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Erotika
Tentazione a pagamento · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 20 min di lettura

Il prezzo del desiderio

In una scuola fatiscente di Napoli, l’incontro tra un ragazzo timido e invisibile e Tresy, ragazza spavalda e ambigua, accende un gioco imprevedibile di seduzione e segreti.

Astronomo
1 anno fa · 625 letture · 4

Mi chiamo Luca, ho diciotto anni e frequento la quinta superiore di un liceo scientifico che, a voler essere generosi, definirei una bettola. I muri sono crepati, il pavimento è coperto da piastrelle consumate che sembrano ricordare tempi migliori, e le aule puzzano sempre di umidità e disinfettante. Non è un posto dove ci si sente a casa, e nemmeno uno di quelli dove pensi di costruirti un futuro. Più che un liceo, sembra un allevamento di scimmie, un luogo in cui il caos regna sovrano e nessuno sa davvero perché si trovi lì.

Io, invece, lo so. Ci sto solo perché devo.

Non che sia uno di quei geni che aspirano alla lode o che abbiano grandi ambizioni. Me la cavo decentemente, ma preferisco stare per conto mio. Non è un’opzione, è una necessità. A scuola, non ho amici. Gli altri mi ignorano, quando va bene, o mi prendono in giro per il mio modo di fare. Ricciolino, alto e con gli occhiali spessi che mi scivolano continuamente sul naso, sono il tipo di ragazzo che si perde nei fumetti e nei videogiochi mentre il resto della classe urla, litiga o flirta apertamente tra i banchi.

Per me, questa scuola è solo una tappa obbligata da superare il più in fretta possibile. Le persone che ci stanno dentro? Preferirei non avere nulla a che fare con loro. Sono sempre rumorose, invadenti, pronte a spettegolare e a ficcare il naso dove non dovrebbero. Insomma, non il mio tipo.

Passo la maggior parte delle giornate in silenzio, chiuso nel mio mondo, cercando di evitare sguardi o commenti. Non mi dispiace stare da solo, anzi, ci sono momenti in cui mi chiedo se la solitudine non sia la mia unica vera compagnia.

Di recente avevo iniziato un lavoro part-time in un centro giochi per bambini. Non era nulla di speciale, ma era un modo per guadagnare qualcosa e distrarmi dalla monotonia della scuola. Il mio compito era semplice: intrattenere i bambini e dare una mano con le attività quotidiane. Mi avevano detto che avrei avuto una sola collega a supportarmi, ma non mi avevano detto chi fosse.

Il primo giorno, appena arrivai, scoprii che la mia collega sarebbe stata Teresa.

Teresa. La ragazza che non avrei mai immaginato di incontrare lì.

Era nella mia classe, e se a scuola io ero invisibile, lei era l’esatto opposto. Popolare, sempre al centro dell’attenzione, con quel modo di fare spavaldo e sicuro di sé che la faceva sembrare immune a tutto. I ragazzi attorno a lei prendevano confidenza senza alcun freno: battute spinte, mani sulle spalle – o su altre parti del corpo – che lei accettava con un mezzo sorriso o uno sguardo provocante. Era rozza, sfacciata, una di quelle ragazze che non hanno paura di dire ciò che pensano e, soprattutto, di farlo ad alta voce.

Poteva permetterselo. Perché Teresa era incredibilmente bella.

La sua carnagione chiara sembrava fatta per esaltare il contrasto con quei lunghissimi capelli castano scuro, ondulati e morbidi, che le scendevano fino a metà schiena. Il suo viso era un’opera d’arte: affilato, ma perfettamente bilanciato da due labbra carnose e lunghe, sempre leggermente dischiuse, e un naso piccolo e appuntito che sembrava disegnato. Gli occhi, grandi e di un verde brillante, erano la sua arma più letale. Seducenti, quasi ipnotici, incorniciati da sopracciglia sottili e curate con precisione.

E poi c’era il suo corpo.

Alto, slanciato e tremendamente sensuale. Il seno abbondante e apparentemente morbido attirava inevitabilmente gli sguardi, mentre la sua pancia piatta dava al suo fisico un’armonia che sembrava irreale. Il fondoschiena, grande e perfettamente sodo, e le cosce piene e invitanti completavano un quadro che rendeva impossibile non guardarla. Ogni suo movimento sembrava studiato per attirare attenzione, e il suo abbigliamento, sempre attillato o sportivo ma con un tocco provocante, faceva il resto.

Non potevo credere che avrei passato i pomeriggi lavorando fianco a fianco con lei.

Teresa mi riconobbe subito appena mi vide al centro giochi. Si avvicinò con un sorriso che sembrava mettere a nudo tutta la mia goffaggine.

“Ma guarda chi c’è! Luca, no? Della mia classe!” disse, appoggiandosi al tavolo davanti a me, con un’aria rilassata ma piena di curiosità. “Non ti avevo mai visto lavorare qui. Che ci fai in un posto come questo?”

Alzai lo sguardo per un momento, imbarazzato, e risposi sottovoce. “Lavoro.”

Lei rise. “Eh, questo l’avevo capito, genio. Intendevo, com’è che ti è venuto in mente di venire qui? Non sembravi il tipo.”

Scrollai le spalle. “Serve un lavoro.”

Sembrava divertita dalla mia mancanza di entusiasmo, ma non si arrese. “Ah, ma guarda te… il nostro piccolo topo di biblioteca è pure un lavoratore! Chi l’avrebbe mai detto?”

Non sapevo cosa rispondere, quindi rimasi zitto, fissando il pavimento. Teresa, o meglio, Tresy come avrei scoperto di doverla chiamare, non sembrava turbata dal mio silenzio. Anzi, si avvicinò ancora di più, inclinando la testa per cercare il mio sguardo.

“Sai che sei proprio un tipo strano? Sempre zitto. Ma, oh, magari sei uno di quelli che si sciolgono dopo un po’. Ci vuole tempo, eh? Ci arrivo.”

“Non credo,” mormorai.

Lei scoppiò a ridere, quasi come se trovasse divertente ogni cosa che dicevo – o non dicevo. “Vedremo, vedremo. Comunque, chiamami Tresy, ok? Teresa mi fa sentire tipo… boh, una vecchia zia. Ti piace di più Tresy, no?”

“Ok, Tresy,” risposi, anche se sentire quel nome mi suonava strano.

I primi giorni trascorsero più piacevolmente di quanto avessi immaginato. Nonostante la mia riluttanza a parlare, Tresy continuava a riempire il silenzio con le sue chiacchiere spigliate e la sua energia. Mi parlava di tutto: dei bambini, dei compagni di classe, delle cose che amava fare. A volte mi prendeva in giro con un tono scherzoso, ma mai cattivo.

“Ma tu, Luca, li hai mai tenuti in braccio dei bambini? Tipo… senza farli cadere?” mi chiese un pomeriggio, mentre teneva una bambina in braccio con una naturalezza che non avrei mai immaginato da lei.

“No, mai,” risposi.

“Eh, si vede. Dovrei insegnarti un po’. Sennò fai figure di merda pure qua,” disse, ridendo, e io, per la prima volta, mi ritrovai a sorridere.

Mi piaceva il modo in cui Tresy trattava i bambini: giocava con loro con la sua solita aria rozza e sicura, ma senza mai perdere la gentilezza. E mi piaceva anche come mi trattava. Per la prima volta, sentivo di non essere invisibile.

Sembrava che, in quel mare di persone con cui non volevo avere nulla a che fare, ci fosse almeno una ragazza simpatica e buona. Tresy era così diversa dagli altri: diretta, spigliata, e non si faceva problemi a dirmi le cose in faccia. Per quanto fosse strano, iniziai a parlare di più con lei. Ogni tanto, durante il lavoro, ci ritrovavamo a chiacchierare e, senza accorgermene, iniziavo ad apprezzare quei momenti.

Un pomeriggio, mentre sistemavamo i giochi dei bambini dopo che il centro si era svuotato, mi guardò con quel suo sorriso provocante.

“Ma Luca, una cosa te la devo dire: perché cammini sempre con le spalle curve? Sei alto, ma sembri uno che vuole diventare nano. Raddrizzati un po’, no?”

Alzai lo sguardo, sorpreso. “Non lo so, sto comodo così.”

“Comodo un cazzo,” ribatté ridendo. “Se cammini così sembri un vecchio. Se stai dritto magari qualcuno ti guarda, no?”

“Non penso sia un problema per me,” mormorai, cercando di minimizzare.

Lei si fermò, piegando la testa di lato con aria teatrale. “Ecco, vedi? Questo tuo modo di buttarti giù. Devi smetterla. Magari non te ne accorgi, ma se ti comporti come se non valessi niente, la gente ci crede davvero. E poi chi se ne frega degli altri, no?”

Quelle parole mi colpirono più di quanto avrei voluto ammettere. Tresy era così, brutale e onesta, ma in qualche modo mi faceva riflettere. Non era solo per provocazione: sembrava genuina, come se volesse davvero aiutarmi.

“Ci proverò,” dissi, abbozzando un sorriso.

“Bravissimo. Oh, guarda, sta pure sorridendo. Un miracolo!” rise, facendomi arrossire.

I giorni passavano, e quella strana amicizia iniziava a piacermi davvero. Mi ritrovavo a volerla ascoltare, anche quando mi criticava o mi prendeva in giro. Tresy sembrava diversa dagli altri: più autentica, meno cattiva o superficiale. Stavo iniziando a pensare che forse, in questo postaccio, c’era almeno una persona su cui valesse la pena puntare.

Ma quell’immagine idilliaca non poteva durare.

Una mattina, arrivai a scuola piuttosto presto. I corridoi erano ancora vuoti e silenziosi, cosa che mi piaceva: almeno non dovevo incrociare sguardi o sentire risatine alle mie spalle. Mentre camminavo verso la classe, notai qualcuno uscire dal bagno in fondo al corridoio.

Era Tresy.

La vidi sistemarsi i capelli in modo distratto, con un’aria stanca, quasi sfatta. In una mano stringeva dei soldi. Pochi secondi dopo, dal bagno uscì un ragazzo, uno di quelli del terzo piano, noto per essere un tipo poco raccomandabile. Mi fermai di colpo, incapace di muovermi o di distogliere lo sguardo.

Prima di andare avanti…

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