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Erotika
Sborrami Dentro Al Buio · Cap. 2
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Capitolo 2 di 2 17 min di lettura

scopo la bocca della mia migliore amica

un secondo incidente casuale...o forse no?

Alessia
6 mesi fa · 1.1k letture · 0

«Sì... così...» sussurrò lei, o forse fu solo un pensiero che mi si conficcò nel cervello. «Ancora...»

Voleva di più. Voleva che la facessi a pezzi. E io le avrei dato esattamente quello che desiderava.

Tolsi la mano dal suo seno, la strinsi alla base del suo collo, sentendo le sue vertebre delicate sotto il mio pollice. Non la strinsi, ma la minacciai. La possedetti con quel gesto. La sua reazione fu immediata: un'arcata improvvisa del suo corpo, le gambe che si divaricarono ancora di più sulla sedia, anche se nessuno le toccava lì. Era tutta una sola, grande, pulsante voglia di essere scopata.

Il mondo si ridusse a pochi, devastanti centimetri di carne umana.

La mia mano alla base del suo collo non era più solo una minaccia. Era un punto fermo, un'ancora che le impediva di ritirarsi, di sottrarsi anche solo di un millimetro all'assalto che stavo scatenando. L'altra mano, invece, manteneva una presa d'acciaio, le dita saldamente intrecciate nelle sue chiome castane, tirando le radici fino a farle male. che la costrinse ad accettare ogni singolo centimetro di me, ogni singola spinta, fino alle radici dei suoi capelli che dolevo.

Lei ci provò. Con un coraggio che mi scosse fino al midollo, cercò di adattarsi. Respirava di sbieco dal naso, il respiro affannoso e umido che batteva sul mio pube ad ogni spinta. La sua lingua cercava di muoversi, di avvolgermi, ma io le negai anche quel piccolo controllo. La usai come un oggetto, un cuscino morbido e caldo su cui battere con violenza. I miei colpi divennero più duri, più profondi, il suono dei miei testicoli che sbattevano contro il suo mento umido divenne la percussione brutale della nostra sinfonia proibita.

«Mhpf... gluh...»

I suoni che le uscivano dalla gola non erano più parole. Erano lamenti strozzati, gemiti animali, il suono della sua totale sottomissione. E io l'adoravo. La benda le nascondeva gli occhi, ma il suo corpo mi raccontava tutto. I suoi fianchi arrotondati iniziarono a muoversi sulla sedia, un dondolio ritmico e involontario, una danza carnale che cercava di rispondere alla violenza che le infliggevo alla bocca. Si sollevava leggermente sulle punte dei piedi, le cosce tese, come se volesse spingere contro me, accettare ancora di più.

«Non... fermarti...» riuscì a sibilare, le parole spezzate, quasi illeggibili, ma io le udii. Chiare come un ordine.

E così obbedii. O meglio, la disobbedii. Non solo non mi fermai, ma distrussi la sua richiesta. La velocità aumentò vertiginosamente, trasformando il mio ritmo in una furia cieca. Non c'era più tecnica, non c'era più gioco. C'era solo un bisogno primordiale, un istinto animale di scaricare in lei dieci anni di astinenza, dieci anni di rifiuti, dieci anni di odio per il nome che aveva appena pronunciato.

Mi piegai in avanti, il mio stomaco si contrasse, i muscoli delle cosce divennero d'acciaio. Senti la scintilla partire dalla base della mia schiena, un fuoco che mi attraversò tutto, ardendo, bruciando ogni ragione, ogni rimorso, ogni briciola del Samu di prima.

«Sto... sto...» pensai, ma non potevo dirlo.

Il mio seme esplose dalla mia carne con una violenza che mi piegò in due. Non fu un'eruzione, fu una detonazione. Il primo getto, caldo e denso, le colpì la gola in profondità, facendola sobbalzare e sussultare. Ma io la tenevo ferma. La mia mano nei suoi capelli la bloccava, impedendole di ritirarsi, costringendola a ingoiare, a sentire il mio sapore lescorrere giù, lungo l'esofago, un torrente bollente che la marchiava dall'interno.

Un secondo getto, ancora più potente, la riempì, facendola affogare nel mio piacere. Dalle labbra, socchiuse in un silenzio assoluto, iniziò a colare il bianco latteo della mia eccitazione, mescolato alla sua saliva, scendendo lungo il mento, macchiando il suo seno che si sollevava per respirare. Un terzo, e ancora un altro, finché non fui vuoto. Svuotato e tremante.

Rimanemmo così per un istante che parve un'eternità. Io con il cazzo ancora duro nella sua bocca, lei immobile, la testa tenuta in alto dalla mia presa. Il mio respiro era un raglio affannoso. Il suo, un sibilo disperato dal naso.

Il mio respiro era un raglio affannoso. Il suo, un sibilo disperato dal naso. Ero svuotato, tremante, con le dita ancora aggrappate ai suoi capelli castani. Abbassai lo sguardo sul suo viso. La benda nera le copriva gli occhi, ma le sue labbra carnose, dischiuse e macchiate dal mio seme, erano un richiamo a cui non potevo più resistere. Dieci anni. Dieci fottuti anni passati a immaginare che sapore avessero, ad accontentarmi di baci sulla guancia e abbracci fraterni.

La farsa del silenzio non mi bastava più. Allentai la presa sui suoi capelli, feci scivolare la mano dietro la sua nuca e catturai la sua bocca. Non fu un bacio romantico. Fu un bacio violento, disperato, profondamente sporco. Le nostre lingue si scontrarono con ferocia, mescolando il sapore salato della mia eccitazione con la dolcezza della sua saliva. Anto rispose con una fame animale, inarcandosi contro di me e gemendo a gola spiegata contro le mie labbra, accettando quella dominazione totale senza la minima esitazione.

Mi staccai a fatica, i polmoni in fiamme. Feci scivolare la mano destra dietro la sua schiena, sfiorando la pelle umida di sudore, fino a stringere le piccole chiavi d'argento. Il metallo freddo tintinnò contro le manette che le bloccavano i polsi. Ma non la liberai. Non ancora.

Volevo prolungare quel senso di potere assoluto. Temporeggiai, facendo scorrere la punta della chiave lungo la linea della sua spina dorsale. Poi, mi chinai sul suo petto nudo. Con un gesto ruvido, primitivo e sfacciato, raccolsi la saliva in bocca e le sputai dolcemente sul seno sinistro. La goccia scivolò sulla sua pelle chiara e accaldata. Anto sussultò, un brivido visibile le attraversò l'addome morbido. Mi abbassai e iniziai a leccare e succhiare alternatamente i suoi capezzoli turgidi, usando la saliva per bagnarli, mordicchiandoli e tirandoli con le labbra. La sua carne riempiva la mia bocca, calda e reattiva, mentre la storia erotica toccava la sua "apoteosi dei sensi".

«Mh... Dio...» ansimò lei, la testa abbandonata all'indietro, il collo teso. «Sei così... cattivo stasera. Mmh... dovresti... dovresti tenermi legata più spesso...»

Il suono della sua voce rotta dal piacere fu la spinta finale. Inserii la chiave nella toppa. Clic. I bracciali di metallo si aprirono con uno scatto secco, liberando i suoi polsi, che recavano i segni rossi della stretta. Anto portò le braccia in avanti con un sospiro di sollievo, massaggiandosi la pelle.

Feci un passo indietro, pronto a tirarmi su i pantaloni e a fuggire di nuovo nel buio del corridoio, convinto di aver portato a termine il mio furto perfetto. Ma lei non si mosse per togliersi la benda.

Le sue mani si fermarono. Si appoggiò allo schienale della sedia, nuda, marchiata da me, e un sorriso lento, affilato e spaventosamente lucido le incurvò le labbra. «Lo sapevo, Jacopo,» mormorò, la voce bassa, languida, che vibrava di pura malizia nel silenzio della stanza. «Quando non sei qui, sei molto più bravo a scoparmi.»

Il mio sangue si raggelò all'istante. Rimasi paralizzato a un metro da lei, incapace di respirare.

Anto inclinò la testa bendata verso di me, il sorriso che si allargava in un'espressione di trionfo assoluto, crudele e bellissimo. «Aspetta...» sussurrò, fingendo un'innocenza che ormai era andata in frantumi. «Preferisci che ti chiami Jacopo... o Sam?»

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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