Pillole Di Vita

Capitolo 1 - La mia prima volta

Alessia
13 hours ago

Si, lo so. con gli ultimi capitoli usciti mi sono un po' lasciata andare. Racconti lunghi, 7000/8000 caratteri. Forse vi ho annoiati. Forse vi ho fatti sentire in trappola in una delle mie storie, quelle in cui io mi perdo volentieri.

Ebbene sì, a volte la mia testa è un labirinto e io mi ci perdo dentro, senza pensare a chi mi sta seguendo. Scusate.

Per farmi perdonare, ho pensato di fare qualcosina diverso. Niente romanzi, niente epopee immense questa volta. Niente mondi da costruire e poi far crollare.

Solo piccole pillole. Frammenti della mia vita, quella vera. Aneddoti veloci, quasi come delle confessioni sussurrate all'orecchio. Momenti reali, che mi sono capitati e che, pensandoci, valgono la pena di essere raccontati. Storie che non hanno bisogno di troppi contorni, perché il succo è già tutto lì, caldo e pronto da essere assaporato.

iniziamo ovviamente dall'inizio no? vi racconterò della mia prima volta, pensate che avevo 16 anni ed ero totalmente e dico totalmente ubriaca.

Ecco, è lì che entra in scena lui. Il mio amico gabry, a cui devo molte disavventure. io, lui e una sua amica stavamo semplicemente tornando a casa dopo un caffè, niente di che. Le otto e mezza di sera, un'aria frizzantina che prometteva una notte interessante. E invece, eccoli lì: un branco di ragazzoni che ci riconoscono da lontano. Tra loro spunta una faccia che conosco di vista, quella di Giorgio, caro amico di gabry.

"Ehi! Ale! Che fate di bello? Siamo lì alla spiaggetta, abbiamo fatto la spesa ma abbiamo esagerato. Venite a bere qualcosa con noi!"

Non ce lo siamo fatto dire due volte. Io, il mio amico e la sua amica ci uniamo a loro, d' altronde quale idiota direbbe no a dell'alcol gratis. Appena arrivati, la situazione era già un tripudio di bottiglie e buste di patatine. E lì l'ho notato per bene. Questo Giorgio. Alto, quasi un metro e novanta, con un ciuffo di ricci scuri che gli cascava sugli occhi sorprendentemente chiari. Un tipo belloccio, il classico ragazzone che sembrava uscito da una pubblicità, ma con qualcosa di strano in più. Uno sguardo che mi scrutava, che sembrava volermi leggere dentro, e un sorriso un po' troppo furbo.

Era un po' pervertito, sì. Ve ne accorgevate subito dal modo in cui parlava.

"Ehi, Ale," mi dice, porgendomi una birra, "sai che le tette rendono la birra più buona? È scientifico. L'effetto ottico migliora il sapore."

Io riso, un po' stupida. "Ah sì? E come mai, scienziato del cazzo?"

"Eh, più le tette sono belle da guardare più la birra è gustosa" fece lui, facendo un cenno vago verso il mio seno con la bottiglia. "È questione di armonia. Tette e birra. Un binomio perfetto."

Continuò con delle cazzate del genere, per tutta la sera, finché le birre non iniziarono a farmi effetto e io non smisi di trovarlo solo un po' cretino e cominciai a trovarlo divertente, e pure attraente. Ricordo che a un certo punto mi si avvicinò e con un filo di voce, mi sussurrò all'orecchio: "La birra fredda è una cosa. Ma una ragazza calda come te... quella scalda davvero. E non solo la gola."

Sentii un brivido, e non era per la brezza marina. Le risate dei miei amici si affievolirono, diventando un rumore di sottofondo. Lui era lì, vicino, e io mi sentivo trasparente, come se mi vedesse attraverso i vestiti. E mi piaceva. Mi piaceva un sacco. Forse ero già abbastanza ubriaca da non capire cosa stessi facendo. d'altronde pesavo cinquanta chili e l'alcol mi buttava subito giù, però ammetto che anche da sobria avrei fatto un pensiero su di lui, amo chi sa farmi ridere.

A mezzanotte poi, con il sangue ancora allegro per l'alcol, uno di quei cretini ebbe l'idea fatale. "Tutti in mare!" urlò e come un branco di pinguini ubriachi si lanciarono verso le onde, liberandosi di pantaloni e magliette. Li guardo tutti buttarsi in acqua in mutande. Ammetto che Giorgio non era l'unico carino lì, no. C'era un altro, biondo, con addominali che sembravano scolpiti. Ma lui... Giorgio con quel fisico non troppo scolpito, ma sodo, e con quei suoi ricciolini bagnati che gli si attaccavano alla fronte... bagnava qualcos'altro alla me ubriaca. Mentre li guardavo risalire dalla spiaggia, gocciolanti e urlanti, la mia fica cominciò a pulsare, un lento battito insistente.

Naturalmente, una volta tornati al nostro cerchio di bottiglie e sabbia, qualcuno propose l'obbligo o verità, d'altronde da ubriachi era prassi da ragazzini no? Ma lì la posta in gioco era diversa. Eravamo in quattro ragazze e tutti sembravamo avere la stessa idea, la stessa voglia. C'era una ragazza in particolare, la migliore amica di Giorgio, che era attaccata a lui come un'arnese. Lo guardava con fare possessivo, lo toccava ad ogni minima scusa. Era palese che volesse chiavarselo, ma lui sembrava più interessato a me.

Il gioco iniziò. Le prime domande erano quelle classiche da adolescenti: "Con chi baceresti?" "Qual è la cosa più pazza che hai fatto?". Poi, man mano che l'alcol faceva effetto, il tono cambiò. Tocca a una delle altre ragazze. "Obbligo!" dice lei, con un sorriso malizioso. Uno dei ragazzi, quello biondo, la guarda e le dice: "Bacia Giorgio per un minuto." Il silenzio cala. Tutti guardano la migliore amica che sembra scoppiare. Ma Giorgio, con un sorriso sornione, mi guarda e dice: "No. Non la voglio baciare. Voglio baciare lei."

E, senza aspettare una risposta, si avvicina a me. La sua mano mi afferra la nuca, le sue dita si incastrano tra i miei capelli bagnati di mare e sudore. La sua bocca si posa sulla mia. Non è un bacio tenero. È un bacio di uomo, un bacio che prende e non chiede. La sua lingua mi invade la bocca, esplora, morde il mio labbro inferiore. Io ricambio con la stessa voglia, la stessa fame. Lo sento fremere, noto il suo cazzo indurirsi contro il tessuto bagnato dei suoi boxer.

Quando ci stacchiamo, tutti ci fissano. La migliore amica è fulminata. Io, invece, mi sento una regina.

Poi tocca a me. "Obblio o verità, Ale?" mi chiede Giorgio, con la voce roca.

"Obblio," rispondo senza esitazione, sentendo il cuore martellarmi nel petto.

Lui sorride, un sorriso lento, predatorio. "Togliti il reggiseno. E dammelo."

Rido, un suono quasi isterico. Lo guardo negli occhi. So che sta giocando, ma so anche che non scherza. Lentamente, sotto lo sguardo attento di tutti, infilo la mano sotto la maglietta bagnata e slaccio il gancio. Tiro fuori il reggiseno nero, lo arrotolo e glielo porgo. Lui lo prende, lo annusa, e poi lo infila in tasca. "Questo è mio," dice.

La sua mano si posa sulla mia coscia, scivola verso l'alto, sotto la gonna. Le sue dita trovano il perizoma e lo tirano, facendomi sobbalzare. "Sei tutta bagnata, Ale" mi sussurra all'orecchio. "Non è solo la birra, vero?"

Scuoto la testa, incapace di parlare. Le sue dita mi sfiorano la figa, la toccano appena, ma abbastanza da farmi gemere.

"Povera piccola," dice, tutto per sé. "Hai così tanto caldo."

A quel punto, la tensione era palpabile, quasi potete tagliarla con un coltello.

E pian piano, la notte iniziò a sfilacciarsi. I gruppetti si sciolsero. Uno dopo l'altro, gli amici di giorgio se ne andarono. Anche Gabry, il mio solido amico, mi lanciò un'occhiata, un misto tra preoccupazione e complicità, e poi si allontanò con la sua amica. "Fai la brava," mi disse sussurrando, come se io avessi ancora intenzione di fare la brava dopo quello che era successo.

Non li seguii, ovviamente. Il mio posto era lì, con lui.

E fu allora che vengo il bello. La sua migliore amica, quella possessiva, gli si avvicinò con un tono supplichevole, quasi piagnucoloso. "Giorgio, sei tanto gentile... mi accompagni a casa? Da sola non mi sento sicura."

Lui la guardò, senza un briciolo di compassione negli occhi. Anzi, c'era quasi divertimento nel suo sguardo. "Scusa, tesoro," le disse, e non so se fosse più sarcastico o crudele, "ma stasera ho altri piani. Te la caverai." Poi, mi prese per mano, un gesto chiaro, una bandiera sventolata in faccia a tutti. "Io sto con Ale."

Vidi l'espressione di quella ragazza trasformarsi in una maschera di rabbia e umiliazione. Se l'è fatta a piedi, e io non mentirò, quell'immagine mi diede una soddisfazione che mi scese dritta nella fica. Era troia, si meritava di tornarsene a casa da sola, con le mutande ancora bagnate di voglia non soddisfatta.

Così ci ritrovammo soli. Il rumore delle conversazioni e delle risate era un lontano ronzio. La luna era alta nel cielo, una fetta di limone che illuminava la sabbia. Mi sento le ginocchia molli, la testa che girava. Ero ubriaca, molto ubriaca, lo sentivo nel modo in cui il mondo si muoveva ondeggiante intorno a me. Lui, invece, sembrava quasi del tutto lucido.

"Cosa facciamo adesso?" chiesi, la voce un filo.

Lui non rispose a parole. Mi strinse la mano più forte e mi condusse in un angolino più appartato della spiaggia, dietro una duna che nascondeva la vista dal passaggio.

...mi condusse in un angolino più appartato della spiaggia, dietro una duna che nascondeva la vista dal passaggio.

Ci trovammo su di un asciugamano, steso sulla sabbia fredda. Il mondo era un lampo bianco e nero, con la luna che faceva da regista. "Stai bene?" mi chiese lui, la voce un sussurro rauco. Feci cenno di sì, ma in realtà il mondo girava. I ricordi sono come pezzi di un puzzle che non combaciano. Ricordo solo le sensazioni, il resto è un fiume indistinto.

Lui mi prese il viso tra le mani e mi baciò di nuovo. Questa volta il bacio era più lento, più intimo. La sua lingua mi esplorò la bocca, le sue dita mi accarezzarono i capelli. A quel tempo avevo i capelli rossi, ricci, e si erano riempiti di sabbia. Sentivo la sua mano che passava tra le mie chiome, che sentiva la grana della sabbia, e non me ne fregava niente. Volevo solo che mi toccasse. "Ti sei sporcata tutta, piccola troia," mi sussurrò all'orecchio, mordicchiando il lobo. E io godei.

Mi slacciò la gonna, la fece scivolare via. Poi mi alzò la maglietta, bagnata e fredda. Ero lì, in mutande davanti a lui. Il seno nudo al freddo della notte. "Che belle tette piccole," disse, e le sue mani mi afferrarono, non con delicatezza, ma con una voglia che mi fece gemere. Le sue dita mi strizzarono i capezzoli, che si indurirono subito. "Li voglio morire," disse, e si chinò per succhiarmeli.

Mentre mi leccava i seni, io sentii il suo cazzo, duro e grosso, premere contro di me. Attraverso i suoi boxer umidi di mare e di voglia, lo accarezzai. Non lo vidi mai, ma sentivo le sue dimensioni, la sua durezza. Sembrava enorme, un'arma di distruzione di massa che puntava dritta alla mia fica. "Lo vuoi, eh?" mi chiese, sollevando la testa. "Lo vuoi dentro di te?"

"Famelo vedere," gli sussurrai io, la voce rotta dalla voglia e dall'alcol.

Lui rise, un suono basso e sensuale. "Ancora no, piccola mia. Prima ti faccio godere come nessuno ha mai fatto."

Mi sdraia sull'asciugamano. La sabbia mi entrava ovunque, nelle fessure della pelle, nei capelli, tra le gambe. Era fastidiosa, ma non potevo pensare a niente se non a lui. Si chinò tra le mie cosce, mi divaricò le gambe con forza. Mi guardò la fica, nascosta solo dal perizoma bagnato. "Che bella fica," disse. "Anche questa è mia."

Mi strappò via il perizoma con un gesto brusco, e io urlai, un misto di dolore e piacere. Poi la sua lingua mi colpì. Era un uragano, un'ondata che mi travolse. Mi leccava la fica con una furia quasi violenta, la sua lingua entrava dentro di me, succhiava il clitoride, mordicchiava le labbra.

Cazzo, mi leccava con un'intensità che avevo solo sognato. La sua lingua era una frusta, poi un batuffolo, poi una lama affilata. E poi succhiava il mio clitoride, lo teneva tra le labbra e io sentivo il mondo sprofondare in un buco nero di piacere. Era chiaro che non era alle prime armi, sapeva esattamente cosa fare, dove toccare, quanto premere. Nei miei deliri da ubriaca, tra un gemito e l'altro, ricordo che pensavo solo una cosa: cazzo, meno male che oggi mi sono fatta i peli della figa. Una cretineria, lo so, ma era l'unico pensiero che riuscivo a formare in quella testa annebbiata.

Poi fu un'esplosione. Un orgasmo che mi partì dalla schiena, mi salì su per la colonna vertebrale come un'onda elettrica e mi scaraventò nel vuoto. Strillai. Non mi vergogno a dirlo. Strillai da far male le orecchie, una bestia in calore sulla spiaggia deserta. Le mie gambe tremavano, il mio corpo si contorse, la mia fica si contrasse violentemente sulla sua lingua.

Ma non fu abbastanza. Anzi, fu solo l'inizio. L'orgasmo non placò la mia sete, la accese. Volevo di più. Volevo il suo cazzo dentro di me. "Scopami, Giorgio, cazzo, scopami," sbavai, le parole quasi incomprensibili.

Lui alzò la testa, la bocca lucida dei miei umori. Un sorriso diabolico gli si dipinse sul volto. Non se lo fece ripetere due volte. Abbassò i boxer in un solo gesto secco, e lì, finalmente, lo vidi. E era anche più grosso di come l'avevo immaginato. Grosso, duro, con la cappella che pallideggiava sotto la luna.

Mi allargò le gambe con una violenza che mi piacque. Si posizionò tra le mie cosce, la sabbia fastidiosa che si attaccava dappertutto, e non me ne importava un cazzo. "Allora, Ale, sei pronta?" mi sussurrò, e non fu una domanda, fu una sentenza.

Poi entrò. E fu un'esplosione di dolore e piacere. Rompè tutto, la mia verginità, la mia inesperienza, le mie paure. Mi sentii spaccare in due, e per un istante pensai che non ce l'avrei mai fatta. Ma poi il dolore lasciò posto a un piacere così intenso che mi mancò il respiro. Iniziò a scoparmi, con colpi profondi, che arrivavano fino in fondo, che mi facevano sentire sua, solo sua. Ogni spinta era una rivendicazione, un possesso. Le sue mani mi stringevano i fianchi. Urlavo il suo nome, una preghiera, un'invocazione.

Il mondo si dissolse. Non c'era più spiaggia, non c'era più sabbia, non c'era più luna. C'era solo lui, il suo cazzo dentro di me, i suoi gemiti nelle mie orecchie. Le mie cosce si avvinghiarono alla sua vita, cercando di tirarlo ancora più a fondo, di fonderci in un'unica, sudata, bagnata creatura. Ogni colpo era un tuono nella mia testa, un'onda di piacere che mi travolgeva.

Cazzo, come si stringeva la figa attorno al suo cazzo. Sentivo le mie pareti interne contrarsi, pulsare, succhiare. Era come se il mio corpo volesse divorarlo, inghiottirlo, tenerlo lì per sempre. "Sì, così, stringi, troia," sibilava lui nel mio orecchio, il fiato caldo e pesante. "Vuoi il mio cazzo, eh? Vuoi che ti riempia fino a farti scoppiare?"

"Sì, cazzo, sì!" urlai io, senza voce, senza fiato. Le mie mani gli graffiavano la schiena, lasciando solchi rossi sulla sua pelle. Volevo marchiarlo, volevo che mi appartenesse.

Poi fu di nuovo un'esplosione. Un orgasmo ancora più forte del primo, un cataclisma che mi scosse dalle fondamenta. La figa si strinse attorno al suo cazzo come una morsa, un'ondata di calore che lo inondò. "Oh, cazzo, Ale, sto venendo," gridò lui, e sentii il suo cazzo pulsare dentro di me, sentii lo sperma caldo che mi riempiva, che mi colava lungo le coscie.

Restammo così per un istante, lui sopra di me, entrambi senza fiato, il cuore che ci martellava nel petto all'unisono. La sabbia era ovunque, nei capelli, sulla pelle, tra i denti. Ma a me non importava. Avevo avuto il mio cazzo, avevo avuto il mio orgasmo, avevo avuto il mio pezzo di paradiso in una notte di sesso e alcol. E non era una cazzata. Era la verità.

Poi fu il silenzio. Un silenzio pesante, rotto solo dai nostri respiri affannati. Lui non si mosse subito. Restò sopra di me, pesante, un peso che non mi opprimeva ma mi ancorava a quel momento. Ci guardammo per un po', senza dire niente. Poi mi diede un bacio. Lungo, profondo, diverso da tutti gli altri. Non era più un bacio di fame, ma di sazietà. Un bacio che assaggiava il sesso, il sudore, la birra e la sabbia.

"Sei fantastica," mi sussurrò, e per la prima volta la sua voce sembrava dolce. Le sue mani tornarono sulle mie tette, non più con la furia di prima, ma con una lenta esplorazione. Le accarezzò, le carezzò, le strizzò dolcemente. Poi si chinò e le prese in bocca, una dopo l'altra. Le succhiò forte, facendomi gemere di nuovo, un gemito sommesso, esausto. Le sue labbra mi avvolgevano i capezzoli, la sua lingua ci giocava sopra. Sentivo il mio corpo risvegliarsi di nuovo, una fiammata sotto la cenere dell'orgasmo.

E fu lì, in quel momento di intimità stranamente tenera, che lui mi disse quella cosa. La ricordo come se fosse adesso, lucidamente. "Sai, Ale," disse, sollevando la testa dal mio seno, il sorriso stampato sul volto, "se da queste tette piccole e perfette uscisse la birra, la vita sarebbe perfetta."

Risi. Ridere fu l'unica cosa che poti fare. Una risata isterica, liberatoria, che mi fece male alle reni. Era così cretino, così maschio, così Giorgio. E fu in quel momento che capii di essere fottutamente innamorata di lui, almeno allora e poi per qualche motivo questo è il ricordo più lucido di quella serata.

Dopo, ci sistemammo. Lui mi aiutò a rialzarmi, mi diede la sua felpa per coprirmi, visto che la mia era tutta bagnata e piena di sabbia. Mi riaccompagnò a casa. Non parlammo molto. C'era poco da dire. Camminammo mano nella mano, come due fidanzatini. Prima di salutarmi, mi diede un ultimo bacio sulla fronte. "E il reggiseno?" gli chiesi con un filo di voce. Lui sorrise. "Lo tengo io. È un ricordo." e io, ubriaca e felice, non seppi dire di no.

La verginità fu un sogno. Una sbornia di sesso e alcol che mi lasciò un ricordo dolce e confuso.

Con Giorgio ci sentimmo per un po'. Lo scopai altre volte. Ogni volta era un'avventura, una follia. Fu lui, a raccontarmi i pezzi di quella notte, a riempire i buchi della mia memoria. "Ti ricordi quando hai urlato così forte che abbiamo spaventato i gabbiani?" mi chiese una volta, ridendo. "E quando hai detto che la sabbia ti entrava nel culo?" E io rise, scoprendo quei frammenti di me che l'alcol mi aveva rubato.

E forse è anche grazie a lui se questa storia è più chiara, se i contorni sono meno sfocati. Perché i miei ricordi di quella notte, da sola, sarebbero stati solo un tripudio di sensazioni, senza un filo logico.

spero che questo racconto vi sia piaciuto, ho tante altre storielle del cazzo da raccontare e conoscendomi, avrò altre mille disavventure in futuro, sarà una rubrica infinita!