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Erotika
Tentazione a pagamento · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 23 min di lettura

Sesso e Sangue

che ci sia finalmente stata una svolta dopo l’ultima volta? o un altro passo indietro?

Astronomo
1 anno fa · 370 letture · 0

Entrai a scuola con un passo diverso, quella mattina. Più sicuro, più deciso. Avevo ancora addosso l’odore della sera prima. La sua pelle calda sulla mia lingua, le sue mani sul mio petto, il suo respiro afoso contro il mio collo… mi sembrava impossibile che qualcosa tra noi non fosse cambiato.

Dopo quello che avevamo fatto — dopo il modo in cui si era lasciata andare, dopo le cose che mi aveva detto, e il modo in cui si era aggrappata a me — non poteva essere solo uno dei suoi soliti giochi. Doveva significare qualcosa.

Appena entrai in aula, mi guardai subito intorno. Il cuore accelerò nel petto quando la vidi, al solito banco vicino alla finestra. Era piegata in avanti, i capelli castani sciolti sulle spalle, la felpa grigia tirata su abbastanza da lasciar intravedere un pezzo di schiena. Parlava con due compagni, rideva di qualcosa che uno di loro stava mostrando sul telefono. Quel sorriso — quel sorriso che fino a poche ore prima era solo mio — ora era là, in mezzo a tutti.

Le lanciai uno sguardo rapido. Non uno sguardo di quelli che scivolano e basta: era una ricerca. Un richiamo silenzioso.

Lei non si voltò.

Mi bloccai a metà corridoio, restando qualche secondo in piedi senza motivo. Poi mi avviai al mio banco, cercando di non fare rumore, come se fosse colpa mia disturbare quella leggerezza.

Per tutta la prima ora provai a intercettare un minimo segnale. Un’occhiata di sottecchi. Un mezzo sorriso. Una qualsiasi cosa che confermasse quello che mi ero raccontato fino a quella mattina: che ero speciale. Che ero diverso dagli altri. Che il suo corpo e la sua bocca me li aveva dati perché mi voleva.

Ma lei non mi guardò. Non una volta. Continuava a giocare con i capelli, a sfogliare il libro con nonchalance, a ridere ogni tanto con i soliti due deficienti dietro di lei. Uno di loro si avvicinò e le disse qualcosa all’orecchio. Lei piegò la testa all’indietro e rise di gusto.

Aveva le labbra lucide, oggi. Rosse. Ero sicuro che le avesse truccate apposta. Per chi?

Il mio stomaco si chiuse su se stesso. Tutta quella sicurezza con cui ero entrato, evaporata nel giro di dieci minuti. Mi sentivo ridicolo. Mi sentivo uno qualunque.

Eppure non riuscivo a staccare gli occhi da lei.

Ogni dettaglio mi sembrava più forte, più vivido. Il modo in cui si mordeva il labbro distrattamente mentre sottolineava. Il movimento lento del piede sotto al banco, quello con cui faceva dondolare la sneaker bianca. Le dita sottili che giocherellavano con l’elastico dei capelli. Le avevo sentite addosso, quelle dita. Sapevo esattamente com’erano.

E lei? Si ricordava?

Mi mordicchiai un’unghia, cercando di distrarmi, di tornare sul mio quaderno. Ma ogni cosa mi riportava a lei. Alla notte passata, a come l’avevo fatta gemere, a quanto ero stato stupido a pensare che… forse… per una volta… qualcosa fosse vero.

Non sapevo se ero più arrabbiato con lei o con me stesso.

Una volta, durante la seconda ora, mi sembrò che mi guardasse. Solo per un secondo. Un lampo. Ma poi distolse subito lo sguardo, come se niente fosse.

E io mi sentii scomparire.

Il pomeriggio al centro giochi fu lento, trascinato. Sistemavo i tappetoni colorati con lo sguardo basso, cercando di non incrociare il suo. Ma la sua presenza era ovunque. Rideva forte, come sempre, con quei bambini che sembrava addomesticare senza sforzo. Ogni tanto mi lanciava un’occhiata veloce, obliqua, come se stesse controllando quanto fossi ancora incastrato nei suoi giochi.

Ero incastrato, sì. Ma stavolta anche arrabbiato.

Mi sentivo un idiota. E nello stesso tempo, non riuscivo a togliermi dalla testa quella notte. Le sue mani, il suo respiro, il modo in cui mi aveva guardato quando ero sopra di lei. Era stato vero. Doveva essere stato vero. O no?

Mentre riponevo alcune sedie, la sentii arrivare alle mie spalle.

«Hai ancora quella faccia?» sussurrò, con quel tono a metà tra lo scherzo e la lama. «Sai che così sei meno carino?»

Non risposi. Mi limitai a voltarmi piano, senza sorridere.

Lei alzò un sopracciglio. «Cos’è, non ti è bastata la lezione dell’altro giorno?»

La fissai. Dentro di me c’era un groviglio di rabbia e voglia. Le parole mi uscirono prima ancora di pensarle.

«Voglio di più.»

Il sorriso le si congelò per un attimo sul volto. Poi tornò, più lento, più affilato.

«Ah sì? E cosa intendi per “di più”?» Si avvicinò di un passo. I suoi occhi brillavano.

Ingoiai la saliva. Lei era vicina adesso, abbastanza da sentire il suo profumo, quel misto di vaniglia e fumo che mi faceva impazzire. Abbassò la voce, quasi un soffio:

«Vuoi provarmi davvero tutta, Luca?»

Annuii. Sapevo che mi stavo esponendo troppo, ma ormai era tardi per tirarmi indietro. «Sì… voglio te. Tutta.»

Per un istante, solo un istante, la sua espressione sembrò incrinarsi. Una crepa minuscola, quasi impercettibile. Ma poi si ricompose in un battito.

«Peccato.» La sua voce era cambiata. Più fredda, più distante. «Quella parte non è in vendita.»

Mi sentii crollare dentro. Restai lì, in silenzio, mentre lei si allontanava come se niente fosse, con quel passo sicuro che sapeva di vittoria. E io, ancora una volta, ero solo quello che stava dietro a raccogliere i pezzi.

Le parole mi erano rimaste addosso, come una doccia gelata. “Quella parte non è in vendita.” Eppure io l’avevo assaggiata, l’avevo toccata, respirata. Era venuta per me. Solo per me.

Fuori dal centro giochi, mentre buttavamo via i sacchi della plastica, non riuscii più a trattenermi.

«E quindi a me solo i giochini, eh?» sbottai, la voce più alta di quanto volessi. «E agli altri cosa dai? Il pacchetto completo?»

Lei si fermò di colpo, col sacco ancora in mano. Si voltò verso di me lentamente, come se stesse decidendo se ridere o graffiarmi.

«A loro?» disse, glaciale. «Solo una mano. Pagano, si sfogano, vanno via. Nessuno si lamenta.»

Serrò la mascella, poi fece un passo verso di me. «A te… molto di più. Ma tu vuoi di più perché vuoi possedermi.»

«Non è vero…» dissi piano, ma la voce mi tremava.

«Sì che lo è.» Ora mi era davanti, gli occhi lucidi di rabbia trattenuta. «Vuoi scoparmi per sentirti speciale. Per convincerti che vali qualcosa. Ma io non sono un premio da vincere.»

Il sangue mi saliva alle orecchie. «Io non…»

«Non cosa?» ribatté, affondando. «Non sei come gli altri? Non sei un ragazzino insicuro che ha bisogno di farsi una ragazza come me per credere di contare qualcosa?»

«Sto solo cercando di capirti…» sussurrai, ma ormai non ci credevo nemmeno io. Ero troppo nudo davanti a lei.

Lei scosse la testa piano. «No. Tu stai cercando di prenderti qualcosa. Ma io non te lo devo.»

Abbassai lo sguardo. Le parole erano come coltelli, uno dopo l’altro. Mi bruciavano la gola, le mani, gli occhi. Trattenni il fiato. Poi la rabbia lasciò spazio a una vergogna sorda. Sentii le lacrime salire e odiavo me stesso per questo.

Lei mi fissava ancora, ma adesso il fuoco nei suoi occhi sembrava più tenue. Più triste. Forse.

Non dissi niente. Non ce la facevo.

Lei si girò, scrollando le spalle. «Chiamami quando vuoi solo una mano. Quella non manca mai.»

E se ne andò, lasciandomi lì, con la gola stretta, il petto in fiamme e una voglia disperata di toccarla ancora.

A casa il silenzio mi esplose addosso.

Chiusi la porta con troppa forza e mi buttai sul letto vestito, lasciando lo zaino a terra. Il soffitto era immobile, bianco, uguale a tutte le altre sere. Eppure dentro di me c’era un caos che non riuscivo a contenere.

Mi girai di lato, poi dall’altro. Era come se avessi fuoco sotto la pelle.

Ogni volta che chiudevo gli occhi, tornava tutto: la sua voce che si abbassava quando voleva stuzzicarmi, le sue dita sulla mia pelle, il suo sguardo mentre faceva finta di non provarci davvero. La sua bocca. Il suo seno. La sua pelle. Quel maledetto sorriso con cui mi teneva in pugno.

Prima di andare avanti…

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