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Erotika
Conflitti · Cap. 1
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Capitolo 1 di 4 16 min di lettura

Conflitti 1 Lo scontro

Dopo anni di quieta esistenza, lei si scatena nel desiderio di libertà e tradisce il marito con il suo datore di lavoro e decide di andare in giro con l'amante; prima i partire, decide di asestare un brutto colpo al matrimonio.

geniodirazza
1 anno fa · 711 letture · 1

Fu una pratica lunga, quella nel culo; dopo forse un’ora il cazzo scivolava liberamente e indifferentemente in figa o nel culo, che si era assuefatto alla mazza ed ora la desiderava sempre più a fondo; mi chiese in un soffio di voce se poteva sborrare dentro; gli dissi senz’altro di sì e finalmente gli spruzzi di una sborrata lunga e sapida mi colpirono con sferzate all’interno del ventre; ad ogni spruzzo corrispose un mio orgasmo e mi sentii vuota, alla fine, mentre crollavo sul letto inchiodata col cazzo nel culo.

Quando l’asta si svuotò e si ridusse di volume, delicatamente la lasciò scivolare fuori e sentii la sua sborra che scorreva dal culo sulle lenzuola; ci accarezzammo con dolcezza e restammo per qualche minuto immobili a riprendere vigore; appoggiai la testa sullo stomaco e titillavo con la lingua, delicatamente, il cazzo barzotto, in attesa che riprendesse energia e mi sfondasse ancora; nella calma del momento, mi riprese la rabbia contro mio marito.

Aurelio, il mio amante primario, tra l’altro anche mio datore di lavoro, mi aveva annunciato che alla fine della settimana seguente saremmo partiti, ufficialmente, per un giro di fabbriche analoghe e parallele; in realtà, per prenderci una bella vacanza in diverse località, da quelle sui monti più alti a quelle in riva al mare, dalle città d’arte famose ai borghi affascinanti sparsi lungo il territorio; l‘obiettivo primario, ovviamente, era scopare senza limiti quanto più a lungo possibile, anche un mese e più.

Sapevo che Oscar non avrebbe fatto obiezioni; a parte il fatto che il viaggio era ben motivato, vista l’abitudine acquisita dal mio amante a portarmi con se in viaggi che definiva ‘di lavoro’; ormai era subentrata in mio marito un’indifferenza che non sapevo a cosa attribuire; scartando l’ipotesi di un’altra donna, per la quale lo ritenevo inetto, non restava che pensare a rassegnazione da cornuto contento o ad una tendenza omosessuale emersa nel tempo.

Nel mio vocabolario solo le mie verità erano possibili; le altre neppure potevano ipotizzarsi; per questo, mi andavo convincendo che una volta almeno dovevo costringere mio marito ad assistere ad una mia scopata nel letto di casa; per dare più sapore alla cosa, sognavo di ammanettarlo sulla poltrona ai piedi del letto, applicargli una gabbietta di castità e costringerlo ad assistere alle più belle evoluzioni di cui ero capace su una mazza extra large.

A questo scopo, avevo comprato per via telematica l’occorrente e accarezzavo, quasi sognando, l’idea di vedere il gigante atterrato dalla femminuccia; il punto più difficile era bloccargli le mani con le manette; il resto poteva scivolare facilmente; ma ero certa che con qualche falsa moina potevo farcela; per mettere in atto il piano, pensavo di utilizzare la vigilia della partenza con Aurelio; l’assenza avrebbe dato a lui modo di assorbire il colpo, se non fosse stato arrendevole e partecipe come speravo.

Abbandonai i pensieri di lotta impegnativi e tornai a dedicarmi al giovane stallone che ormai aveva recuperato le energie ed era pronto a dare vita ad una nuova fase di quella grande scopata; mi stesi supina al centro del letto e lo invitai a sedere sullo stomaco, col cazzo piantato tra i seni; abituato ormai ai capricci della ‘signora’, il caprone non ebbe bisogno di ulteriori indicazioni e si preparò alla ‘spagnola con pompino’ che già aveva avuto modo di sperimentare con gusto.

Appoggiò tra i seni il cazzo, di nuovo duro e ancora viscido del gel dell’inculata; raccolsi le mammelle, che per la posizione si erano leggermente appoggiate ai lati, e le portai a stringere in una dolce morsa di soffice carne la mazza che reagì inalberandosi; stringevo i globi intorno al cazzo e mi titillavo i capezzoli; il ragazzo si spingeva in avanti col corpo e faceva scivolare il cazzo tra i seni, fino a toccare con il glande il mento; piegai la testa, tirai fuori la lingua e lambii il meato.

Trovammo istintivamente la coordinazione; mentre lui spingeva il corpo intero a scivolare su me e portare il cazzo alla bocca, io piegavo la testa, con sacrificio della cervicale, e facevo in modo da ricevere in bocca almeno l’intera cappella; intanto, mi strofinavo tra le dita i capezzoli e mi procuravo un ininterrotto ed intenso piacere che più volte culminò in sborrate di media forza; non ci mise molto, il ragazzo, ad avvertire che la sborrata gli premeva dalla prostata; frenammo il giochetto a ritardare l’orgasmo.

Passammo sollazzandoci con il sesso tutto il pomeriggio fino a sera; il giovane stallone mi titillò e mi scopò a lungo in ogni modo, mettendo in pratica tutto quanto aveva appreso in quei mesi; passò la mazza sulla pelle di tutto il corpo; mi riempì più volte tutti i buchi, culo figa e bocca, mi sditalinò a lungo e mi fece il classico ‘pigiama di saliva’ leccando ogni punto, dai capelli alla punta dei piedi; non me ne stetti ferma a farmi scopare ma manipolai, leccai, succhiai, morsi, presi in ogni buco il cazzo ritto.

Alla fine della performance, non ero in grado di dire quante volte avessi sborrato; moltissime, senza dubbio, di cui almeno una decina ad alto tasso di libidine, con urla disumane di piacere; lui limitò le sue a tre, con eiaculazione, la prima nel culo, la seconda nella gola, dopo un pompino durato un tempo interminabile, e l’ultima in figa quando mi scopò alla missionaria, proprio al momento di uscire dalla camera perché mi piaceva portarmi a casa la sborra in figa, forse in spregio al cornuto mio marito.

Negli ultimi mesi, infatti, non mi ero più preoccupata di nascondere le condizioni in cui rientravo in casa dopo le lunghe sedute di sesso, sia col mio amante fisso e datore di lavoro sia con i personaggi occasionali dai quali elemosinavo ancora un poco di illusoria giovinezza, scopandomi ragazzi addirittura più giovani dei miei figli, senza preoccuparmi di un’opinione corrente che ormai mi classificava puttana e ninfomane, quanto meno bisognosa di assistenza se non da condannare.

Fibrillai per tutto il tempo che mi separava dal ‘grande momento’; Aurelio aveva stabilito che il venerdì, dopo pranzo, saremmo partiti in macchina per la ‘grande vacanza’; decisi allora che il ‘momento della verità’ sarebbe stato il giovedì sera, quando Oscar fosse tornato dall’ufficio, subito dopo cena; organizzai accuratamente tutte le mie cose e mi preparai alla manfrina per convincere mio marito a farsi ammanettare e ad ad essere spettatore dell’incontro con un ragazzo mulatto, a me già noto, fornito di un gran bel cazzo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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