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Erotika
Tentazione a pagamento · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 25 min di lettura

Tra le sue tette

l’ennesimo momento di passionalità con tresy, che però stia cambiando qualcosa?

Astronomo
1 anno fa · 396 letture · 3

Camminammo per qualche minuto, con Tresy che canticchiava sottovoce mentre fumava, il fumo della sigaretta danzava nell’aria attorno a noi. Mi chiedevo dove stessimo andando, ma non osavo chiederlo. Era come se mi stesse mettendo alla prova, come se aspettasse di vedere fino a che punto sarei stato disposto a seguirla senza fare domande.

Arrivammo a un punto che conoscevo bene: le scale isolate della mia città. Di sera quel posto diventava un ritrovo per chi voleva bere o farsi senza essere disturbato, ma di giorno era deserto. Ai lati delle scale c’erano delle panchine coperte da una piattaforma, perfette per sparire dalla vista di chi passava per caso.

Tresy si diresse decisa verso una di quelle panchine e si sedette con naturalezza, allungando le gambe e incrociando le caviglie. Tirò fuori un’altra sigaretta e la accese, poi mi guardò. “Non restare in piedi come uno scemo, siediti.”

Mi sedetti accanto a lei, senza sapere bene cosa dire.

“Vedi? Non è un brutto posto.” disse, buttando fuori il fumo con un sospiro. “Tranquillo, nascosto… perfetto per fare qualsiasi cosa senza che nessuno si faccia i fatti tuoi.”

Mi lanciò un’occhiata carica di sottintesi, poi tornò a guardare davanti a sé, giocherellando con il filtro della sigaretta.

Cominciò a parlare di tutto e di niente, come faceva sempre. Scherzava, prendeva in giro la gente, commentava cose a caso con quell’aria sfrontata che la rendeva così… Tresy. Io rispondevo a monosillabi, annuivo, ridevo ogni tanto. Ma nella mia testa c’era una domanda che mi tormentava da giorni, e senza nemmeno pensarci, mi scappò.

“Perché mi tratti così bene?”

Lei si fermò un attimo, la sigaretta tra le dita. Poi si voltò verso di me con un sorriso divertito. “Io? Trattarti bene? Sei sicuro?”

“Sì.” dissi, fissandola negli occhi. “Non so… con me sei diversa. Mi stuzzichi, ma sei anche gentile. Come se ti interessasse davvero.”

Tresy inclinò la testa di lato, come se trovasse buffo quello che avevo detto. “E se fosse così?”

Mi sentii stringere lo stomaco. “È così?”

Lei non rispose subito. Prese un’ultima boccata dalla sigaretta e la spense contro la panchina. Poi si sporse leggermente verso di me, con un sorrisetto sulle labbra. “Forse mi piace vederti impazzire un po’. Forse mi diverto.”

Mi guardò negli occhi, con quella luce sfacciata e pericolosa che mi faceva perdere ogni certezza. “O forse, semplicemente, mi piaci.”

Non seppi cosa dire. Il cuore mi batteva troppo forte. Ma prima che potessi rispondere, lei si allontanò con un sorriso misterioso, come se avesse appena lanciato un’esca e aspettasse di vedere se abboccavo.

Tresy scoppiò a ridere, una risata sincera e impertinente che la fece piegare leggermente in avanti. Poi, senza preavviso, si mosse con la sua solita sicurezza e si sedette a cavalcioni su di me, bloccandomi contro la panchina. Il suo peso leggero e il calore del suo corpo mi mandarono un brivido lungo la schiena.

“O forse” disse con un sorriso malizioso, inclinando la testa mentre mi osservava con quegli occhi pieni di sfida, “sono gentile perché sei il mio cliente preferito.”

Ridacchiò, sporgendosi leggermente in avanti, facendo in modo che il suo petto sfiorasse il mio, mentre iniziava a muoversi, strusciandosi lentamente su di me. Il movimento era giocoso, ma carico di qualcosa di molto più profondo. Una provocazione, una tortura.

Mi mancò il respiro. Lei si mordeva il labbro, divertita dal mio evidente imbarazzo. “Che c’è?” chiese con tono scherzoso, continuando quel movimento sottile ma devastante. “Ti sto mettendo in difficoltà?”

Non riuscivo a rispondere. Sentivo il mio corpo reagire alla sua presenza in un modo che non potevo controllare, e sapevo che lei se ne rendeva perfettamente conto.

Tresy ridacchiò di nuovo, abbassandosi fino a sfiorarmi il mento con il naso. “Dai, rilassati.” sussurrò. “Sto solo giocando.”

Ma per me non era solo un gioco. Il mio respiro era irregolare, le mani mi tremavano leggermente mentre le tenevo poggiate ai lati della panchina, cercando disperatamente di non afferrarla per i fianchi e rispondere ai suoi movimenti.

Dopo un po’, però, si fermò. Rimase lì, a fissarmi per qualche secondo, poi il suo sguardo cambiò. Si fece più morbido, più sincero.

Si spostò da sopra di me e tornò a sedersi di fianco, incrociando le gambe e stiracchiandosi con un’espressione soddisfatta. “Alla fine, sono gentile con te perché tu lo sei con me.” disse con un sorriso appena accennato.

Quelle parole mi lasciarono spiazzato. Rimasi a fissarla, cercando di capire se stesse ancora scherzando, ma sembrava davvero sincera.

Era la prima volta che diceva qualcosa del genere. La prima volta che ammetteva, anche solo vagamente, che tra noi c’era qualcosa di più di un semplice gioco.

Mentre stavamo seduti lì, sul quella panchina nascosta, Tresy fumava con tranquillità, come se il mondo intorno a lei non esistesse. Io, invece, ero ancora perso nei pensieri di tutto quello che avevamo appena vissuto. Il modo in cui si era seduta su di me, come giocava con le parole, il suo sorriso sfacciato che sembrava sempre sapere più di quello che diceva.

Mi sentivo a mio agio con lei, in un modo strano e nuovo. Parlare con Tresy era… naturale. Anche quando mi prendeva in giro, mi faceva sorridere. E senza pensarci troppo, le chiesi la domanda che mi ronzava in testa da tempo.

“Ma… tu lo fai perché ti piace o perché ne hai bisogno?”

Appena le parole uscirono dalla mia bocca, mi resi conto di quanto potessero suonare invadenti. Gli occhi di Tresy si spostarono su di me, sorpresi.

“Cioè… scusa, non voglio farmi i fatti tuoi. Non volevo essere indelicato.” mi affrettai a dire, sentendomi un completo idiota. “Dimentica quello che ho detto.”

Lei mi guardò per qualche secondo, poi scoppiò a ridere.

“Madò, quanto sei impacciato.”

Scosse la testa, ancora sorridendo, poi aspirò dalla sigaretta e si prese qualche istante prima di rispondere. Quando parlò, il suo tono era più tranquillo, quasi serio.

“Tranquillo, non mi offendo. Me l’hanno già chiesto in tanti.”

Inspirò ancora, lasciando poi andare il fumo lentamente. “Diciamo che non è che lo faccio perché mi diverto, ma nemmeno perché ho fame. Ho casa, ho da mangiare… il problema è che a casa ci devo stare il meno possibile.”

Abbassò un attimo lo sguardo, poi lo rialzò, guardandomi con un’espressione diversa dal solito. Meno sicura, più… stanca.

“La mia famiglia mi tratta come una rinnegata. Non mi danno un euro, mi parlano a malapena. Sono come un fantasma per loro, a meno che non serva qualcuno su cui sfogarsi. Ogni giorno a casa mia è un inferno. Urla, porte sbattute, insulti. Meglio starne alla larga.”

Fece un sorriso amaro, scrollando le spalle. “Quindi sì, faccio quello che faccio per potermi comprare qualche vestito, per pagarmi una serata fuori con gli amici… Per avere un po’ di libertà, capito?”

Le sue parole mi lasciarono un nodo in gola. Non entrò nei dettagli, ma quello che aveva detto bastava per farmi immaginare la sua situazione.

Per qualche secondo rimasi in silenzio, non sapendo bene cosa dire. Poi si alzò stiracchiandosi, buttò la sigaretta a terra e la spense con la punta della scarpa.

“E a proposito di questo…” disse, scuotendo la testa con un piccolo sorriso, “ora devo andare a cercarmi un posto dove mangiare.”

Non so cosa mi prese. Forse fu il suo racconto, forse il modo in cui si era aperta con me… o forse semplicemente il desiderio di stare con lei ancora un po’.

“Se vuoi, puoi venire a pranzare da me.” le dissi, prima ancora di rendermi conto di quello che stavo dicendo. “I miei non ci sono mai, sono sempre solo in casa.”

Lei mi guardò sorpresa, poi il suo sorriso si fece più grande, quasi divertito. “Oh? Mi stai invitando ufficialmente a casa tua?”

Mi sentii subito in imbarazzo, ma ormai era fatta. “Sì… cioè, se ti va.”

Tresy mi squadrò con aria indecifrabile, poi si infilò le mani nelle tasche e si voltò verso la strada. “Mmmh… perché no? Vediamo se sai cucinare.”

Sorrise e si incamminò davanti a me, come se fosse stata lei a prendermi sotto braccio. E in quel momento mi resi conto che l’idea di averla a casa, da solo con me, mi eccitava e mi terrorizzava allo stesso tempo.

Entrammo in casa e Tresy si guardò intorno con aria curiosa, mordendosi il labbro inferiore come se stesse già architettando qualcosa. Si tolse la giacca con un gesto svogliato, lanciandola sulla prima sedia che trovò.

Prima di andare avanti…

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