«Allora, Francesco, ci hai pensato?»
La voce di Ileana è quella dei gatti arrapati che miagolano di notte sotto le finestre. No, i gatti che litigano nei vicoli mi danno meno tedio di lei. Mi sconcerta come mi abbia intercettato nell’istante stesso che ho varcato la porta dell’aula di quinta, nemmeno mi stesse aspettando, e ora mi segue come un’ombra lungo i corridoi e le scale.
«Pensato a cosa? C’è un altro sciopero?»
Quando piagnucola è un trapano arrugginito infilato nelle orecchie. «No, del film di questa sera: è l’ultima opera di Álvaro Jiménez de la Serna.»
«Ah, Alvaro! Ho visto molti suoi film!»
Gli occhi di Ileana si illuminano. «Davvero?»
Stringo le labbra. «Non credo che stiamo alludendo allo stesso Alvaro, temo.»
«Ha diretto opere concettuali come “La quietud de los objetos inmóviles”, “Geometría de un silencio compartido” e “El archivo de las sombras lentas”. Questo mi ha emozionata a tal punto che l’ho visto tre volte!»
Se non sono la traduzione dei film della saga di Pierino, allora stiamo davvero parlando di due Alvaro diversi. Mi fermo davanti alla porta del mio ufficio e appoggio la mano libera dalla borsa sulla maniglia. «Mi spiace, ma ho davvero una montagna di compiti da correggere questa sera. Facciamo per un'altra.» Tipo il 30 di febbraio.
«Oggi pomeriggio hai impegni?»
Annuisco. «Ho un colloquio.» Le gote si irrigidiscono ma trattengo un sorriso. «Forse due.»
«D’accordo.» Le labbra di Ileana si stringono a culo di gallina, soppesa il libro di filosofia sotto un braccio. «Ci vediamo domani.» Si avvia lungo il corridoio.
Apro la porta e mi fermo a metà sull’uscio. «Buon divertimento, questa sera.»
«Grazie.» La donna non si volta, sembra un fantasma triste nei suoi abiti di un marroncino smorto.
Chiudo la porta e mi volto verso l’ufficio. Ho sempre cercato di tenerlo pulito, o per lo meno non sporco, ma ieri pomeriggio mi sono dato da fare per dargli una sistemata. I libri sono messi in un ordine senza un senso apparente nella libreria e la scrivania è lucida. Quando sono andato via c’era un tanfo di detergenti chimici che rischiava di soffocare. Non che ci voglia un grande sforzo, a riempire l’aria di odore di limone o fiori di montagna, considerando che il locale è grande il doppio di uno sgabuzzino.
Già capire come eliminare quei quattro schedari in metallo che fanno tanto film di spionaggio degli anni ’70 sarebbe comodo, ma dovrei digitalizzare tutti i documenti all’interno con uno scanner e poi caricarli su un furgoncino per portarli a qualche discarica… Sbuffo dal naso.
Abbasso la tendina a veneziane della finestra e il rettangolo di luce che cade sulla scrivania scompare. Appoggio la borsa accanto alla scrivania. Prendo dal piccolo frigobar la scatola di insalata e verdure miste e la Monster al mango e li poso sul tavolo.
Mi siedo e dal secondo cassetto cavo una forchetta e una scatola di tonno grande, la apro e la inclino sulla verdura. L’olio cola sulle foglie di insalata, lo faccio passare sui pomodorini, le olive e le manciate di mais. Con la forchetta sminuzzo il tonno e lo mischio alla verdura.
Strappo la linguetta della Monster e ne mando giù un sorso. Le bollicine mi pizzicano la lingua a tal punto da sentire a stento il sapore. Un rutto mi gonfia le guance. «Ah, alla buon’ora un po’ di pace…»
Accendo il Kindle e lo appoggio alla pila di libri da parata in un angolo della scrivania, come direbbe il buon Fantozzi. Sullo schermo appaiono le parole de “La certosa di Parma” di Stendhal.
Infilo la forchetta nella verdura: impalo un paio di foglie di insalata, un’oliva e raccolgo un po’ di tonno. La cicoria scricchiola sotto i denti ma è resa scivolosa dell’olio del tonno.
“Mosca non era venuto da solo, a Milano. Nella sua carrozza c'era anche il duca Sanseverina-Taxis, un bel vecchietto di sessantotto anni, con macchie bianche tra i capelli grigi, molto compito, tutto lindo, ricchissimo, ma non abbastanza nobile. I milioni li aveva fatti solo suo nonno, appaltatore generale delle entrate dello Stato di Parma. Suo padre si era fatto nominare ambasciatore alla corte di * * *, e c'era riuscito tenendo al principe un discorsetto molto logico: «Vostra Altezza dà trentamila franchi al suo inviato alla corte di * * *, ma quello ci fa una figura piuttosto mediocre…”
Inghiotto il boccone e bevo un sorso di Monster. Forse dovrei ridurre l’olio. «Continuo a chiedermi cosa avessero tutto questo bisogno di inserire personaggi famosi ma vendicativi nei romanzi.» Infilzo di nuovo la forchetta nella verdura e la sollevo. «Ma inventati qualcuno che non esiste, mica eri nel 2026 con la gente che ti controlla quanto ci vuole per i viaggi nei fumetti di Tex—»
Un bussare appena percettibile arriva dalla porta.
Dalla forchetta davanti alla mia bocca cade un chicco di mais. Sbuffo. «Spero non sia quella rompicoglioni di Ileana che torna a convincermi di andare con lei al cinema…»
Metto in bocca la forchettata di cibo, mastico e la mando giù ancora mezza intera con un sorso di Monster. Mi alzo dalla sedia, metto la posata nella scatola di plastica sopra la verdura, copro con la plastica della confezione e nascondo tutto nel frigobar, insieme alla lattina. «Arr…» Un metro cubo d’aria mi sale dallo stomaco e lo soffio fuori. Odore di olio e mango mi riempie le narici. «Arrivo.»
Attraverso la stanza e apro la porta, pronto a sorbirmi Ilea—
Sofia si morde il labbro inferiore e alza gli occhi verso il mio viso. «Professore… mi scusi l’orario.»
La rabbia per l’interruzione del pranzo scompare e il languorino per il tonno viene sostituito dalla sensazione di pace causata dall’erezione nelle mutande che si sta allungando. Le sorrido – non ho dell’insalata tra i denti, spero! – e mi faccio da parte per lasciarla passare. «Entra pure.»
Lei annuisce e varca la soglia. Mi sporgo fuori e controllo il corridoio a sinistra e a destra. No, nessuno in vista, per fortuna.
Mi volto. Lei è ferma in mezzo all’ufficio, annusa l’aria. «Che buon profumo d’interni. Mango e…» Annusa di nuovo.
L’odore dell’olio del tonno riempie la stanza. Mi schiarisco la voce.
Sofia si volta verso di me. «Mi… mi scusi, professore, per l’orario, ma…»
Le indico la sedia accanto a lei. «Accomodati pure.»
Lei si siede a gambe strette. «Spero di non essere di disturbo, professore, ma non sono neanche uscita dal cancello della scuola.» Abbassa lo sguardo. «Sono troppo preoccupata e sono tornata subito qui a parlarle.»
Mi appoggio al bordo della scrivania davanti a lei. «Capisco.» C’è forse mezzo metro tra la sua bocca e la mia erezione...
…la mia erezione che cresce ancora alla vista perfetta del solco delle sue tette.
Lei inspira a fondo. La sua voce si fa più esile. «Sono preoccupata per quello che dirà a mia madre.»
Mi appoggio con le mani al tavolo. «Non posso che dirle la verità, e ciò, lo confesso, mi dispiace.»
Una mano di Sofia passa tra i suoi capelli e si sposta dietro la testa una ciocca bionda. «Vede, professore…»
«Non farti problemi a chiamarmi Francesco.» Le sorrido. «E dammi del tu, non siamo in classe.»
Annuisce con la testa. Si prende una mano con l’altra e inizia a strizzarsela. Sotto la maglietta… questa mattina non si intravedeva un reggiseno nero? Non lo indossa più? Il tessuto all’altezza del seno è arrotondato, ma in due punti ha una forma più appuntita.
Sorrido appena. Ah, sgualdrinella… Allora, sappiamo entrambi dove vogliamo arrivare, eh?
Lei continua a parlare senza guardarmi. «…promesso che potevo fare l’università in Inghilterra se superavo gli esami con un voto sufficiente.»
Cosa? «Eh… capisco.» Se il tuo livello in lingua inglese è pari a quello in italiano, come apri bocca all’università chiamano la Farnesina per andare a riprenderti.
«Penso che è il fatto che ci siamo trasferiti qui a Caregan quest’estate che non mi fa studiare.»
Sicuramente trascorri ancora i pomeriggi a svuotare scatoloni… «Me ne rendo conto, ma la cosa non cambia che il tuo rendimento è molto basso nella mia materia.»
