La madre di Sofia viene a colloquio

Capitolo 2 - Mezzogiorno

«Allora, Francesco, ci hai pensato?»

La voce di Ileana è quella dei gatti arrapati che miagolano di notte sotto le finestre. No, i gatti che litigano nei vicoli mi danno meno tedio di lei. Mi sconcerta come mi abbia intercettato nell’istante stesso che ho varcato la porta dell’aula di quinta, nemmeno mi stesse aspettando, e ora mi segue come un’ombra lungo i corridoi e le scale.

«Pensato a cosa? C’è un altro sciopero?»

Quando piagnucola è un trapano arrugginito infilato nelle orecchie. «No, del film di questa sera: è l’ultima opera di Álvaro Jiménez de la Serna.»

«Ah, Alvaro! Ho visto molti suoi film!»

Gli occhi di Ileana si illuminano. «Davvero?»

Stringo le labbra. «Non credo che stiamo alludendo allo stesso Alvaro, temo.»

«Ha diretto opere concettuali come “La quietud de los objetos inmóviles”, “Geometría de un silencio compartido” e “El archivo de las sombras lentas”. Questo mi ha emozionata a tal punto che l’ho visto tre volte!»

Se non sono la traduzione dei film della saga di Pierino, allora stiamo davvero parlando di due Alvaro diversi. Mi fermo davanti alla porta del mio ufficio e appoggio la mano libera dalla borsa sulla maniglia. «Mi spiace, ma ho davvero una montagna di compiti da correggere questa sera. Facciamo per un'altra.» Tipo il 30 di febbraio.

«Oggi pomeriggio hai impegni?»

Annuisco. «Ho un colloquio.» Le gote si irrigidiscono ma trattengo un sorriso. «Forse due.»

«D’accordo.» Le labbra di Ileana si stringono a culo di gallina, soppesa il libro di filosofia sotto un braccio. «Ci vediamo domani.» Si avvia lungo il corridoio.

Apro la porta e mi fermo a metà sull’uscio. «Buon divertimento, questa sera.»

«Grazie.» La donna non si volta, sembra un fantasma triste nei suoi abiti di un marroncino smorto.

Chiudo la porta e mi volto verso l’ufficio. Ho sempre cercato di tenerlo pulito, o per lo meno non sporco, ma ieri pomeriggio mi sono dato da fare per dargli una sistemata. I libri sono messi in un ordine senza un senso apparente nella libreria e la scrivania è lucida. Quando sono andato via c’era un tanfo di detergenti chimici che rischiava di soffocare. Non che ci voglia un grande sforzo, a riempire l’aria di odore di limone o fiori di montagna, considerando che il locale è grande il doppio di uno sgabuzzino.

Già capire come eliminare quei quattro schedari in metallo che fanno tanto film di spionaggio degli anni ’70 sarebbe comodo, ma dovrei digitalizzare tutti i documenti all’interno con uno scanner e poi caricarli su un furgoncino per portarli a qualche discarica… Sbuffo dal naso.

Abbasso la tendina a veneziane della finestra e il rettangolo di luce che cade sulla scrivania scompare. Appoggio la borsa accanto alla scrivania. Prendo dal piccolo frigobar la scatola di insalata e verdure miste e la Monster al mango e li poso sul tavolo.

Mi siedo e dal secondo cassetto cavo una forchetta e una scatola di tonno grande, la apro e la inclino sulla verdura. L’olio cola sulle foglie di insalata, lo faccio passare sui pomodorini, le olive e le manciate di mais. Con la forchetta sminuzzo il tonno e lo mischio alla verdura.

Strappo la linguetta della Monster e ne mando giù un sorso. Le bollicine mi pizzicano la lingua a tal punto da sentire a stento il sapore. Un rutto mi gonfia le guance. «Ah, alla buon’ora un po’ di pace…»

Accendo il Kindle e lo appoggio alla pila di libri da parata in un angolo della scrivania, come direbbe il buon Fantozzi. Sullo schermo appaiono le parole de “La certosa di Parma” di Stendhal.

Infilo la forchetta nella verdura: impalo un paio di foglie di insalata, un’oliva e raccolgo un po’ di tonno. La cicoria scricchiola sotto i denti ma è resa scivolosa dell’olio del tonno.

“Mosca non era venuto da solo, a Milano. Nella sua carrozza c'era anche il duca Sanseverina-Taxis, un bel vecchietto di sessantotto anni, con macchie bianche tra i capelli grigi, molto compito, tutto lindo, ricchissimo, ma non abbastanza nobile. I milioni li aveva fatti solo suo nonno, appaltatore generale delle entrate dello Stato di Parma. Suo padre si era fatto nominare ambasciatore alla corte di * * *, e c'era riuscito tenendo al principe un discorsetto molto logico: «Vostra Altezza dà trentamila franchi al suo inviato alla corte di * * *, ma quello ci fa una figura piuttosto mediocre…”

Inghiotto il boccone e bevo un sorso di Monster. Forse dovrei ridurre l’olio. «Continuo a chiedermi cosa avessero tutto questo bisogno di inserire personaggi famosi ma vendicativi nei romanzi.» Infilzo di nuovo la forchetta nella verdura e la sollevo. «Ma inventati qualcuno che non esiste, mica eri nel 2026 con la gente che ti controlla quanto ci vuole per i viaggi nei fumetti di Tex—»

Un bussare appena percettibile arriva dalla porta.

Dalla forchetta davanti alla mia bocca cade un chicco di mais. Sbuffo. «Spero non sia quella rompicoglioni di Ileana che torna a convincermi di andare con lei al cinema…»

Metto in bocca la forchettata di cibo, mastico e la mando giù ancora mezza intera con un sorso di Monster. Mi alzo dalla sedia, metto la posata nella scatola di plastica sopra la verdura, copro con la plastica della confezione e nascondo tutto nel frigobar, insieme alla lattina. «Arr…» Un metro cubo d’aria mi sale dallo stomaco e lo soffio fuori. Odore di olio e mango mi riempie le narici. «Arrivo.»

Attraverso la stanza e apro la porta, pronto a sorbirmi Ilea—

Sofia si morde il labbro inferiore e alza gli occhi verso il mio viso. «Professore… mi scusi l’orario.»

La rabbia per l’interruzione del pranzo scompare e il languorino per il tonno viene sostituito dalla sensazione di pace causata dall’erezione nelle mutande che si sta allungando. Le sorrido – non ho dell’insalata tra i denti, spero! – e mi faccio da parte per lasciarla passare. «Entra pure.»

Lei annuisce e varca la soglia. Mi sporgo fuori e controllo il corridoio a sinistra e a destra. No, nessuno in vista, per fortuna.

Mi volto. Lei è ferma in mezzo all’ufficio, annusa l’aria. «Che buon profumo d’interni. Mango e…» Annusa di nuovo.

L’odore dell’olio del tonno riempie la stanza. Mi schiarisco la voce.

Sofia si volta verso di me. «Mi… mi scusi, professore, per l’orario, ma…»

Le indico la sedia accanto a lei. «Accomodati pure.»

Lei si siede a gambe strette. «Spero di non essere di disturbo, professore, ma non sono neanche uscita dal cancello della scuola.» Abbassa lo sguardo.  «Sono troppo preoccupata e sono tornata subito qui a parlarle.»

Mi appoggio al bordo della scrivania davanti a lei. «Capisco.» C’è forse mezzo metro tra la sua bocca e la mia erezione...

…la mia erezione che cresce ancora alla vista perfetta del solco delle sue tette.

Lei inspira a fondo. La sua voce si fa più esile. «Sono preoccupata per quello che dirà a mia madre.»

Mi appoggio con le mani al tavolo. «Non posso che dirle la verità, e ciò, lo confesso, mi dispiace.»

Una mano di Sofia passa tra i suoi capelli e si sposta dietro la testa una ciocca bionda. «Vede, professore…»

«Non farti problemi a chiamarmi Francesco.» Le sorrido. «E dammi del tu, non siamo in classe.»

 Annuisce con la testa. Si prende una mano con l’altra e inizia a strizzarsela. Sotto la maglietta… questa mattina non si intravedeva un reggiseno nero? Non lo indossa più? Il tessuto all’altezza del seno è arrotondato, ma in due punti ha una forma più appuntita.

Sorrido appena. Ah, sgualdrinella… Allora, sappiamo entrambi dove vogliamo arrivare, eh?

Lei continua a parlare senza guardarmi. «…promesso che potevo fare l’università in Inghilterra se superavo gli esami con un voto sufficiente.»

Cosa? «Eh… capisco.» Se il tuo livello in lingua inglese è pari a quello in italiano, come apri bocca all’università chiamano la Farnesina per andare a riprenderti.

«Penso che è il fatto che ci siamo trasferiti qui a Caregan quest’estate che non mi fa studiare.»

Sicuramente trascorri ancora i pomeriggi a svuotare scatoloni… «Me ne rendo conto, ma la cosa non cambia che il tuo rendimento è molto basso nella mia materia.»

Sofia alza lo sguardo su di me. Ha lo stesso sguardo di Oliver Twist che, nel romanzo di Dickens, implora altro cibo alla mensa dell’orfanotrofio. «Pro… voglio dire, Francesco, se ti prometto che da domani mi metto a studiare davvero duro non dici a mia madre di come sono messa?»

«E quanto “duro” hai intenzione di metterti a studiare?» Metto le mani in tasca, i pollici restano fuori e indicano l’eccitazione che mi strazia nelle mutande. «Perché se devo mentire a tua madre, preferirei che mi spiegassi quanto impegno vuoi mettere nello studio da qui in avanti.»

La ragazza non stacca gli occhi dal rigonfiamento all’altezza del cavallo dei miei pantaloni leggeri. Sorride e scivola dalla sedia, leccandosi le labbra. «Adesso ti faccio vedere, Francesco.»

Si afferra il fondo della maglietta e se la sfila. I suoi grossi seni – porca puttena, quanto sono grossi! – si sollevano e cadono, dondolando sul suo petto. Getta la T-shirt sulla sedia e mi sbottona i pantaloni. Abbassa la zip e le braghe si afflosciano sulle mie scarpe. L’afrore di eccitazione si libera come il vapore di una pentola che bolle a cui viene tolto il coperchio.

Il tessuto delle mutande pende in avanti, sotto la pressione del mio cazzo duro e in tiro. La ragazza vi avvicina il volto e passa il naso sul rigonfiamento, il suono del risucchio d’aria nel suo naso mi scalda il ventre, scende fino all’altezza delle palle e risale passandoci sopra le labbra.

Solleva la testa, la punta della lingua tra le i denti. «Te lo faccio diventare così grosso, prof?»

E non ho ancora cominciato a scoparti, sgualdrinella… Abbasso la voce e la rendo profonda. «Fammi vedere quanto ti vuoi impegnare.»

Lei prende le mutande per l’elastico e lo abbassa. Il cazzo libero crolla davanti a lei, come un dito puntato in mezzo ai suoi occhi. L’odore di eccitazione è opprimente, copre anche quello dell’olio del tonno.

Sofia chiude le dita sull’asta, le sue falangi sono fredde sul fuoco della mia eccitazione. La cappella esce appena dalla corona, la ragazza la lecca con la punta della lingua. Una scossa elettrica si scarica lungo il cazzo e mi blocca il fiato.

Lei solleva gli occhi verso di me, sotto il suo mento pendono le grosse tette. «Adesso ho capito perché Anna ed Emilia parlano sempre bene di te…»

Le accarezzo la nuca. «Se ti comporti bene questa volta e vuoi qualche lezione di ripasso, in futuro potrei farti capire cosa apprezzano tanto le tue compagne.»

«Uh,» si avvicina con le labbra al mio sesso, «allora è meglio se mi do da fare.»

Con due dita mi scappella e passa la lingua sul glande. Scivola attorno alla cresta e fa scorrere la punta nel meato.

Chiudo gli occhi e mi appoggio alla scrivania con le mani. La testa si fa leggera, ogni scivolata di lingua della ragazza sul mio cazzo è un passaggio di spugna bagnata su una lavagna piena di pensieri. Apro la bocca e respiro a pieni polmoni, assaporando ogni singola molecola dei feromoni sessuali che stanno riempiendo la stanza.

La ragazza spinge la testa in avanti e il cazzo le riempie la bocca. Inizia a muovere in avanti e indietro, la spinta è veloce, come se volesse spingersi la cappella più in fondo nella gola ed emette un rumore liquido, eccitante, il ritorno indietro è più lento, la ruvidità della lingua solletica il mio filetto.

Espiro fino a svuotarmi i polmoni. «Porca puttena, sei fantastica, Sofia…» Non quanto le altre due sgualdrinelle nella tua classe, ma ti farò esercitare parecchio con il mio cazzo… Ti faccio laureare all’università dei pompini con il 110 e lode.

Mi spingo avanti e le afferro le tette. Le mie dita le stringono: calde, morbide, vellutate. Metterci l’uccello in mezzo, stringerle e muoverle su e giù fino a sborrarle in faccia… La cappella mi prude, devo stringere l’orifizio che blocca il flusso dell’urina per non sborrarle in gola al pensiero prima del tempo.

La sgualdrinella mi sta eccitando troppo!

«Fermati, Sofia…» Mi manca il fiato, ho un capogiro. «Aspetta.»

Lei mi fissa e spinge indietro la testa. Il cazzo esce bagnato dalle sue labbra, tracce di rossetto restano impresse attorno alla grossa vena che si muove ubriaca lungo l’asta. L’aria fresca aggredisce la cappella umida di saliva. «Non sto andando bene, prof?» Una nota di allarme acuisce la sua voce.

Stai andando anche troppo bene… «Spogliati e sdraiati sulla scrivania!»

Lei tentenna. «Non… non sono…»

Certo: ha pensato di darmi un assaggio della scopata completa che mi concederebbe se mentissi a sua madre, ma se mi fotto la sua figa subito lei perderebbe una buona parte del suo potere. «Mettiti a gambe aperte, voglio leccarti la figa.»

Le allungo una mano che lei prende per mettersi in piedi. «Davvero?»

Mi trattengo dallo scuotere la testa. Non ve la leccano più, quegli stronzi? È il modo più semplice per conquistare il cuore di voi zoccole. «Sì.» Quale posizione migliore per palparti le tette mentre ti piego al mio volere?

Lei si morde un labbro, ha un canino a punta. Si toglie le scarpe da ginnastica e si abbassa i pantaloni e le mutandine. È depilata, le grandi labbra sono aperte e le piccole sono marroni per l’eccitazione. Non stava fingendo l’apprezzamento per il mio cazzo. Getta i vestiti sulla maglietta e si siede sulla scrivania accanto a me. «Così, prof?»

Le prendo le caviglie e le sollevo le gambe, le cosce le si staccano dal tavolo e la faccio ruotare sul culo. Lei grida un “oh!” di sorpresa e mette le mani sul piano per non cadere all’indietro.  La metto per il lungo del tavolo e le apro le gambe.

Esiste qualcosa di più soddisfacente dell’aprire le cosce di una donna - a parte fotterla?

«Metti le gambe sulle mie spalle.» Le bacio la figa, bagnata, profumata di eccitazione, un profumo che mi scioglie il cuore e indurisce il cazzo. Le succhio un piccolo labbro, caldo. Passo la punta della lingua sulle increspature, il piatto sui lati.

Lei emette un gemito. «Sì, prof… Ah, n— non fermarti.»

«Non preoccuparti, dovranno portarmi via di peso dalla tua figa, passerotta mia…» Due dita si intrufolano in fondo alla sua figa, accarezzano l’imbocco della vagina e la penetrano. «Ti offendo se ti fotto con due dita?»

Sofia si scuote come se cercasse una posizione più comoda sul tavolo. «Più dentro… più dentro.»

Muovo la mano avanti e indietro e la ruoto a sinistra e a destra, l’interno del sesso della ragazza è caldo, bagnato quasi più delle sue fauci. La sua eccitazione cola nel palmo della mia mano. L’altra si allunga sul suo corpo e afferra la tetta destra: è scossa dai battiti impazziti del suo cuore. La stringo.

Le dita di Sofia prendono i miei capelli come se temesse che possa passarmi per la testa la folle idea di abbandonare questo godurioso banchetto.

Arcuo le dita dentro di lei, le premo contro la parete della sua vagina. Lei ansima, geme, le sfuggono gridolini. La mano libera stringe la tetta che non sto massacrando io.

«Continua, ti prego…»

Il suo clitoride si ingrossa, un minuscolo cazzetto che scivola fuori dalla commensura.  Lo prendo tra le labbra e lo lecco. Sofia emette un grido simile al verso di un rapace, le gambe sulle mie spalle tremano e si scuotono. Succhio il clitoride, faccio il vuoto con la bocca.

Le dita della ragazza tirano i miei capelli, il suo busto si muove come un serpente impazzito. Mugugna qualcosa come un gemito di pietà, ma i suoi ansimi lo spezzano in versi incomprensibili.

Vienimi in faccia, puttanella, fai esplodere il tuo orgasmo in un piacere liquido! Premo i polpastrelli nella sua figa, succhio il suo clitoride.

Sofia lancia un grido strozzato, la sua schiena si arcua una volta, cade distesa sul tavolo e si solleva di nuovo. La sua figa rilascia un effluvio divino, mi riempie le narici, mi sballa la mente come nessuna droga potrebbe, il suo utero gronda fino lungo le mie dita, gocciola sul pavimento. Il suo inguine si spinge contro la mia faccia, le cosce bollenti si chiudono sulla mia testa.

Con un sospiro, il corpo di Sofia perde ogni forza e si accascia sulla scrivania. La testa si appoggia su un lato e gli occhi sono chiusi. Le labbra sono appena aperte e il seno si solleva e si abbassa al ritmo del respiro profondo.

«Brava, sgualdrinella…» sussurro. Mi alzo in piedi ed estraggo le dita dalla figa: trasudo vaginale cola dalle falangi e sbrodola dall’imbocco della vagina. Me le porto alla bocca e me le succhio. Mhh… delizioso!

Lei socchiude gli occhi, le brillano. Mi guarda mentre giro attorno al tavolo, il cazzo in tiro pronto ad entrare in azione. È afona. «Dammi un secondo, prof…» Espira, una goccia di sudore le brilla sulla punta del naso.

Mi fermo dalla parte della scrivania dov’è la sua testa. «Non preoccuparti, passerotta mia, mi arrangio da solo.»

Le metto le mani sotto le ascelle e la trascino verso di me, il suo culo stride sul piano di legno, lei ha un gemito di sorpresa. La tiro fino a metterle le spalle a livello del bordo e la testa nel vuoto. «Adesso fai “aaaaa”, da brava…»

Le sue labbra si aprono, le stringo il collo con le mani e il mio cazzo le scivola in bocca. La cappella passa tra le sue tonsille, la cappella scorre tra il palato e la lingua e sprofondo fino a quando la punta del suo naso non finisce tra le mie palle. Un glaoc si alza dalle sue fauci. Sposto indietro il culo, esco quasi del tutto e lo rimetto dentro.

Accelero e prendo il ritmo. Il suono viscido che amo di una bocca scopata riempie la stanza. I muscoli della gola di Sofia si muovono come se cercassero di inghiottire il mio glande, lei deglutisce e cerca di non strozzarsi.

Una mia mano lascia il suo collo rigido e afferra una tetta. La stringo.

Chiudo gli occhi, l’eccitazione sta raggiungendo il livello di prima, ma questa volta non voglio fermarla.

Alzo la testa e mi lascio andare. Le palle si stringono e si ritirano, la sborra scorre fino all’asta, la percorre ed esplode nella bocca della ragazza. Esce bollente dalla mia cappella e si porta via tutta la tensione della giornata, la mente si svuota, le spalle si abbassano e i muscoli delle braccia perdono vigore. Le stringo la gola, sotto le mie dita i muscoli della sua gola si muovono nell’inghiottire il mio seme bollente.

«Ah… cazzo, sì… fammi venire, Gloria…» Apro gli occhi e abbasso lo sguardo sulla ragazza nuda. Che pezzo di passerotta… le scopate che ci faremo… «Inghiotti, da brava.»

Il cuore mi batte come un tamburo nei timpani. Estraggo il cazzo dalle sue labbra e Sofia boccheggia. La cappella le scivola sul viso e un ultimo spasmo del mio cazzo le rigurgita una grossa goccia densa di sborra sulla guancia.

Espiro e mi rialzo le mutande e i pantaloni. L’uccello è bagnato e una goccia di saliva dondola dalla punta. Il tessuto degli slip assorbità anche quello, ormai è pieno di macchie di precoito che questa sgualdrinella mi ha fatto colare tutto il giorno. «Ottimo lavoro, Sofia…»

Lei si alza sul sedere e si volta in ginocchio. Si passa un pugno dove le è finita la goccia di sperma. «Dirai a mia madre che sto andando bene in italiano?»

Dopo un irrumatio con una figa come te, posso anche spergiurare che potresti essere eletta a capo dell’Accademia della Crusca. «Non angustiarti, Sofia.»

La sua mano si ferma sulla bocca e mi fissa come se avessi bestemmiato in chiesa.

Sospiro con il naso. Le tue due grosse pere compenseranno molte lacune nella tua vita, sgualdrinella. «Dirò a tua madre che vai bene in italiano.»

Lei sorride, si mette seduta sul bordo del tavolo e salta giù. Si avvicina alla sedia e prende le mutandine. «Beh, spero che… beh, ci vedremo di nuovo da soli.»

«Quando vuoi.» Giro attorno al tavolo, apro il frigobar e prendo una lattina di Monster alla pesca accanto alla mia aperta. Chiudo lo sportello e la pongo a Sofia, che si sta rimettendo la maglietta.

Il tessuto che scivola a coprire quelle magnifiche tette mi stringe il cuore. È come vedere la propria nave affondare.

La testa della ragazza sbuca dallo scollo della T-shirt. Fissa la lattina. «Per me?»

«Spero ti piaccia. È per toglierti il sapore dalla bocca e mandare giù se ti è rimasto qualcosa in gola.»

Lei la prende, si avvicina a me, si mette in punta di piedi e mi abbraccia al collo. Il suo seno si spinge contro i miei pettorali e le sue labbra premono con le mie. Hanno il sapore di sborra; le mie devono sapere di figa orgasmante. Il bacio si conclude con uno schiocco. «Grazie, prof.» Mi fa l’occhietto. «Soprattutto per quello che mi hai fatto con la lingua.»

Non trattengo il sorriso. «Sarò sempre disponibile a farci un giro, giù lì.»

Sofia mi prende il pacco con una mano. «Anche con questo, scommetto.» Mi da un altro bacio sulla guancia. «La prossima volta, se mamma non torna a casa arrabbiata stasera, puoi mettermelo dentro tutto.»

Le assesto una pacca sul culo. Non preoccuparti, sgualdrinella, me la darai a cosce spalancate, soprattutto dopo la prima volta che ti avrò scopata.

Lei si mette le scarpe e stappa la lattina. Ne beve un lungo sorso e le guance si gonfiano a turno. Inghiotte. «Mh, buona.» Si passa un dito sul naso. «Frizza parecchio.» Ne beve un altro po’.

Si avvicina alla porta e si volta con la testa verso di me. «Beh, grazie prof. Ci vediamo domani.»

«Ciao, Sofia, a…»

Lei si ferma con un piede fuori dall’ufficio. Torna a guardarmi. «Mi hai chiamato Giu… No, Gloria, mentre…» Muove la lattina davanti alla bocca, come a simulare il mio irrumatio.

Il calore sale al mio volto. «A… avrai capito male. Sai, il rumore del…»

Sofia solleva le spalle. «Può essere.» Mi fa un cenno e chiude la porta.

Respiro. Ho il cuore che mi batte nelle orecchie. Davvero l’ho chiamata come la mia adorata Guida? Espiro dal naso.

L’aria è piena dell’odore del nostro rapporto clandestino. Inspiro a pieni polmoni. Sotto l’afrore pesante della mia sborra, si intuisce la nota più delicata dell’acqua di Luna di Sofia… Che meraviglia. Mi avvicino al frigobar e riprendo il mio pranzo.  Per quando giungerà sua madre dovrò cambiare l’aria, ma fino ad allora mi voglio godere anche l’ultima molecola che si è sollevata dalla figa della mia giovane Gloria Guida.

Mi accascio sulla sedia, le gambe priva di forza, e appoggio il cibo sul tavolo. L’impronta del culo della mia giovane amante è ancora sul piano, e gocce di trasudo colate dal suo perineo sono accanto al bordo. Mi allungo, ci passo il dito in mezzo e me lo porto alla bocca. Anche questo voglio godermelo prima dell’arrivo della madre.

O lo lascio lì, così che possa vederlo e credere che sia solo della normalissima acqua?

Accendo il Kindle, le parole della Certosa di Pavia compaiono al posto della pubblicità del lettore a colori. «Chissà se anche a quei tempi avevano idee folli come le mie?»


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