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Erotika
É tornata mia sorella · Cap. 7
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Capitolo 7 di 11 13 min di lettura

Tentativo di corruzione

Alessia e Patrizia vengono portate nell'ufficio della sicurezza del centro commerciale.

William Kasanova
1 anno fa · 378 letture · 0

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Ogni oggetto sulla scrivania è una stretta al mio petto, quasi sia una sfilata di peccati capitali che mi faranno finire all’inferno.

Dalla mia tasca è uscito una scatola verde oliva, con delle grafiche dorate. Non riesco a leggere il nome, ma pare qualcosa che ha a che vedere con l’alchimia. Borio, che sembra rendere più piccolo quel buco che hanno il coraggio di chiamare “ufficio”, la solleva davanti a sé, studiandola. Lancia uno sguardo al suo assistente.

«Moretti, quanto costa questo?»

L’altro stronzo controlla qualcosa sul monitor del computer. «Quello? Il Gucci costa quanto una settimana di paga, capo. Meglio metterlo in un posto stabile e sicuro».

Il problema è che non è l’unica cosa che ci hanno trovato addosso. Accanto al Gucci ci sono un altro profumo, un Amouage, che non costa meno dell’altro, un paio di catenine e un sapone. A occhio, siamo oltre i mille euro.

Borio gira davanti alla scrivania e si siede sul bordo, davanti a noi. Ci osserva e sospira. «Moretti, quant’è?»

Il suono dei tasti che vengono battuti risuona nel locale. «Mille quattrocentosessanta e qualcosa». Annuisce come se apprezzasse la cosa. «Un bel mese di paga».

Borio gira la testa verso di noi. «Un bel mese di paga per una guardia giurata, vorrai dire». Mi fissa, una smorfia di disprezzo inombra appena il suo volto. «Immagino che per un avvocato sia poca cosa, o sbaglio».

Che figlio di troia… Vorrei sputargli in faccia, ma mi limito ad abbassare lo sguardo sulle piastrelle bianche che sembrano arrivare dagli anni ’70. Stringo le mani per non parlare, o direi certamente qualche stronzata.

Patrizia non è dello stesso parere. «Suvvia, agente. Non è successo nulla. Voglio dire…» Allunga una mano, indicando la refurtiva sul tavolo. «…la roba è tutta lì. Ritornerà tutto in negozio. Non si sono nemmeno sgualcite le confezioni».

Afferro il polso sinistro con la mano destra per impedirmi di mollare uno scappellotto a quella rincoglionita.

[Essere puttana non è il suo difetto peggiore, eh?]

Borio afferra il fondo della sua maglia e la strattona verso il basso. «Ha poco da fare la simpatica, signorina Costantini. Ha idea di cosa rischia?»

«Un richiamo?»

La smorfia di disprezzo sul volto dell’uomo diventa palese. «Da mille a millecinquecento euro di multa, e fino a sei anni di reclusione».

Deglutisco a vuoto. La mia bocca è secca.

[Ma pensa te se ti mettono in galera per questo!]

Che figura ci faccio? Io, un avvocato, futura moglie di un altro avvocato, che finisce in tribunale per essere giudicata in quanto taccheggiatrice…

[È quella troia di tua sorella ad esserlo, non tu.]

Fisso la stronza. Sembra tranquilla.

[Chissà quante volte l’ha fatto in passato…]

Che cazzo l’è venuto in mente…

Apro la bocca per parlare, ma non escono parole dalle mie labbra. Devo riprovarci prima che anche le corde vocali si decidano a collaborare, per quanto producano solo un sibilo. «Perché l’hai fatto, Patty?» Solo con uno sforzo impedisco alle lacrime di seguire le parole.

Mia sorella muove solo gli occhi per guardarmi. Solleva le sopracciglia. «Cosa?»

[Sputtanala! Dì loro che tu non c’entri, che è stata solo una sua iniziativa, e che non ne avevi la minima idea.]

Faccio uno sforzo ancora maggiore per non mettermi a piangere. Gli occhi mi bruciano, la gola sembra essermi collassata. Sto malissimo, ancora più di quando ho fatto la mia prima arringa in tribunale. «M… mi hai rovinata…»

«Mettersi a piangere non servirà a nulla». Borio si volta con il busto e prende la cornetta del telefono sulla scrivania. «Non siete le prime che cercano di impietosirci con queste sceneggiate».

Patrizia mi osserva, e la sua espressione passa da indifferente ad addolorata. Sembra comprendere cosa ha fatto. Si alza in piedi e mette una mano su quella di Borio che sta stringendo la cornetta, ormai appoggiata all’orecchio.

Lui le scocca un’occhiataccia. «Non si permetta di…»

«Possiamo parlare, prima che chiamiate i carabinieri?»

La faccia di Borio non lascia dubbi sul fatto che non lo farà, ma qualcosa nell’espressione di mia sorella gli fa allontanare la cornetta. «Cosa?»

Patrizia deglutisce e prende fiato. «Possiamo… possiamo metterci d’accordo?»

Cosa sta… Sgrano gli occhi quando capisco cosa sta tentando di fare. Ma è scema? Vuole aggiungere anche corruzione, questa rincoglionita?

[Vuoi vedere che la fedina penale è più lunga della lista di cazzi che si è scopata? Pazzesco come si sia divertita in Austria, negli ultimi cinque anni, mentre tu…]

Borio non riavvicina la cornetta all’orecchio, ma la ripone sulla forcella dell’apparecchio.

«Che tipo di… accordo?»

Mi scopro più agitata di prima, confusa come mai. Cosa cazzo sta succedendo?

Patrizia prende il cursore della maglia della tuta. È palese che finge di essere imbarazzata quando allontana lo sguardo dai due uomini, che invece sono diventati molto più interessati.

Non mi sono mai accorta di quanto sia rumorosa una zip quando si apre, soprattutto perché sto trattenendo il fiato. Mi è impossibile smettere di guardare la mano di mia sorella abbassarsi e il suo petto apparire davanti a tutti. Gli occhi dei due agenti si stringono man mano che i due lembi della maglia si allontanano.

Il seno di Patrizia, nudo, sodo, fa la sua comparsa. I capezzoli lo appuntiscono, facendolo puntare leggermente verso l’alto. Mi chiedo se anche il mio faccia la stessa figura, quando sono nuda. Il prurito torna ad infastidire la mia vulva…

Borio ammira le tette, passandosi la lingua tra le labbra, ma cerca di ricomporsi. Si schiarisce la voce. «Questo basta appena se il valore della refurtiva arriva a 20 euro, non certo a farvi perdonare quanto avete sollevato», risponde, canzonatorio.

«No, di sicuro». L’altro bastardo lancia un’occhiata alla mia camicetta, cercando di indovinare se la sorella bionda è messa altrettanto bene.

Quel bastardo di Borio rimette la mano sulla cornetta e la solleva appena.

Patrizia fa un passo avanti. «Non avevo intenzione di limitarmi a questo, ovviamente!»

Un mezzo sorriso di derisione solleva un angolo della bocca di Borio. «E cosa?»

Mia sorella non parla ma si inginocchia davanti a lui. Lo guarda letteralmente dal basso verso l’alto.

Un sogghigno proviene dalla gola di Moretti. «Io, quasi quasi…»

Borio è uno stronzo. La derisione ha preso tutta la bocca. «Pensi che basti? Sono quasi millecinquecento euro di roba rubata». Volta il capo verso di me. «E hai una complice».

Mi manca il fiato, mi gira la testa. Cosa… Sono un avvocato, io, non spompino il primo agente del cazzo

[guardia giurata del cazzo!]

che vuole approfittarne! Mi basta fiatare per far finire due stronzi simili in galera per una cosa simile!

«Io non ho…» esplodo, ma Patrizia mette una mano su una mia gamba.

«Ale…» Non aggiunge altro, ma il suo sguardo dice tutto. È come quando eravamo bambine, e ci bastava uno sguardo per dirci tutto senza aprire bocca. Fallo, Ale. Accetta di essere scopata. La settimana prossima c’è il tuo matrimonio e vuoi finire in tribunale per un mio errore? Non lo saprà nessuno, devi solo inghiottire il rospo…

Mi mordo le labbra. Più che il rospo, mi tocca inghiottire la sborra di un figlio di troia che non conosco! Stringo le mani in grembo. Non posso abbassarmi a questo…

[Ma è sempre meglio che finire nella merda con la legge. E poi, vuoi mettere? Una scopata prima di sposare quella mezzasega di un Saverio? Vuoi negare che non è un tuo sogno erotico, quando sei a letto accanto a lui, dopo il rapporto sessuale insoddisfacente che ti propina sempre, farti scopare da un altro uomo che non ti fa stare sopra tutte le volte?]

Il fiato sibila tra i miei denti, con un suono che sembra quello di un animale pronto a colpire. Lo faccio solo per non sporcare la mia fedina penale intonsa.

[Ma vai a cagare, dai…]

Afferro la camicetta, un bottone dopo l’altro entra nell’asola ed esce dall’altra parte. Guardo torva Borio, aspettandomi che sia lui ad approfittare di me, ma non si muove di un centimetro. È l’altro bastardo ad alzarsi da dietro la scrivania trascinando la sedia nel movimento.

Borio, invece, si avvicina a mia sorella, le mette una mano sui capelli ramati.

Lei mi lancia un’occhiata spaventata. «Lasciali fare,» sussurra. «Fai come ti ho detto prima, in corridoio, quando…» La mano del bastardo gira la testa verso di lui, verso il suo inguine. I pantaloni sono scesi alle caviglie, l’altra mano stringe un cazzo in tiro fuori dalle mutande bianche. Con un movimento, spinge la testa di Patrizia contro di sé.

«Succhia, puttana!»

Mia sorella lo guarda in volto, poi apre la bocca. Borio indirizza meglio il suo cazzo e glielo mette tra le labbra; la punta della lingua di mia sorella appare appena sotto l’asta, una goccia di saliva cola.

Prima di andare avanti…

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