo stomaco venne spazzato via da un'ondata di desiderio così violenta da farmi tremare le ginocchia. Feci un passo verso il fondo del letto, posizionandomi tra le sue gambe. Afferrai delicatamente le sue caviglie. La sua pelle era bollente. Feci scivolare le mani lungo i polpacci, risalendo lentamente verso le ginocchia, accarezzando la linea solida e perfetta delle sue cosce piene, spingendole dolcemente verso l'esterno per farle spazio. Lei assecondò il movimento con un piccolo sospiro tremante, aprendosi completamente a me.
L'aria era satura del suo profumo. Mi chinai, appoggiando le mani sul materasso ai lati dei suoi fianchi, e affondai il viso tra le sue cosce calde. Non esitai oltre. Iniziai a baciarle l'interno coscia, sfiorando la pelle sensibile, per poi spostarmi al centro, assaporando la sua intimità con una fame che covavo da dieci fottuti anni.
«Ah... Dio!» Anto inarcò la schiena in uno spasmo violento, tirando le cravatte di seta che la tenevano legata alla testiera. Il suo gemito riempì la stanza, acuto e liberatorio. Sentire quel suono, sapere di esserne la causa, mi mandò in cortocircuito il cervello. Intensificai il ritmo, dedicandole un'attenzione viscerale, ossessiva. La mia lingua si muoveva con una passione disperata, cercando di trasmetterle tutto l'amore represso, la frustrazione e il bisogno che provavo per lei.
I muscoli delle sue cosce si contrassero. Improvvisamente, Anto strinse le gambe, schiacciandomi il viso contro di sé. «Non fermarti... oh, cazzo, non osare fermarti,» ansimò, la voce rotta.
Si contorceva contro la mia bocca, spingendo il bacino verso l'alto per cercare un contatto ancora più profondo. Ogni mio movimento era accolto da un gemito sempre più alto. E poi, tra un respiro spezzato e l'altro, scoppiò in una risatina roca, carica di lussuria. «Mh... Jacopo...» ansò, pronunciando quel nome che mi feriva come lama. «Ti sei... ti sei esercitato con le altre, ultimamente? Sei... sei diventato proprio bravo...»
Fu come gettare benzina sul fuoco. L'idea che mi stesse paragonando a lui, o peggio, che pensasse che io fossi lui che aveva fatto pratica altrove, risvegliò una rabbia possessiva, primordiale. Ti farò dimenticare il suo nome, pensai, serrando la mascella.
Non dissi una parola. Il mio sacrosanto silenzio era il mio unico scudo. Ma il mio corpo parlò per me. Affondai le mani sotto i suoi glutei morbidi, sollevandola leggermente, e raddoppiai l'intensità. Non le diedi tregua. La baciai, la leccai e la assaporai con una foga quasi crudele, portandola al limite, deciso a farla impazzire di piacere sotto le mani e le labbra del "migliore amico" che aveva sempre rifiutato.
I suoi gemiti si trasformarono in urla soffocate, la testa che sbatteva contro il cuscino, in totale balia di ciò che le stavo facendo.
I suoi gemiti non mi bastavano più. Volevo sentirla cedere completamente, volevo che la sua mente si svuotasse di tutto, di Jacopo, dell'università, di ogni fottuta barriera che ci aveva tenuti separati per dieci anni.
Affondai ancora di più il viso tra le sue cosce calde e sode, che mi stringevano la testa in una morsa soffocante. Mi concentrai sul suo centro nevralgico con una foga cieca e disperata. La mia lingua prese a leccare e succhiare il suo clitoride con un'intensità quasi crudele, senza ritmo, senza darle il tempo di respirare, inebriato dal sapore acre e dolce della sua intimità fradicia. Anto esplose. Le sue grida riempirono la stanza, acute e vibranti, mentre il suo corpo, quella silhouette a clessidra perfetta e avvolgente, si contorceva sul materasso. Tirava le cravatte di seta con una forza brutale, la schiena inarcata come un arco teso, il petto morbido e pieno che si alzava e si abbassava a un ritmo frenetico. La sentii tremare e sfaldarsi contro la mia bocca sotto le ondate di un orgasmo devastante che le scosse ogni fibra.
Quando i suoi spasmi iniziarono a rallentare, non le diedi il tempo di riprendersi. Mi sollevai, il respiro corto, il petto madido di sudore freddo. Mi stesi su di lei, schiacciandola col mio peso, affamato della sua concretezza. Pelle contro pelle. Il suo corpo era fradicio, bollente, e profumava di sesso e vaniglia. Sentivo la morbidezza del suo addome contro il mio, la pienezza del suo seno premuto contro il mio petto.
Feci scivolare il bacino in avanti, insinuandomi tra le sue gambe solide e ben proporzionate. Strusciai la mia intimità dura, tesa fino a far male, contro la sua fessura ancora pulsante, bagnata e aperta. Il contatto fu una scossa elettrica che mi bruciò il cervello. Iniziai a muovermi lentamente contro di lei, accarezzandole il fianco pieno e arrotondato, scendendo lungo la curva sinuosa della sua vita, preparandomi a farla mia per davvero, a possedere finalmente quella sensualità tangibile che avevo solo sognato.
Anto buttò la testa all'indietro sul cuscino, i capelli castani sparsi come seta scura. Le sue labbra piene e rosate si aprirono in un sospiro tremante. «Cavolo...» ansimò, la voce rotta e impastata di lussuria. «Spero proprio che non torni Samu, adesso... ho una voglia fottuta di urlare.»
Fu come ricevere una martellata in pieno petto. Il mio nome. Sulle sue labbra. Pronunciato non come il confidente che le aveva appena regalato un piacere assoluto, ma come l'ostacolo. L'incomodo. Lo sfigato che dormiva nella stanza accanto e che non doveva disturbare la sua serata perfetta. Mi bloccai di colpo. Il sangue mi si gelò nelle vene. Il muro di adrenalina e lussuria crollò istantaneamente, e il peso di quello che stavo facendo mi schiacciò i polmoni. Era la mia migliore amica. E io la stavo ingannando nel modo più subdolo e malato possibile.
«Io...» balbettai. La gola era secca come carta vetrata. Schiarii la voce, cercando disperatamente di abbassare il tono per scimmiottare la cadenza impostata e sicura del suo ragazzo. Un'imitazione da quattro soldi, patetica e tremante. «D-devo scappare. Un'emergenza in reparto. Il primario mi ha chiamato.»
Non aspettai la sua risposta. Mi staccai da lei come se la sua pelle, calda e bagnata, avesse improvvisamente preso fuoco. Recuperai i miei vestiti dal pavimento con gesti goffi e frenetici, col cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo di guerra. Inciampai nei miei stessi jeans, infilandomeli a fatica mentre arretravo verso la porta, terrorizzato che lei potesse togliersi la benda e vedermi. Senza voltarmi indietro, scivolai fuori dalla stanza e richiusi la porta alle mie spalle con un clic soffocato, fuggendo nel corridoio buio verso la sicurezza della mia camera, come un ladro che ha appena rubato qualcosa di troppo prezioso per poterlo tenere.
...
Nella stanza rimasta silenziosa, illuminata solo dalla luce fioca dell'abat-jour, Anto non si mosse. Rimase stesa sul letto, il respiro che si calmava lentamente, assaporando l'eco del piacere che le attraversava ancora il corpo nudo e sudato. Un sorriso pigro, sfrontato e pieno di una consapevolezza sottile, le incurvò lentamente le labbra carnose.
«Che peccato...» mormorò verso il soffitto vuoto, con una voce bassa, languida e sporca, totalmente diversa da quella timida e dolce che usava di solito. «Eri molto più bravo in silenzio... quasi non sembravi tu. Mi stavo proprio abituando a... questo lato di te.…»
E con un movimento fluido e coordinato, piegò morbide i polsi. Le mani, che Samu credeva saldamente legate alla testiera, scivolarono fuori dai nodi di seta con una facilità disarmante, rivelando che era stata libera per tutto il tempo.
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