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Erotika
L'indagine di Sofie · Cap. 7
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Capitolo 7 di 8 8 min di lettura

Fatte prigioniere

La Dottoressa Marta Trevison ci comunicò il suo piano per sgominare la banda e rientrare in possesso del farmaco. Dovevamo infiltrarci in un centro sociale, ora base del gruppo. Le cose non andarono lisce.

Lucifer
7 mesi fa · 514 letture · 0

Quando Marta Trevison passò ad illustrare il piano, gli occhi delle guardie mi furono addosso:

“Grazie ai generosi sforzi dell’agente Sofi -esordì la stronza, divertita- ora conosciamo dove il gruppo di delinquenti si nasconde e col favore delle tenebre gestisce una vera e propria rete di spaccio. La loro base è il centro sociale Vida Libre di cui in qualche modo sono riusciti a entrare in possesso”

In condizioni normali, sarei stata io ad elaborare un piano e io ad esporlo. D’altro canto, ero io la più qualificata: ex militare e investigatrice privata, addestrata al combattimento e alla guerriglia. Tuttavia, fitte e calori improvvisi mi piegavano ormai senza quasi lasciarmi tregua: necessitavo dell’antidoto a quel farmaco. Se la Trevison mi avesse ordinato di mettermi a pecorina e di farmi scopare da tutte le guardie, avrei addirittura ringraziato; se la Trevison mi avesse fatto prostituire per strada, avrei ubbidito pur di poter avere qualche minuto di sollievo.

“Andremo tutti” riprese a dire.

“Ci riconosceranno subito e non si lasceranno avvicinare” obiettò Enzo. L’obiezione era più che sensata.

“Non possiamo contare su altri. Dobbiamo augurarci che l’entrata di Vida Libre non sia sorvegliata da uno di loro. Una volta dentro, uno rimarrà all’ingresso per bloccare eventuali vie di fuga e con gli altri ci sparpaglieremo. Chiunque li individui non agisca da solo ma avverta tutti, poi li minacceremo con le armi di arrendersi”. La questione era chiusa.

La fortuna sembrò arriderci: né Mei né i suoi compari sorvegliavano il cancello. Così riuscimmo ad entrare senza problemi dentro Vida Libre. Nessuno sembrò notarci anche grazie all’idea di Nicole; Nicole, l’unica guardia donna, era cresciuta nei centri sociali e sapeva come non dare nell’occhio in certi ambienti: occorreva anzitutto mimetizzarsi, vestirsi da fricchettoni. Né io né la Trevison avevamo vestiti adatti, io perché avevo portato a Roma un solo cambio e la Dottoressa perché abituata a tutt’altro stile; pensò Nicole a prestarci i vestiti.

Il centro sociale sorgeva su un vecchio liceo scientifico abbandonato. Oltre il cancello si estendeva un ampio cortile pavimentato, tutt’intorno al cortile a pianta rettangolare due piani di aule e laboratori dismessi. Il cortile era vuoto siccome aveva ripreso a piovere, era tempo di dividersi e iniziare ad esplorare la tana del Bianconiglio.

Nicole e Enzo si avviarono lungo il corridoio di sinistra, Gianni e Vlad procedettero lungo il corridoio di destra; io seguii Marta lungo le scale che portavano al secondo piano. Un gruppo di ragazze con collant dai colori sgargianti chiacchierava, con tappetini in mano, di fronte un’aula. Marta passò oltre, io decisi di fermarmi a dare un’occhiata: sopra la porta di legno c’era affissa una targa sulla quale originariamente doveva leggersi la scritta “III E”, ora compariva la scritta “yoga” fatta con un pennarello rosso. Dentro l’aula era in corso una sessione autogestita di yoga. Una mano sulla spalla mi fece sussultare, istintivamente afferrai la pistola nella tasca della felpa.

“Sei nuova? Per praticare serve un tappetino, se non ne hai uno nel ripostiglio in fondo a destra trovi qualcosa”, la voce apparteneva a una delle ragazze dietro di me. Lasciai la presa sulla pistola e e tirai un sospiro di sollievo.

“In realtà vorrei sapere come funzionano qui i corsi” risposi, voltandomi. Non credevo di essere ancora capace di poter fingere bene a quella maniera, nella mia condizione.

“Qui non si tengono corsi, il centro sociale mette a disposizione aule a orari specifici per chi voglia praticare insieme. Niente maestri o istruttori, solo pratica orizzontale e solidarietà fra compagni”

Ringraziai per l’informazione e mi avviai oltre. Pratica orizzontale e solidarietà fra compagni? Espressioni da comunisti sfigati. Il metodo più efficiente per imparare lo yoga è prendere lezioni da un istruttore qualificato. Ad ogni modo, tutte le aule del corridoio ospitavano sessioni autogestite di yoga. Dove si trovava Mei? Avevo perso di vista anche la Dottoressa Trevison.

Svoltai l’angolo prendendo un altro corridoio. Le vecchie aule della sessione F non erano state adibite ad attività di gruppo, dentro ogni aula una coppia ci stava dando dentro. Dentro quella che era stata la III F un uomo di mezz’età scopava una ragazza sulla cattedra, a terra collant viola; dentro la IV F un ventenne leccava con avidità la fica di una che sarebbe potuta essere sua madre; dentro la V F si faceva pratica di fisting.

Proprio quando cominciavo a gestire l’eccitazione e la sensazione di caldo che ne derivava, ecco che venivo posta di fronte a scorci di scene che aumentavano eccitazione e caldo; proprio quando cominciavo a ignorare i pensieri intrusivi come si fa con i rumori bianchi, ecco che nuovi e più insidiosi pensieri facevano capolino: rimani a guardare cinque minuti, toccati, perché non abbandonare la missione e rimorchiare un uomo che ti scopi in una di queste aule?

Con gambe e testa pesanti mi trascinai fino alle aule contrassegnate dalla lettera G. Da una di queste aule proveniva un chiasso infernale, bussai onde evitare di trovarmi questa volta di fronte a un’orgia, con mia sorpresa a rispondermi fu la Trevison:

“Sofi cara, sei tu? Entra, abbiamo appena cominciato il riscaldamento”

Mi stava chiedendo supporto, il tono di voce svelava una sensazione di sollievo. Si era cacciata nei guai? Aprì la porta ed entrai nella stanza non prima di aver letto sulla targhetta “lotta libera”. 5 uomini e 2 donne facevano stretching, a parte me e Marta indossavano tutti pantaloncini corti e t-shirt a mezze maniche.

“Diamo alla nuova arrivata il tempo di riscaldarsi, dopodiché potremo dividerci in coppie per combattere” propose una voce rude maschile. La proposta venne accolta all’unanimità.

Perché mi aveva trascinato qui? Iniziai a passare in rassegna le persone presenti. Capì tutto quando riconobbi un membro della banda di Mei. Il tipo era nervoso, le pupille si muovevano come palle in un flipper; aveva riconosciuto sia me che Marta e di sicuro sospettava la ragione per la quale eravamo lì; a un tratto però il volto gli si illuminò di un sorriso scaltro e bisbigliò qualcosa all’orecchio di due ragazzi che aveva accanto. Questi si diressero uno verso di me e l’altro verso Marta.

“Ti andrebbe di combattere contro me? Mi chiamo Marco” mi chiese il ragazzo dalla carnagione più scura.

“Se non hai mai fatto lotta libera, ti insegnerò io: vedi, durante i combattimenti di allenamento noi iniziamo da inginocchiati per…” iniziò a parlare a ruota libera, senza attendere nemmeno un mio cenno del capo.

“Non ti preoccupare, so il fatto mio” risposi, il mio tono doveva essere più annoiato che stizzito. Nell’esercito russo ci avevano addestrato in diverse arti marziali. Più probabilmente dovevo essere io ad andarci piano.

Il piano del compare di Mei era chiaro, usare i due ragazzi per distrarci così da svignarsela alla prima occasione. Avrei dovuto tenere d’occhio sia lui che Marta, io potevo facilmente tenere testa a Marco anche nelle mie condizioni. Mi misi in ginocchio preparandomi al combattimento, Marco fece altrettanto; lasciai a lui la prima mossa e com’era prevedibile tentò subito una presa per rovesciarmi a terra di schiena; ciò permetteva però anche a me di rispondere con una presa: gli diedi l’illusione di potermi piegare solo per potergli bloccare ogni movimento con braccia e gambe, a quel punto andò irrimediabilmente schiena a terra.

“Per caso vuoi la rivincita?” lo presi in giro mentre mi rimettevo in ginocchio.

Marco non rispose, mi afferrò forte la vita e mi bloccò le gambe con le sue ritirandomi giù.

“Ehi, tutto a posto?”

Il suo orgoglio maschile era ferito, voleva farmi dispetto e umiliarmi. Lo sentì strusciarsi il cazzo duro contro il mio inguine. Realizzai che probabilmente la maggior parte delle persone presenti in quell’aula assumevano il farmaco Breedspeed: i livelli di testosterone degli uomini dovevano ormai essere fuori scala. Un attimo di esitazione e saremo finiti a scopare. Grazie all’adrenalina in circolo e al divario di forze fra noi riuscì a divincolarmi. Come stava però andando alla Trevison?

Marta era stata sconfitta: si trovava a pancia in giù, gambe e braccia tenute divaricate. Inutilmente implorava di venir lasciata ma da sola non riusciva ad uscirne. Sopra di lei indugiava il ragazzo dalla carnagione pallida, godendo della sua posizione di dominio, strusciando contro il culone il suo pacco oscenamente eccitato. Ammetto che la scena eccitò anche me tantissimo e per un attimo valutai seriamente l’idea di non intervenire in soccorso di Marta ma poi mi decidi a muovermi. Solo che qualcuno mi trattenne il polso. Era Marco.

“Rivincita sia!”.

Se mi fossi rifiutata di combattere sarebbe venuta meno ogni ragione di star lì. Basta mandarlo subito al tappeto mi ripetei. Ci posizionammo l’uno di fronte all’altro, questa volta feci la prima mossa afferrandogli i polsi e tirandolo di lato; il mio obiettivo era sbilanciarlo per poi afferrarlo di peso e gettarlo schiena a terra. Ci riuscii ma non ebbi il tempo di congratularmi con me stessa che fui allarmata da uno scatto. Si trattava inequivocabilmente dello scatto della sicura di una pistola. Mi rivolsi a Marta, ciò che temevo era accaduto. A parte me e Marco gli altri presenti si erano radunati intorno a lei: in qualche modo, il socio di Mei era riuscito ad entrare in possesso della sua pistola.

“Queste due troie -tuonò- sono venute per fermarci”.

È superfluo dire che tutti quelli in aula furono subito pronti a credere ad ogni parola, ora tenevano d’occhio ogni mio movimento. Il socio di Mei puntò la pistola contro la Dottoressa e si rivolse direttamente a me per minacciarmi:

“Mani a terra, dove posso vederle. Se non vuoi che faccia del male alla puttanella e ti spari poi in faccia, seguimi senza dire una parola. Tu sei quella a cui il capo ha sparato il farmaco nelle vene, una dose massiccia se ricordo. Sarà felice di sapere che sono venute a trovarlo delle vecchie amiche...Continua a gattonare, brava”.

Da dietro qualcuno mi frugò nella tasca della felpa per rubarmi la pistola. Condussero me e Marta in una stanza che doveva un tempo essere la presidenza del liceo. Il ragazzo biondino, che era il loro capo, sedeva su uno scranno sornione; accanto a lui due ragazze incinta e Mei.

***

Il prossimo sarà l’ultimo capitolo. Spero vi siate goduti l’indagine di Sofi. Se avete gradito lasciatemi un cuore e un commento. Per contattarmi in privato potete scrivermi a [email protected]

Prima di andare avanti…

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Scritto da
Lucifer

Sir Lucifer è un alter-ego, una maschera che a volte mi va di indossare mentre altre volte no. Sir Lucifer è un master severo e uno scrittore curioso.

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