Lei non mi vide. Si allontanò lungo il corridoio come se niente fosse, i soldi ancora in mano.
In quel momento, l’immagine che avevo di lei crollò come un castello di carte. Tutto quello che avevo pensato di lei – la ragazza simpatica, diversa dagli altri, che mi parlava e mi faceva sentire meno invisibile – svanì. Realizzai che forse non era poi così diversa dagli altri. Probabilmente, anche lei era gentile solo per i suoi tornaconti.
Rimasi lì, fermo, sentendo un vuoto crescermi dentro. Non riuscivo a credere che Tresy, proprio lei, fosse capace di qualcosa del genere.
Dopo quella mattina, cominciarono a girare voci che non potevo ignorare. Si diceva che c’era una ragazza che faceva “favori” a pagamento nei bagni della scuola. All’inizio non ci volevo credere. Certo, nel nostro liceo le chiacchiere giravano più veloci del vento, e molte erano solo esagerazioni o cattiverie gratuite. Ma poi, inevitabilmente, il pensiero tornò a quella scena che avevo visto con i miei occhi: Tresy che usciva dal bagno con quei soldi in mano, seguita da quel ragazzo.
Era come se un pezzo del puzzle fosse andato al suo posto, e non mi piaceva affatto quello che stavo scoprendo.
Per giorni non riuscii a guardarla allo stesso modo. Quando lavoravamo al centro giochi, evitavo di parlare con lei più del necessario. Se prima trovavo piacevole chiacchierare e scherzare, ora mi limitavo a rispondere con frasi brevi, fredde, o a evitare del tutto il contatto visivo.
Lei se ne accorse subito. Tresy non era stupida, e soprattutto era troppo diretta per non farmelo notare.
“Ma che hai, Luca?” mi chiese un pomeriggio, mentre stavamo sistemando i colori che i bambini avevano sparpagliato ovunque. “Sei strano ultimamente. Non parli più, non scherzi. Che ti ho fatto?”
“Nulla,” risposi senza alzare lo sguardo.
“Ah, certo, nulla,” disse, incrociando le braccia e fissandomi. “Dai, dimmi. Non sei bravo a mentire, lo sai?”
Volevo dirle qualcosa. Spiegarle che avevo visto tutto, che avevo capito chi fosse davvero. Ma non potevo. Non ero abbastanza coraggioso, o forse semplicemente non volevo affrontare la verità.
“Non è niente, lascia stare,” tagliai corto, continuando a sistemare i pennarelli con mani tremanti.
Tresy sospirò, ma non insistette. Forse pensava che avessi solo bisogno di tempo, o che il mio solito carattere riservato stesse tornando fuori.
Ma per me era diverso. Non riuscivo più a vederla come prima. Ogni sorriso, ogni parola gentile che mi rivolgeva sembrava una bugia, un trucco per ottenere qualcosa. Non potevo fare a meno di pensare che la sua gentilezza fosse solo una facciata, e che in realtà fosse come tutti gli altri in quella scuola: opportunista, interessata solo a sé stessa.
Decisi di allontanarmi del tutto. Non volevo più avere a che fare con lei.
A fine giornata, il centro giochi si svuotò e il silenzio tornò a dominare la stanza. Stavo finendo di sistemare gli ultimi giochi sullo scaffale quando sentii la sua voce dietro di me.
“Luca, vieni qui un attimo,” disse Tresy con tono deciso.
Mi voltai lentamente, cercando di non incrociare il suo sguardo. “Che c’è?”
Lei si avvicinò, mettendosi a braccia conserte e fissandomi con quei suoi occhi verdi che avevano sempre un’intensità spaventosa. “Senti, non me la dai a bere. È da giorni che ti comporti in modo strano. Hai qualcosa contro di me?”
“Non ho niente contro di te,” risposi secco, provando a chiudere il discorso.
“Non è vero,” ribatté lei, facendo un passo avanti. “Non mi parli, eviti di guardarmi, mi rispondi come se ti stessi obbligando. Cos’è successo? Hai sentito qualcosa su di me?”
Quelle parole mi colpirono come un pugno. Era come se sapesse esattamente cosa stavo pensando. Forse, in fondo, se lo aspettava.
“Non voglio parlarne,” dissi, ma la voce mi tradì.
“No, adesso lo fai,” insistette Tresy, piantandomi davanti uno sguardo che non lasciava via di fuga. “Cosa cazzo ti passa per la testa, Luca?”
Inspirai profondamente. Non potevo più evitarlo. “Ti ho vista,” mormorai.
“Vista cosa?”
“Ti ho vista quella mattina,” sbottai, alzando finalmente lo sguardo su di lei. “Uscivi dal bagno con quei soldi in mano, seguita da un ragazzo. E poi… poi ho sentito le voci. So quello che fai.”
Lei rimase immobile per un attimo, come se quelle parole l’avessero colpita fisicamente. Ma subito dopo il suo sguardo cambiò, diventando duro, quasi feroce.
“E quindi?” disse, alzando leggermente il mento. “Mi hai vista e ora cosa fai? Mi giudichi? Mi guardi dall’alto in basso come tutti gli altri?”
“Non ti sto giudicando,” risposi, ma sapevo che non era del tutto vero.
“Ah no? Allora perché mi tratti così? Perché fai finta che io non esista?!” ribatté, la voce alzandosi di un tono. “Tu non sai niente di me, Luca. Niente. Eppure ti permetti di comportarti come se fossi migliore di me.”
“Non è questo,” cercai di spiegare, ma lei non mi lasciò finire.
“No, invece è proprio questo!” urlò, il viso rosso per l’ira. “Non hai idea di cosa c’è dietro, di cosa devo fare ogni giorno per andare avanti. Non sai un cazzo della mia vita, ma è più facile credere a due voci di corridoio e mettermi un’etichetta, no?!”
Le sue parole mi colpirono come una frustata. Rimasi senza fiato, incapace di rispondere.
“Tu pensi che io lo faccia perché mi piace?” continuò, la voce spezzata da un’emozione che non le avevo mai visto prima. “Pensi che io mi diverta? Sai cos’è dover sopravvivere in un mondo in cui se non fai qualcosa, sei fottuta? No, tu non lo sai. Perché tu non vivi la mia vita.”
La sua voce si incrinò, e per un attimo vidi un’ombra di vulnerabilità dietro la sua solita sicurezza. Non sapevo cosa dire. Mi sentivo piccolo, meschino, come se il mio giudizio fosse stato un pugnale che lei non meritava.
Tresy mi fissò per un lungo istante, il respiro pesante per la rabbia. Poi, all’improvviso, le sue labbra si piegarono in un mezzo sorriso, un’espressione carica di sfida.
“Forse ho capito perché sei così incazzato,” disse, inclinando leggermente la testa.
“Smettila, Tresy,” borbottai, distogliendo lo sguardo.
“No, no,” insistette, facendo un passo avanti. “Non è perché ti schifi. Non è nemmeno perché pensi di essere meglio di me. Sei arrabbiato perché sei geloso.”
“Ma che dici?”
“Ah, quindi non è vero?” rise amaramente. “Ti dà fastidio l’idea che io sia stata con altri, eh? Che magari qualcuno che manco ci pensa due volte possa avere quello che tu nemmeno osi chiedere?”
Deglutii, sentendo un calore scomodo salire lungo il collo. Tresy lo notò subito, e il suo sorriso si allargò.
“Vedi?” sussurrò, accorciando ancora di più la distanza tra di noi. “Ti rode, Luca. Lo vedo nei tuoi occhi. Ti dà fastidio che io sia così disponibile con tutti, tranne che con te.”
“Smettila,” ripetei, più debole stavolta.
Tresy rise di nuovo, bassa e roca, e alzò una mano, sfiorandomi appena il petto con le dita. “Sai, potresti sempre risolvere il problema…” sussurrò, gli occhi verdi che mi studiavano con attenzione.
Sentii un brivido attraversarmi la schiena. “Che vuoi dire?”
“Vuoi sapere com’è, no?” continuò lei, abbassando il tono di voce. “Perché non provi? Ti piacerebbe vedere cosa faccio dietro quelle porte, invece di immaginartelo?”
Rimasi immobile, il cuore che batteva forte contro le costole. La ragazza che fino a pochi giorni prima avevo visto come una figura quasi innocente ora mi stava provocando apertamente, mettendomi davanti a un bivio.
“Ti sto facendo uno sconto, eh,” aggiunse ironicamente, mordendosi il labbro inferiore. “Visto che sei speciale.”
La stanza sembrava rimpicciolirsi attorno a noi, mentre il mio cervello lottava contro qualcosa di molto più primordiale e incontrollabile.
Tresy mi fissava, aspettando una risposta.
Rimasi lì, impalato, incapace di dire una parola. Sentivo il cuore martellarmi nelle orecchie, il calore che mi saliva al viso, le mani leggermente sudate. Non sapevo come rispondere, non sapevo nemmeno come comportarmi.
Tresy non sembrava minimamente in imbarazzo. Anzi, il suo sorriso sfrontato si allargò ancora di più mentre mi osservava, come se si stesse divertendo a vedermi lottare con i miei pensieri.
“Dai, Luca, non fare quella faccia,” disse con tono leggero, mentre allungava una mano e mi sfiorava la spalla con le dita. “Sai che puoi chiamarmi quando vuoi, no? Se mai decidi di smettere di fare il moralista e vuoi davvero provare… beh, basta che mi fai un fischio.”
Mi lanciò un ultimo sguardo provocatorio, poi si girò e uscì, lasciandomi solo in quella stanza che all’improvviso sembrava troppo piccola per tutto il caos che avevo in testa.
Tornai a casa con la testa piena di pensieri che si accavallavano senza sosta. Cercavo di razionalizzare, di trovare un senso a quello che era appena successo, ma non ci riuscivo.
