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Erotika
Tentazione a pagamento · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 23 min di lettura

Sesso e Sangue

che ci sia finalmente stata una svolta dopo l’ultima volta? o un altro passo indietro?

Astronomo
1 anno fa · 370 letture · 0

La guardavo mentre passava la garza con movimenti lenti e precisi. Sembrava cercare di non incontrare il mio sguardo, ma ogni tanto i suoi occhi castani sfuggivano verso i miei, veloci come un colpo di vento. Era diversa così, spettinata, tesa, quasi fragile. Ma non mollava il suo personaggio.

«Non devi avere paura di me, Tresy,» dissi piano. La voce mi uscì più dolce di quanto avessi previsto. «Io non voglio farti del male. E non ti vedo come un premio.»

Lei scosse la testa, facendo un piccolo sbuffo sarcastico. «No? E allora perché ogni volta che mi guardi sembri pensare “la voglio tutta per me”?»

«Perché ti voglio,» ammisi, con un nodo in gola. «Ma non come pensi tu. Non per vantarmi. Non per farmi sentire più uomo. Ti voglio perché con te mi sento vivo. E quando non ci sei, mi manca l’aria.»

Si fermò. Restò così per un istante, con il batuffolo insanguinato tra le dita e lo sguardo perso da qualche parte sul mio petto.

Poi sorrise. Un sorriso storto, affilato. «Cavolo. Hai fatto pratica con le frasi da film, eh?»

«Tresy…»

«No, dai. Seriamente. È tenero. Un po’ da maniaco del romanticismo, ma tenero.»

Riprese a disinfettarmi il sopracciglio con più delicatezza, quasi con rispetto. Ma nel tono rimaneva quella lama appuntita, quel modo tutto suo di tenersi distante anche mentre si avvicinava.

«Sai quanti mi hanno detto cose così?» continuò, abbassando lo sguardo. «“Io sono diverso”, “con me sarà tutto diverso”, “non ti farò mai male”. E poi mi guardavano come si guarda una cosa rara. Una troia preziosa. Un bel trofeo da mostrare agli amici.»

«Io non…» provai a dire.

Lei alzò la mano per zittirmi, ma con un gesto quasi tenero. «Lo so. Tu sei più bravo a nasconderlo.»

Fece una pausa, poi alzò gli occhi. «Ma quando ti ho detto che quella parte di me non era in vendita… tu ti sei chiuso. Hai fatto la stessa faccia che fanno tutti. Quella da bambino deluso che non ha ottenuto il regalo che voleva.»

Il mio petto si strinse. Era vero. Ma non era tutto.

«Non era solo delusione. Era gelosia. E paura. E sì, anche frustrazione. Ma non perché voglio usarti, Tresy. Perché voglio capirti. E non so se posso.»

Lei inclinò la testa, un sorriso provocante sulle labbra. «Capirmi? Brutto progetto. C’è gente che ha provato e si è fatta male.»

«Forse voglio farmi male allora.»

Lei rise. Un suono corto, quasi sincero. «Hai decisamente problemi, Luca.»

Poi soffiò piano sulla ferita disinfettata. Il suo respiro caldo mi sfiorò la pelle, e il brivido che mi attraversò fu immediato.

«Adesso ti metto il cerotto,» disse, cercando qualcosa nella scatola. «E se fai il bravo, ti porto pure un ghiacciolo. Sai, per il trauma.»

Sorrisi, nonostante tutto. La tensione si era trasformata in qualcosa di più morbido, più denso. Ma dietro il tono scherzoso, io vedevo la sua paura. Il suo bisogno di non lasciarsi andare. Di non fidarsi davvero.

Eppure era lì. A casa mia. Che mi curava. Che si lasciava vedere.

E in quel momento, capii che non serviva correre. Bastava restare.

Mi accarezzò piano la nuca, poi mi sollevò con dolcezza, facendomi poggiare la testa sul suo grembo. Le sue dita scorrevano tra i miei capelli, lente, quasi affettuose. La guardai da sotto in su, con il respiro ancora irregolare. Lei sorrise, quel sorriso che era insieme tenero e malizioso.

«Ehi…» mormorò, inclinando appena la testa, «hai ancora male?»

Scossi piano la testa. Non più. Non davvero. La sua vicinanza mi calmava, il suo corpo caldo contro il mio era più efficace di qualunque disinfettante.

«Mh,» mormorò, con un mezzo sorriso. «Sai… potrei anche fare di più per farti stare meglio.»

Sollevai lo sguardo, curioso. Ma lei rise, abbassandosi appena con il viso vicino al mio.

«Tranquillo, so già cosa fare. Tu devi solo startene buono, piccolino.»

Mi prese bonariamente in giro con quella sua voce suadente e ironica che sapeva benissimo come colpirmi. Poi si spostò un po’, si tolse la felpa e, subito dopo, anche la maglia sotto. Rimase solo con la pelle nuda sotto di me, il seno morbido e abbondante a pochi centimetri dal mio viso.

«Dai, piccolo mio…» sussurrò, con un sorriso divertito e provocante. «Un po’ di lattuccio?»

Lo disse come una battuta, certo. Ma quella battuta mi fece girare la testa.

Il tono era quello di sempre, da attrice consumata, ma i suoi occhi erano più profondi. Forse stava ancora giocando. O forse, per un attimo, si stava lasciando andare.

Io, lì sotto, non avevo più difese.

E forse non ne volevo.

Sentii le guance andare a fuoco, ma non mi tirai indietro. Mi sollevai appena e mi chinai su di lei, le labbra che trovarono il suo seno con timidezza. Lo baciai prima, con attenzione, e poi iniziai a succhiare piano, leccando la pelle con movimenti lenti e incerti.

Lei sospirò, la mano che mi stringeva la nuca con più forza. Sentivo il suo respiro cambiare, il petto sollevarsi piano sotto la mia bocca.

«Mh… così bravo per essere così nuovo a certe cose…» sussurrò, socchiudendo gli occhi.

Continuai a muovermi con la bocca, ogni tanto sollevando lo sguardo verso il suo viso. Volevo che mi dicesse che andava bene. Che le piaceva. Che ero io a farle provare qualcosa di vero.

E quando vidi il modo in cui tratteneva il respiro, il modo in cui le sue dita si chiudevano tra i miei capelli… capii che sì, in quel momento ero io. Solo io.

E avrei voluto restare lì per sempre.

Continuai a baciarla, a succhiare il suo seno con sempre più sicurezza, spingendomi un po’ oltre ogni volta. Lei lasciava fare, con un respiro sempre più caldo, gli occhi socchiusi e la schiena che si incurvava appena sotto le mie labbra. Le sue mani, che prima accarezzavano soltanto la mia nuca, iniziarono a scendere. Una si fermò sulla mia spalla, l’altra esplorò la mia schiena, lenta, mentre io lasciavo che le dita salissero a sfiorarle l’altro seno, più timido che sicuro, ma comunque assetato di sentirla.

La sua pelle era calda, viva. La forma piena del suo petto si muoveva sotto le mie mani, e io mi perdevo nel contrasto tra la sua morbidezza e la tensione che le sentivo sotto le dita, come se anche lei stesse trattenendo qualcosa.

«Così assetato, eh…» sussurrò con un sorriso appena accennato, la voce graffiata dal respiro.

Avvertii la sua mano scivolare più in basso, con una lentezza che faceva salire il cuore in gola. Si fermò sopra i miei pantaloni, la pressione leggera ma decisa, sfiorando attraverso il tessuto il mio desiderio ormai impossibile da ignorare. Mi strappò un gemito involontario, breve, e lei rise piano.

«Mmh… ma guarda com’è vivo, il mio piccolo Luca.»

Arrossii, ma non mi fermai. Le mani le massaggiavano il seno con più decisione ora, alternando carezze e pressioni leggere, mentre la mia bocca continuava a giocare con il capezzolo, leccando, succhiando, respirando sulla sua pelle. La sentivo fremere, vibrare sotto di me.

La sua mano aumentò la pressione, il palmo che si muoveva in piccoli cerchi sopra il tessuto teso dei miei pantaloni. Ogni suo gesto sembrava sapere esattamente cosa mi mandava fuori controllo.

«Così ti piaccio davvero, eh?» sussurrò, inclinando la testa e guardandomi con quello sguardo mezzo tenero e mezzo crudele che mi stregava. «Ma non è solo questo che vuoi… vero?»

Non riuscii a risponderle. Non a parole. Ma la mia bocca, il mio corpo, le mie mani le stavano già dicendo tutto.

Sentivo la sua mano che si muoveva con lentezza provocante, ma i suoi occhi dicevano tutt’altro. Mi stava leggendo, scrutando ogni mio respiro, ogni mia esitazione. Non avevo più difese.

Il mio respiro diventò affannoso quando la sua mano scivolò sotto la cintura. Il calore del suo tocco, improvviso e diretto, mi fece sobbalzare. Lei non distolse lo sguardo. Lo fece con naturalezza, come se fosse la cosa più semplice del mondo. Ma per me fu un’esplosione.

Prima di andare avanti…

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