Chiusi gli occhi, gettando la testa all'indietro. Un gemito soffocato mi raschiò la gola, ma mi morsi l'interno della guancia per non emettere suono. Il contrasto tra la morbidezza del suo piede e la tensione spasmodica del mio corpo era un cortocircuito assoluto per i sensi. Anto iniziò a muovere il piede su e giù, accarezzandomi e stringendomi, mentre il secondo piede si univa al primo, intrappolandomi in una morsa calda e inaspettata.
«Ti piace, eh?» ansimò lei, muovendo le gambe con un ritmo che si faceva via via più costante e sfacciato. «Sei così duro stasera... non fare il timido, Jacopo. Lasciati viziare un po'.»
Ero dilaniato. Una parte di me urlava di scappare. Stavo ingannando la ragazza che amavo da dieci anni, lasciando che usasse il suo corpo per soddisfare una fantasia destinata a quel coglione del suo ragazzo. Il senso di colpa era una morsa letale allo stomaco. Era sbagliato. Era la cosa più abietta che avessi mai fatto.
Ma la pressione all'inguine era insostenibile. Il mio corpo stava letteralmente per scoppiare sotto il tocco sapiente e cieco della sua pelle. La necessità fisica di avere questo contatto, anche in un modo così contorto e silenzioso, sovrastava ogni briciolo di morale mi fosse rimasta. Così, rimasi immobile. Chiuso nel mio sacrosanto silenzio, mi arresi alla lussuria, lasciando che la mia migliore amica mi portasse sull'orlo del precipizio muovendo i piedi nudi contro di me, mentre la guardavo ansimare bendata.
Le piante dei suoi piedi erano incredibilmente morbide, calde e lisce. Anto mosse prima il piede destro, facendo scivolare l'arco plantare lungo tutta la mia lunghezza con una pressione calcolata e perfetta. Sussultai, un fremito incontrollabile che mi attraversò la spina dorsale. Subito dopo, il sinistro si unì al gioco. Intrappolò la mia durezza pulsante tra le due suole, chiudendomi in una morsa flessuosa e stretta che mi fece mancare il respiro.
«Sei di marmo...» sussurrò lei, la voce che vibrava di un compiacimento puramente femminile nel buio della stanza.
Iniziò a muovere i piedi su e giù, con un ritmo lento e provocatorio. La pelle delicata del collo del piede e la morbidezza delle dita creavano un attrito continuo, esasperante. Ogni volta che scivolava verso il basso, stringeva leggermente la presa, per poi allentarla risalendo, massaggiandomi con una maestria che mi stava mandando in cortocircuito il cervello.
Chiusi gli occhi, la mascella serrata fino a farmi dolere i denti. Il mio sacrosanto silenzio era diventato una prigione e al tempo stesso l'unica cosa che mi teneva in vita. Guardarla — completamente nuda, le braccia tirate indietro e ammanettate alla sedia, la benda nera sugli occhi, mentre usava i suoi piedi nudi per portarmi all'esasperazione — era la scena più oscena e perfetta a cui avessi mai assistito in dieci anni.
«Mh... di solito sei così frettoloso, Jacopo,» continuò a stuzzicarmi, ansimando leggermente per lo sforzo fisico di mantenere le gambe sollevate da quella posizione scomoda. Le sue cosce solide e piene tremavano appena, i muscoli dell'addome tesi. «Invece stasera... ti piace farti viziare senza poter fare niente, eh? Lascia fare a me...»
Il ritmo accelerò. Nell'erotico la spontaneità vince sulla complessità, e i suoi movimenti si fecero più rudi, meno calcolati e più istintivi. La frizione della sua pelle contro la mia divenne febbrile. Il calore generato dallo sfregamento dei suoi piedi mi stava spingendo pericolosamente vicino al limite. Ero un fottuto ladro che rubava piacere al buio, logorato da un senso di colpa acido e schiacciante, eppure non feci un solo passo indietro. Spinsi i fianchi in avanti, assecondando la spinta dei suoi piedi, cercando disperatamente quel contatto.
«Oh... sei così caldo,» ansimò Anto, mordendosi il labbro inferiore rosato. Le dita dei suoi piedi si arricciarono, stringendomi ancora più forte sulla punta. «Ancora un po' e mi esplodi addosso prima ancora che io ti abbia slegato le mani... vero?»
Quella frase fu una secchiata di ghiaccio misto a benzina. Lei era convinta che io fossi passivo quanto lei, bloccato in un gioco di ruolo. Se non l'avessi fermata in quel preciso istante, le sarei venuto sui piedi o sull'addome, nel silenzio più totale, e la finzione sarebbe crollata miseramente sotto il peso del mio orgasmo.
Aprii gli occhi, ansimando dal naso per non farmi sentire. Con un gesto secco, afferrai le sue caviglie sottili con le mie mani, bloccando di colpo il movimento frenetico dei suoi piedi.
Anto sussultò, sorpresa dalla presa forte e ruvida delle mie dita. Un gemito le sfuggì dalle labbra. Il gioco dei preliminari era finito. Era il momento di prendermi il resto.
Le mie mani erano ancora chiuse attorno alle sue caviglie. Sentivo il polso accelerato sotto i miei polpastrelli, il battito del suo sangue che correva veloce come il mio. Non c'era più Samu, il bravo studente di medicina, il migliore amico devoto. Era stato divorato. Al suo posto c'era una bestia bramosa, un mostro di lussuria che aveva vissuto per dieci anni nella gabbia del senso di colpa e che ora si era liberata. E la gabbia era la sua bocca.
Con un movimento fluido e scattante, Le lasciai le caviglie e le mie dita si tesero come artigli per afferrare i suoi capelli. Quelli lunghi, lisci, castano dorati che avevo sognato mille volte di sentire scorrere tra le mie mani. Li presi con forza, dalla radice, sentendomi schizzare contro il palmo il profumo del suo shampoo di mandorle e vaniglia.
Lei sbuffò, un suono soffocato tra sorpresa e dolore, quando le tirai la testa all'indietro, esponendole la gola bianca e delicata. Poi, con una violenza che mi spaventò, la spinsi in avanti, verso di me. Verso il mio sesso che era ancora eretto, umido e caldo per la frizione dei suoi piedi.
Non fu una richiesta. Fu un'imposizione.
La punta della mia erezione le sfiorò le labbra carnose, ancora un po' gonfie per il morso che si era data pochi istanti prima.Lei dischiuse appena le labbra per parlare, ma io non le diedi il tempo di emettere un fiato. Affondai nella sua bocca con un colpo secco... godendo ogni singolo millimetro di quel passaggio stretto, umido e caldo. La sua lingua, in un primo momento rigida e sorpresa, cercò di adattarsi, di seguirne il ritmo. Ma io non ne avevo uno. Avevo solo fame.
Iniziai a scoparle la bocca con violenza e passione. Un tempo non lento, non veloce, ma profondo. Spingendo fino in fondo, sentendola contrarsi, ascoltando il suono strozzato che le usciva dalla gola ogni volta che la mia base toccava le sue labbra. Le mie mani si tesero ancora di più nei suoi capelli, tenendola ferma, usandola come un'ancora per non perdere il controllo completamente.
«Mph... Jacopo... s-sentiti...» singhiozzò lei, cercando di respirare il più che poteva. Le parole erano fangose, distorte dalla mia presenza. «Sei così... grande... stasera...»
Il nome di quell'altro. Forse. Non lo capii più. Mi entrò in un orecchio e uscì dall'altro, portandosi via l'ultimo frammento di colpa che mi rimaneva. Non era più un inganno. Era mia. Stava prendendo me. E io avrei preso tutto il resto.
La forza delle mie spinte aumentò, divenendo più rude, più insistente. Il mio pube sbatteva contro il suo mento, le mie palle si stringevano, pronte a esplodere. Lei provava a tenere il ritmo, ma era un gioco perduto in partenza. Lei era il vaso, io l'acqua che lo faceva traboccare. Saliva e il mio liquido pre-eiaculatorio le colavano dagli angoli della bocca, scendendo lungo il mento e finendo sul suo seno pieno e morbido, segnandola, marchiandola come mia.
Con la mano libera, mi chinai e la afferrai. Il suo capezzolo si indurì immediatamente tra le mie dita, una perla rosa e perfetta che io schiacciai, pizzicai e torturai con un godimento che fu pura, crudele estasi. Lei si contorse, un gemito profondo le vibrò in gola, una vibrazione che si trasmise tutta lungo il mio cazzo, spingendomi oltre ogni limite.
