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Erotika
Scopami, ma non innamorarti · Cap. 3
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Capitolo 3 di 4 12 min di lettura

pazza confusione

dopo la proposta c’è un po’ di confusione nelle mura del residance

Asiadu01
1 anno fa · 552 letture · 2

La confusione era davvero troppa, lì in quel momento.Seduti su quel letto disordinato, con solo la luce soffusa del comodino a rischiarare la stanza. Non era stato programmato, non c'era stato nessun crescendo, nessuna tensione accumulata. Solo due persone stanche, deluse e forse troppo sole.

Ci fissammo un secondo, poi Sara provò a sciogliere quella tensione con il suo solito modo diretto.

«Beh… allora, piccolino, sesso non possiamo farlo, a meno che tu non abbia miracolosamente dei preservativi infilati da qualche parte.» Fece una smorfia e mi guardò.

Scossi la testa, abbozzando un mezzo sorriso. «No, niente.»

Lei si strinse nelle spalle, alzando appena il mento.«Preliminari?»

Non risposi. Annuii piano.

Si avvicinò, mi mise una mano sulla coscia, e sorrise.«Dai, che tanto sappiamo entrambi come funziona.»

Cominciammo a toccarci, lentamente. Io le sfiorai i fianchi sotto la maglia, lei scivolò sotto il mio pantaloncino. Era tutto così… corretto. Meccanico.I suoi occhi cercavano i miei, ma i miei erano altrove.

Non c’era quel battito accelerato, quel fuoco improvviso che dovrebbe accompagnare certe cose.Era solo un accordo tra due anime stanche.

A un certo punto si fermò, sbuffando. Si sdraiò di nuovo, fissando il soffitto.

«Leo…» fece, quasi ridendo. «Lo senti anche tu?»

Mi fermai anch’io. «Cosa?»

«Che è troppo strano. È tutto troppo controllato, troppo sotto controllo.» Mi guardò, col viso rilassato, come quando la sera chiacchieravamo sul terrazzo. «Non c’è… passione. È come quando cerchi di accendere un accendino scarico.»

Sospirai, scivolando a sedermi sul bordo del letto. «Lo so.»

Lei sorrise appena.«Vabbè… dai. Ci abbiamo provato.»

Si sedette accanto a me, spingendomi con la spalla.«Però lo sapevo, sai? Lo sapevo che sarebbe stato così.»

«Perché?» le chiesi.

«Perché noi due…» alzò le spalle. «Siamo troppo amici, troppo complici. E forse troppo incasinati dentro per fare una cosa del genere senza rovinare tutto.»

Sorrisi.«Già.»

Ci guardammo un secondo, poi lei scoppiò a ridere.«Dio, che scena imbarazzante. Vuoi una birra?»

«Sempre.»

Si alzò, prese due bottiglie dal mini frigo, e me ne lanciò una.«Facciamo che da domani si torna amici e basta.»

«Con piacere.»

Stappammo insieme.Il resto della sera fu solo risate e video scemi su TikTok.

Il mattino dopo mi svegliai prima del sole. La casa era ancora immersa nel silenzio, le tapparelle abbassate, l’odore di salsedine e di lenzuola calde che si mescolava nell’aria. Decisi di infilare le scarpe da corsa e andare a farmi una corsetta lungo il lungomare.

L’aria fresca mi fece bene. Passavo tra le casette colorate, i primi bagnini che sistemavano gli ombrelloni, e i gabbiani che reclamavano il cielo tutto per loro.

Ed è proprio mentre il respiro iniziava a farsi più profondo e i pensieri a mettersi in fila nella testa, che il telefono vibrò.Giulia.

Esitai un istante prima di rispondere. Poi lo feci.«Pronto.»

«Leo…» la sua voce era esitante, ma dolce. «Ti sveglio?»

«No, sono a correre.» Risposi, senza nascondere un certo tono secco.

Lei capì subito.«Lo so che sei arrabbiato. Volevo chiamarti ieri sera, ma poi...»

«Ma poi sei finita in spiaggia con quei tre tipi.»

Silenzio per un secondo.

«Leo, non era come credi.»Il suo tono era sincero, quello lo riconoscevo. «La Vale ha insistito, voleva distrarmi, lo giuro. Lo so che avrei dovuto dirtelo… non ti ho mai mentito prima e non voglio iniziare ora.»

Continuai a correre, il fiato regolare, ma la rabbia dentro di me iniziava a sciogliersi.«Lo so che non mi hai mai mentito, ma il punto è che… cazzo, ti ho scritto tutto il giorno.»

«Hai ragione.» fece lei piano. «Sono stata una stupida. Ma ti giuro che non voglio perderti.»

Sospirai.«Non voglio perderti neanch’io… però dobbiamo sistemarla questa cosa, Giulia. Perché ogni volta coi messaggi sembra tutto che crolla.»

«Lo so…» rispose, e il suo tono cambiò, più leggero. «È che siamo due disastri con i messaggi. Ogni volta che ci sentiamo così, a voce… sembra tutto meno grave.»

Sorrisi, senza volerlo.«Vero. Parlare ci fa bene. Solo che a volte sei introvabile.»

«Da oggi in poi… mi faccio sentire di più. E se ti va… anche qualche telefonata in più, tipo questa.»Sentivo il suo sorriso dall’altro capo del telefono.

«Mi va.»

Proseguimmo così, chiacchierando per tutta la durata della corsa. Di cose leggere, di niente e di tutto.Dei suoi esami, di quanto io stessi odiando Sara per avermi fregato l’ultima birra la sera prima, di come anche lei sentisse la mancanza delle nostre serate serie Netflix e pizza.

E per la prima volta dopo giorni… mi sentii bene.Più leggero.

Alla fine ci salutammo.«Leo…» disse prima di chiudere. «Ti voglio bene.»

«Anch’io.»

Riattaccai, il cuore meno pesante.Il mare di fronte a me sembrava più calmo.

La giornata al mare fu tranquilla, in fondo. Il sole era alto, l’acqua tiepida, il rumore costante delle onde e le chiacchiere leggere degli altri ragazzi sotto gli ombrelloni. Se non fosse stato per quell’atmosfera un po’ tesa che aleggiava tra noi.

Misa e Giusy… nulla. Neanche un saluto, neanche un accenno. Ogni tanto un’occhiata di sbieco, ma il gelo più totale. E per quanto avrei dovuto sentirmi infastidito, in realtà mi andava bene così. In fondo sapevo di aver fatto un mezzo casino la sera prima, e illudere le persone non era mai stato il mio sport preferito.

Sara se ne accorse.«Leo… che cazzo è successo ieri?» mi chiese a un certo punto, mentre bevevamo due birre seduti sul bagnasciuga.

Scrollai le spalle.«Nulla di grave… solo che forse ho fatto un po’ il coglione.»

Lei mi lanciò un’occhiata di quelle che sapevano scavarti dentro.«Con Misa?»

Non risposi. Mi limitai a farle un cenno vago con la testa.«Vabbè, se vuoi parlarne sai dov’è la mia stanza.»

E lasciò cadere la questione lì.

Il resto della mattinata scivolò via tra bagni veloci, una partitella a carte persa miseramente e qualche risata svogliata. Poi salimmo su verso le casette, pranzo veloce tutti insieme, atmosfera strana, e infine io mi richiusi in camera. Avevo bisogno di stare da solo, e soprattutto… Giulia mi stava scrivendo.

Chiacchierammo un po’. Era più dolce, più presente rispetto ai giorni precedenti. C’era una leggerezza ritrovata tra noi, quasi un tentativo di tornare a quella complicità che sembrava smarrita. E fu proprio quando pensavo di salutarla che lei mi scrisse:

“Ti va una chiamata… un po’ spinta?”

Rimasi a fissare il messaggio.Il cuore accelerò, un misto di sorpresa e desiderio che non mi aspettavo.

Le risposi:“Sul serio?”

“Sì… mi manchi.”Seguì un cuoricino, di quelli che lasciava solo quando era davvero in vena.

Il telefono squillò solo una volta prima che lei rispondesse.La voce di Giulia era un sussurro.«Leo…»

«Dimmi.»Sorrisi, chiudendo a chiave la porta dietro di me e sdraiandomi sul letto.

«Sono sdraiata… con le gambe aperte. Senza mutandine. Solo la maglietta.»Inspirai piano.«E se fossi lì adesso? Cosa faresti?»

«Salirei piano su di te. Ti guarderei negli occhi mentre ti sposto i capelli. Poi scivolerei con la mano tra le tue gambe.»«Lo sto facendo io per te adesso…» sussurrò.«Mi sto toccando pensando a te. Lo immagini?»

Cercai di visualizzarla. Ma nella mia mente…Non era Giulia che vedevo.

Era Sara.Seduta sul letto con le gambe incrociate, quella sera. Lo sguardo provocante, la risata leggera. E quel deodorante tra le mani, che mi riportava lì ogni volta. Il suo corpo disteso, il seno morbido sotto la maglietta leggera.Le gambe nude. La pelle chiara.

«Leo… sei lì?»

«Sì… sì. Scusa. Ti sto immaginando.»Mentii, mentre mi mordevo il labbro, combattendo contro quei pensieri.

«E cosa mi stai facendo?»La sua voce era già più roca.

Chiusi gli occhi.«Ti faccio sdraiare a pancia in giù… ti allargo piano le gambe, e inizio a baciarti la schiena. Scendo. Lungo i fianchi, sul sedere, e poi ti infilo le dita dentro mentre ti lecco lentamente. Mi stringi le lenzuola tra le mani.»

Prima di andare avanti…

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