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Erotika
Tentazione a pagamento · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 11 min di lettura

Voglio di più

le immagini di Tresy con un altro gli bruciano in testa, come se qualcosa di suo gli fosse stato strappato. Lei, invece, fa finta di niente. E mentre l’acqua della doccia scorre sul suo corpo, nella casa di lui, la tensione cresce — tra rabbia, gelosia e desiderio pronto a esplodere.

Astronomo
1 anno fa · 412 letture · 1

La notte fu un tormento. Ogni volta che chiudevo gli occhi, il ricordo di Tresy tornava a prendermi. Il suo sguardo divertito mentre si inginocchiava davanti a me, il calore delle sue mani, il modo in cui sembrava dominare ogni istante… Era come se la sua presenza fosse rimasta addosso a me, un marchio invisibile che continuava a bruciare.

Mi rigirai nel letto, frustrato, eccitato, confuso. Mi dicevo che era stata solo una stupida follia, una cosa da non ripetere. Eppure il mio corpo tradiva ogni ragionamento. Il desiderio mi stringeva come una morsa.

A scuola, il giorno dopo, cercai di non pensarci. Evitare Tresy era l’unica soluzione. Mi ripetevo che era una come le altre, che non valeva la pena perdere la testa per lei. Ma quando la vidi all’ingresso, appoggiata al muro con quel suo solito sguardo spavaldo, le braccia incrociate e il sorriso sfacciato mentre scherzava con alcuni ragazzi, qualcosa dentro di me si contrasse.

Uno di loro le mise una mano sulla vita, ridendo sguaiatamente. Lei non lo allontanò, anzi, rise a sua volta, lanciando una battuta che fece scoppiare gli altri a ridere. E io sentii una fitta acuta, qualcosa che mi bloccò il respiro.

Non è la mia ragazza. Non è niente per me.

Eppure l’idea che altri avessero vissuto quello che avevo vissuto io, che quelle labbra avessero regalato lo stesso piacere a chissà quanti altri… mi faceva impazzire.

Strinsi i denti e mi girai dall’altra parte, deciso a ignorarla. Ma Tresy non era il tipo da passare inosservata. La sentivo ridere ovunque. Troppo rumorosa. Troppo presente. Troppo irresistibile.

E io ero fottutamente fregato.

poi quel pomeriggio.

Al centro giochi, il turno era finalmente finito. Mentre riponevo le ultime sedie, sentii un profumo familiare avvicinarsi alle mie spalle.

“Ti sei già stufato di me?”

Mi voltai appena e trovai Tresy che mi guardava con il suo solito sorriso sfacciato, la testa inclinata di lato, gli occhi che brillavano di divertimento. Indossava una felpa oversize sopra i soliti leggings aderenti, e il modo in cui stava con le mani sui fianchi mi fece subito capire che non avrebbe mollato la presa facilmente.

“Non ho tempo per queste sciocchezze.” Cercai di tagliare corto, ma lei si fece ancora più vicina.

“Strano…” mormorò, portandosi un dito sulle labbra, come se stesse riflettendo su qualcosa. “Di solito chi prova il servizio torna sempre.”

Sentii un brivido lungo la schiena. Lei mi osservava con quel suo solito sguardo provocante, come se leggesse esattamente dentro di me.

“Io non sono come gli altri.” Sputai fuori quelle parole con più forza di quanto volessi, cercando di allontanarmi.

Tresy scoppiò a ridere, scuotendo la testa. “Oh, quindi sei speciale?” Si avvicinò ancora, riducendo le distanze, fino a costringermi a incastrarmi contro il mobile alle mie spalle. Il suo profumo mi avvolse, la sua voce scese di un tono, bassa e suadente. “Oppure vuoi solo qualcosa di più?”

Mi si bloccò il respiro. Era esattamente quello che volevo. E odiavo il modo in cui lei lo capiva meglio di me.

Il centro giochi era quasi vuoto, il turno ormai concluso. Stavamo sistemando le ultime cose, ma la mia mente era ancora incastrata in quel confronto con Tresy. La sua voce continuava a rimbombarmi in testa, insieme a quel sorrisetto di sfida che sembrava sapere tutto di me.

Mentre piegavo un tappetino, sentii il suo sguardo addosso. Alzai la testa e la trovai lì, che mi fissava con aria divertita. Mi lanciò un’occhiata maliziosa e, con un mezzo sorriso, sussurrò:

“Vieni con me.”

Esitai. Sapevo che seguirla era una pessima idea. Ma il mio corpo si mosse prima della mia testa. Senza nemmeno accorgermene, le andai dietro.

Mi condusse lungo il corridoio laterale, quello che portava alle stanze di deposito. Il centro giochi aveva diversi spazi chiusi a chiave, ma sapevamo entrambi che c’era un ripostiglio sempre aperto, pieno di vecchie sedie e scatoloni inutilizzati. Era il posto perfetto per non essere disturbati.

Tresy entrò per prima e io la seguii, chiudendo la porta dietro di me. Lo spazio era piccolo, l’aria sapeva di polvere e vernice vecchia.

Lei si appoggiò con la schiena contro gli scaffali e si accese una sigaretta con calma, senza distogliere gli occhi dai miei. Inspirò profondamente, poi inclinò la testa di lato con un sorriso compiaciuto.

“Dimmi la verità, mi vuoi ancora?”

Deglutii. Avrei voluto dire di no, fingere indifferenza, ma il mio silenzio parlava per me. Il mio sguardo, più di qualsiasi parola, la lasciava vincere ancora una volta.

Tresy ridacchiò, si spinse via dagli scaffali e mi venne incontro con movimenti lenti, studiati. Il fumo della sua sigaretta danzava tra di noi mentre alzava una mano e mi sfiorava il petto con un dito.

Scese più in basso, con un tocco leggero ma letale. Sentii i muscoli tendersi da soli.

“Oggi però ti accontenti della mia mano.” La sua voce era un sussurro caldo contro la mia pelle. “Se vuoi di più… dovrai meritartelo.”

La guardai, il respiro irregolare. Non sapevo cosa mi desse più fastidio: la sua sfacciataggine o il fatto che non riuscissi a resisterle.

Nel piccolo ripostiglio, l’aria era densa, satura di polvere e tensione. Il suono ovattato delle voci lontane nel corridoio sembrava un promemoria costante del rischio che stavamo correndo, ma in quel momento non mi importava.

Tresy mi guardava dall’alto, la sigaretta tra le dita, il sorriso malizioso di chi sa di avere il controllo.

“Allora?” mormorò, inclinando la testa. “Ti devo aiutare io anche stavolta?”

Era uno scherzo, una provocazione, ma il mio respiro si fece più pesante. Non ero certo il tipo che si lasciava andare così facilmente, eppure con lei… con lei era diverso.

Abbassai lo sguardo, incerto, poi, quasi inconsapevolmente, iniziai a slacciarmi i pantaloni. Sentii il suo sguardo su di me, divertito, ma anche affamato.

“Bravo ragazzo,” sussurrò con una nota divertita nella voce, accantonando la sigaretta.

Si chinò su di me, il suo respiro caldo sfiorò la mia pelle prima ancora delle sue dita.

“Hai idea di quanto sia bello vederti così?” continuò, facendo scorrere le mani con lentezza quasi crudele. “Così teso… così mio?”

Il suo tocco era torturante, lento, calibrato per farmi impazzire. Mi morsi il labbro, gli occhi chiusi per non perdere del tutto il controllo.

Fu allora che sentimmo i passi.

Un rumore improvviso proprio fuori dalla porta.

Ci irrigidimmo entrambi.

Tresy si fermò all’istante, ma non si allontanò. Al contrario, il suo sorriso si allargò appena, e lo vidi nei suoi occhi: quella situazione la stava divertendo.

I passi si avvicinarono. Poi si fermarono.

Il mio cuore iniziò a martellarmi nel petto. Il respiro si bloccò in gola.

Qualcuno era proprio lì, dall’altra parte della porta.

Mi sentii gelare, ogni muscolo contratto in un’ansia insopportabile. Se ci avessero scoperti? Se qualcuno avesse aperto la porta in quel momento?

Prima di andare avanti…

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