I tre giorni successivi furono un fottuto inferno. Il senso di colpa mi stava divorando vivo. Non riuscivo a guardarla negli occhi senza che la mente mi proiettasse il ricordo del suo sapore, del modo in cui le sue cosce solide mi avevano stretto la testa, delle sue grida disperate. Ero un mostro.
Eppure, la cosa peggiore era la paranoia. Mi aspettavo che da un momento all'altro Jacopo venisse a spaccarmi la faccia, o che lei mi cacciasse di casa. Ma martedì mattina, tutto sembrò scivolare in una folle, distorta normalità.
Ero seduto al bancone della cucina, gli occhi fissi su una tazza di caffè nero, quando Anto uscì dalla sua stanza. Indossava i miei vecchi pantaloncini del pigiama e una canottiera bianca che lasciava poco all'immaginazione. Sbadigliò, stiracchiandosi e mostrando quell'addome naturale e morbido che avevo accarezzato solo poche notti prima.
«Buongiorno,» cinguettò, passandomi accanto per prendere il latte dal frigo. Trattenni il respiro. «Anto... senti. Riguardo a venerdì scorso. Volevo chiederti scusa se sono uscito e tornato tardi, non volevo rovinare la sorpresa a Jacopo...»
Lei si versò il latte, dandomi le spalle. Il suo bacino sinuoso ondeggiò leggermente, accompagnato da una risatina che mi fece gelare il sangue. «Oh, tranquillo. Anche se Jacopo è completamente impazzito.» Il cuore mi si fermò nel petto. «In che senso?» Si voltò, appoggiandosi al bancone, gli occhi nocciola e verdi piantati nei miei. Il suo viso era il ritratto dell'innocenza. «Ieri gli ho detto che è stato fantastico, e lui ha negato tutto. Dice che venerdì non è mai uscito dall'ospedale. Si è pure arrabbiato, convinto che lo stessi prendendo in giro.»
Deglutii a fatica, sudando freddo. «E... e tu cosa gli hai detto?» Anto alzò le spalle, accarezzando il bordo della tazza con un dito. «Gli ho detto che lo stress del reparto gli sta fottendo il cervello. Deve aver avuto un vuoto di memoria per la stanchezza, o magari aveva bevuto per festeggiare con i colleghi ed è passato di qui in blackout. So che era lui. Ma figurati se il signor "medico perfetto" ammette di aver fatto una pazzia e di essere scappato a metà dell'opera. Meglio così, mi eccita l'idea che perda il controllo.»
L'aria mi tornò nei polmoni in un colpo solo. Lei ci crede. Credeva davvero che Jacopo fosse stato lì in uno stato confusionale. L'alibi era perfetto. La mia copertura era intatta.
L'occasione si presentò esattamente il venerdì successivo. Ero appena tornato da un turno estenuante. Anto era in salotto, seduta sul divano, che si limava le unghie con un'espressione infastidita. Indossava solo una vestaglia di seta corta. «Tutto bene?» le chiesi, posando le chiavi. «Jacopo,» sbuffò lei, alzando gli occhi al cielo. «Mi ha appena scritto. Dice che forse riesce a liberarsi per mezzanotte. Gli ho detto che gli do una seconda occasione per rimediare al blackout dell'altra volta. Mi chiudo in camera ad aspettarlo. Quindi tappati in stanza tua, Samu. Niente rumori.»
Annuii, abbassando lo sguardo. «Ricevuto. Buonanotte.»
Mi chiusi in camera. Feci una doccia fredda per calmarmi, ma la testa mi scoppiava. Mi buttai sul letto, prendendo il telefono. Aprii distrattamente l'app con i turni condivisi dei tirocinanti dell'ospedale. Scorsi la lista fino al reparto di Chirurgia. Jacopo M. - Turno di Guardia: 20:00 - 08:00.
Mi accigliai. Era impossibile che si liberasse a mezzanotte. Era di guardia fissa. Le aveva raccontato l'ennesima cazzata per tenerla buona. Anto stava aspettando un fantasma. Guardai l'orologio. Mezzanotte e dieci in punto. L'appartamento era immerso nel silenzio.
Sarei dovuto restare a letto. Ma l'idea di lei, di là, pronta e in attesa per un uomo che non si sarebbe presentato, mi fece scattare in piedi. I miei passi furono felpati sul pavimento in legno del corridoio.
Spinsi la porta della sua stanza. L'aria mi mancò di nuovo. E questa volta, la scena che mi si parò davanti superava qualsiasi fantasia malata avessi mai concepito in dieci anni.
Anto non era sul letto. Era seduta sulla sedia ergonomica della sua scrivania, posizionata esattamente al centro della stanza. Era completamente nuda. La luce fredda del lampione fuori dalla finestra e quella calda dell'abat-jour le accarezzavano la pelle chiara, esaltando ogni singola curva della sua figura a clessidra: il seno pieno e morbido che si alzava a un ritmo irregolare, l'addome rilassato, le cosce solide leggermente divaricate. La solita benda nera di raso le copriva gli occhi. Ma la vera follia erano le sue braccia. Erano tirate dietro lo schienale della sedia, i polsi stretti da un paio di manette di metallo lucido.
Sentì il leggero clic della porta che si chiudeva alle mie spalle.
Un sorriso sfacciato, quasi predatorio, le illuminò il viso delicato. «Jacopo... ce l'hai fatta,» sussurrò, la voce impastata di un desiderio che mi infiammò il sangue all'istante. Si mosse sulla sedia, inarcando la schiena e spingendo il petto in fuori in una posa di totale, devastante vulnerabilità. «Cavolo... meno male che sei qui. Qualche brutto ceffo mi ha ammanettata mentre non c'eri e ha lasciato le chiavi proprio lì, sulla scrivania.»
Il mio sguardo scattò sul piano di legno. Le piccole chiavi d'argento erano appoggiate accanto ai suoi libri di anatomia, illuminate dal riflesso della lampada.
Anto ridacchiò, un suono basso e roco che le vibrò in gola. «Liberami, ti prego...» mormorò, passandosi la lingua sul labbro inferiore. Poi, con un tono falsamente innocente, aggiunse: «Anche se devi ammettere che sono stata brava. Non hai idea di quanto sia stato faticoso riuscire ad ammanettarmi da sola dietro la schiena. Ho quasi pensato di chiamare Samu per farmi dare una mano, ma non credo avrebbe retto la vista.»
Trattenni il respiro. Quella fottuta frecciatina. Giocava con il fuoco, ignara (o almeno così credevo) che l'uomo che aveva davanti non era il suo perfetto e noioso fidanzato, ma il "brutto ceffo" di cui stava parlando, pronto a bruciare ogni regola.
Rimasi nel mio sacrosanto silenzio. Feci un passo verso di lei, poi un altro, fino a fermarmi a pochi centimetri dalle sue ginocchia nude.
Mi fermai a un palmo dalle sue ginocchia nude. Il silenzio della stanza era rotto solo dal suo respiro leggermente affannoso e dal battito impazzito del mio cuore. Allungai una mano tremante verso la scrivania. Le mie dita si chiusero sul metallo freddo delle piccole chiavi d'argento, producendo un leggero tintinnio. Le presi, stringendole nel pugno, ma non feci alcun movimento per aggirare la sedia e liberarla.
Invece, con l'altra mano, feci scivolare giù la zip dei miei pantaloni. Il rumore metallico fu inequivocabile nel silenzio dell'appartamento. Liberai la mia intimità, già tesa e dolorante, e iniziai a toccarmi lentamente. Ero a un passo da lei, la guardavo dall'alto verso il basso: la sua pelle chiara illuminata dall'abat-jour, il seno pieno che si alzava a ogni respiro, le sue braccia bloccate dietro la schiena. La visione della mia migliore amica, completamente vulnerabile e offerta su quella sedia, mi stava fottendo il cervello.
Anto inclinò la testa di lato, le labbra socchiuse. Il suo udito, acuito dalla benda, aveva captato il fruscio della stoffa e il mio respiro che si faceva sempre più roco. Un sorriso sfacciato, felino, le increspò la bocca.
«Ehi... che fai?» sussurrò, la voce carica di una malizia vibrante. «Non vuoi liberarmi? Oppure... devo darti un incentivo per convincerti?»
Senza aspettare una risposta che sapeva non sarebbe arrivata, Anto si spinse leggermente indietro contro lo schienale e sollevò le gambe. I suoi piedi nudi, con la pelle morbida e curata, iniziarono a muoversi a mezz'aria, cercando a tentativi nel vuoto, guidati solo dall'istinto e dal calore del mio corpo.
«Avvicinati...» mormorò, un ordine dolce e imperioso al tempo stesso. «Fammi sentire cosa stai nascondendo.»
Feci un mezzo passo avanti, incapace di resistere, ubbidendo come un burattino. Le dita del suo piede destro sfiorarono il tessuto dei miei pantaloni scesi, poi trovarono la pelle nuda. Sussultò leggermente al contatto con il mio calore, ma non si ritrasse. Anzi. Con una lentezza esasperante, avvolse la pianta del piede e le dita flessuose attorno alla mia durezza.
