L'indagine di Sofie

Capitolo 5 - Non potevo smettere di scoparlo

Lucifer
12 hours ago

Aiutata dalla confusione fu facile rubare il mazzo di chiavi. Attenta a non dare nell’occhio abbandonai l’edificio dalla porta principale, solo per cercare sul retro un’entrata d’emergenza oppure una porta di servizio. Rientrai nell’edificio utilizzando la porta che probabilmente usano i magazzinieri: mi ritrovai in una ampia e fredda stanza piena ad ogni angolo di scatoloni; non avevo però tempo da dedicare a un’esplorazione più accurata del locale, attraversai di corsa la stanza e il corridoio bianco che dava a caldaia e ripostiglio; dovevo trovare le toilette femminili perché erano il posto ideale per nascondersi e aspettare serenamente l’orario di chiusura.

Attesi che nessuno potesse vedermi per entrare nei bagni; erano stati appena puliti e il pavimento era ancora bagnato, un acre odore di disinfettante stuzzicava le narici; sgusciai oltre la porta di un gabinetto, mi abbassai pantaloni e mutandine, sedetti sul water e chiusi a chiave la porta del gabinetto. A chiunque avesse bussato alla porta avrei risposto “occupato”, anche se avesse detto di starsela facendo sotto.

Fu durante la pausa pranzo che quasi tutto il personale femminile si riversò nella toilette, temetti che qualcuna potesse accorgersi che la stessa persona occupava il gabinetto da un po’ e potesse quindi questionare. Per fortuna, gran parte della loro attenzione era dedita agli ultimi pettegolezzi di giornata. Non crederete alla quantità di pettegolezzi che si possono ascoltare dal gabinetto di un’azienda! Più pettegolezzi di quelli che si possono ascoltare dal parrucchiere. Inoltre, la maggior parte delle chiacchiere aveva per oggetto un’unica persona: una certa Dottoressa Trevison, la quale si vociferava essere un’amante del femdom e di disciplinare in questo modo i suoi collaboratori. Ancora non potevo immaginare quanto in quelle voci ci fosse di vero.

Lo spegnimento delle luci al neon segnalò l’arrivo dell’orario di chiusura, mi si erano addormentate le gambe e l’odore di disinfettante del mattino era stato da tempo sostituito con un altrettanto acre odore di piscio. Nessuno si degnò di passare a chiudere a chiave la porta esterna della toilette, tanto meglio per me. Dopo essermi sgranchita i muscoli uscì in punta di piedi nel corridoio alla ricerca delle scale: sicuramente gli uffici dei medici e dei ricercatori di laboratorio custodivano i documenti più riservati. Fui sorpresa dall’assenza nei corridoi di telecamere e dispositivi di movimento, “hanno un’enorme falla di sicurezza in questo posto” pensai “eppure è una casa farmaceutica”.

Abbassai la guardia e così commisi una serie di errori. Mi trovai davanti l’ufficio che apparteneva proprio, come indicava la targhetta gialla, alla Dottoressa M. Trevison; nel mazzo di chiavi che avevo rubato trovai subito la chiave di cui avevo bisogno, dischiusi con delicatezza la porta e risuonò in tutto l’edificio l’allarme. Mi ero comunque preparata a una simile eventualità: una qualunque agenzia di sicurezza avrebbe chiamato prima un responsabile interno e dopo essere certi che a far scattare l’allarme non fosse stato un dipendente avrebbero inviato qualcuno a controllare sul posto; avrei avuto un vantaggio di minimo dieci minuti, sufficienti per ispezionare almeno quell’ufficio.

Non avevo considerato la possibilità che la guardia notturna avesse una postazione all’interno dell’edificio, altro che falla di sicurezza: me ne avvidi quando sentì dei passi pesanti lungo il corridoio ma era già troppo tardi e mi ritrovai davanti la porta un uomo di colore robusto con una torcia in mano.

“Quante volte ve lo devo dire, a voi tossici, che questa non è una farmacia?” esclamò l’uomo, a quanto pare erano soliti avere a che con effrazioni. Questo andava a mio favore perché la guardia non era pronta a confrontarsi con una ex militare.

Gli scattai contro, lui cercò di estrarre la pistola che aveva alla cintura ma io lo atterrai con una spallata. “Brutta troia” mi gridò contro prima di capitolare con un tonfo. Cercò di rimettersi in piedi ma era caduto sulla gamba destra che ora gli doleva, dovevo pensare alla prossima mossa. Intanto, l’allarme si era fermato. Cercare la sua collaborazione fu l’ennesimo errore della giornata.

Dove tenete il nastro adesivo in questo posto?”

Così mi puoi legare e imbavagliare?”

Si, per precauzione. Devo fermarmi ancora un po’ e non voglio farti del male

Perché non me lo succhi, troia?”

Per qualche ragione la sua risposta mi giunse del tutto inaspettata e forse fu la sorpresa all’inizio a lasciarmi senza parole. L’uomo si palpava il pacco da sopra il pantalone in segno di provocazione. Era impossibile non notare la dimensione ragguardevole di quel pacco che quasi certamente era ancora a riposo. Tanto bastò perché si intrufolassero sotto le lenzuola dei miei pensieri altri pensieri non miei, pensieri della mia controparte troia, appartenenti alla donna che si era oscenamente masturbata sul letto di un’estranea. “E se glielo iniziassi davvero a succhiare?” presi a domandarmi “chissà che faccia farebbe”.  Sentì le prime gocce inumidire le mutandine ma non me la stavo facendo sotto, mi stavo eccitando.

Te lo stacco a morsi, porco” esclamai.

Se lo tirò fuori dai pantaloni. Come poteva essere sicuro che non glielo avrei staccato davvero a morsi? Ai suoi occhi ero una ladra e lo aveva appena messo al tappeto, forse gli avevo rotto una gamba. Eppure, sconcertata glielo presi in mano: era lungo e grosso, nodoso, la cappella rosa chiaro. Provai un ultimo tentativo di scendere a patti con la ragione. “Se mi dici dove sono i documenti che cerco ti faccio una sega” gli dissi ma con il fiato troppo corto e le guance troppo rosse.

Di risposta l’omone mi afferrò i capelli in una coda e mi tirò la testa all’indietro, poi mi sputò sulle labbra. Invece di tirargli una testata cominciai a segarlo; avrei potuto metterlo a tacere per sempre, invece mi stavo completamente umiliando e rischiavo caro persino la pelle a stare lì. Non ricordo esattamente quando mi levò gli indumenti di sopra, ricordo però quando mi strinse le tette e mi tirò i capezzoli strappandomi un gemito.

Troia, mi hai rotto la gamba. Chiedi scusa

Scu-sa”, il suono scivolò fuori dalla bocca.

Mi tirò un’altra volta i capelli all’indietro e mi sussurrò qualcosa all’orecchio, parole che non ricordo. Mi abbassai solerte pantaloni e mutandine, lui si sdraiò perché la gamba rotta gli impediva altri movimenti; io mi sdraiai su di lui, il cazzo andò a vuoto per alcuni tentativi e infine con il mio aiuto imboccò la strada giusta. Mi baciò il collo, ricambiai; dopodiché, iniziammo a limonare.

Lo strinsi forte a me afferrandogli questa volta io la testa. Ero completamente bagnata, una gatta in calore. Ben presto non fu più lui a scopare me bensì io a scopare lui. Voglio dire, aveva naturalmente rinunciato ad ogni iniziativa: fui io portargli le mani sulle mie chiappe e a fargliele spingere in modo che potessi aderire meglio al suo corpo e ovviamente al suo membro; ero io a scopargli la gola con la lingua; sembravo essere io quella che se la stava godendo maggiormente.

Avevo dimenticato di prendere la pillola anti-ovulazione quella mattina. Questo dettaglio mi tornò in mente troppo tardi. Forse avrei comunque deciso di infischiarmene. Sentire la calda sborra della guardia farsi largo in me mi fece impazzire: potevo quasi vederlo quel fitto esercito di spermatozoi in marcia verso i miei ovuli, non c’era immagine più eccitante per me in quel momento. Venni con tanta violenta da gettare un grido e per poco non gli conficcai le unghie nel cranio. L’uomo si abbandonò stremato al suolo, io tentai di scoparlo ancora. Non mi sentivo saziata. Iniziai a strofinargli con veemenza la clitoride contro l’uccello mentre perdeva consistenza, con il risultato di riversargli sull’asta parte della sborra che aveva riservato in me.

Cosa fai? Mollami” protestò lui.

Gli presi un braccio e mi portai una sua mano sul seno. Non mi era mai capitato di scopare un cazzo moscio, fino a quel momento non avevo conosciuto un’umiliazione più grande.

A un certo punto però gli occhi di lui sembrarono tingersi di una nuova luce, aveva acquisito una consapevolezza circa ciò che mi stava capitando.

Tu hai assunto quel farmaco, sì: il farmaco a cui la Trevison stava lavorando” disse.

Mi fermai ad ascoltarlo solo dopo aver raggiunto un secondo orgasmo, Realizzai finalmente, il compare di Mei mi aveva iniettato qualcosa al parco: doveva essere il farmaco che stavano sperimentando nella casa farmaceutica.

“Perché è in mano a dei ragazzini?” chiesi.

Ti farò spiegare tutto, devo fare una telefonata” rispose. Volli fidarmi della sincerità della guardia.

Mi rimisi in piedi, stillò sul pavimento un’ultima goccia di sborra.

***

Ormai siamo arrivati alla metà di questo racconto. Se è di vostro gradimento vi chiedo di lasciare un cuore, un voto e un commento. Per contattarmi in privato potete scrivermi a sirluciferbully@gmail.com