C’era qualcosa di sbagliato, lo sapevo.Avrei dovuto andarmene, chiudere la porta, dimenticare tutto.
Ma restai.A guardarla mentre si dava piacere, mentre i suoi fianchi si muovevano appena e le sue dita si stringevano sul tubetto.La punta della lingua che si posava sul labbro inferiore.
«Mmh…»Un gemito sottile, spezzato.
Non mi ero mai soffermato davvero a guardarla così.Neanche quando, anni prima, scherzando, si cambiava davanti a me senza problemi. O quando dormivamo insieme sul divano dopo qualche film horror, e il mio sguardo ogni tanto finiva a indugiare sulla curva morbida del suo fondoschiena.
Ma adesso…Adesso era un’altra cosa.
Era una donna che si prendeva quello che voleva.E io, nascosto nell’ombra della porta, non riuscivo a staccarmi da quella visione.
Il suo respiro si fece più veloce, il movimento più deciso.Si morse il labbro.
E in quel momento, tra il battito impazzito nel petto e la pelle d’oca lungo le braccia, capii che niente sarebbe più stato come prima.
Non lo so quanto rimasi lì.Un minuto. Due. O una vita intera.
Poi, senza farmi scoprire, chiusi piano la porta.Il cuore in gola.Le mani sudate.
E un’immagine impressa a fuoco nella memoria.
Sara.Nuda, bellissima, e persa nel suo piacere.
Feci apposta rumore con la porta, chiudendola un po’ più forte del necessario e lasciando cadere le chiavi sul mobiletto all’ingresso.Sentii il fruscio veloce di lenzuola, il tonfo leggero di qualcosa che cadeva sul pavimento e poi silenzio.
Mi fiondai nella mia stanza, buttandomi di schiena sul letto, il cuore ancora a mille.Avevo il viso caldo e le mani sudate, e giuro, non sapevo se ridere o sentirmi uno schifoso.
Pochi minuti dopo sentii i suoi passi leggeri avvicinarsi.La porta si spalancò.
«Oh… bentornato.» disse con il tono più normale del mondo, come se un attimo prima non stesse… beh, sì.
Alzai lo sguardo.Aveva una maglietta larga e i capelli ancora leggermente umidi, sciolti sulle spalle. Nessun segno in volto, nessuna traccia di quello che avevo visto.
«Com’erano le tipe?» chiese, appoggiandosi allo stipite della porta con aria distratta.
«Mh? Chi?» cercai di guadagnare qualche secondo.
«Dai, le tipe della spiaggia. Quella con la faccia da scema e l’altra che si atteggiava da strafiga.»Fece una smorfia, incrociando le braccia al petto.Solo in quel momento mi accorsi che non portava il reggiseno sotto la maglietta, e il pensiero mi colpì come un pugno allo stomaco.
«Ah… sì, carine. Simpatiche.» bofonchiai, cercando di non guardare troppo.
«Carine, eh?» rise lei, scuotendo la testa. «E quella con i pantaloncini minuscoli? Ti piaceva, eh?»
Provai a sdrammatizzare.«Beh, insomma… se proprio devo scegliere…»
«Certo che devi scegliere, scemo.» Si avvicinò e mi tirò un cuscino addosso. «Dai, allora? Hai rimediato almeno?»
Finsi di scrollare le spalle.«Solo un paio di numeri. Così, per cortesia.»
Lei fece una risatina e tornò verso la porta.«Bravo il mio rimorchione da strapazzo.»Poi si voltò di nuovo, mordendosi il labbro.«Oh, a proposito… hai il mio balsamo? Mi serve per dopo.»
La fissai un attimo troppo a lungo.«S-sì. È in bagno.»
«Perfetto.» Strizzò l’occhio. «Grazie, femminuccia.»
E sparì.
Io rimasi lì, a fissare il soffitto, ancora troppo caldo e troppo confuso.Era davvero successo?E soprattutto… se sì, perché cazzo non riuscivo a smettere di pensarci?
A cena parlai poco.Le nostre mamme, come al solito, raccontavano aneddoti imbarazzanti di quando eravamo piccoli, ridendo come due ragazzine.Sara invece sembrava a suo agio, tranquilla… e io? Io non riuscivo a guardarla in faccia. Ogni volta che incrociavo i suoi occhi azzurri, l’unica immagine che mi tornava in mente era quella del pomeriggio.Lei sul letto. Il deodorante. I suoi gemiti soffocati.
Dio.
«Tutto bene, amore?» chiese mia madre a un certo punto.
«Mh? Sì, sì… solo stanco.»
Sara mi lanciò un’occhiata rapida da sopra il bicchiere.«Eh certo, poverino. Troppe partite con le ragazzine oggi.»
Feci una mezza risata.«Già… devastato.»
Appena finimmo di cenare, decidemmo di tornare alle nostre casette. Le mamme vollero fare un’altra passeggiata in centro, e stavolta, io e Sara rimanemmo soli.
Appena entrammo, lei si tolse le infradito e si stiracchiò.«Oh, finalmente. Voglio solo buttarmi sul divano e guardare una schifezza su Netflix.»
«Mh.»
Mi buttai sul letto senza nemmeno spogliarmi.Il telefono vibrò.Giulia.
"Ciao... non so perché, ma mi manchi."
La pancia mi si strinse.Quella stronza aveva fatto di tutto per farmi allontanare, e ora? Ora sentiva la mia mancanza?Mi scivolai il telefono tra le mani e rimasi a fissare lo schermo.
Sara entrò in camera appoggiandosi allo stipite della porta, già in pantaloncini e top leggero.
«Ehi… serata film?» fece con un sorriso.
Esitai.Non era per quello che avevo visto, giuro… era che se avessi iniziato a pensare a lei in quel modo mentre Giulia mi scriveva, mi sarei solo incasinato di più.
«Non ce la faccio, Sa. Devo… sentire una persona.»
Lei alzò un sopracciglio.«Giulia?»
Sorrisi appena, a metà tra il colpevole e il rassegnato.«Mh.»
Sara si lasciò andare a un sorrisetto appena accennato, ma i suoi occhi tradivano qualcos’altro.«Vabbè… tranquillo. Fai il tenero con l’ex. Io mi guardo qualcosa da sola.»Fece per andarsene, poi si voltò di nuovo.«Se cambi idea, sai dove trovarmi, eh.»
Non risposi.Rimasi lì, mentre il telefono vibrava di nuovo.
"Scusa se sono stata distante. Davvero. Posso chiamarti dopo?"
Mi passai una mano sulla faccia.Era un disastro.
E, sullo sfondo, il pensiero di Sara, mezza nuda nel pomeriggio, era ancora lì.
Parlammo al telefono per quasi un’ora e mezza.Non so nemmeno come ci fossimo arrivati, ma da quei soliti messaggi scazzati eravamo finiti a ridere di vecchi ricordi, a raccontarci le ultime cazzate successe a lezione, a farci confidenze leggere.Sembrava un’altra Giulia.Più dolce. Più… mia.
E mi piaceva.Lo sentivo.
«Sto crollando» disse con la voce impastata mentre si stiracchiava, dall’altro lato del telefono.«Che ore sono?»
Guardai l’orologio.«Le due meno dieci.»
«Dio… domani sarò uno zombie. Però… mi ha fatto bene sentirti.»
Sorrisi.«Anche a me.»
«Buonanotte, Leo.»
«Notte, Giuly.»
Chiusi la chiamata con una strana sensazione addosso. Un misto tra felicità e leggerezza che non sentivo da mesi.Mi alzai dal letto e andai in cucina a bere qualcosa, ancora con il telefono in mano e il sorriso scemo stampato in faccia.
Fu lì che la vidi.
Sara, sul divano letto sgangherato della sala, dormiva.Un film ancora acceso in sottofondo, volume basso.Era rannicchiata su un fianco, i capelli in disordine che le cadevano sul viso. Il top che si era leggermente alzato scoprendole un tratto di schiena liscia, dorata dalla giornata al sole. Una gamba piegata e una distesa, e una mano che teneva ancora stretto il telecomando.
Mi avvicinai al divano e la osservai ancora un attimo.Dormiva profondamente, con la bocca appena socchiusa e i capelli spettinati sulla faccia.Il film continuava a scorrere sullo schermo, quasi muto.
Mi chinai e le sfiorai piano la spalla.«Ehi, Sare… svegliati.»Niente.
Le mossi delicatamente il braccio.«Oh, domani ti spacchi la schiena se dormi su ‘sto divano di merda.»
Lei si mosse appena, borbottando qualcosa di incomprensibile, poi aprì un occhio.«Mmmh… che ore sono?»
Guardai il telefono.«Le due e mezza.»
Sbatté le ciglia, stiracchiandosi pigramente.«Merda…»
Si mise seduta a fatica, sistemandosi i capelli indietro con una mano.Aveva il top mezzo storto e un segno del cuscino sulla guancia, che mi fece sorridere.
«Una birra prima di andare a letto?» disse allungando una mano verso il tavolino, dove due bottiglie aspettavano ancora chiuse. «Le ho portate prima di addormentarmi.»
Sorrisi.Era una tradizione scema nata qualche estate fa: una birra ghiacciata insieme prima di andare a dormire, solo noi due, a fine giornata. Perché nessuna vacanza era ufficialmente iniziata senza quella scena lì.
«Dai… ti faccio compagnia» dissi sedendomi accanto a lei.
Prese le bottiglie e me ne passò una.«Alla nostra estate di merda sentimentale.»Toccò il collo della sua contro il mio, il tipico brindisi da sfigati.
«E alla nostra capacità di non imparare mai niente.»
Bevemmo.
Restammo qualche minuto in silenzio, solo il rumore della televisione in sottofondo e il fresco della notte che entrava dalle finestre aperte.Era bello. Quella semplicità che avevamo sempre avuto.
Sara mi guardò di sottecchi.«Giulia, eh?»Accennò un sorrisetto ironico, tirando una lunga sorsata.
Feci una smorfia.«Non rompere.»
Lei rise piano.«Non ti sto rompendo… sto solo dicendo che se domani torni incazzato nero, so già perché.»
Scossi la testa, ridendo anch’io.
«Cretina.»
«Vabbè, dai… ci godiamo sta vacanza. Magari alla fine ce la caviamo meglio di come siamo arrivati.»
La guardai.Quel sorriso dolce, leggermente stanco.Era casa. Sempre. Anche con tutti quei casini intorno.
«Sicuro.»
Stavamo finendo la birra quando mi accorsi che lei mi guardava di sottecchi, con quell’espressione furba che le veniva quando capiva che avevo qualcosa da dire e stavo facendo il vago.
«Oh… che hai?» fece, appoggiando la bottiglia sul tavolino e piegando leggermente la testa. «Sei strano stasera.»
Abbassai lo sguardo sulla bottiglia e ci girai le dita intorno.Sentivo le guance accendersi e odiavo quella sensazione.
«Niente…» borbottai.
Lei mi squadrò, insistente.«Leo… dai. Ti conosco. Parla.»
Presi fiato, poi buttai fuori tutto in un colpo.
«Oh… non ti incazzare, giuro.»La guardai di sfuggita.«Ti ho… visto.»
Lei strinse gli occhi.«Visto… cosa?»
Ingoiai a vuoto.«Prima… quando sono tornato… in camera tua.»
