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Erotika
Il cuoco · Cap. 2
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Capitolo 2 di 4 12 min di lettura

Marco porta a casa sua sorella

Marco porta a casa sua sorella

William Kasanova
1 anno fa · 514 letture · 1

«Aspetta!» si lamentò Chiara, seguendo a stento il fratello nel piazzale del bar. «Mi fai male!»

Solo in quel momento il furore si dissipò appena, e Marco si rese conto con quanta forza stesse stringendo il braccio della sorella. La lasciò, borbottando qualcosa di astioso che nemmeno lui capì, e infilò rabbiosamente la chiave nella portiera dell'auto. Quando la aprì, vide la ragazza ferma, davanti a quella del passeggero, la giacca ancora riversa su un braccio nonostante il fiato divenisse foschia appena usciva dalle sue labbra, fissando il fratello, con le lacrime agli occhi.

Marco dovette inghiottire la rabbia che stava per spingerlo a gridare. «Sali,» si limitò a dire, prima di dare l'esempio.

La macchina, all'interno, era appena tiepida, ma un leggero appannaggio aveva già cominciato ad invadere il parabrezza. Marco girò la chiave nel quadro avviando il motore ed azionando il riscaldamento. Nonostante fosse contrario a passare la mano sul vetro per pulirlo perché il grasso cutaneo avrebbe dato problemi in seguito, creando fastidiosi scherzi di luce quando il sole sarebbe stato basso sull'orizzonte o a causa delle luci delle altre automobili, non attese che l'aria calda asciugasse il parabrezza ma si creò un'area di visione con un paio di passate delle dita. Non aveva alcuna intenzione di rimanere lì un solo istante di troppo.

Si immise nel traffico appena se ne presentò l'occasione, facendo frenare di colpo una Subaru blu con lo spoiler che stava sopraggiungendo e guadagnandosi un colpo di clacson rabbioso. Marco fece finta di nulla, soprattutto consapevole che se avesse reagito lo avrebbe fatto con violenza.

Ma non seppe trattenersi quando Chiara, dopo qualche minuto, con la voce incrinata dalla vergogna, chiese perdono.

«Ma spiegami,» domandò lui, stringendo le dita attorno al volante con una tale violenza da sentire la plastica morbida deformarsi leggermente, «pensi di diventare amica di Cinzia?»

Chiara non alzò gli occhi dal tappetino davanti al sedile che occupava, i lunghi capelli biondi che nascondevano parte del suo viso. Non rispose.

«O vi conoscete da più tempo?» continuò lui, questa volta fissandola mentre si fermava al termine di una coda di automobili ferme ad un semaforo rosso.

«Sono un paio di settimane,» rispose lei sottovoce. Lui continuò a fissarla, aspettando che continuasse a vuotare il sacco, e lei si sentì obbligata ad aggiungere: «Sono… sono timida. Lo sai benissimo. Io non riesco a farmi amici e a scuola molti mi evitano perché non ho il coraggio di parlare con loro». Si interruppe un momento, come a riordinare le idee e, magari, scoprire lei stessa il vero motivo per cui frequentava quel gruppo di ragazze. «Io… Cinzia… Cinzia non è come me, è… spigliata».

«Cinzia non è spigliata,» la corresse Marco, mentre il semaforo passava al verde ed anche il rosso degli stop davanti a loro scompariva, sostituiti da soffi di gas di scarico illuminati dai fari delle auto. «È volgare. E stupida. Sul serio, Chiara, non frequentarla. Posso capire che tu sia attratta da ciò che rappresenta, così diversa da te, ma questo non vuol dire che lei sia migliore di te. Tu sei molto meglio di lei».

Lei non ribatté, continuando a tenere lo sguardo sulle scarpe. Lo sollevò quando si accorse che stavano svoltando per entrare nel parcheggio del loro condominio. Entrarono nel posto auto solitamente usato per la macchina dei genitori, fuori città per un paio di giorni, inviati ad un corso di aggiornamento di qualche linguaggio di programmazione dal nome strano che Marco non riusciva a ricordare.

Marco e Chiara si erano trovati improvvisamente con una momentanea libertà che, almeno la ragazza, agli occhi del fratello, non sapeva gestire al meglio. Di certo, sarebbe stato stupido perdere tempo con un soggetto simile a Cinzia.

Scesero dall'auto e attraversarono il parcheggio immerso nella semioscurità senza scambiarsi una parola, il vento che non accennava a diminuire di intensità, sollevando la polvere che si era depositata nel tempo nelle fughe dei masselli che componevano la pavimentazione del piazzale. Marco aprì la porta con le chiavi e trovarono le scale quasi tiepide mentre salivano al loro appartamento.

Chiara appoggiò la giacca su una sedia in salotto, andando poi in cucina, dove Marco la sentì aprire il frigorifero. «Ti preparo qualcosa da mangiare?» gli chiese, probabilmente credendo che questo potesse rabbonire il fratello. Non era una grande cuoca, ma doveva immaginare che, dopo una giornata passata a cucinare per centinaia di sconosciuti, Marco avrebbe fatto volentieri a meno di passare la serata davanti ad un fornello anche a casa.

«No,» rispose lui, togliendosi a sua volta il giaccone e gettandolo sul suo letto. «Sono troppo nervoso per mangiare».

Un attimo dopo, annunciata dal suono degli stivaletti che rintoccavano sul pavimento sempre più forte, la sorella apparve sulla porta della camera del ragazzo. Il suo volto, che era sempre stato privo di trucco, leggermente allungato e che terminava con un mento a punta, rendendolo davvero, almeno agli occhi di Marco, a forma di cuore, esprimeva un profondo rammarico. Gli occhi azzurri erano velati da un'ombra di tristezza e la bocca piccola ma dalle labbra rosa che facevano sognare segretamente molti ragazzi era appena incurvata verso il basso.

Impiegò qualche istante prima di parlare, come se avesse dovuto raccogliere il coraggio per discutere di nuovo con suo fratello di quell'argomento. Abbassò il capo, i capelli biondi come i raggi del sole che cadevano dalle spalle. «Senti, Marco… mi dispiace per prima. Sono…»

Marco, per quanto potesse credere di non essere manipolabile dalle altre persone, non aveva comunque modo di resistere all'espressione di dolore della sorella. Non lo ammetteva, soprattutto davanti a lei, perché già la trovava un po' troppo espansiva nei suoi confronti, atteggiamento che sembrava non mostrare mai nei confronti degli altri, ma voleva un gran bene a Chiara. Il ruolo di fratello maggiore si esplicava anche, secondo lui, nel proteggerla da pessime esperienze, cattive amicizie e idee anche peggiori.

Fece comunque finta di rimanere un po' risentito, più che altro per non dare troppa soddisfazione a Chiara nel caso il suo dolore non fosse stato esattamente sincero, sebbene lo dubitasse. Si sedette sul letto e batté un paio di volte la mano accanto a lui per indicarle di accomodarsi anche lei.

Un, appena percettibile, movimento degli angoli delle labbra della ragazza indicò un leggero miglioramento del suo umore. Tenendo le mani giunte tra le gambe chiuse, leggermente piegate verso il fratello, prese posto al suo fianco, fissandolo con i suoi graziosi occhi azzurri.

Lui sospirò, continuando la sua commedia di offeso. «Chiara, non ce l'ho con te. O, più precisamente, sono dispiaciuto che frequenti una persona come Cinzia». Intercettò lo sguardo della sorella, che continuava ad essere fisso su di lui, attenta ad ogni sua parola. «Intendo dire: tu sei una brava ragazza, sei all'ultimo anno del liceo artistico, non hai strane idee per la testa. Ti stai costruendo un futuro, ed è una cosa che ammiro».

«Non capisci…» rispose lei. «Io sono timida, e faccio fatica a conoscere nuova gente. Cinzia invece è più… più sicura di sé, non si fa problemi a parlare con tutti… Ha…»

«Un tempo lei era come te,» la fermò Marco, temendo che la sorella tirasse fuori argomentazioni come, ad esempio, il fatto che lei avesse solo una semplice pagina Facebook in cui caricava i suoi lavori grafici fatti a mano o digitali mentre Cinzia poteva vantare un seguitissimo profilo instagram con migliaia di iscritti in cui compariva sempre e solo lei, con quanta più pelle esposta nei limiti imposti dal social network. Problema che, a quanto pareva, veniva aggirato senza troppi problemi con un profilo su Onlyfans, la cui totale assenza di censura si sposava perfettamente con quello che sembrava un bisogno sfrenato di esibizionismo della ex compagna di classe di Marco.

Prima di andare avanti…

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