Si, lo so. con gli ultimi capitoli usciti mi sono un po' lasciata andare. Racconti lunghi, 7000/8000 caratteri. Forse vi ho annoiati. Forse vi ho fatti sentire in trappola in una delle mie storie, quelle in cui io mi perdo volentieri.
Ebbene sì, a volte la mia testa è un labirinto e io mi ci perdo dentro, senza pensare a chi mi sta seguendo. Scusate.
Per farmi perdonare, ho pensato di fare qualcosina diverso. Niente romanzi, niente epopee immense questa volta. Niente mondi da costruire e poi far crollare.
Solo piccole pillole. Frammenti della mia vita, quella vera. Aneddoti veloci, quasi come delle confessioni sussurrate all'orecchio. Momenti reali, che mi sono capitati e che, pensandoci, valgono la pena di essere raccontati. Storie che non hanno bisogno di troppi contorni, perché il succo è già tutto lì, caldo e pronto da essere assaporato.
iniziamo ovviamente dall'inizio no? vi racconterò della mia prima volta, pensate che avevo 16 anni ed ero totalmente e dico totalmente ubriaca.
Ecco, è lì che entra in scena lui. Il mio amico gabry, a cui devo molte disavventure. io, lui e una sua amica stavamo semplicemente tornando a casa dopo un caffè, niente di che. Le otto e mezza di sera, un'aria frizzantina che prometteva una notte interessante. E invece, eccoli lì: un branco di ragazzoni che ci riconoscono da lontano. Tra loro spunta una faccia che conosco di vista, quella di Giorgio, caro amico di gabry.
"Ehi! Ale! Che fate di bello? Siamo lì alla spiaggetta, abbiamo fatto la spesa ma abbiamo esagerato. Venite a bere qualcosa con noi!"
Non ce lo siamo fatto dire due volte. Io, il mio amico e la sua amica ci uniamo a loro, d' altronde quale idiota direbbe no a dell'alcol gratis. Appena arrivati, la situazione era già un tripudio di bottiglie e buste di patatine. E lì l'ho notato per bene. Questo Giorgio. Alto, quasi un metro e novanta, con un ciuffo di ricci scuri che gli cascava sugli occhi sorprendentemente chiari. Un tipo belloccio, il classico ragazzone che sembrava uscito da una pubblicità, ma con qualcosa di strano in più. Uno sguardo che mi scrutava, che sembrava volermi leggere dentro, e un sorriso un po' troppo furbo.
Era un po' pervertito, sì. Ve ne accorgevate subito dal modo in cui parlava.
"Ehi, Ale," mi dice, porgendomi una birra, "sai che le tette rendono la birra più buona? È scientifico. L'effetto ottico migliora il sapore."
Io riso, un po' stupida. "Ah sì? E come mai, scienziato del cazzo?"
"Eh, più le tette sono belle da guardare più la birra è gustosa" fece lui, facendo un cenno vago verso il mio seno con la bottiglia. "È questione di armonia. Tette e birra. Un binomio perfetto."
Continuò con delle cazzate del genere, per tutta la sera, finché le birre non iniziarono a farmi effetto e io non smisi di trovarlo solo un po' cretino e cominciai a trovarlo divertente, e pure attraente. Ricordo che a un certo punto mi si avvicinò e con un filo di voce, mi sussurrò all'orecchio: "La birra fredda è una cosa. Ma una ragazza calda come te... quella scalda davvero. E non solo la gola."
Sentii un brivido, e non era per la brezza marina. Le risate dei miei amici si affievolirono, diventando un rumore di sottofondo. Lui era lì, vicino, e io mi sentivo trasparente, come se mi vedesse attraverso i vestiti. E mi piaceva. Mi piaceva un sacco. Forse ero già abbastanza ubriaca da non capire cosa stessi facendo. d'altronde pesavo cinquanta chili e l'alcol mi buttava subito giù, però ammetto che anche da sobria avrei fatto un pensiero su di lui, amo chi sa farmi ridere.
A mezzanotte poi, con il sangue ancora allegro per l'alcol, uno di quei cretini ebbe l'idea fatale. "Tutti in mare!" urlò e come un branco di pinguini ubriachi si lanciarono verso le onde, liberandosi di pantaloni e magliette. Li guardo tutti buttarsi in acqua in mutande. Ammetto che Giorgio non era l'unico carino lì, no. C'era un altro, biondo, con addominali che sembravano scolpiti. Ma lui... Giorgio con quel fisico non troppo scolpito, ma sodo, e con quei suoi ricciolini bagnati che gli si attaccavano alla fronte... bagnava qualcos'altro alla me ubriaca. Mentre li guardavo risalire dalla spiaggia, gocciolanti e urlanti, la mia fica cominciò a pulsare, un lento battito insistente.
Naturalmente, una volta tornati al nostro cerchio di bottiglie e sabbia, qualcuno propose l'obbligo o verità, d'altronde da ubriachi era prassi da ragazzini no? Ma lì la posta in gioco era diversa. Eravamo in quattro ragazze e tutti sembravamo avere la stessa idea, la stessa voglia. C'era una ragazza in particolare, la migliore amica di Giorgio, che era attaccata a lui come un'arnese. Lo guardava con fare possessivo, lo toccava ad ogni minima scusa. Era palese che volesse chiavarselo, ma lui sembrava più interessato a me.
Il gioco iniziò. Le prime domande erano quelle classiche da adolescenti: "Con chi baceresti?" "Qual è la cosa più pazza che hai fatto?". Poi, man mano che l'alcol faceva effetto, il tono cambiò. Tocca a una delle altre ragazze. "Obbligo!" dice lei, con un sorriso malizioso. Uno dei ragazzi, quello biondo, la guarda e le dice: "Bacia Giorgio per un minuto." Il silenzio cala. Tutti guardano la migliore amica che sembra scoppiare. Ma Giorgio, con un sorriso sornione, mi guarda e dice: "No. Non la voglio baciare. Voglio baciare lei."
E, senza aspettare una risposta, si avvicina a me. La sua mano mi afferra la nuca, le sue dita si incastrano tra i miei capelli bagnati di mare e sudore. La sua bocca si posa sulla mia. Non è un bacio tenero. È un bacio di uomo, un bacio che prende e non chiede. La sua lingua mi invade la bocca, esplora, morde il mio labbro inferiore. Io ricambio con la stessa voglia, la stessa fame. Lo sento fremere, noto il suo cazzo indurirsi contro il tessuto bagnato dei suoi boxer.
Quando ci stacchiamo, tutti ci fissano. La migliore amica è fulminata. Io, invece, mi sento una regina.
Poi tocca a me. "Obblio o verità, Ale?" mi chiede Giorgio, con la voce roca.
"Obblio," rispondo senza esitazione, sentendo il cuore martellarmi nel petto.
Lui sorride, un sorriso lento, predatorio. "Togliti il reggiseno. E dammelo."
Rido, un suono quasi isterico. Lo guardo negli occhi. So che sta giocando, ma so anche che non scherza. Lentamente, sotto lo sguardo attento di tutti, infilo la mano sotto la maglietta bagnata e slaccio il gancio. Tiro fuori il reggiseno nero, lo arrotolo e glielo porgo. Lui lo prende, lo annusa, e poi lo infila in tasca. "Questo è mio," dice.
La sua mano si posa sulla mia coscia, scivola verso l'alto, sotto la gonna. Le sue dita trovano il perizoma e lo tirano, facendomi sobbalzare. "Sei tutta bagnata, Ale" mi sussurra all'orecchio. "Non è solo la birra, vero?"
Scuoto la testa, incapace di parlare. Le sue dita mi sfiorano la figa, la toccano appena, ma abbastanza da farmi gemere.
"Povera piccola," dice, tutto per sé. "Hai così tanto caldo."
A quel punto, la tensione era palpabile, quasi potete tagliarla con un coltello.
E pian piano, la notte iniziò a sfilacciarsi. I gruppetti si sciolsero. Uno dopo l'altro, gli amici di giorgio se ne andarono. Anche Gabry, il mio solido amico, mi lanciò un'occhiata, un misto tra preoccupazione e complicità, e poi si allontanò con la sua amica. "Fai la brava," mi disse sussurrando, come se io avessi ancora intenzione di fare la brava dopo quello che era successo.
Non li seguii, ovviamente. Il mio posto era lì, con lui.
E fu allora che vengo il bello. La sua migliore amica, quella possessiva, gli si avvicinò con un tono supplichevole, quasi piagnucoloso. "Giorgio, sei tanto gentile... mi accompagni a casa? Da sola non mi sento sicura."
Lui la guardò, senza un briciolo di compassione negli occhi. Anzi, c'era quasi divertimento nel suo sguardo. "Scusa, tesoro," le disse, e non so se fosse più sarcastico o crudele, "ma stasera ho altri piani. Te la caverai." Poi, mi prese per mano, un gesto chiaro, una bandiera sventolata in faccia a tutti. "Io sto con Ale."
Vidi l'espressione di quella ragazza trasformarsi in una maschera di rabbia e umiliazione. Se l'è fatta a piedi, e io non mentirò, quell'immagine mi diede una soddisfazione che mi scese dritta nella fica. Era troia, si meritava di tornarsene a casa da sola, con le mutande ancora bagnate di voglia non soddisfatta.
Così ci ritrovammo soli. Il rumore delle conversazioni e delle risate era un lontano ronzio. La luna era alta nel cielo, una fetta di limone che illuminava la sabbia. Mi sento le ginocchia molli, la testa che girava. Ero ubriaca, molto ubriaca, lo sentivo nel modo in cui il mondo si muoveva ondeggiante intorno a me. Lui, invece, sembrava quasi del tutto lucido.
"Cosa facciamo adesso?" chiesi, la voce un filo.
Lui non rispose a parole. Mi strinse la mano più forte e mi condusse in un angolino più appartato della spiaggia, dietro una duna che nascondeva la vista dal passaggio.
...mi condusse in un angolino più appartato della spiaggia, dietro una duna che nascondeva la vista dal passaggio.
Ci trovammo su di un asciugamano, steso sulla sabbia fredda. Il mondo era un lampo bianco e nero, con la luna che faceva da regista. "Stai bene?" mi chiese lui, la voce un sussurro rauco. Feci cenno di sì, ma in realtà il mondo girava. I ricordi sono come pezzi di un puzzle che non combaciano. Ricordo solo le sensazioni, il resto è un fiume indistinto.
