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Erotika
Tentazione a pagamento · Cap. 4
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Capitolo 4 di 4 23 min di lettura

Sesso e Sangue

che ci sia finalmente stata una svolta dopo l’ultima volta? o un altro passo indietro?

Astronomo
1 anno fa · 370 letture · 0

La rabbia mi stringeva la gola. Rabbia per lei, per me, per il modo in cui mi lasciava addosso questa fame e poi spariva. Perché non riuscivo a scrollarmela di dosso? Perché sembrava sempre un passo avanti, mentre io restavo a leccarmi le ferite?

Mi toccai senza pensarci, quasi con rabbia, come per scacciare tutto. Ma il piacere arrivò distorto, frustrato. Una scarica violenta e inutile. Mi sentii più vuoto dopo. Peggio.

«Non sei speciale.» Le sue parole mi tornarono in testa come un’eco cattiva.

Eppure… a me sembrava di aver visto un lato di lei che non mostrava a nessuno. Quel modo in cui tremava mentre veniva, come se si lasciasse andare davvero. Quel respiro spezzato che non sembrava solo parte del suo “lavoro”.

Se si concede a tutti, perché a me no?

O… è proprio con me che si è concessa davvero, e adesso ha paura?

Quella domanda mi trafisse. Non avevo risposte. Solo un vuoto in petto che non riuscivo a colmare. Un desiderio che sembrava diventare sempre più vivo ogni volta che lei mi respingeva.

Chiusi gli occhi, cercando di dormire. Ma il pensiero di Tresy era una fiamma che non si spegneva.

Non ce la facevo più a stare chiuso in camera. Avevo bisogno di respirare, di allontanarmi da tutto, da lei, da me. Uscì di casa senza una meta precisa, solo con l’idea vaga di tornare là, in quel posto dove mi aveva portato la prima volta. Un angolo nascosto tra palazzi fatiscenti e asfalto umido, dove l’aria sapeva di fumo, rabbia e desiderio.

Mi fermai al cancello arrugginito, ancora indeciso se entrare. Ma poi la vidi.

Tresy era lì.

Appoggiata a un muretto, con la solita sigaretta tra le dita, indosso solo una felpa oversize e i leggings scuri. Aveva il volto parzialmente illuminato dalla luce gialla di un lampione, i capelli sciolti, lo sguardo altrove. Non era sola.

Un ragazzo le stava accanto, seduto sulla panchina li. Magro, felpa nera con il cappuccio abbassato, uno sguardo cupo, che non mi piaceva per niente. Ridevano. Lei parlava sottovoce, si avvicinava, gli batteva una mano sul ginocchio. Io mi fermai, nell’ombra.

Il sangue mi salì alla testa. Cliente? Un altro? Dopo tutto quello che avevamo passato, dopo quello che c’era stato tra noi… era con un altro?

Il ragazzo si accorse di me.

Mi fissò.

Uno sguardo diretto, aggressivo. Si alzò in piedi.

“Che cazzo vuoi?” disse, ad alta voce.

Feci un mezzo passo indietro. “Io… niente. Passavo di qui.”

“E ti fermi a guardare, così? Ti piace?” La voce gli si fece più dura. “Che sei, uno dei soliti maniaci?”

Tresy si voltò di scatto, notando solo in quel momento la mia presenza. I suoi occhi si allargarono.

“Luca, vattene,” mormorò. Ma era troppo tardi.

Il ragazzo si avvicinò con passi rapidi. Aveva qualcosa di feroce nel viso.

“Ah, quindi tu sei quello nuovo. Quello che la fissa a scuola, quello che si crede meglio degli altri.” Si fermò a un palmo da me. “Fatti un giro, coglione.”

“Chi sei tu?” chiesi, cercando di mantenere il controllo, anche se dentro tremavo.

“Il suo ragazzo” sputò. “E non ho ancora finito con lei. E nemmeno con te.”

E poi… il primo pugno arrivò.

Un colpo secco, senza preavviso, dritto al volto. Barcollai all’indietro, sentii il sapore del sangue in bocca, e subito dopo un altro pugno, poi un calcio. Caddi a terra, le braccia a coprirmi la testa. Lui continuò. Calci, insulti, rabbia.

Tresy urlava, cercava di fermarlo, ma lui la spinse via.

“Sei ancora mia, capito? Mia!”

La voce era impastata d’odio.

“Basta!” gridò lei, più forte. Ma non si muoveva. Era pietrificata. Come se sapesse già come andava a finire.

Poi urlò davvero. Un urlo pieno, disperato.

Due agenti di pattuglia sbucarono dal fondo della strada. Lampi blu. Voci che si sovrapponevano.

“Alt! Polizia!”

Il ragazzo si voltò, vide le divise, e senza pensarci scappò via, correndo tra i palazzi.

Tresy si gettò su di me, ansimante.

“Luca… stai bene? Dimmi che stai bene…”

Avevo il labbro rotto, il naso forse pure. Il viso gonfio, le mani graffiate. Ma annuii, lentamente.

“Ti porto a casa. Subito.”

Mi aiutò ad alzarmi, passandomi un braccio attorno alla vita. Le sue mani tremavano. Anche lei, ora, aveva gli occhi lucidi.

Non parlò per tutto il tragitto.

Ma il modo in cui mi stringeva… era qualcosa che non avevo mai sentito prima. 

Mi fece entrare a casa quasi di peso, chiudendo la porta dietro di sé con un piede. Non parlava, ma il respiro corto e le mani che tremavano dicevano tutto.

«Siediti. Anzi… stenditi.» La sua voce era più bassa, diversa. Seria.

Mi lasciò cadere lentamente sul divano. Il mio corpo doleva in ogni punto, ma cercai di non farlo notare troppo. Lei si chinò davanti a me, tirò fuori una vecchia scatola di pronto soccorso da sotto il mobile.

«Non serviva…» mormorai, con un filo di voce.

«Stai zitto.» Non c’era cattiveria nel tono, solo un nervosismo che la scuoteva tutta.

Si sedette sul bordo del divano, una gamba piegata sotto di sé, e cominciò a pulirmi il viso con una garza imbevuta. Bruciava. Ogni tocco era una fitta, ma restai immobile. I suoi occhi erano concentrati, quasi lucidi.

seguì le mie indicazioni.

Frugò velocemente nel mobile sotto la TV, tirò fuori la scatola rossa di pronto soccorso e si inginocchiò davanti a me. Con delicatezza, cominciò a tamponarmi il sopracciglio con una garza imbevuta. Bruciava, ma non dissi nulla.

«Chi… chi era quello?» chiesi piano.

Tresy si bloccò un istante. La sua mano si fermò a mezz’aria.

«Pensavi fosse il mio ragazzo?» mormorò, senza guardarmi.

Non risposi. Era ovvio. E in quel momento, l’umiliazione mi bruciava più delle botte.

Lei abbassò gli occhi. «È il mio ex. Simone.»

«È stato il mio ragazzo per quasi un anno. Era tutto carino, dolce, geloso… all’inizio pensi sia normale. Che uno ci tenga. Poi però… comincia a urlare. Poi a toccarti. Poi a farti credere che è colpa tua se sbotta.»

Le sue mani tremavano mentre mi disinfettava il sopracciglio.

«Mi ha spaccato il labbro, due costole… una volta sono finita in pronto soccorso dicendo che ero caduta dalle scale. Mia madre ci ha creduto. Io pure.»

Si fermò di nuovo. I suoi occhi si alzarono verso i miei. Per un istante sembrava piccola, fragile.

«Pensavo volesse solo ridarmi una cosa. Una scusa, in realtà. Aveva saputo di te da qualcuno a scuola… una stronza che ci aveva visti insieme fuori dal centro giochi. Ha fatto finta di niente, e poi si è presentato lì.»

Continuava a parlare, ma la voce sembrava sempre più spezzata.

Un nodo mi salì in gola.

«Perché non me l’hai detto prima?»

Lei mi guardò, poi abbassò lo sguardo.

«Perché mi vergognavo. Perché non volevo sembrare debole. E… perché tu non sei il mio ragazzo, Luca. Ma sei quello con cui mi sento più nuda. E non parlo di pelle.»

Rimasi in silenzio. Avevo il viso bruciato dal disinfettante, le mani graffiate, il cuore a pezzi.

Tresy si alzò in piedi, si portò le mani tra i capelli e camminò avanti e indietro.

«Quando l’ho visto partire verso di te… ho avuto paura. Non solo per te. Ma per me. Perché pensavo: ‘Se gli fa troppo male, Luca non tornerà mai più. Sparirà. Come fanno tutti quelli che mi vedono davvero.’»

Mi sedetti piano. Lei si voltò verso di me.

«Io non voglio più essere una ferita. Ma nemmeno un trofeo. E con te… mi sento sempre in bilico.»

Non parlai. Le allungai solo una mano, piano. E lei, dopo un lungo istante, la prese. Poi si accovacciò di nuovo accanto a me, senza dire niente. Il suo fiato era caldo sulla mia pelle ferita, il suo sguardo serio. Per la prima volta, non c’era sfida tra noi. Solo silenzio. E verità

Prima di andare avanti…

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